giovedì 30 aprile 2009

Vini naturali al Vinitaly?

In un recente post (che potete leggere qui) Franco Ziliani nel suo seguitissimo blog Vinoalvino lancia un avvertimento ai vignaioli "naturali". Attenzione, si legge, la grande industria vuole mettere le mani anche sulla vostra nicchia ed il colpo di mano avverrà attraverso l'inclusione delle fiere alternative nel calderone di Vinitaly.
Premesso che a me, innanzitutto, interessa fare vini buoni, però da tempo frequento il "giro" dei produttori naturali e ad essi vengo spesso, e per certi versi a ragione, accomunato. L'avvertimento, dunque, dovrebbe interessare anche il sottoscritto.
In realtà credo che Ziliani stavolta sbagli. Non so quale sia la sua fonte ma mi pare molto difficile che manifestazioni come Vino, Vino, Vino o VinNatur possano trasferirsi dentro a Vinitaly. Conosco chi le organizza e mi stupirei parecchio. Ma anche se dovesse succedere, non penso che alcuna commistione fra grande industria enologica e artigianato di vigna sia dietro l'angolo. 
Sono troppo ottimista? Può essere. Eppure, se è molto facile per una piccola azienda fare vini seriali, costruiti, tecnicamente perfetti (è ciò che è successo in questi ultimi anni), trovo che sia pressoché impossibile per un colosso enologico fare vini con una identità univoca, casuali, imperfetti in modo geniale, come quelli di molti dei miei colleghi "naturali". Troppe sono le variabili in gioco, non sto ad elencarle, ma una in particolare fa la differenza: il carattere, lo stile, l'approccio, unico ed irripetibile del vignaiolo. 
Di furbetti già pullulano le fiere alternative. Il problema non è questo. Già il fatto che la cosa sia risaputa dimostra che il palato non mente e qualcuno se ne è accorto. Ed è del tutto ovvio che se un settore tira esso diventi appetibile per chi fa business. Mi stupirei del contrario. Il problema, semmai, potrebbe essere quello di una confusione nell'immagine, nella comunicazione, nel marketing. Se non fosse che l'immagine dei vini veri o naturali non è assolutamente univoca né facilmente identificabile. Troppo diversi gli approcci, le filosofie, le culture dei protagonisti: si pensi, solo per fare un esempio, alla differenza fra un bianco macerato di Radikon ed un Trebbiano di Emidio Pepe. Non credo che stare dentro a Vinitaly cambierebbe granché la questione. 
Il punto qual è, allora? Io credo che, alla fine, si torni sempre al buon vecchio Critical Wine di veronelliana memoria. Un produttore che autocertifica il proprio lavoro, un consumatore critico visto come co-produttore, una filiera il più possibile accorciata. A questo punto che si stia in un centro sociale o dentro Vinitaly poco cambia, se non la piacevolezza e l'utilità o meno del luogo. Ma quel che conta davvero sta dentro al bicchiere ed è un mix irripetibile di terroir, naturalezza e passione del vignaiolo. Che intriga non in quanto espressione di una moda o di un gusto, ovviamente passeggeri e sensibili al contesto, ma in quanto espressione di rapporti sociali, culturali, storici. E per questo "veri".   

sabato 25 aprile 2009

martedì 14 aprile 2009

Gustonudo

Sabato e domenica 18 e 19 aprile sarò a Bologna per la terza edizione di Gustonudo, fiera di vignaioli indipendenti, nonché uno dei tanti percorsi nati dall'esperienza fondamentale di Critical Wine. E' una bella manifestazione, organizzata dall'amico Teo Gattoni, oramai a tutti gli effetti distributore di vini buoni e bio. 
Per info su orari, programma ed eventi collaterali visitate il sito www.gustonudo.net.
Porterò in anteprima il Terre Silvate 2008, fresco di imbottigliamento.  

