lunedì 21 aprile 2014

Salvare il pianeta

Il novecento è stato dominato dalla contraddizione Capitale/Lavoro. Economia, Tecnica, Socialismo, Capitalismo sono state alcune delle parole chiave del "secolo breve".
La Storia di questo secolo appena iniziato (e forse dei prossimi) sarà la storia della lotta fra Capitale e Natura: Ecologia, Cultura, Decrescita e Cosmopolitismo possono diventarne le parole chiave, se lo vogliamo.
L'uomo deve capire e scegliere con chi stare; se essere parte integrante dell'apparato tecnoscientifico di un'idea ormai metafisica di Capitale, onnivoro e onnisciente; oppure se restare biologicamente agganciato alla sua natura di abitante/cittadino di un pianeta Terra in pericolo di estinzione.
Non è una battaglia da poco, se pensiamo all'ultimo rapporto dell'IPPC:
http://www.greenreport.it/news/clima/clima-nuovo-rapporto-ipcc-rischi-che-potrebbero-far-cambiare-le-societa-umane/ 
L'impatto dell'attività economica umana sul pianeta riguarda oramai tutte le sfere del vivere associato. Certamente, però, le questioni del cibo, dell'agricoltura, della gestione delle terre e dei beni comuni, sono questioni fra le più importanti e rilevanti.
Nel suo piccolo, "Resistenza Naturale" di Jonathan Nossiter è un potente atto culturale e politico che lancia un nuovo allarme: non abbiamo più tempo! Nelle sale in Italia dal 29 maggio e in Francia dal 18 giugno.


venerdì 28 marzo 2014

Di nuovo al Vinitaly

Fra poco prenderò la strada di Verona per partecipare al ViViT. Non lo faccio con grande piacere, certamente. Le alternative non mancavano. E dunque mi piace spendere qualche parole sulle ragioni di questa scelta.
Avevo partecipato alla grande kermesse veronese in uno stand della Regione Marche nel 2002, proprio all'inizio della mia esperienza di vignaiolo. Poi dal 2004 il luogo veronese per me è stato, per molti anni, il centro sociale La Chimica dentro quel laboratorio che fu Critical Wine. Il centro sociale è stato sgomberato dal Sindaco Sceriffo Tosi, così nel 2010 e 2011 ho esposto a Cerea in quel di ViniVeri. Posto splendido e compagnia davvero bella. Poi un anno sabbatico ed un anno lontano da Verona, l'anno scorso, a tentare di riflettere su cosa sia diventato questo nostro variegato movimento dei vignaioli naturali... 
Nel frattempo è nato terroirMarche e con i compagni del Consorzio, con i quali abbiamo partecipato a Millésime BIO a Montpellier e a Vignaioli Naturali a Roma, si è fatta strada l'idea di aderire come Consorzio marchigiano al salone ViViT. E' con loro che sono nate una serie di considerazioni sullo stato dell'arte. Da un lato c'era e c'è l'idea della grande potenzialità di Cerea come spazio per una grande fiera unitaria e alternativa di tutto il naturale. Dall'altro il dato di realtà è che quella potenzialità, a causa di divisioni, protagonismi, contraddizioni ma anche legittime scelte da parte di soggetti e associazioni, resta tuttora secondo noi in grande parte inespressa.

A questo si aggiunge un dato incontrovertibile, soprattutto dopo l'entrata di FederBio a gamba tesa con l'organizzazione del VinitalyBIO: oramai a Verona fra vini senza solfiti, proposte più o meno sostenibili e vini più o meno "liberi", comincia ad aver senso il fatto di presidiare una zona dove poter presentare certi percorsi davvero autentici. Perché alla fine a Villa Favorita ed a Cerea va veramente solo chi già conosce ed apprezza certi vini, mentre a Vinitaly volenti o nolenti vanno proprio tutti.

Ecco quindi che oggigiorno, con la comunicazione distorta che sta passando sul "vino naturale", l'impressione è che - senza ViViT - un generico operatore del mondovino camminando dentro Vinitaly possa pensare che Cotarella, Farinetti o l'azienda che resta nei soli limiti del disciplinare Bio presente negli spazi FederBIO facciano "vini naturali".
Insomma, ci stanno fregando.
E non a caso la mia contrarietà al ViViT non era mai stata nei confronti dell'operazione in sé ma verso i modi con i quali si era concretizzata: cioé senza nessuno percorso "politico". Quanto fosse necessario lo misuriamo oggi, quando non passa giorno senza che avvengano ipocrite sussunzioni del "vero", del "naturale", del "buono, pulito e giusto".

