sabato 7 novembre 2009

Temporali e rivoluzioni

Questo post necessita di una premessa: il disco di cui sto per parlare lo ha inciso mio fratello. E’ normale, quindi, che io non sia in grado di poter dare un giudizio distaccato. Se ne scrivo, però, non è per nepotismo (non sono in grado, infatti, di fargli vendere più dischi) ma semplicemente perché è un bel disco. Cosa rara, di questi tempi.
Non è un disco “facile”, questo Temporali e rivoluzioni. Fin dal titolo. E’ un disco complesso, fatto più di parole che di note. Cantautorale, si sarebbe detto trent’anni fa. Un disco che cresce costantemente con gli ascolti. Ossessivamente. Progressivamente.
E’ un disco che parla dei nostri tempi. Che racconta di smarrimenti, di perdite, di sconfitte, di emergenze, di precarietà, di crisi, di resistenze. Individuali e sociali. Particolari e globali. Personali e collettive.
Questa è già una prima grandezza del disco: una intimità che si veste di sensibilità più generali e, in qualche modo, condivise. Chi non si è mai chiesto, nel pieno della tempesta, se il temporale passerà? O se i cambiamenti che investono le nostre vite sono rivoluzioni o sono solo modi diversi di nominare le stesse cose?
Sono domande che si ripetono, in forme diverse, lungo tutto il disco. Quanto è difficile uscire dalle campane di vetro in cui ci vogliono e ci vogliamo chiusi? Quanto è difficile scegliere di tagliare la siepe che ci separa dal mondo? (Ed a vent’anni esatti dalla caduta del muro la siepe di Inno nazionale del mio isolato non può non rimandare al muro di Roger Waters). E che succede se ti sporgi oltre la siepe e trovi solo catene e gioie fragili?
Nel percorso del disco ci sono alcuni momenti fondamentali. Catene e gioie fragili è uno di questi: hai lasciato la tua casa, cammini in un bosco scuro e c’è una luce fioca, e lasci briciole di pane per non smarrire la strada. Ma quella luce sembra quella che hai appena lasciato. Giriamo in tondo, in un labirinto. Non c’è via di uscita. Siamo in scacco. Siamo in trappola. E ci chiediamo se la verità sia ancora possibile, proprio quella verità che crediamo non faccia mai male.
E' il tempo di esplorare ogni delusione, scegliere con cura come uscirne. Chiudi l'emergenza nello specchio e l'indifferenza nel tuo cuore. Lucida le cose che non tieni più con te (Chiudi l'emergenza nello specchio)
Intanto cadono le luci sulle nostre ali (angeli che ricordano Wim Wenders?). Col tempo si spengono. Si chiude l’orizzonte, precipita con te (Non fa mai male la verità). E non scordarti di precipitare e di atterrare come sempre, che tutto il senso in fondo, in fondo lo ritrovi lì (Tenerti stretto un ricordo). 
Un altro momento centrale del disco pare La tua casa è piena. Dove la descrizione di una quotidianità intima, personale e disperata dipinge al contempo la situazione di una intera generazione, alle prese con case piene di cose inutili, abbandonata a se stessa senza più tempo, voce, voglia per ribellarsi. Alla decadenza, alla disgregazione, al fraintendimento. Fino a non ritrovarsi e in fondo in fondo non sperarlo più. Fino alla disillusione, che è cifra distintiva di questo nostro tempo instabile e che non ci mette molto a diventare cinismo, indifferenza.
Partenze e coincidenze è il piccolo capolavoro che racchiude tutti questi temi e queste sensazioni nella “canzone perfetta”. Che è poi quell’approdo misterioso dove testo e musica si fondono perfettamente in una forma d’arte che è quella della musica popolare.

E quel gusto di sconfitta svanirà
quando penserai ad una partenza
e quel senso di tepore se ne va
quando credi sia un successo
e invece è solo coincidenza.

Partire per tornare al punto di partenza. Guardare il mondo scomparire in mezzo al temporale. Mentre è solo il caso a guidare gli eventi. Partenze e coincidenze. Temporali e rivoluzioni. Sirene e vampiri. Dicotomie. Perché ogni cosa ha il suo doppio. E per ogni persona che viene ce n’è una che ci lascia. Ed è così che Tutto resta uguale mentre

ogni giorno il tuo vicino
succhia il sangue al suo nemico
e vive la mediocrità
come una onesta condizione.

Ogni rivoluzione appare lontanissima. E vien voglia davvero di appendere i fucili. Per non violare il coprifuoco dentro una società immobile, ferma, eppure precaria. Dentro rapporti personali in stallo, sfilacciati, consumati dalla quotidianità.
E se ricominciassimo dalle cose semplici? E se imparassimo a non ripetere gli errori? E se riuscissimo a perderci davvero ed a perdere del tempo?
Le cose semplici chiude un disco meraviglioso, ed è il tassello mancante, la chiave di volta. Perché lento è il ritorno a casa. Ma la casa, stavolta, sa essere piena davvero. Di cose troppo spesso dimenticate. Valori. Convizioni. Affetti. Qualche sogno, forse. Speranze taciute. Che forse risolvono, per un attimo appena, il caos rumorista, i rumori bianchi, le distorsioni di un mondo senza bussola. Prima del silenzio.
Ci ho messo molto tempo a entrare dentro questo disco (anche se è uscito ufficialmente il 6 novembre lo ascolto da molto tempo). Ma una volta dentro è difficile uscirne. Sono dieci canzoni bellissime, pennellate, legate una all’altra da sottili legami che creano un percorso affascinante, un panorama spesso desolato, dai toni chiaroscurali.
Gli arrangiamenti sono curatissimi e molto più “rock” di quello che può apparire al primo ascolto. Le chitarre, che suonano da paura, i cori, l’hammond, l’elettronica, il pianoforte, sono sempre funzionali al testo ed alla voce. I riferimenti non sono così importanti, si intuiscono sullo sfondo di una produzione (Giovanni Ferrario) di approccio inglese, che strizza l’occhio agli anni sessanta ma ha i piedi ben saldi nel terzo millennio. Non sono importanti, quei riferimenti, perché Giuliano ha trovato definitivamente il suo stile, la sua voce, il suo approdo. Ed un posto fra i migliori nuovi cantautori italiani.
Per info sul tour e per acquistare il disco visitate il sito: www.viaaudio.it/giulianodottori/index.htm

sabato 31 ottobre 2009

Turné

Ecco i principali appuntamenti che mi vedranno impegnato da qui alla primavera per incontrare clienti, spiegare il mio lavoro e vendere qualche bottiglia. Stay tuned per altre info o nuove date.
1-2 Novembre
 