venerdì 10 aprile 2009

Scosse

Non eravamo ancora a cupra nel 1997/8 quando vi fu il terremoto dell'Umbria che fece ingenti danni anche qui. Chi c'era ovviamente lo ricorda con grande angoscia. 
Non abbiamo sentito la scossa del 6 aprile in Abruzzo. Il sonno mio e di Valeria, evidentemente, è in questi giorni davvero profondo. 
Abbiamo, però, sentito distintamente alcune delle scosse successive, in particolare quella di ieri sera. Pur essendo scosse brevi e non intense, movimenti tellurici che provengono da lontano, la sensazione non è affatto piacevole. Specie con due bimbi piccoli. E pure dovremo abituarci. Tutti gli Appennini sono zona sismica e piccole scosse o sciami sismici vengono registrati costantemente. 
La vicenda del sisma abruzzese al di là delle inevitabili polemiche insegna, ancora una volta, quanto noi italiani siamo lontani da una politica della prevenzione e della programmazione. Paesi con grande rischio sismico come il Giappone o la California hanno insegnato che si può convivere con il terremoto. Servono cultura, formazione, risorse, volontà. Serve una più razionale gestione del rapporto coi fenomeni naturali: la solidarietà dopo un evento disastroso è una grande cosa. Ma il risparmio in termini di vite umane e risorse economiche di una adeguata prevenzione è ciò che dovrebbe contraddistinguere un paese progredito. 
I terremoti o le alluvioni non si possono prevedere. Ma abbiamo tutte le informazioni statistiche, geologiche e fisiche per monitorare il rischio e sviluppare politiche conformi a quel dato livello di rischio. Certo, televisivamente parlando fanno più scena gli interventi di emergenza rispetto ad una lenta, costante, silenziosa opera di prevenzione. Ma questo vale, forse, per qualunque tema politico. Il grande annuncio porta sempre più voti del quotidiano impegno. 
E' il consenso, baby. E' il segno delle nostre democrazie.  

 