Dunque quest'anno va così. Poi vedremo. Il ritorno di Renaissance a Cerea dimostra che la coerenza non è di questo mondo. E forse per chi è "movimento" è anche giusto sia così.

sabato 8 marzo 2014

Correre

Che poi, alla fine, se c'è un'altra cosa che mi ha salvato la vita, a parte Valeria e a parte la Musica, quella è stata la corsa. Non l'idea di sport come socializzazione, di sport come maturazione, di sport come gioco... Tutte cazzate un po' "scoutiste" che vanno di moda oggi. No.
Parlo di quando sei un adolescente incazzato col mondo. Di quando, se c'hai il fisico, metti i guantoni e ti metti a picchiare qualcuno su di un ring, se non per strada.
Io il fisico non ce l'avevo. Tutt'al più potevo mettere un paio di scarpette e correre all'infinito, sino a quando le gambe diventavano pesantissime ed i polmoni mi scoppiavano, consumando le ginocchia sul pavé e l'asfalto di una città grigia ed inquinata.
Correre senza sapere dove, correre più forte che potevo.
Che quando corri non c'è nessuno a passarti una palla. Nessuno a dirti quello che devi fare.
Nessuno corre per guardarsi intorno ed ammirare il paesaggio. Hai sempre un cazzo di cronometro in testa, perché devi sempre far meglio di ieri, meglio che puoi. Non ne puoi fare a meno: corri perché stai scappando da qualcuno o stai inseguendo qualcosa. Qualcuno o qualcosa che non sai.
Ecco perché non potrò mai essere buddista. Perché sotto ad una montagna non mi ci viene proprio di mettermi a meditare. Mi viene da salirci in cima più velocemente possibile.
La vita come una corsa contro il tempo.
Non riesco a far diversamente.

sabato 1 febbraio 2014

Velenitaly, l'olio italiano e il futuro del giornalismo indipendente

Nel giro di pochi giorni Intravino ha lanciato un appello a difesa di Maurizio Gily per la vicenda della famigerata copertina de L'Espresso "Velenitaly" (qui) e un attacco al New York Times per la sua inchiesta sull'olio extravergine d'oliva "italiano" (qui).
Cosa hanno in comune queste due uscite del popolare blog? Un attacco a quella che viene definita una informazione scorretta; una sorta di crociata contro il cattivo giornalismo eno-gastronomico (dove ovviamente, fra le righe, quelli buoni, puliti e giusti sarebbero solo - per definizione - i bloggers in questione, bravi a cogliere in fallo i colossi dell'informazione).
Personalmente avevo dedicato a Velenitaly un post provocatorio (qui) su questo mio blog. Letto il pezzo sull'olio di oliva mi è sembrato di ripercorrere la stessa strada un'altra volta, immerso in una certa visione del mondo per cui guai a chi tocca il "Made-in-Italy", qualunque esso sia ed a qualunque costo. Con lo stesso disagio che avevo provato ai tempi della celeberrima inchiesta di Report sul vino italiano.
Ora il disagio aumenta.
Che il mondo del vino e dell'olio italiani sia ancora pieno di gente che sfrutta il concetto di "made in Italy" per speculare su prodotti cattivi e dall'origine incerta, quando va bene, o illegali, quando va male, noi agricoltori lo sappiamo fin troppo bene. Basta guardare i prezzi e assaggiare il contenuto di certi prodotti DOC o DOP distribuiti nella grande distribuzione oppure venduti in larghe quantità all'estero. Prodotti che magari non uccidono la gente - come erroneamente enunciato da L'Espresso - o che viaggiano sul filo delle direttive di legge - quelle in cui è inciampato il New York Times... Prodotti, però, che uccidono le Denominazioni di Origine e rischiano di uccidere il lavoro artigianale di migliaia di agricoltori italiani. 
E allora, come agricoltore produttore di vino e di olio originariamente italiani, a me piacerebbe che il giornalismo "indipendente" non scadesse in queste polemiche piccole, in qualche modo autoreferenziali, quasi da casta o corporazione/Ordine dei giornalisti... A me piacerebbe che il giornalismo indipendente si schierasse definitivamente e scendesse in campo a viso aperto in quella che - a tutti gli effetti - è la battaglia del secolo per i contadini di tutto il mondo: quella per la sopravvivenza. Si schierino i blog, i giornalisti free-lance, i vari neo-comunicatori: con certe industrie dell'alimentazione che stanno distruggendo l'agricoltura italiana o con i contadini-artigiani che provano una nuova resistenza. 

PS Ovviamente questa resta una mia opinione personale, esattamente come lo era - pur di segno differente - quella di Maurizio Gily. Sarebbe il caso che in questo disgraziato paese la si smettesse di querelare per ogni sciocchezza e ad essere perseguiti per delle opinioni, anche se espresse in modo forte e deciso.          

sabato 25 gennaio 2014

Winestories: La Distesa


Un grazie sincero a Mauro, novello Mario Soldati in giro per le vigne e i vignaioli d'Italia. 

martedì 14 gennaio 2014

T come Terroir


(da "non è il vino dell'enologo" - ed. DeriveApprodi)