Vini di vignaioli a Fornovo Taro. www.vinidivignaioli.com
12-15 Novembre 
Tour enologico a Sancerre e Puilly-sur-loire.
20-23 Novembre 
Gusto Nudo fiera dei vignaioli indipendenti a Berlino. www.gustonudo.com
4-6 Dicembre 
La terra trema al leoncavallo, Milano. www.laterratrema.org
15 Dicembre 
Wine not sound al Twinside, Bologna. www.gustonudo.net
30-31 Gennaio 
Vini Naturali a Roma, Hotel columbus a Roma. www.vininaturaliaroma.com
9 Febbraio 
Serata di degustazione presso il ristorante La Tana degli orsi, Pratovecchio (AR). 

domenica 25 ottobre 2009

Vini di vignaioli 2009


Domenica 1 e lunedì 2 novembre saremo, Giovanni ed io, alla fiera di vini naturali Vins de vignerons/vini di vignaioli. Presenteremo in anteprima la nuova annata de Gli Eremi, il 2007, e il nuovo Nur 2008. Gli orari di apertura al pubblico sono dalle 10 alle 20 la domenica e dalle 12 alle 19 il lunedì. L'ingresso costa 8 euro con bicchiere.

mercoledì 21 ottobre 2009

La vendemmia 2009

Un'altra vendemmia delicata, dopo la 2007 e la 2008, difficili, sebben per ragioni molto diverse.
Questo è quanto scrive il servizio metereologico della Regione Marche: "Con una temperatura media di 23,1°C, la stagione estiva appena trascorsa è stata più calda rispetto alla norma con un incremento di circa +1,5°C rispetto al periodo di riferimento 1961-2000, risultando così essere la quinta estate più calda dal 1961. Nella stessa classifica (estati più calde dal 1961 ad oggi), il primo posto è occupato dal 2003 (25,5°C di media!), il secondo dal 2007 (23,5°C), il quarto dal 2008 (23,1°C), a conferma di un preoccupante aumento della temperatura media estiva negli anni duemila. Il maggior contributo è stato dato dal bimestre luglio-agosto con una temperatura media di 24,2°C con il notevole incremento di +1,9°C rispetto al 1961-2000".
Il risultato, specie nei vigneti esposti a sud (San Michele) o con altitudini modeste (San Paolo), è stato un generalizzato calo delle acidità fisse. E' un grosso problema per chi fa vinificazioni naturali: in primo luogo perché questo fatto influisce sui pH dei mosti che è sempre un parametro fondamentale ma lo è ancor di più quando non si usano lieviti selezionati; in secondo luogo perché non correggendo i mosti con tartarico bisogna anticipare molto la vendemmia per poter incamerare un pò di acidità. Va inoltre ricordato che, oltre alle temperature medie, si sono riscontrate temperature massime molto elevate (41,3° a Jesi il 23 luglio, 41° il 2 agosto a Corinaldo) che incidono pesantemente sulla evoluzioni in particolare dei vitigni a bacca bianca. Ne ho già scritto e non voglio ripetermi.
Per ciò che concerne la piovosità, questo è il resoconto del servizio meteo: "Come non accadeva dal 2006, la stagione estiva è stata complessivamente più piovosa rispetto alla norma 1961-2000, con un totale di 207mm corrispondente ad un +14% rispetto ai 181mm del quarantennio. Tuttavia la distribuzione mensile fa emergere un quadro contrastante con il mese di giugno decisamente più piovoso, addirittura +86% (sempre rispetto al 1961-2000), più arido il bimestre successivo con deficit mensili di -19% (luglio) e -34% (agosto)". 
Da un lato, quindi, non c'è stato un grosso stress idrico per le viti grazie alle abbondanti piogge invernali, primaverili e di giugno; d'altro canto l'estrema siccità che ha investito la regione in luglio, agosto (e settembre) ha rafforzato gli effetti di stress sui grappoli e influito pesantemente sul crollo delle acidità e sugli andamenti delle maturazioni.
Annata tosta da interpretare, quindi. Con rese in calo per tutti. Certamente buona per i "convenzionali" e gli "interventisti": chi ha forzato le maturazioni sfruttando il caldo estivo che è durato fino al 15 ottobre avrà fatto pesante uso di acido tartarico ma si troverà vini potenti ed equilibrati (sebbene andrebbe aperto un dibattito sulle acidificazioni e sui loro effetti...). Per il Montepulciano vale un discorso a parte: chi ha ancora uva in pianta si è preso in pieno un calo termico forse eccessivo e molte piogge (ed altre sono in arrivo): problemi di muffe non dovrebbero essercene, fenomeni di appassimento forse sì perché le viti si sono completamente fermate.
Venendo a La Distesa: ancora le fermentazioni non sono del tutto esaurite, ma il Terre Silvate appare per ora un pò sottile e magro ma con profumi molto freschi e netti. Gli Eremi promette molto bene, specialmente la botte con la vendemmia più anticipata. Essendo una annata calda vedo bene il Nocenzio, specie sul lato Sangiovese, davvero complesso già ora. Non so se produrrò il Nur. C'è una parte di Trebbiano che abbiamo macerato ma aspetto di vedere l'effetto che fa.
Allo stadio attuale non credo si possa dire di più.

