mercoledì 20 febbraio 2019

Natura ibrida e vino meticcio

Il Meticcio è il nostro rosato.
Si tratta di un vino particolare, nato principalmente da una suggestione di Valeria: era l’estate del 2015 con l’emergenza degli sbarchi, con l’impennata dei richiedenti asilo, con la gigantesca fuga dalla guerra in Siria. Guardavamo al dibattito in corso, che anticipava quello diventato egemone attualmente, con un misto di paura e rassegnazione. E venne spontanea l’idea di lavorare sul concetto di meticciato, di mescolenza.
Il vino rosato non è assolutamente tradizionale nella regione Marche. Quella abitudine al rosa diffusa nelle Puglie e negli Abruzzi si ferma sul Tronto per qualche misteriosa ragione.
Se Valeria pensava al lato politico e antropologico di questo vino, io ne indagavo la possibilità di farne un paradigma della mia battaglia contro il feticcio-vitigno. Contro la tendenza imperante a ragionare sulla purezza della varietà e a basare su tale purezza un’identità enologica regionale: il Verdicchio, il Montepulciano, il Pecorino.
Meticciato contro identità. Confusione contro purezza. Ci interessava stressare questi concetti, provocare, arrivare all’estremo del lavoro iniziato con la mescolanza dei vitigni bianchi: vitigni bianchi e rossi pigiati assieme, pelli che si uniscono e macerano assieme.
Il terroir sparisce o al contrario si esalta?
L’incontro con Marcel Deiss in Alsazia, anni fa, era stato illuminante: raggiungere la purezza del terroir e dell’annata mescolando i vitigni anziché vinificarli singolarmente. Utilizzare i vitigni come mezzi, come pezzi di un puzzle, come differenti colori.
La storia del vino è la storia dei viaggi, degli spostamenti, delle transumanze. Si pensi alle colonie greche o agli approdi dei fenici. È una storia dapprima mediterranea e poi, sulla scia dell’espansione dei commerci mondiali, una storia capitalista. La selezione dei vitigni, la loro diffusione, la loro propagazione, il loro allevamento, le forme della vinificazione: la viticoltura è solo un altro esempio di organizzazione della natura sotto il segno dell’economia. Ecco che nella mia regione - che fino alla metà del novecento conosceva una grande variabilità di vitigni - l’avvento di una agricoltura industriale, delle denominazione di origine e infine della globalizzazione dei mercati ha portato al sostanziale trionfo del mono-vitigno. Ma è un esigenza commerciale, un costrutto economico: non ha nulla né di storico né di “ecologico”. Il Verdicchio arriva nel quindicesimo secolo insieme a migranti lombardo-veneti, e non è altro che Trebbiano di Soave. A fine settecento i francesi molto probabilmente portano il Pinot nero nel nord e la Grenache nel sud della regione: quest’ultimo viene oggi chiamato Bordò e  inizia a godere di un certo successo. Ma l’intera regione è meticcia, ne sono testimoni i cento dialetti e le molte cesure linguistiche: non potevano che risentirne i vigneti che erano totalmente promiscui e i vini che in larghissima parte venivano da uvaggi e blends...
Uva della Madonna, Empibotte, Greco, Pampanone, Dolcino, Moscatello, Balsamina, Passerina, Albanella, Vernaccia Cerretana, Prungentile, Bottirone, Chiapparone, Uva dei cani…
Solo nel 1871 iniziano a studiarsi i vitigni presenti nelle Marche grazie al lavoro della neonata commissione ampeleografica , ma sarà solo con la fine della mezzadria, quasi un secolo dopo, che la viticoltura marchigiana inizierà a specializzarsi, buttando via il bambino con l’acqua sporca: alla giusta attenzione per la selezione delle varietà e dei cloni migliori non è corrisposta una riflessione sull’importanza della biodiversità e sul legame dei vitigni con clima e suoli.
Oggi, nel pieno del cambiamento climatico, abbiamo bisogno come non mai di ampliare la ricchezza di vitigni a disposizione. Allo stesso tempo vini meticci, cioè radicati in un luogo eppure completamente privi di una singola identità, trovo che possano rappresentare davvero una innovazione estetica ed ecologica, una moderna visione del terroir: meno tradizionalista ma più calata nella contemporaneità di una natura sempre più ibrida.