Il mio terroir è una piccola striscia di terra rivolta a mezzogiono.
Là dove milioni di anni fa c’era il mare, oggi c’è una distesa di colline che si inseguono sinuose. Alle spalle c’è Cupramontana, di fronte Staffolo, in lontananza Cingoli, mentre netta si staglia la figura del monte San Vicino a segnalare la vicinanza degli Appennini.
La terra è un’argilla multiforme: zone di vera e propria creta bianca, dove domina il calcare, si alternano a lingue di arenaria giallastra e di marne azzurre, specie più in profondità. Su questo suolo, compatto e povero di sostanza organica, nascono vini potenti, strutturati e salati.
Qui si è sempre fatto vino. La storia della viticoltura potrebbe essere una narrazione affascinante e parallela alla storia ufficiale del nostro paese. Dai romani al medioevo, passando attraverso la storia del monachesimo e dell’agricoltura di sussistenza, fino alla rivoluzione industriale ed al nostro tempo contemporaneo, ogni stagione ha avuto il suo vino, la sua organizzazione aziendale, i suoi metodi.
Il terroir non è un ideale ma un dato storico mutevole. E’ suolo e microclima; è vitigno e tecnica colturale; è fatto economico e culturale che segna l’identità locale in modo profondo. Il rischio è che diventi localismo becero e chiuso, quando la sua potenza sta invece nella ricchezza delle diversità, sorta di straordinario meticciato culturale.
Non ho mai capito perché in primavera solo in questa striscia di terra, che appartiene alla mia famiglia da circa ottanta anni, fiorisca un prato di tulipani rossi selvatici. Nelle vigne vicine no. A sinistra qualche fiore bianco, in mezzo alla terra lavorata in modo convenzionale. A destra principalmente fiori gialli, su un terreno a conduzione biologica come il mio. Non so se è da considerarsi fenomeno del terroir. Forse sì.
Certamente da sempre questo è stato considerato a Cupramontana un cru naturale. Si ritrova nei documenti storici e nelle narrazioni orali. Zona “da sole”, priva di ristagni di umidità. Con un’ottima ventilazione ed una buona altezza sul livello del mare a garantire escursioni notevoli fra il giorno e la notte.
Si vendemmia prima che altrove, in contrada San Michele. Ed i vini sanno di erbe aromatiche e scorze d’arancio.
Camminarci è uno spettacolo, specie in quelle giornate terse che esaltano i profili delle colline, amplificando gli spazi e disegnando i contorni di un ambiente agricolo dove ancora è tangibile il paesaggio della mezzadria marchigiana: i piccoli appezzamenti, l’alternarsi di colture diverse, le residuali zone boscose, le innumerevoli abitazioni contadine. La classica azienda multifunzionale tipica della mezzadria, spesso quasi del tutto autosufficiente, dove si coltivavano al tempo stesso seminativi, ortaggi, vigna e oliveto, dove nelle stalle un paio di bestie della razza marchigiana scaldavano gli ambienti e qualche maiale garantiva l’apporto annuale di grassi e carne a buon mercato, ha preservato in queste vallate, nonostante tutto, una biodiversità invidiabile.
Se San Michele è il cru di questo terroir, Cupramontana è il village. Un paese che avrebbe potuto essere la Chablis d’Italia e non lo è stata. Per le troppe occasioni perdute, per certi casi della storia, per una antropologia tutta particolare.
Eppure qui il vino, e specie quello bianco, ha una importanza ancora oggi difficile da riscontrare altrove, scolpendo il carattere degli abitanti di questi luoghi. Difficile convincere un vero cuprense a bere altro che il Verdicchio, ed in particolare il Verdicchio di Cupramontana. Vitigno eccezionale, unico, capace di dare splendide basi spumanti, grandi vini bianchi secchi da invecchiamento così come ottimi vini passiti, il Verdicchio a Cupramontana si esprime in mille modi diversi, a seconda dei versanti, delle esposizioni, dei terreni, delle stagioni.
In principio i vigneti erano solo filari sparsi in mezzo ai campi di grano, retti da aceri campestri o alberi da frutta: la classica “alberata”. La mezzadria rifuggiva la specializzazione, pericolosa forma di concentrazione del rischio. Ai contadini conveniva produrre un pò di tutto, così da privilegiare l’autoconsumo e suddividere i rischi dell’andamento stagionale su più colture.
Nel primo dopoguerra e poi negli anni cinquanta qualche possidente terriero, fra cui era mio nonno, inizia la coltura intensiva della vite. Le viti erano basse, i sesti d’impianto fittissimi, non esistendo meccanizzazione. Accanto al Verdicchio c’erano diversi tipi di Trebbiano, la malvasia, l’albanella. Il Verdicchio era vino da uvaggio, come del resto la gran parte dei vini bianchi del centro Italia. La vinificazione avveniva con una breve macerazione sulle bucce per avviare la fermentazione. Dopo la svinatura il mosto andava nelle grandi botti di quercia dove riposava fino alla primavera. I vini erano acidi, il clima molto più freddo, la vendemmia iniziava dopo la festa dell’uva, la prima domenica di ottobre, e si prolungava fino ai Santi. Spesso veniva lasciato in vigna qualche grappolo fino a Natale che una volta vendemmiato si sgranava e si aggiungeva ai mosti per rafforzarne il grado e gli aromi.
Con il successo dell’anfora e del Verdicchio industriale negli anni sessanta questo modello entra progressivamente in crisi. A Cupramontana si assiste al “boom” del Verdicchio, che spesso è un vinello mediocre e più spesso ancora uno spumantino gassificato. Si contano decine di cantine. Poche quelle che investono in qualità, molte delle quali soffrono il crollo dei prezzi e faticano a stare sul mercato.
I vigneti si fanno più larghi e produttivi. Le cantine si attrezzano con nuove tecnologie. L’intero terroir muta. Ricordo bene, ero bambino ed adolescente, i Verdicchio di Pietro, fatti alla vecchia maniera, venduti in cisterna a poche centinaia di lire al litro. Non aiutano la fuga dalle campagne e la progressiva industrializzazione, specie più a valle. O, meglio: aiutano a garantire un reddito altrimenti impensabile e, spesso, l’uscita dalla povertà di intere famiglie cuprensi. Ma certamente cambia totalmente il modello agricolo dominante.
Oggi siamo in mezzo al guado. Accanto ai molti, troppi, Verdicchio da supermercato, un gruppo sempre più numeroso di ottimi produttori hanno dato negli ultimi vent’anni nuovo smalto al vitigno ed alla zona. Ricordo ancora perfettamente un Villa Bucci Riserva 1992 ed un Gaiospino 1997 di Lucio Canestrari stupirmi e farmi capire le potenzialità del Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Cosa accadrà a questo terroir in futuro è difficile prevederlo. Il Verdicchio si sta imponendo lentamente come “il” grande vino bianco italiano. Ma quale Verdicchio? All’interno di quale mondo del vino? Questo è già più difficile pensarlo. Qualche giovane ricomincia. E molti vignaioli iniziano il percorso verso il biologico. Un clima molto diverso che nel passato, segnato da estati sempre più calde, impone scelte agronomiche differenti, a partire dall’impianto dei vigneti per arrivare sino alle scelte vendemmiali. In tutto questo il terroir, complesso sistema di interazioni e relazioni fra uomo e natura, modificherà ancora una volta il suo essere, restando, però, unica ed irripetibile espressione di questa porzione di terra.
Così come i “miei” tulipani rossi.