mercoledì 14 ottobre 2009

Caos

Neve sui Sibillini e freddo porco a Cupra. Vendemmiata oggi anche l'uva da appassire per il solera 99. Al Cityper di Jesi (gruppo Auchan) ho visto alcuni prezzi (per bottiglie vetro 0,75 l.):
Montepulciano d'Abruzzo DOC 1 euro
Verdicchio DOC 1,25 euro
Sicilia IGT Nero d'Avola 1,10 euro
Castel del Monte DOC 1,60 euro
Castelli Romani DOC 1,10 euro 
Basito, ho poi comprato una bottiglia di Carmenere cileno a 2,50 euro, giusto per vedere l'effetto che fa. Naso pure decente, beverino al punto giusto, tannino levigato. Peccato che poi ho salivato tutta notte assetato come una bestia. 
In compenso per il compleanno di Valeria abbiamo stappato un metodo classico Haderburg pas dosé 2004, e stiamo ancora godendo ora, che se non ci fossero 5 ore di macchina da fare sarei fuori dalla cantina a grattare sulla porta per farmene dare un cartone (da 12, s'intende...). 
Trovo allucinante che il governo premi chi ha esportato illegalmente capitali all'estero. Alcuni hanno detto che anche in altri paesi è stato fatto lo scudo fiscale: peccato che i capitali che rientravano in quei paesi pagavano da un minimo del 10 fino ad un massimo del 50% di imposte. Da noi l'aliquota è del 5%. Cioé funziona così: trucco la contabilità dell'azienda, tanto per il falso in bilancio non mi fan nulla, evado le tasse, poi esporto i capitali in qualche banca che mi fa rendere più del 5%, poi li riporto a casa che ci ho guadagnato... In Corea del Sud c'è la pena di morte per chi esporta illegalmente dei capitali fuori dal paese... 
D'altronde siamo una nazione dove se stai fuggendo da un paese in guerra ma entri clandestinamente compi un reato, però se un fascista picchia un gay perché i gay gli stan sulle balle, non c'è nessuna aggravante per discriminazione. Ah, a proposito, la Binetti sta ancora nel PD...

giovedì 8 ottobre 2009

Vendemmia, prezzi delle uve e il ruolo del marketing

La vendemmia 2009 si caratterizzerà per un fatto sopra tutti: il crollo delle quotazioni delle uve. Questo fatto certifica in modo inequivocabile la gravissima crisi del settore vinicolo. Questo post su Esalazioni etiliche, ed alcuni commenti a questo post di Franco Ziliani possono aiutare a capire la situazione. Prezzi in calo anche del 50%. Situazione che in realtà conosco da tempo perché denunciatami da diversi amici produttori e confermata, sebbene in modo meno drammatico, anche nei Castelli di Jesi.
La crisi, dapprima nascosta, poi presentata come crisi di crescita, oggi apparentemente devastante, è contemporaneamente una crisi di sovraproduzione (rispetto a consumi interni in calo e ad un export in crisi) ed il risultato di una potente bolla speculativa nel settore.
Negli anni del boom il settore ha attirato capitali e capitani d'industria, grandi competenze e professionalità ma anche nani e ballerine, cani e porci. Evito di entrare nello specifico e di raccontare come il mondo del vino si è evoluto negli anni, nel bene e nel male. E' ormai risaputo.
Ciò che, però, è meno risaputo è il ruolo del marketing in questa situazione, in questo contesto, in questa storia. Questo aspetto mi ha visto discutere animatamente su vinoalvino con una serie di suoi commentatori più o meno abituali. C'è una idea diffusa, infatti, che costoro apparentemente sostengono, che reputa che dalla crisi si debba uscire con una maggiore attenzione al marketing, ai processi commerciali, alla immagine ed alla promozione dei prodotti. Lo ha detto chiaramente Diego Planeta: si deve investire meno sulla produzione e più sulla vendita. 
E' una idea che contesto. Credo che questa impostazione, infatti, c'entri molto con la crisi attuale, sia nel senso che in questi anni si è fatto del cattivo o sbagliato marketing sia che se ne è fatto troppo in generale, a discapito della qualità media dei nostri vini.
Va ricordato che il marketing, che come disciplina autonoma nasce negli anni 50/60 sulla scorta del consumo di massa, si afferma in modo definitivo quando le condizioni strutturali dell’economia iniziano a caratterizzarsi per un costante surplus di capacità produttiva. Questo non accade per caso ma è la combinazione da una parte della evoluzione del capitalismo in senso consumistico, dall’altra di precise scelte di politica economica. 
Perlomeno dai primi anni ottanta siamo vissuti in un mainstream economico che ha fatto della “economia dell’offerta” il suo caposaldo. Dunque: bassa inflazione, politica monetaria espansiva in grado di produrre la liquidità necessaria a produrre sempre di più, liberalizzazione dei mercati, ecc. Siamo vissuti in un mondo in cui non era importante tanto il potere di acquisto – i salari ma non solo – delle famiglie, quanto la capacità del sistema di assorbire il debito con cui venivano finanziati consumi sempre più inutili, prodotti sempre meno innovativi. Ma perché, ci si chiederà, la gente ha continuato a consumare? Qui è intervenuto anche il marketing.
L’economia dell’offerta ed il neoliberismo reputano che i prezzi dipendano esclusivamente dall’equilibrio fra domanda ed offerta. In un contesto di eccesso di capacità produttiva ciò implica un ovvio aumento di competitività dei mercati ed un generale deprezzamento dei valori: servivano pertanto politiche di sostegno dei consumi privati. Ma poiché i salari negli ultimi tre decenni sono indubbiamente scesi in termini reali, questo poteva avvenire solo tramite il ricorso all’indebitamento (mutui, credito al consumo, erosione progressiva dei tassi di risparmio, ecc.) e tramite investimenti nella “percezione di valore” da parte dei consumatori.  Non nel valore intrinseco. Non nel valore-lavoro. Non in qualità. Bensì in immagine, in comunicazione, in politica commerciale.
Il marketing, però, è oggi un processo pro-attivo, assolutamente non neutrale, che intende non solo mettersi in relazione col mercato, ma tende anche e sempre più ad agire attivamente su di esso.  Fare attività di marketing non significa solo fare un’analisi del mercato e della propria identità commerciale su quel contesto, ma significa molto di più: ovvero agire per influenzare il mercato, modificarlo, piegarlo ai propri interessi con l’obiettivo prioritario di raggiungere una maggiore competitività; significa, quindi, non solo soddisfare dei bisogni esistenti ma agire per produrli, riprodurli, forgiarli; significa sempre più mettere in atto una serie di strategie ben precise - che si sono fatte, appunto disciplina, specifico settore della scienza economica - (pricing, brand management, comunicazione, pubblicità, creazione ad arte di bolle, ecc.). E se tutto questo è vero, ciò significa semplicemente una cosa: che le aziende devono investire ingenti risorse per attuare queste strategie. In un contesto di riduzione dei costi e di grande competizione ciò è possibile solo distogliendo tali risorse da altre voci di bilancio: per esempio i costi vivi produzione o gli investimenti in ricerca.
Tutto ciò è perfettamente coerente con quanto accaduto nel settore del vino e, da questo punto di vista, il caso della perversa “bolla del vino” creata ad arte negli anni novanta dall’interazione fra guide-giornalisti-esperti di pubbliche relazioni-nuove aziende rampanti dal marketing aggressivo, potrebbe essere un caso-studio per un corso di marketing moderno.
Gran parte della crisi del vino deriva, quindi, anche dal percorso contrario che è stato intrapreso sull'onda dell'entusiasmo: produrre vini a partire dal mercato e non produrre vini veri e buoni per poi concorrere sul mercato con la forza indiscutibile della propria qualità. I prezzi delle uve stanno crollando e questo si rifletterà certamente più sugli agricoltori che sugli industriali. Esattamente come dalle fabbriche verrà espulsa forza lavoro per tentare un riequilibrio della capacità produttiva, così la volontà è quella di espellere dalle campagne gli ultimi contadini e le piccolissime aziende, con conseguenti espianti dei vigneti meno meccanizzabili, produttivi, commercialmente interessanti. Nel frattempo i massicci investimenti sulla promozione dei grandi produttori, grazie alle risorse liberate dall'abbassamento dei costi di produzione, serviranno per aggredire i "nuovi mercati emergenti": gente che di vino ne capisce, Cina, India, Russia, ecc. E' questa la strada per il futuro del vino italiano?  
La crisi generale dell'economia, che non è solo crisi finanziaria come molti vogliono far credere, non ammette soluzioni semplicistiche e banali. Non ammette l’assunzione di facili ricette date per scontate. Richiede coraggio, invece, nell’ammettere di aver sbagliato strada, di essersi spinti troppo oltre. Vale per il settore finanziario e vale per il settore vinicolo. La riflessione sul marketing, in questo senso, dovrebbe rientrare in una riflessione più generale sulla nostra economia e sulla nostra società. 