mercoledì 1 aprile 2009

Sorprese e delusioni

Ne avevo già parlato l’anno scorso. Durante la fiera Pro-wein solitamente vengo invitato ad una cena sempre molto piacevole ed interessante. L’ospite è l’amico Ulf Nilson, svedese, enotecario in zona Colonia ma soprattutto grandissimo appassionato di vini. Durante la cena si degustano una serie di bottiglie anonimizzate su cui ci si scatena in epiche discussioni per giungere il più vicino possibile ad indovinare zona di origine, vitigni presenti ed età del vino in questione. Le bottiglie sono provenienti dalla cantina personale di Ulf che contiene 3000 veri e propri gioielli provenienti da ogni parte del mondo.
Le degustazioni alla cieca sono fondamentali per non lasciarsi influenzare in alcun modo dal marchio, ragionando in modo libero e critico solo sul bicchiere. Le sorprese sono assicurate.
Ecco qualche nota sui vini di quest’anno, in ordine di apparizione sulla tavola:
Cremant de Luxembourg Chardonnay Poll Fabaire. Un metodo classico non particolarmente entusiasmante privo, nonostante l’origine molto nordica, di acidità e freschezza. Champagne Gosset Grand Millesime 1999. Champagne di gran classe da una delle più vecchie maison. Naso complesso e bocca molto morbida considerando il vino. Una gran bella beva. Tocai Friulano Collio Maurizio Princic 1998. Un grande vino dominato da note evolute ed ossidative al naso. Asciutto, complesso, salato e molto lungo. Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Terre Silvate La Distesa 2005. Mi astengo dai commenti. Ulf mi ha fatto un bel regalo già scegliendolo, perché significa proporlo in mezzo a grandi vini. Non l’ho riconosciuto (ho pensato ad uno Chenin blanc della Loira) ma la maggioranza dei commensali l’ha battezzato come Borgogna ed è molto piaciuto. Si pensi alla mia contentezza… Puligny Montrachet 1er cru Buzereau Emonin 2003. Il Borgogna è poi arrivato ed è stata, per me che adoro il Montrachet, una gran delusione. Vino dominato da un rovere eccessivo, con un naso monotono ed una bocca eccessivamente morbida. Certamente c’è anche un problema di annata non esaltante. Gruner Veltliner Wachau Freie Weingartner 2000. Gran bel vino, dalle note minerali di kerosene e pietra, oltre che elegantemente agrumate. Non a caso lo abbiamo scambiato per Riesling. Forse solo un po’ troppo “dolce” per i miei gusti. Mi conferma, però, la grandezza di questo vitigno che ho scoperto l’anno scorso in Austria. Lukase Reserv rod Gute Vingard. Un divertissement di Ulf: uno dei vini più nordici al mondo, proviene da un’isola svedese e da viti ibride (vitis Labrusca). Subito battezzato come vino del nord (pensavamo a qualche vino tedesco), è stato massacrato. Cabernet Dorsa Pfalz Kreutzemberger 2004. Ottimo vino di una zona “calda” della Germania, ottenuto da un incrocio fra Cabernet ed un vitigno locale. Pieno, tannico, originale. Una bella sorpresa da una regione della quale conoscevo già un paio di ottimi produttori di Pinot Nero. Vina Aliaga Navarra Antonio Corpus 2002. Una Grenache che ci ha messo molto in crisi. Vino un po’ stanco al naso, sebbene complesso, e scomposto ed irruente in bocca. Diverse le intuizioni senza fondamento anche se Pietro “Pedro” Majnoni si è avvicinato molto parlando di Languedoc. Pommard Les argillieres Domaine Lejeune 1998. Vino che abbiamo azzeccato. Nulla più che discreto, soprattutto per gli amanti del village in questione. Animalesco il naso, ancora molto dura la bocca. Chissà cosa ne sarebbe stato nel 2019… Ribera del Duero Tinto Pesquera Riserva 1998. Grande sorpresa, un vino elegantissimo, austero, nobile. Ci ha messo in grande difficoltà (io l’ho scambiato per un grande Nebiolo ed invece trattasi di Tempranillo in purezza). Nessuna traccia di legno o di sovra maturazione e invece note elegantissime di tabacco e goudron e rosa. In bocca dritto, asciutto con tannini ben presenti ma fini. Saint Julien Bordeaux Grand Cru Classée Chateau Gruad Larose 1998. Altro vino su cui abbiamo ragionato molto senza granché capirci. Dapprima inquinato da una nota evidente di brett, si è aperto dopo una lunga ossigenazione risultando, però, davvero troppo tannico e duro e con note poco eleganti di frutta matura. Pur con l’alibi di una probabile gioventù, il vino è stato però deludente considerando il blasone. Brunello di Montalcino Riserva Biondi Santi 1980. La delusione della serata, considerando anche il prezzo del vino in questione. Una stilettata al cuore di chi difende il Brunello classico ed il Sangiovese puro. Dapprima un po’ chiuso al naso. Poi si è aperto su note piuttosto classiche e molto piacevoli, floreali e di amarena, ma senza una grande progressione nel bicchiere. Completamente scollegata la bocca, acida e amarognola. Vino corto e senza alcuna dinamica. Duro senza essere austero, acido senza essere minerale. Barolo Borgogno Riserva 1964. Qui ci siamo semplicemente inchinati alla grandezza del Nebiolo. Certamente un po’ stanco ed evoluto, giunto alla fine della sua parabola. Eppure ancora in grado di regalare emozioni con una bocca ricca ed austera, frutto di una acidità vibrante, e con note terziarie raffinate di sottobosco, funghi, cenere, erbe.
Che altro dire? Una serata ancora una volta divertente ed emozionante da cui non si può che imparare.    

venerdì 27 marzo 2009

Appuntamenti fieristici

Da domani e fino al 31 sarò a Dusseldorf per Pro-Wein. Mi troverete allo stand dei "Piccoli Produttori - Grandi Vini", Halle 3 stand D145. Sarà un momento importante per verificare la reazione dei mercati del nord-europa alla crisi.
Poi sarò a Verona, ma solo nella giornata di venerdì 3 aprile, ospite dello stand dell'amico Filippo Antonelli a Vinitaly. Lo stand si trova in Regione Umbria. A verona, invece, misurerò lo stato del mercato italiano e di quello americano e giapponese. Dopodiché vedremo che 2009 ci attende.
Consiglio a chi dovesse transitare per Verona le consuete fiere "alternative", a Villa Boschi e a Villa Favorita. In particolare la prima, Vino Vino Vino, che riunirà quest'anno diverse anime del mondo bio-naturale. Mi sarebbe piaciuto partecipare ma purtroppo le spese e gli impegni sono molti e scarse invece le risorse. Specialmente in fatto di tempo e di energie nervose.  