venerdì 27 dicembre 2013

La grande bellezza

Alla fine sono riuscito a vedere La grande bellezza di Sorrentino. Me ne avevano parlato benissimo e malissimo. Ho letto commenti e recensioni, un po' intimidito dai paragoni con Fellini ed Antonioni.
Avevo amato Le conseguenze dell'amore e ammirato Il divo, e persino parlato bene di This must be the place (più che altro per il mio malato rapporto con Sean Penn). Per dire che da scarsissimo frequentatore dei lidi cinematografici quale sono le aspettative erano alte.
Dunque, eccoci.
Parte e il film e vengo tramortito da un inizio devastante. Pessimo. Tra i peggiori che io ricordi. Mia mamma se ne va dopo dieci minuti, Valeria resiste quindici. Io insisto.
Arriva il Sorrentino più visionario, Servillo fa il suo mestiere, sebbene cominci a essere sempre troppo uguale a se stesso, arrivano pure dieci/venti minuti di grande cinema, tra dialoghi centrati e sequenze splendide. Ma il film è lungo e lento, ed io amo i film lenti, ma è lungo e lento nel senso che mi disturba proprio perché la sceneggiatura è inesistente e quando c'è è assolutamente non credibile - a volte addirittura irritante. L'artista nuda che va a cocciare la testa è una scena grottesca, ma di un grottesco non poetico, le comparsate della Ardant e di Venditti c'entrano come il cavolo a merenda, alcuni dialoghi sono patetici, così come l'arresto del mafioso o la giraffa del mago. Pure la "santa" è un espediente narrativo debolissimo. E ci si potrebbe limitare a questo. Ad una specie di racconto/romanzo di Ammaniti, e ho detto tutto.
Ma no, c'è di più.
La grande bellezza è un film reazionario. Dove l'arte per l'arte diventa artificio per scusare un reale che sembra apparentemente criticare ma che in realtà giustifica. 
Una certa Italia è così. Muore e agonizza nel vuoto, ma in fin dei conti a salvarci viene la grande bellezza: Roma. L'Italia paese d'o Sole. Che è come dire "italiani brava gente" oppure "gli italiani alla fine cadono sempre in piedi, grazie alla creatività e alla bellezza del loro paese". Cazzate, ovviamente. Che qui a forza di rappresentare la merda nella merda ci sprofondiamo sempre più senza neanche sentirne nemmeno l'odore.
Forse vent'anni fa mi sarebbe piaciuto il cinismo del personaggio. O la decadenza putrescente di una trama che non c'è. 
Oggi no. Oggi non c'è più tempo. Oggi sento bisogno di qualche forma di ribellione e non di film che tentano di imitare un modo grande di fare cinema italiano solo per blandire gli americani e portare a casa un Oscar.
E sì, la fotografia è come sempre fantastica. Ma allora potevi fare il fotografo. E sì, il barocco di Roma è stupendo. Ma allora potevo guardare un documentario della bbc.   

sabato 16 novembre 2013

Bibenda e Gambero Rosso

Molti clienti/wine lovers hanno notato dopo molti anni l'assenza dei miei vini dalle pagine delle guide Duemilavini di Bibenda e Vini d'Italia di GamberoRosso. Bene, nessun mistero: quest'anno non ho fornito campioni a queste guide. La ragione è legata alla politica editoriale che mi è sembrata emergere negli ultimi tempi in queste due importanti testate. Riporto due link, in modo da essere il più chiari possibile:

http://www.intravino.com/grande-notizia/cercare-di-vivere-senza-leditoriale-di-eleonora-guerini-sul-gambero-rosso-e-riuscirci/

http://www.bibenda.it/bibenda7/singolo-articolo.php?id=1002&pagina=1&limite_inizio=10&vis_com=1