lunedì 28 settembre 2009

Maria, Steve, Abby, Giovanni: la vendemmia 2009.

Dal Canada, da New Orleans e dallo Stato Di New York proviene la manovalanza per la vendemmia 2009. Giovanotti bravi, seri, entusiasti che mi stanno dando un grande aiuto e che mi confermano la validità della Associazione WWoof. 

E poi c'è Giovanni. Ormai parte integrante dell'azienda. Essere in due in cantina significa maggior precisione, maggiore velocità di esecuzione, maggiore rapidità nelle scelte vendemmiali grazie alla disponibilità di dati enologici più precisi in tempo reale.
Tutto ciò dovrebbe tradursi in un ulteriore innalzamento qualitativo. Almeno spero.


giovedì 17 settembre 2009

Una idea di vino: Gli Eremi

Gli Eremi o ti piace o no. Quando decisi di abbandonare l'acciaio per il legno, nel 2002, lo feci con una ben precisa idea di vino in testa. Un ideale, forse irraggiungibile, cui cerco di tendere anno dopo anno. 
Il vino matura in botte di legno, ma non è questo il punto. Il legno, francese usato o slavonia non tostato, serve per una microssigenazione naturale e per un lungo affinamento  sulle fecce fini, ed è fondamentale per "legare" insieme le due parti fondamentali da cui il vino è costituito. Il vino, poi, proviene dal solo Cru San Michele, 0,58 ettari di solo Verdicchio con una età di circa 25/30 anni ed una certa varietà clonale. Ma nemmeno questo è il punto. Il vino, inoltre, dal 2004 fermenta con lieviti indigeni attraverso l'innesto di mosto fiore pressato fino a max. 0,4 bar di pressione su una massa (circa il 10% del totale) macerata per circa 48/72 ore sulle bucce per avviare la fermentazione. Ma nemmeno questo fatto - da solo - spiega il vino.
La particolarità de Gli Eremi, infatti, risiede nella vendemmia. Ci pensavo l'altro giorno quando si è conclusa la prima parte della raccolta. Generalmente si passa una prima volta in vigneto con un certo anticipo. E' ancora estate. Fa caldo, molto caldo. Si vendemmia circa 1/3 delle uve quando i pH hanno valori ancora bassi e le uve, per quanto non immature, presentano ancora una certa acidità. E' la parte fresca, giovane, irruente, estiva del vino. Poi ci si ferma (per modo di dire: ci sono le uve per gli altri vini da vendemmiare!). Si attende che l'uva maturi, si attende l'autunno. Il freddo. Quando le uve mostrano i primi segni di sovra-maturazione (mai eccessiva, però) si toglie il resto dell'uva. E' la parte autunnale, morbida, calda, riflessiva del vino. 
Sono queste due tensioni opposte che forgiano davvero il vino. La durezza degli acidi che si oppone alla morbidezza dell'alcool; la freschezza di tannini irruenti che contrasta il calore della glicerina. La gioventù e la vecchiaia, l'innocenza e l'esperienza, i sogni e la memoria, la luce e l'ombra, il sorgere e la decadenza: una dialettica che nella bocca spesso crea sensazioni discordanti e scomposte. All'inizio. Che ha bisogno di tempo. Che tende a ricomporsi solo dopo qualche tempo. O forse mai. Una dialettica che al naso mostra complessità e genera dubbio più che certezza.
O ti piace o no. E se ti piace te ne innamori, che non è certo il vino da una botta e via.