mercoledì 18 marzo 2009

Progetto κοινη: un nuovo vigneto, un nuovo aiutante

Ieri abbiamo finito di impiantare un vigneto nuovo. Con questo impianto parte ufficialmente il progetto κοινη, dal greco "comune". Di cosa si tratta? Si tratta del nuovo percorso, appunto comune, di un gruppo di amici con una lunga storia alle spalle. Si tratta della messa in comune di risorse, passioni, energie per arrivare alla produzione di un grande vino rosso, sotto la guida ed il marchio La Distesa. Si tratta per il sottoscritto di una nuova sfida agronomica ed enologica, anche per la tipologia di impianto, da condividere con gli amici di sempre.  
Ho pensato a un impianto con fittezze molto elevate (circa 6500 piante ad ettaro) e ad una conduzione ad alberello. Due novità assolute per il territorio di Cupramontana. I vitigni prescelti sono il Sangiovese, il Montepulciano e la Vernaccia nera. Sono stati scelti molti cloni differenti per ogni vitigno così come differenti portainnesto, in modo da creare la massima bio-diversità. 
L'emozione è grande. Da una parte c'è la gioia di condividere questa avventura con persone che vedo sempre meno ma che hanno segnato una parte importante della mia vita e con cui vi sono ancora sintonie e concordanze. Dall'altra c'è la sensazione tutta particolare che ci accompagna quando si fa qualcosa destinato a durare nel tempo: tutto ha un peso specifico differente perché c'è la consapevolezza di iniziare un percorso che non ha una data di scadenza. Ci sono vigneti con 50 o 60 anni di età, e ciò significa che molto probabilmente le barbatelle piantate in questi giorni ci sopravviveranno.
Infine mi fa piacere condividere questa situazione con Giovanni Loberto, giovane enologo milanese appena diplomatosi. Da gennaio lavora in azienda, affiancandomi in tutte le attività principali, dalla campagna alla cantina. In una fase di crisi come quella attuale in cui tutti sembrano ridimensionare la forza lavoro, la collaborazione di Giovanni è un investimento che ho pensato di compiere per far crescere ancora l'azienda dal punto di vista della qualità. Molti sono i progetti in cantiere, oltre a questo nuovo vigneto. C'è tanto da fare: per migliorare sempre, per inseguire ancora nuove sfide, per realizzare almeno qualcuno dei sogni che ci riempiono la testa.
 
  

domenica 15 marzo 2009

Mauro Pagani a Moie

Che gran concerto ieri sera alla Fornace di Moie! Mauro Pagani, accompagnato da Eros Cristiani alle tastiere e Joe Damiani alla batteria, ci ha condotti lungo un percorso che ha riunito il progressive con cui è cresciuto e che ha segnato gli inizi della sua carriera (brani di King Crimson, Genesis, Jethro Tull, PFM, Area), il sodalizio con De André (Brani da Creuza de ma) e i brani del nuovo disco (Domani).
Recentemente avevo visto la PFM di Mussida e Di Cioccio rifare De André ed loro i cavalli di battaglia. Grande concerto anche quello, certamente più elettrico e rock nell'intenzione. Ieri sera c'era un approccio diverso, forse più jazzistico e cantautorale, ma certamente il livello è stato altissimo ed è risultato molto stimolante vedere come alcuni pezzi italianissimi reggano il confronto con il meglio del rock internazionale anni settanta. Quel tipo di musica italiana era davvero avanti, sia che si parlasse il linguaggio della musica "progressiva", sia che si parlasse secondo la poetica "etnica" e cantautorale del grande Faber.  In questo senso la figura di Pagani si configura davvero come uno straordinario collettore di tendenze, esperienze, percorsi musicali diversi e coerenti al contempo. Una sorta di Ry Cooder italiano, con il valore aggiunto di una cultura umanistica tipica dello spirito europeo.
Per la cronaca: il concerto, inserito nella rassegna Controcanto, era gratuito. Complimenti ad Arci e Provincia di Ancona che l'hanno reso possibile.  