Ho sempre pensato fosse giusto sottoporre i propri prodotti ad un esame critico ed accettare ogni tipo di giudizio senza dare troppo peso ai risultati, sia buoni che cattivi, delle degustazioni. In fondo si tratta di un grande gioco - divertente per alcuni, un po' noioso ed autoreferenziale per altri - che ha avuto, negli anni passati, il solo grande torto di costruire un immaginario del vino di qualità e del gusto fortemente distorto. Ma era un immaginario dal fiato corto e lo si sta vedendo.
Quello che non sono accettabili sono la mancanza di rispetto e la disonestà intellettuale, entrambe ben presenti negli articoli di Bibenda e GamberoRosso. Molto spesso nlle polemiche che hanno invaso il web durante il 2013 le risposte, le pseudo-ritrattazioni, le rettifiche, le scuse non richieste sono state quasi peggiori delle iniziali proposizioni. A dimostrazione che in realtà si voleva lanciare un messaggio chiaro ed inequivocabile: attenzione, gli unici detentori del "vero gusto" siamo noi. Noi certifichiamo la "qualità". Noi e solo noi garantiamo il "buono". E magari anche il pulito ed il giusto. Purché non si disturbi il manovratore, però.
Ecco la grande mistificazione. Va bene il bio. Va bene la sostenibilità. Va bene anche il naturale. Ma deve essere come diciamo noi.
Che sarebbe come dire a Francis Bacon che la sua estetica produce quadri troppo angoscianti.

lunedì 14 ottobre 2013

La vendemmia 2013

Oggi che abbiamo sostanzialmente finito la raccolta posso condividere qualche impressione sulla vendemmia 2013. Annata molto molto diversa dalle ultime due. Acqua a catinella in inverno e primavera. Estate regolare, senza fenomeni di caldo estremo e con piovosità nella norma. Notti per lo più fresche, se non fredde. Bel settembre.
Siamo riusciti a limitare la peronospera - pressione altissima in maggio e primi di giugno - e a evitare i danni di un paio di grandinate a luglio.
Le prime sensazioni, considerando le uve e i mosti, le dinamiche fermentative e i valori di acidità, pH e zuccheri riscontrati fra il 10 settembre, giorno in cui abbiamo cominciato il Verdicchio e il 14 ottobre, giorno in cui abbiamo finito il Montepulciano, comunicano una grande soddisfazione.
Equilibrio è la parola chiave. Maturazioni molto equilibrate, forse con un gradito sbilanciamento verso l'acidità ma in un contesto di grande finezza sia degli aromi che dei tannini.
Quel che sarà dei vini lo vedremo fra qualche mese. Ma posso già dire che è una delle più belle vendemmie che io ricordi. Anche perché nel 2011 avevo una brutta bronchite e stavo sotto antibiotici, nel 2012 ero reduce da una artrite reattiva e pieno di cortisone: Quest'anno invece me la sono proprio goduta. Fa parte anche tutto ciò dell'essere artigiani!
   

venerdì 27 settembre 2013

Il potere del vino

Siamo tutti quarantenni. Certo, ognuno poi ha i suoi problemi. Sarà il vino, sarà la campagna, ma  ho come l'impressione di passarmela un po' meglio di questi due. Se non altro esteticamente.


lunedì 12 agosto 2013

Quello che non ci dicono

Sono stato un europeista euro-scettico fin dall'inizio.
Ho seguito dai banchi dell'università la fase finale della costruzione della moneta unica, da Maastricht fino all'entrata nella zona Euro. E Lavoravo in banca nelle giornate in cui venne fissato il tasso di cambio Euro/Lira, sotto il Governo Prodi. Ero nei miei vent'anni.
Già allora, però, il segno monetarista e neo-mercantilista di quegli accordi mi pareva inequivocabile, così come mi appariva strettissimo il sentiero che l'Italia aveva da compiere per restare nei parametri imposti da quegli accordi europei.
Con i "se" ed i "ma" la Storia non si può fare. Nessuno può avere la certezza di come sarebbe andata senza quei governi Berlusconi che nel primo decennio del duemila hanno deragliato dal percorso, giusto o sbagliato che fosse, di convergenza e risanamento che aveva in Carlo Azeglio Ciampi la sua guida.
La sensazione è che ormai sia tardi. La convergenza dell'area Euro - che era la condizione per la sopravvivenza dell'Euro - è ormai devastata dalla politica della Germania. A settembre, in caso di una vittoria di Angela Merkel, il percorso subirà un ulteriore tracollo.
In questo ottimo paper si possono ritrovare molti dei ragionamenti che gli economisti mainstream non fanno: http://memmt.info/site/wp-content/uploads/2012/08/bilancia-dei-pagamenti-italiana.pdf