mercoledì 9 settembre 2009

Vendemmia 2009

Si è iniziato a raccogliere la settimana scorsa, con grande anticipo, ma la vendemmia 2009 è entrata nel vivo ieri. Nel vigneto di San Paolo, contrada Battinebbia, abbiamo cominciato a raccogliere il Verdicchio che diverrà Terre Silvate 2009. Si tratta di una prima raccolta che ci consente di incamerare un pò di acidità, merce rara in questa annata. Gradi Babo a 18,40 e pH a 3,20 sono dati ottimi in questa fase. L'uva è sanissima e bella, considerando che continua a non piovere (l'ultima precipitazione "seria" è del 2 agosto ma, in realtà la fase siccitosa dura dal 10 luglio). Meglio ancora mi pare a San Michele, nella parte bassa, dove si prospettano ottime cose per Gli Eremi. Ma siamo solo all'inizio e le somme si tireranno alla fine

mercoledì 2 settembre 2009

Gli economisti, brutta razza.


In agosto ho letto un paio di buoni libri. Qualunque cosa succeda è il libro del figlio di Giorgio Ambrosoli, quel Betò conosciuto al Liceo Manzoni, a Milano, con cui ricordo di aver condiviso gite di classe e un pò di politica liceale. Il libro è scritto molto bene, alterna un preciso e puntuale discorso storico sulla vicenda Sindona/Ambrosoli ad un piano più personale ed intimo, toccante ma sempre ben calato nella vicenda, senza alcun cedimento retorico o banalizzante. Sullo sfondo emerge l'Italia di quegli anni. Così simile, e così diversa, nei suoi difetti e nei suoi problemi, all'Italia di oggi. A cominciare da un intreccio fra politica ed economia troppo spesso malavitoso.
Estate 2009 davvero difficile per gli economisti, che pagano la crisi e le errate previsioni degli anni passati. Le critiche vengono da lontano e rivolte da più parti, ma negli ultimi mesi si sono intensificate con la "condanna" al processo istruito al Festival dell'economia di Trento, con diversi articoli su blog e giornali, con gli strali del Ministro dell'economia Tremonti che ha recentemente intimato il silenzio all'intera categoria. 
Processo agli economisti è un libro che racconta la disfatta della categoria, facendo chiarezza su alcuni lati oscuri, mettendo in luce le gravi incongruenze di una scienza che scienza del tutto non è. Spesso con una vena ironica che rende il libro anche assai piacevole. Specie quando riporta i giudizi e le frasi dei vari "guru" del neoliberismo e del "mercatismo" degli ultimi anni.
Così, ad esempio, parlò Francesco Giavazzi, già mio professore di Politica Economica in Bocconi, stimato editorialista del Corriere, più volte candidato alla poltrona su cui siede Giulio Tremonti: "La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l'economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda" (il 4 agosto 2007). Nemmeno Tremonti, però, può sorridere. Economista proprio non è, ma nemmeno lui, infatti, ne esce granché bene.
Quanto a me, io il mio processo agli economisti l'ho fatto una quindicina di anni fa. Quando, più o meno dopo gli esami di macroeconomia avanzata ed econometrica, mi sono trovato a chiedermi quale fosse il senso di tutte quelle complicatissime formule, equazioni ed integrali, e se davvero quella fosse la strada per capire come funzionasse il mondo. E magari per migliorarlo.
E mi risposi che no, tutta quella matematica e tutta quella astrazione erano semplicemente parte di un modello, di un paradigma scientifico, di un sistema di pensiero. E che quel modello era perfettamente funzionale a chi deteneva, e detiene, il potere politico e finanziario. E che chi si poneva in modo critico nei confronti di quell'approccio era considerato un deviante, fuori dal tempo, nostalgico di un mondo scomparso. 
Tutto ciò per dire cosa? Semplicemente che il problema non sono "gli economisti" (che sarebbe come dire "gli avvocati" o "i medici"). Il problema è il paradigma, il modello, il quadro di riferimento. Sarebbe ora di una bella rivoluzione scientifica in economia. Sarebbe ora che qualcuno dei devianti, magari di quelli che la crisi l'avevano prevista, salga davvero sul ponte di comando. 
Non avverrà. A nessun governo conviene un deviante come Ministro del Tesoro. Ecco perché l'economia non sarà mai una scienza.

mercoledì 26 agosto 2009

Il caldo e l'impossibilità di fare grandi vini bianchi.