domenica 3 febbraio 2019

25 anni dopo

Se c'è un disco che ha segnato per me gli anni novanta, questo è August and everything after dei Counting Crows. Più ancora del grunge, più ancora del southern rock, molto più del brit pop. Nel suo assoluto conservatorismo musicale, nel suo rifarsi molto semplicemente alla grande tradizione del folk-rock americano, quel disco di Adam Duritz e compagni ha accompagnato i vent'anni di un'intera generazione "solo" per il fatto di essere fatto di grandissime canzoni: testi meravigliosi e melodie gigantesche. Non serve molto altro, no?
Quello che non si sapeva era che il titolo dell'album veniva da una canzone, la tittle track, che sull'album non finì mai perché Adam non terminò il testo. 
Dopo circa venticinque anni, e dopo che il pezzo era circolato in bootlegs come nella migliore tradizione del rock del secolo scorso, i Countin' Crows si sono decisi a farne una versione definitiva, con arrangiamento orchestrale. La loro New York City Serenade, la loro chiusura del cerchio, un altro tassello del grande romanzo americano (per chi volesse approfondire il testo che è un piccolo gioiello). 
Nove minuti di poesia per ricordarci da dove veniamo.


mercoledì 16 gennaio 2019

Immagina un mondo

File: Lettere di famiglia 
Data: Nessuna data certa

Ciao Edo
sono Nina... Non so se leggerai mai queste righe... Le scrivo da un posto che non posso dirti. Né bello né brutto. Sospeso.
So che mi odi o – forse peggio – che mi hai semplicemente rimosso. Non posso biasimarti visto la madre che non sono stata. E tempo per recuperare non ce n’è, che non ho alcuna intenzione di pagare il prezzo che hanno pagato tuo padre e tanti altri compagni. Preferisco di gran lunga nascondermi e cercare di condurre una vita in qualche modo decente.
Ma alcune parole mi andava di scrivertele, non per giustificarmi, non per spiegarmi e tanto meno per ottenere un impossibile perdono. Ma semplicemente così, per riannodare un  filo sottile, fatto di ricordi... Che la storia, quella la scriveranno gli storici, e sarà comunque in gran parte la storia dei vincitori. Mi spiacerebbe che tu conoscessi solo quella e avessi un’idea di tua madre ancora peggiore di quella che ti sarai fatto... Insomma. Immagina un mondo. Un mondo in cui ogni anelito di libertà, viene soffocato nel sangue, da Lumumba a Che Guevara, da Bob Kennedy a Luther King, dall’Ungheria a Praga... Immagina anni in cui in ogni parte nel globo la gente, il popolo, si muove per chiedere un mondo migliore: in Africa, nei paesi arabi, negli Stati Uniti d’America, nell’est d’Europa, in sudamerica. E c’è una musica nuova, ci sono idee originali, ci sono giovani che non vogliono fare il lavoro dei padri, ci sono donne che vogliono essere diverse dalle loro madri. Immagina tutto questo, se puoi, e lo so che puoi.
E poi immagina una bomba e dei morti innocenti. Immagina un anarchico innocente che precipita dalla  finestra di un commissariato di polizia. Immagina una guerra atroce in un paese povero e disperato come il Viet Nam. Immagina l’Angola, il Mozambico, la Palestina, il Sudafrica... Immagina la Grecia quanto era vicina; Il Cile e l’Argentina e un paese come il nostro che come in un incubo chiude ogni varco, ogni porta, ogni spiraglio al cambiamento.
Dov’erano i nostri Robespierre? Dove i nostri Lenin? Dov’erano e cosa facevano quelli che fino a un attimo prima sembravano i rappresentanti della classe operaia?
Il potere.
Ecco la questione davvero irrisolta.
Perché è vero, abbiamo ottenuto il divorzio e l’aborto. Ma sarebbero arrivati comunque, era solo questione di tempo. E la libertà sessuale? Eccola... Anche senza di noi, con le tette nude delle televisioni. Così come l’emancipazione della donna, consumatrici formidabili da non lasciare indietro, lo sanno bene Versace e Madonna, no? E i neri? Comunque prima o poi qualche diritto sarebbe stato loro concesso, gli WASP facevano pochi figli e se vuoi vincere le elezioni hai bisogno dei voti di tutti, neri, messicani, omosessuali... Non passerà molto tempo prima di avere un presidente americano nero!
Tutto faceva parte del normale processo evolutivo del capitalismo borghese che tutto sussume, che tutto divora.
A me, a noi, tutto ciò interessava relativamente. Abbiamo mirato al cielo. Con mille errori, certo. Alcuni drammatici. Ma cosa credi? Che possa esistere una guerra senza morti e feriti? Una rivoluzione senza vittime né carnefici?
Non sono pentita. Non posso permettermi di esserlo, né di fronte alla storia né di fronte a mio figlio... Perché forse questa è l’unica eredità che posso lasciarti: sapere che il potere, qualsiasi potere, può essere combattuto. Credere che si possa ancora e sempre ribellarsi.

(Corrado Dottori, "La Musica Vuota". Edizioni Pequod, 2017)