Il punto fondamentale è che l'austerità e la politica di svalutazione interna richieste dalla Troika ai paesi "periferici" stanno uccidendo questi paesi sulla base di una premessa sostanzialmente errata: cioé che i problemi di sostenibilità dell'Euro siano i debiti pubblici e i deficits. In realtà gli squilibri stanno nelle bilance dei pagamenti dell'Eurozona: si assiste ad un vero e proprio flusso di capitali dai paesi periferici alla Germania in virtù dell'enorme avanzo commerciale tedesco legato alla rigidità del cambio da un lato  e alla impossibilità di una politica monetaria autonoma dei singoli paesi (tale da consentire una monetizzazione del debito) da parte dei paesi "in crisi" (che oramai - visto dove sta andando l'Olanda - stanno divenendo tutti i paesi europei salvo la Germania!)
Ecco alcune lucide considerazioni del paper, che nasce all'interno della riflessione teorica della Modern Money Theory:

"L’attenzione dei policymaker europei, in questi mesi, è stata però tutta rivolta ai debiti pubblici dei Paesi meridionali, noti anche con l’acronimo di PIIGS (Portogallo-Italia-Irlanda-Grecia-Spagna).
Le politiche condotte in Italia e negli altri Paesi mediterranei sono state tutte improntate all’austerità, alla riduzione forzata dei disavanzi pubblici mediante il ricorso a tagli alla spesa pubblica.
Tuttavia, è necessario riconoscere che se il vero problema dei Paesi europei fosse il rapporto debito/PIL, e se fosse davvero questo l’elemento considerato rilevante dai mercati finanziari, non si comprenderebbe perché Paesi come Gran Bretagna e Germania, il cui rapporto debito/PIL sfiora l’80% ed è quindi ben superiore al 68,5% spagnolo, non siano stati messi sotto attacco da parte degli investitori internazionali. È chiaro, quindi, che i veri problemi dell’Eurozona siano principalmente due: innanzitutto, gli squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti, analizzate in precedenza, e in secondo luogo l’avversione delle strutture politiche europee a far sì che la BCE possa monetizzare i debiti sovrani dei Paesi membri, affinché essi possano reagire adeguatamente agli squilibri esistenti nei tassi di cambio reali all’interno dell’Eurozona. Senza politiche di riassestamento dei tassi di cambio reali dentro l’Eurozona, l’unione monetaria non ha alcuna speranza di continuare ad esistere".

"La linea politica seguita dall’establishment europeo è però quanto di più lontano si possa immaginare da simili interventi. Con riferimento all’Italia, l’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio in Costituzione e la ratifica del Fiscal Compact, lo spazio di manovra del settore pubblico è totalmente neutralizzato.
Il trattato, infatti, impone un rigidissimo vincolo ai disavanzi dei Paesi membri, limitandone forzatamente l’entità allo 0,5% del PIL, e richiede il raggiungimento di un obiettivo che avrà senza ombra di dubbio natura recessiva, ovvero la convergenza nel tempo verso un rapporto debito/PIL del 60%. Il provvedimento, perciò, non centra minimamente l’origine delle divergenze esistenti fra i Paesi dell’Eurozona, ovvero gli squilibri della bilancia dei pagamenti dell’Eurozona, non opportunamente coperti da una Banca Centrale sovrana. Essa sarebbe in grado di monetizzare i disavanzi pubblici dei Paesi membri, ed operare al fine di stabilizzare i tassi d’interesse dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Questa linea politica perciò neutralizza anche le uniche possibilità di soluzione, che devono passare necessariamente per il settore pubblico".

"Le politiche implementate in questi mesi dai governi dei Paesi europei, fra cui quello italiano, sono
state tutte improntate alla progettazione di riforme del mercato del lavoro volte a ridurre i salari per aumentare la competitività delle esportazioni. Anche ove fosse possibile recuperare in tal modo un gap di competitività quasi insanabile con le economie dell’Europa centrale, ad esempio quella tedesca, questa linea soffre di una grave fallacia di composizione: pensare di applicare con successo una politica di deflazione competitiva di stampo tedesco a tutti i Paesi dell’Eurozona è errato, poiché non si tiene conto delle caratteristiche della struttura produttiva dei singoli Paesi. Come sostiene infatti Sergio Cesaratto in un articolo per Sbilanciamoci.info, “una banca centrale volta al controllo dei salari e il coinvolgimento dei sindacati nel modello mercantilista conducono a disciplina sociale e moderazione salariale necessari a conservare i vantaggi competitivi”: ed è su questo modello, adottato in primis dalla Bundesbank, che è stata progettata la Banca Centrale Europea. Inoltre, è pressoché impossibile che ogni Paese membro dell’Eurozona possa usufruire di surplus commerciali, ed è perciò controproducente sperare che ogni Paese adotti simili politiche di tipo neomercantilista".

"L’utilizzo intelligente della spesa pubblica è, alla luce della congiuntura in cui versa l’Eurozona,
l’unico possibile fattore di ripresa dell’economia interna, e l’unico modo per evitare una catastrofe
altrimenti certa. Le strade percorribili sono diverse, sia che si parli di ritorno alle monete nazionali,
con la possibilità di gestire autonomamente la politica fiscale e la politica monetaria (che sono ora rigidamente separate, nell’assetto istituzionale europeo), sia nel caso di un New Deal europeo, che passi necessariamente per un radicale abbattimento delle politiche deflazionistiche e recessive sinora praticate dalla Banca Centrale. In entrambi i casi, tutto ciò passa necessariamente per la pianificazione di disavanzi “buoni”, come ci ricordano la Modern Money Theory ed il Circuitismo: un sostegno sia al lato della domanda che a quello dell’offerta che si traduce nell’orientamento alla piena occupazione, alla costituzione di stock di risorse utili e produttive".