Dai primi di luglio ad oggi, cioè per circa 50 giorni consecutivi, abbiamo avuto una sola pioggia, un temporale estivo che ha scaricato qualche millimetro d'acqua. Per il resto solo giornate di sole, calde, caldissime, con temperature medie diurne stabilmente sopra i 30° e spesso sopra i 35°, con punte assolute fra i 38 ed i 40°. 
La siccità non è un problema, nel senso che abbiamo avuto un inverno ed una primavera molto piovosi: le riserve, in profondità, ci sono. I vigneti stanno rispondendo bene dal punto di vista agronomico. Ci sono ingiallimenti e, dove c'è più creta, qualche sofferenza, ma nulla di paragonabile al 2003 o al 2007. Il problema è che con temperature così elevate per molti giorni consecutivi, con una così prolungata esposizione dei grappoli al sole ed al caldo, con l'esposizione a sud dei miei vigneti, queste stagioni rendono pressoché impossibile produrre dei grandi vini bianchi, così come li intendo io: acidi, verticali, dal profilo aromatico nitido e fresco, con una bella dose di acido malico residuo.
E' un problema che ho già trattato (per esempio in questo post qui) e che mi sta molto a cuore poiché mette in discussione l'intero paradigma agronomico che si è cristallizzato in questi anni nell'area dei Castelli di Jesi: esposizione ed altitudine dei vigneti, densità di impianto, tipo di conduzione, rese per ettaro, stili di vinificazione. L'idea stessa, cioé, del tipo di vino che si vuole andare a produrre. Basti pensare che negli anni '50 e '60 la zona produceva grosse quantità di spumanti e le migliori basi-spumante venivano anche esportate fuori zona; oppure che, secondo i dati dell'Università di Ancona presentati al Convegno per il 40° anniversario della DOC, in quarant'anni si è passati da acidità totali medie sul Verdicchio superiori al 7% a valori medi sotto al 6%.
Questa noiosa introduzione per dire che i primi campionamenti sul Verdicchio nel vigneto San Michele danno valori di pH e acidità davvero inquietanti per fine agosto, più consoni ad un periodo come fine settembre. A questo bisogna aggiungere uno squilibrato rapporto fra polpa e buccia/vinaccioli ed una maturazione zuccherina che dipende più da processi di appassimento che da un reale lavoro della pianta. Tutto ciò rende molto complicate le scelte vendemmiali, soprattutto per quei produttori, come il sottoscritto, che per scelta non ricorrono a correzioni dei mosti. 
Una bella pioggia non guasterebbe, anche se la sensazione è che il danno, ormai, sia fatto. Ciò non significa che non si potranno avere vini dal grande carattere ma semplicemente che si dovrà lavorare, come nel 2007 e, in parte, nel 2008, per puntare su un profilo più evolutivo/ossidativo dei vini, su struttura e morbidezza, sul bilanciamento fra sapidità ed alcool. Con buona pace di chi ama i Riesling renani.   

sabato 22 agosto 2009

Degustazioni d'agosto

Capita, con chi viene a trovarci d'estate, in quella sorta di Comunità Rurale Internazionale in cui si trasforma La Distesa grazie ad ospiti stranieri, famiglie, bimbi, amici e amici di amici, di stappare qualche bottiglia. 
Ad esempio la classica bolla di Ferrari, linea base da supermercato. Si parte un pò sospettosi, un pò per il numero di bottiglie prodotte un pò perché noi piccoli vignaioli siamo schifosamente prevenuti nei confronti delle grandi industrie del vino. E si arriva ad ammettere che si tratta di un metodo classico molto buono, dal prezzo eccezionale, e dalla beva facile, molto meglio di tanti Franciacorta.
Decisamente un gran vino è la Cuvée Obermairl di Haderburg 2006, vino biodinamico da vitigni bianchi coltivati in Val d'Isarco, macerati sulle bucce. Il carattere bucciato è appena accennato, il vino ha un colore dorato bellissimo; al naso è pulito, dominato da sentori di frutta fresca come l'albicocca e la mela, in bocca è lunghissimo, sapido, nervoso, giovane ed irruente. 
Una fantastica beva contraddistingue il Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo 2008 di Emidio Pepe, altro vino biodinamico. Naso vinoso, gioviale. Beva comunarda, fresca, contagiosa per un vino abbinabile pressoché ad ogni pietanza. Sempre di Emidio Pepe, di cui ricordo una verticale clamorosa in quel di Roma a Gennaio, il Montepulciano d'Abruzzo 2000 si presenta con la riduzione che è ad un tempo classica del produttore, del vitigno e del metodo di vinificazione. Sentori sulfurei ed animaleschi si aprono dopo un pò verso una complessità aromatica fatta di frutta rossa molto matura, selvaggina, pietra focaia, cenere, goudron. In bocca è verticale, ancora fresco, con tannini davvero piacevolissimi, morbidi e setosi. Un vino con ancora una lunga, lunga strada innanzi. 
Chiudo con un grande Sangiovese, dedicato a tutti coloro che non credono nelle virtù di questo gran vitigno. Il Chianti dei Colli Senesi Riserva 2000 Terra d'Arcoiris. Sostanzialmente un vino da meditazione, coi suoi 14,5 gradi di alcool, frutto di un lavoro in vigna condotto secondo i dettami biologici estremi dell'amico Walter Loetsch. Uvaggio di Sangiovese, Canaiolo e Malvasia nera, si presenta con un colore rosso rubino con note granate, un naso stupendo di amarena, anzi visciola, leggermente spiritata. In bocca è concentrato ma bevibilissimo, ancora perfettamente dritto, con tannini ben presenti ma fini, insistenti richiami gusto-olfattivi al tabacco, al cuoio, alla marmellata di ciliegie. Un gran piacere, a fine serata, quando il caldo molla e la frescura classica delle notti agostane di Cupramontana allieta i discorsi, le battute, le discussioni aporetiche di un rilassato fine cena.   
  