venerdì 6 marzo 2009

La mia Bruce crisi

Non è la prima volta. E non sarà l'ultima. Ma certamente sono in piena Bruce crisi. Lo capisci quando la voglia di ascoltare l'ultimo disco non c'è; lo senti quando ti scorrono di fronte le date del nuovo tour e non riesci a deciderti; ti è chiaro mentre Massi ti lancia l'idea di andare a Dublino e tu tergiversi; ti è lampante quando ricominci ad ascoltare il bootleg di Genova '96.
Dunque, andiamo con ordine. Workin' on a dream non ha aiutato, questo è certo. Ma non è la causa. Il disco in sé contiene un paio di canzoni davvero brutte, ha un paio di canzoni inutili, ha dei suoni a volte discutibili. Ma ha anche un pugno di canzoni meravigliose, è suonato divinamente dalla prima all'ultima nota ed è pieno di idee e melodie. Non voglio entrare nel merito. E' uno Springsteen ancora diverso e, per certi versi, coraggioso. 
Il problema è un altro.
Il problema è che sono cresciuto che per avere un disco di Springsteen bisognava aspettare anche 4 anni. Sono cresciuto che per avere del materiale video bisognava scambiarsi loscamente VHS scoloriti in qualche fiera di settore. Sono cresciuto senza Greatest hits o Essentials o altre operazioni commerciali. Sono cresciuto che Springsteen non rilasciava interviste o, comunque, aveva un rapporto davvero minimale con la stampa. Alla fine degli anni ottanta sono cresciuto, cioé, con l'idea che Springsteen non fosse come tutti gli altri. Che fosse un alieno. Una cosa strana: assolutamente dentro al mainstream discografico ma al tempo stesso lontano anni luce da esso nelle scelte artistiche. 
Questa presenza/assenza significava una moltiplicazione assurda e fanatica del desiderio, che esplodeva nei concerti dal vivo (fino al 1996 davvero pochi in Italia) e nella isterica ricerca del bootleg definitivo. Ma significava anche, dall'altra parte, che ognuna delle parole scritte o delle note suonate aveva un peso semantico devastante. La leggenda di Bruce si è dipanata negli anni settanta e ottanta tramite i meccanismi potenti della creazione mitologica, per quanto concerne la densità di testi e musiche, e del passaparola per quanto concerne la comunicazione.
Negli ultimi anni, invece, è stato pubblicato di tutto. Raccolte, inediti, DVD, anniversari, progetti solisti, dischi tributo e chi più ne ha più ne metta. Articoli di giornale, retrospettive, interviste, apparizioni televisive, speciali radio e tivvù sono venuti di conseguenza. Si aggiunga a questo il fatto che dal 1999 in avanti, salvo rari momenti, il nostro è venuto in tour continuativamente in Europa ed Italia. A volte con risultati altalenanti (vedi tour 2003 e 2005). Tutta questa sovraesposizione se, da una parte, ha fatto riesplodere interesse per quella che a metà degli anni novanta era ormai solo una vecchia icona rock in fase decadente, dall'altra parte ha, a mio avviso, pesantemente modificato l'idea di uno Springsteen "indipendente" dalla discografia o dal sistema dei media.
La realtà è, quindi, che dopo il picco assoluto raggiunto con l'ultimo tour, uno dei migliori da 25 anni a questa parte, c'era bisogno di una fase di decompressione. Di una assenza. Di una riflessione. Di una sedimentazione. Specie in un momento di grande crisi in tutto il mondo. 
La dimostrazione di ciò sono i testi di Workin' on a dream: grande mestiere ma ben poche emozioni. Senza un senso, una direzione. Cosa vuol dire Springsteen con questo disco? Boh. Di fronte a una crisi senza precedenti, il più "sociale" di tutti i cantanti rock se ne esce con canzoni in gran parte allegre e spensierate, o comunque in gran parte intimiste... Proprio quando la carriera di un musicista è così "leggendaria" serve grande attenzione nel muovere qualunque passo. Poiché i gesti e le parole hanno un peso specifico differente. 
Si dice: Bruce voleva solo divertirsi e divertire con un disco leggero (mi vien da pensare: chissà allora il tour...). Bene. Ma ciò non toglie che poi il disco sia stato dato in mano a Wal-Mart per la distribuzione, con grande sorpresa dell'entourage Obama e dei tanti attivisti liberal per cui Springsteen è punto di riferimento; che sia stata fatta la mega-marchetta del Superbowl; che sia stato costruito un tour ben attento a creare sold-out facili, per esempio attraverso la scelta di località balneari o festival molto conosciuti (da sempre evitati da Springsteen); fino all'ultima pugnalata che riguarda Max Weimberg, il colpo di grazia: pare che Max possa saltare alcune date europee perché occupato col suo progetto MW7 in televisione. E pare che verrà sostituito. Ora, a parte il fatto che non esiste nessuno che possa sostituire Max Weimberg nella ESB... Il punto è: ok la scomparsa di Danny e la sua pronta sostituzione, ma la ESB non era la sacra famiglia? Non era "tutti per uno uno per tutti"? Non poggiava proprio sulla irriducibilità della band alle dinamiche classiche dei marchi discografici buona parte del mito Springsteen? 
Ed allora vien da chiedersi: che succede? Che cosa è successo in questi anni? Dove stiamo andando?
Le prime risposte verranno dall'impostazione delle scalette del tour americano che parte in aprile: di tutto abbiamo bisogno tranne che dei soliti pezzi triti e ritriti. Serve un'idea. Serve una impostazione chiara nella scelta di brani che abbiano una coerenza ed un filo conduttore. Serve uno Springsteen che abbia ancora qualcosa da dire. Dell'ennesimo artigiano non sentiamo grande necessità.