"In fondo, per parafrasare uno dei mantra più ricorrenti nei media europei (capovolgendolo), si può
perciò affermare che non esiste crescita per mezzo del rigore, e che con il rigore non vi è alcuna
possibilità di crescita".

Quello che la pseudo-sinistra europea non capisce, perché fondamentalmente non è più "sinistra" in senso storico, è che la costruzione europea ha sbagliato totalmente strada. L'Euro sta devastando il modello sociale europeo. Precariato, disoccupazione giovanile, squilibri finanziari, nuovi nazionalismi. Forse è giunto il momento di dire basta.

PS Come il mainstream economico MontiStyle racconta balle: ieri titoli a nove colonne "Lo spread ai minimi, risale la fiducia nell'Italia". Lo spread è effettivamente sceso negli ultimi tempi ma anche perché i tassi tedeschi sono risaliti a causa dell'instabilità relativa alle prossime elezioni e ad una economia tedesca che per qualcuno sta iniziando a frenare...

lunedì 22 luglio 2013

Springsteen&I

Esce oggi nelle sale di tutto il mondo Springsteen&I, un documentario prodotto da Riddley Scott che parla dei fans di Bruce Springsteen. Da quel che ho sentito in giro per la rete il film prova a spiegare ciò che non è spiegabile. Per esempio cosa porti due quarantenni padri di famiglia a prendere un aereo per Cork, cittadina semisconosciuta dell'Irlanda, per vedere il Boss per la ennesima volta (29? 30? ho perso il conto...) festeggiando i venticinque anni dal loro primo concerto.
Che sembra stupido, ma non lo è affatto.
Ha a che fare col salvarsi la vita, quando sei adolescente e non sai veramente chi sei e cosa vuoi. Ha a che fare col sentirsi parte di una comunità, quando invece il mondo parla altri linguaggi. Ha a che fare con la voglia di riscatto e di autenticità, in un mondo sempre più falso e preconfezionato.
Retorica? In qualche modo certamente sì.
Ma anche epica. Il racconto springsteeniano ha in sé la potenza della grande epica, quella che prende la vita e la rimodella per dargli un senso che vada oltre la realtà quotidiana.
Questa cifra "epica" è ciò che si respira in ogni concerto di Springsteen, che si sia nel piccolo teatro dove le canzoni vengono scarnificate e suonate acustiche, o nel grande stadio dove le canzoni si trasformano in momento di festa e di baldoria collettiva, o nel piccolo stadio irlandese dimenticato dal signore dove si possono vedere a occhio nudo gli effetti della crisi economica globale.
Sta qui l'unicità di Bruce. Che non sapeva suonare la chitarra come Hendrix, non sapeva cantare come Elvis, non sapeva scrivere come Dylan, ma ha preso i suoi talenti e li ha mischiati e frullati e intagliati in modo da costruire il più straordinario monumento della storia del rock'n'roll. Ma che, soprattutto, se ne va in giro per il mondo da più di quarant'anni come un aedo, come un menestrello, come un messaggero a diffondere l'epica del rock.
E allora capita che sei sotto al palco a ragionare di quel disco 2 di "The River" che hai letteralmente consumato e pensi che ci sono un sacco di canzoni che vengono suonate raramente. E poi c'è un ragazzo, Derek, che gira da tempo per tutta l'Europa con un cartello con su scritto "The price you pay". E succede che Bruce lo guarda, va in transenna e prende quel cartello. Risale sul palco e suona per la prima volta in Europa dal 1981 quella che è - per me - una delle sue più incredibili canzoni e soprattutto uno dei suoi testi più belli.
La magia si compie. Ed un'altra volta ancora ne è valsa la pena.

You make up your mind, you choose the chance you take
You ride to where the highway ends and the desert breaks
Out on to an open road you ride until the day
You learn to sleep at night with the price you pay

Now with their hands held high, they reached out for the open skies
And in one last breath they built the roads they’d ride to their death
Driving on through the night, unable to break away
From the restless pull of the price you pay

Oh, the price you pay, oh, the price you pay
Now you can’t walk away from the price you pay

Now they’d come so far and they’d waited so long
Just to end up caught in a dream where everything goes wrong
Where the dark of night holds back the light of day
And you’ve gotta stand and fight for the price you pay

Oh, the price you pay, oh, the price you pay
Now you can’t walk away from the price you pay

Little girl down on the strand
With that pretty little baby in your hands
Do you remember the story of the promised land
How he crossed the desert sands
And could not enter the chosen land
On the banks of the river he stayed
To face the price you pay

So let the games start, you better run you little wild heart
You can run through all the nights and all the days
But just across the county line, a stranger passing through put up a sign
That counts the men fallen away to the price you pay,
and girl before the end of the day,
I’m gonna tear it down and throw it away 

lunedì 15 luglio 2013

Trova l'intruso

Alcune recensioni del Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico DOCG Gli Eremi 2010.