sabato 15 agosto 2009

Il Mediterraneo com'era una volta

Da qualche anno è lo slogan scelto dalla Croazia per il proprio marketing turistico. Bello, non c'è che dire. Vero? Forse non in pieno agosto quando masse di turisti ormai da tutta Europa hanno come meta le coste e le isole croate. Eppure un fondo di verità c'è. Il mare croato, quell'Adriatico che sul nostro lato marchigiano è tutt'altra cosa, è veramente in Dalmazia ancora un ambiente selvaggio e da scoprire, paradiso per velisti e appassionati di barche ma anche per famiglie e vacanzieri di ogni sorta. Poche grandi strutture alberghiere o villaggi e, invece, migliaia di appartamenti privati, piccole pensioni e bed&breakfast famigliari. Una offerta che non manca di nulla ma resta ad un livello sopportabile a chi non ama le grandi masse. Una natura ancora quasi incontaminata. Una varietà di paesaggi e un susseguirsi di cale, spiagge, isole, isolette, rocce e strapiombi da far innamorare chiunque. Una enogastronomia molto interessante. Una generale sensazione di tranquillità e rilassatezza, tipicamente mediterranee. Tutto questo rende la Dalmazia, e le coste croate più in generale, davvero una meta sempre più conosciuta ed apprezzata. 
Dopo Dugi Otok, Isola Lunga, che ci aveva molto affascinato tre anni fa, stavolta siamo stati a Korčula - Curzola una settimana, giusto il tempo di rifiatare e farsi qualche bella nuotata. Più turistica eppure davvero bella anch'essa, col suo mare ed  suoi vigneti. Nella penisola di Pelješac - Sabbioncello e a Korcula, poi, ho visto il futuro della enologia europea. Vigneti abbarbicati su montagne bianche di calcare assolato, ancestrali, con fittezze altissime e condotte ad alberello o, come in Grecia, striscianti sulla pietra, vitigni autoctoni che si specchiano nel mare, profumi e sapori salmastri, minerali, sassosi. Il Posip, il Grk, il Rukatac a Korcula sono vitigni bianchi di assoluto valore,e,  così come il rinomato vitigno rosso Plavac Mali a Peljiesac (da alcuni geneticamente simile allo Zinfandel californiano e, dunque, al Primitivo pugliese), sono un patrimonio su cui lavorare e da cui partire per fare vini affascinanti, diversi, non omologati. Come quella Malvasia Istriana che, qualche centinaio di chilometri più a nord, oramai è in grado di dare vini bianchi fra i migliori d'Europa. Speriamo che qualche enologo-stregone dalle nostre cantine non arrivi a rovinare tutto quanto.
Intanto oggi è il 40° anniversario di Woodstock. Non dico nulla, se non di acquistare il DVD da poco uscito con lo storico documentario nella versione "director's cut". Imperdibile per gli amanti della musica rock.

sabato 1 agosto 2009

La bella estate

Quel pomeriggio salimmo a San Grato, sul dorso della collina dietro il paese, dove il padre, che dall'ora della siesta era sui beni, ci accolse. I suoi contadini stavano spruzzando di solfato i filari; s'aggiravano sotto la canicola curvi, con bluse e calzoni induriti e inzaccherati d'azzurro, pompando dallo zaino di ferro l'acqua cilestrina. Ci fermammo sopra la grande tinozza, piena d'acqua innocente, fonda e opaca, come un occhio celeste, come un cielo capovolto. Io dissi al padre ch'era strano dover piovere sui grappoli quella rugiada velenosa: i cappellacci che i contadini portavano eran tutti mangiati. "Una volta", gli dissi "facevano l'uva senza tanti bagni." "Và a sapere" disse lui, e gridò qualcosa a un ragazzo che posava una bottiglia nell'erba "và a sapere come facevano una volta. Adesso è pieno di malattie." Guardò il cielo, dubbioso. "Purché non venga il temporale" brontolò. "Lava la vigna e bisogna ripassare il solfato." (Cesare Pavese - La bella estate).
Dopo piogge e temporali ed umidità è stato un luglio di sole e di caldo. Un caldo bello, per lo più asciutto. Il solito gran lavoro, nei vigneti ed in agriturismo. Concludiamo l'annata dei trattamenti con circa 3 Kg. di rame ad ettaro che per l'andamento stagionale è un mezzo miracolo. Anche la stagione turistica sta andando: c'è un calo ma non possiamo affatto lamentarci, di questi tempi.
Ho già ripetutamente parlato del San Severino Blues Festival. Sono andato ad un altro concerto: Matt Schofield è un giovane talento del blues inglese. Un pò Robben Ford, un pò Johnny Lang, ha sparato un gran bel concerto nella cornice sempre splendida del Giardino San Michele a Treia. Per la prima volta, invece, sono stato al Fanojazzbythesea, altro festival estivo delle Marche. Anche qui splendido ambiente, la corte malatestiana di Fano, ed altro bel concerto: Enrico Rava quintet. Pubblico un pò freddino, per la verità. E fredda è apparsa la band a Valeria. A me la serata è piaciuta, e specialmente ho gradito il pianista, Giovanni Guidi, giovane e talentuoso, ed il trombonista Gianluca Petrella. Sebbene non ci fosse quel trasporto emotivo che contraddistingue un certo jazz dal vivo. 
Sto ascoltando il disco di Paolo Nutini, Sunny side up. E' talmente retrò da suonare piacevole, talmente "anni sessanta" da risultare moderno. La voce è intrigante ed i suoni centratissimi. 
Ho bevuto il Bandol rosé Chateau St. Anne 2007. Veramente un vino estivo, aspro, salmastro, pulito. Profumi di agrumi che rincorrono erbe selvatiche ed accenni di acciuga, sono i vini che mi piace bere freddi, sotto il sole cocente, con i piedi nudi a calpestare l'erba. 
Allora buona estate a tutti...
 