mercoledì 4 marzo 2009

Vigneto Spescia

Dal mio letto dove giaccio con 40 di febbre posto questa foto di sabato scorso del vigneto Spescia. Stiamo ultimando le potature, se il tempo ci darà manforte.

mercoledì 25 febbraio 2009

Terre Silvate 2008

Ieri è nato ufficialmente il nuovo Terre Silvate. Con il taglio delle diverse parcelle, San Michele alto, Spescia e San Paolo, il vino è ora definito e caratterizzato. Difficile ancora parlarne. Sarà un vino meno difficile e complesso del 2007, sebbene abbia ancora una volta una struttura, un corpo, una gradazione alcolica più simili a Gli Eremi che a quello che dovrebbe essere il vino di annata dell'azienda. C'è, però, la consueta sapidità che ne agevola la beva. 
Ora mancano solo una piccola chiarifica e poi l'imbottigliamento in 6.000 pezzi, pronti per le fiere di primavera. 

giovedì 19 febbraio 2009

domenica 15 febbraio 2009

Follie d'inverno

Cosa succede quando due vecchi compagni di arrampicata si ritrovano, dopo alcuni anni d'inattività, in montagna, d'inverno, con al seguito le famiglie? Succede che, messi a nanna i bimbi, i due escano in una notte stellatissima, con una temperatura di -11 gradi per raggiungere un passo, parcheggiare l'auto, mettersi in marcia alla luce delle lampade frontali, camminare per un lungo tratto in salita sulla neve ghiacciata di una ripida pista. Succede che, malati di adrenalina come sono, si sdraino sui bob rubati ai propri bimbi e si gettino con la sola luce delle frontali in una folle discesa lungo la pista in questione, uno dei due lasciando a perenne memoria il calco della propria faccia sul ghiaccio. Succede che, non contenti, i due attendano il sorgere di una luna splendida per spegnere le frontali e ripetere l'impresa sostanzialmente al buio, eseguendo le curve a memoria e urlando nella notte per il mix oramai dimenticato di terrore e di divertimento. Dopodiché i due risalgono in macchina, si riscaldano con un vin brulé e vanno a dormire con l'idea che gli anni passano ma la pirlaggine no.
A parte questo simpatico aneddoto, due riflessioni enoiche: ottimo il Marzemino 2006 Bongiovanni bevuto insieme alla classica carne salada trentina. Mi sono sempre piaciuti i marzemino, i teroldego, i vini da uva schiava dell'Alto Adige, i lagrein. Diversi fra loro ma tutti accomunati da una caratteristica importante: la straordinaria bevibilità. Sono rossi che si bevono agilmente, senza impegno, ma con grande piacere, a tavola, con formaggioni e salumi grassi. Sulla stessa linea, ed illuminato da alcune pagine di Mario Soldati in Vino al Vino, Valeria ed io, sulla strada del ritorno dal trentino, abbiamo ordinato in una trattoriaccia romagnola mezzo litro sfuso di Sangiovese di Romagna. Che uno pensa: "chissà che ciofeca" ed invece siamo di nuovo lì, a mettere il naso in un vino semplice ma straordinariamente perfetto coi salumi e coi garganelli al classico ragù. Ignoriamo produttore, annata, vigna. Ma era un ottimo Sangiovese romagnolo, la cui beva mi ha ricordato certi vini francesi a base gamay. Solo che là, oltralpe, questi vini sono ben considerati, soprattutto dalla ristorazione. Mentre da noi per parlare bene di un Sangiovese di Romagna bisogna che sia Superiore, Riserva, Barriccato, Invecchiato, Arricchito... Allora forse viene considerato. Invece aveva ragione Soldati, quarant'anni fa, quando parlava di quei "piccoli vini" che spesso danno soddisfazioni più grandi dei vinoni rinomati. 