venerdì 24 luglio 2009

La promessa

Rene van diemen Rome
La realtà è che non bisognerebbe mai mancare. Lo dice anche Ermanno Labianca in un bel post sul concerto torinese (che è possibile leggere su Backstreets.com). Aggiungendo, veramente cattivissimo, che se ti sei perso Drive all night a Torino puoi anche smettere di seguire Springsteen, ritirarti e passare il resto della tua vita a pescare o a cercare perle sul fondo del mare… Io ci aggiungo anche Streets of fire a Udine, giusto per farsi più male.
Sono, però, perversioni e fanatismi dai quali sto lentamente e con grande fatica cercando di disintossicarmi. Sia perché ci sono un lavoro ed una famiglia che non posso e non voglio lasciare per giorni e giorni, sia perché a sentire i veri die hard fans quasi ogni concerto è il migliore e quasi ogni scaletta è la più bella. Salvo essere smentiti al concerto successivo.
Cerco quindi di dimenticare i miei conti ancora aperti, dopo 24 concerti, con mr. Springsteen (racin’ in the streets, drive all night, stolen car ed una impossibile the price you pay…) e provo a fare un ragionamento razionale. In questo momento un concerto di Springsteen & ESB è ancora il miglior live act rock in circolazione. Inarrivabile per durata, potenza, ritmo, precisione, repertorio. Punto.
Premesso questo, sappiamo poi che Bruce è in grado di fare concerti molto diversi uno dall’altro per scaletta ed intensità ma tutti di un livello altissimo. Le differenze sono minime e soprattutto sono soggettive e relative alle sensibilità ed ai gusti di ciascuno. Trovo quindi piuttosto inutile stare a disquisire ore, giorni, anni su quale concerto sia stato il migliore, quali scalette più azzeccate, quali tours più indimenticabili. Anche io ho le mie preferenze ma di ogni concerto ho ricordi ed emozioni belle e forti. 
Il concerto di Roma di domenica scorsa, ad esempio, ha avuto una scaletta meno incisiva rispetto a Torino ed Udine, eppure è stato un concerto favoloso. La prima ora addirittura devastante per intensità, senza pause, senza fronzoli, con una Outlaw Pete incredibile, una Seeds pazzesca, più grande di quella a Torino 1988, con una Raise your hand integrale e una Pink Cadillac tutta da godere. La dedica all’Abruzzo è stata toccante, American Skin, suonata solo in Italia e in questo particolare momento, è un messaggio chiaro e netto sulle politiche della sicurezza e sul razzismo. Max Weimberg era in stato di grazia, così come un Big Man immobile o zoppicante ma che ha suonato divinamente. Certo, poi dalle richieste sono uscite cose un pò sconsiderate visto il contesto ma in un concerto di tre ore e con 28 pezzi, francamente ci può stare tutto, credo. La band e la belva feroce erano quelle che avevo lasciato un anno ed un giorno prima nel memorabile concerto di Barcellona a chiusura del tour europeo.
Risolta, dunque, la mia crisi invernale? Non del tutto.
I concerti sono davvero imperdibili. Arrivo a dire fra i migliori di sempre. Basti sentire questa Something in the night a Francoforte o quasiasi altro concerto di questo tour estivo (o del tour dello scorso anno). Bruce canta in modo stellare e la band è pazzesca, sera dopo sera dopo sera. Ciò non toglie che non riesco a vedere più una coerenza artistica in ciò che sta facendo Springsteen. E la coerenza è uno dei tratti che ha contribuito negli anni ’70 e ’80 alla costruzione del suo mito. La faccenda delle richieste, divertente in un primo momento, è diventata infatti il nucleo centrale dello show, il che muta completamente l’idea stessa di spettacolo. Perché non c’è più un artista che dà un taglio allo show, un concept, una linea interpretativa, ma ci sono, invece, una serie di pezzi e di “chicche” più o meno rare che escono dal cilindro su richiesta, stile juke-box. Così l’idea di questi show a me pare quella di un grande calderone di puro rock’n’roll, probabilmente il migliore in circolazione, che mischia greatest hits springsteeniani al meglio dei classici rock, soul, punk della storia e da cui esce una sintesi di 40 anni di musica pop. Figata totale da un certo punto di vista. Ma da un altra visuale ci si potrebbe chiedere quale sia il senso dell’operazione, artisticamente parlando. 
Io amo lo Springsteen che osa. Che incide Nebraska. Che a Torino suona Born to run acustica e indispettisce chi voleva The River e Thunder road sparando soul music da antologia e raccontando i fantasmi dell’amore. Che lascia a casa la band e chiede il silenzio sui pezzi di Tom Joad. Che fa un tributo a Pete Seeger nel pieno della amministrazione Bush. Forse sono incontentabile. Ma non mi piacciono i “greatest hits”. Non mi piacciono le operazioni a rischio zero. Non mi piacciono le star autoreferenziali, e Springsteen non lo è mai stato.
Dopo il fantastico Magic tour c’era bisogno di una pausa. L’ho detto e lo ribadisco. Pausa non è stata. E’ uscito un disco contraddittorio, ma con una certa linea pop orchestrale, a suo modo interessante e coraggiosa. Ma di questo disco sostanzialmente Bruce suona solo 2 o 3 pezzi a sera. Non era un disco da stadio, non era un disco per questo tipo di esibizioni. Ha senso l’operazione? Non lo so.
Io seguo Springsteen da quasi 25 anni. Ho goduto come una scimmia urlatrice a Roma. Però - forse - rispetto alla centesima Bobby Jean e alla settantesima Born to run avrei preferito una proposta live di questo disco in teatro, magari con una orchestra. Oppure, se dobbiamo omaggiare il passato, un concerto diviso in due parti con pezzi di Working on a dream e Magic nella prima e l’intera esecuzione di un disco storico nella seconda. Oppure se proprio vogliamo esagerare, un vero concerto concept sulla recessione che andasse da Darkness attraverso The river, Nebraska e Born in the USA fino al Fantasma. Sarebbe stato molto, molto, molto rock ugualmente, ma con un senso artistico immensamente superiore.
Ma in fondo sono solo riflessioni assurde. La realtà è che se il rock and roll non ha più molto da dire, i concerti di questo personaggio e dei suoi compagni di strada danno ancora senso a tutto quanto: alla promessa che è racchiusa in una chitarra elettrica, alla polverosa strada che abbiamo da correre.