martedì 10 febbraio 2009

Vita, morte ed ideologia

Avrei voluto scrivere un lungo post sulla triste vicenda che si è conclusa ieri. Ho preferito tacere. Avrei scritto di laicità e di separazione dei poteri, ma sarebbe stato inutile e ripetitivo. In questa Italia che sempre più stento a riconoscere come una Repubblica liberale la corsa verso l'oscurità pare sempre più rapida. Meglio tacere. Ma non posso fare a meno di notare, con una provocazione magari un pò forzata, che molti di coloro che in questi ultimi giorni si sono levati a difendere le ragioni della Vita, senza se e senza ma, erano nel 1978 fautori di quella linea della fermezza che uccise Aldo Moro. Evidentemente la vita vegetale di Eluana Englaro valeva di più di quella funzionalmente attiva del Presidente della Democrazia Cristiana.
Potere dell'ideologia.

lunedì 2 febbraio 2009

Roma, Milano e dischi nuovi.

Tornato da poche ore dalla capitale. La fiera è andata molto bene. La qualità media degli espositori era molto alta. L'organizzazione buona. Molta gente, fra cui un gran numero di operatori. I vini sono piaciuti moltissimo. E poi c'è questo fatto, già successo a Milano ed a Fornovo, per cui un sacco di persone si avvicinano e mi parlano del blog. Di questo blog. Il che significa che questo spazio virtuale viene letto per davvero. Mi fa piacere. Ho sempre pensato che dietro ad una bottiglia di vino ci sia molto di più del solo lavoro in vigneto ed in cantina. Che ci sia, permettetemelo anche se pare una affermazione enorme, una visione del mondo. Cioè una cultura, un mondo di valori, un approccio alla vita. Il blog, dunque, spiega un pò anche i miei vini, li comunica. Costituisce un racconto parallelo, una sorta di vocabolario col quale interpretare il mio lavoro di vignaiolo. Che questo fatto sia notato ed apprezzato mi stupisce ma mi rallegra.
Ho assaggiato, un pò di fretta ma col consueto interesse, alcuni vini buonissimi. Primo fra tutti il Barolo 2004 di Baldo Cappellano ottenuto da viti su piede franco. Davvero incredibile per compostezza, austerità e dirittura. Poi un grande Pinot Nero 2002 austriaco della azienda Pretterebner. Finissimo, petroso, sapido. E poi l'Oslavia 2004 di Radikon ed uno straordinario Montepulciano d'Abruzzo 1983 di Emidio Pepe.
Dopodiché uscendo dalla fiera, per tornare a casa, mi sono imbattuto nel traffico dell'Olimpico dove si sarebbe svolta Lazio-Milan. Ho seguito la partita un pò in TV, aspettando una pizza, ed un pò alla radio. Godimento. Con tutti i dubbi per una squadra che ancora pare indietro nel gioco e nella attrezzatura difensiva, però fra Roma e Milano, nel calcio non c'è storia. Speriamo che proprio dalla Capitale parta la grande rincorsa allo scudetto.
Infine un pò di musica: l'ultimo disco di Daniel Lanois mi è piaciuto molto. Me l'ha dato mio fratello. Parte che sembra la continuazione di Achtung Baby degli U2, disco che ho consumato quando ero giovane giovane. Ma poi diviene più personale ed intimo, con le sonorità tipiche sue, tipo le ultime produzioni di Dylan, per intenderci.
A proposito di mio fratello: a breve uscirà il secondo disco. Nell'attesa è possibile scaricare gratuitamente una anteprima su lastfm. Sul sito www.giulianodottori.it info anche sulle date live.