"...è una delle migliori versioni: ampiezza fruttata e lievi note boisé e di anice lo rendono accattivante e profondo. In bocca è dinamico, succoso e teso; polposo e suadente al centro del palato, salino e lungo in chiusura".
Slowine - Slowfood 

"The savouriness and minerality of Verdicchio, but much more brooding and certainly not sweet. Fantastic tactile impact on the palate with acidity built like bricks. Very linear and direct and not polished at all. Very young".  17/20, Drink 2013-2018
Walter Speller

"Abbigliato di una veste oro lucente. In prima battuta sensazioni di kumquat, mango e ananas, seguite da profumi di camomilla e refoli di pietra focaia. In bocca ostenta corpo e notevole freschezza, sfumando sapido e decisamente minerale. Durevole persistenza..." Quattro grappoli
Duemilavini - Bibenda 

"...Discorso diverso per Gli Eremi '10 dove l'acescenza ne omologa il tratto confondendo il varietale andando oltre il confine che noi riteniamo difetto"
Gambero Rosso

"Olfatto di personalità e complessità fuori dal comune, i profumi di erbe disegnano un ventaglio aromatico di rara purezza; bocca sfumata e ricca di dettagli, la profonda energia sapida è dissimulata da una succosità aggraziata, dal finale lungo". 18/20
L'Espresso 


lunedì 8 luglio 2013

Stagione controcorrente

Un inizio di luglio così fresco non lo ricordavo da tempo. Sarà che è ancora vivo il ricordo di due annate come la 2011 e, soprattutto, la 2012 caratterizzate da ondate di caldo africano e scarsità di pioggia, ma questa estate sembra davvero una classica estate cuprense. Brezze piacevoli di giorno con temperature sotto i 30° e maglioncino alla sera come dovrebbe essere la norma in collina. Vedremo come andranno la fine di luglio ed il mese di agosto. Ma alcuni dati del centro meteo regionale sulla primavera e sui mesi di maggio e giugno sono indicativi di una stagione decisamente controcorrente rispetto agli ultimi anni.

In particolare per ciò che riguarda maggio:
"Le sovrabbondanti precipitazioni sono corrisposte ad un incremento dei giorni piovosi[3] che, a livello regionale, hanno fatto registrare una media di 16 giorni, con un incremento del 114%, il secondo valore più alto dal 1961 (preceduto dai 17 giorni di maggio 1980). Piogge che si sono andate a cumulare a quelle già cospicue di questa prima parte dell'anno: nel periodo gennaio-maggio 2013 infatti, la precipitazione totale è stata di 464mm, che supera del 46% la norma del quarantennio, con un numero di giorni pioggia pari a 57 giorni, +47% rispetto al 1961-2000 (secondo valore più alto dal 1961, preceduto solo dal 1978). La stagione primaverile (marzo-maggio) si è conclusa invece, con un totale di 284mm, +42% l'anomalia, la quinta più piovosa dal 1961."

Meteo ASSAM Regione Marche - precipitazioni mese gennaio-maggio 2013


Mentre per ciò che riguarda giugno così si esprime l'ASSAM:
"Ne sono successe di cose a giugno. Cercheremo di descriverle, provando ad essere chiari e non troppo tediosi.
Partiamo dal dato della temperatura media regionale: 20°C[3] che poco si discosta dalla media 1961-2000[4], appena di +0,4°C, ma che nasconde un rilevante significato. Quello del 2013 infatti è stato il più freddo giugno da 18 anni a questa parte; bisogna risalire al 1995 per trovare un mese "peggiore", quando la temperatura mensile si scostò di -1,2°C dalla media. Quella differenza di mezzo grado circa nasconde anche un andamento spiccatamente dinamico, con la prima e la terza decade del mese più fredde rispetto alla media (-0,8°C e -1,5°C le anomalie), contrapposte alla seconda decade decisamente più calda, +4,3°C rispetto alla media, frutto di una ondata di calore piuttosto intensa per nostra fortuna non così duratura come quelle del 2012. Il periodo di freddo invece, della durata massima di circa 8-10 giorni va cercato tra la fine di maggio e la prima parte di giugno, anche se molte delle temperature diurne più basse si sono verificate nel freddo di fine mese:
Notizie molto interessanti anche sul fronte delle precipitazioni, con un totale medio regionale di 87mm, superiore di 19mm alla media 1961-2000. Dal 2000, in giugno, solo in 3 anni la precipitazione si è mantenuta al di sopra della media: 2009, 2010 e nel 2013. E' continuato quindi a piovere, più della norma, come testimoniano i 551mm caduti da inizio anno (primo semestre 2013), con un surplus di +165mm rispetto al 1961-2000, terzo valore più alto per il periodo gennaio-giugno dal 1961. Ad oggi abbiamo raggiunto il 66% del totale di pioggia annua che di norma cade sulla nostra regione. Ancora più sensazionale è il totale degli ultimi dodici mesi, da luglio 2012 a giugno 2013, pari a ben 1111mm, con un incremento di +274mm, record per lo stesso periodo dal 1961; tra l’altro la quantità si è distribuita lungo 107 giorni di pioggia[5], fatto molto rilevante considerato che di mezzo c'è stata l'estate più arida dell'ultimo cinquantennio.

Dunque, ricapitolando: moltissima pioggia che ha ri-equilibrato i terreni dopo la siccità dello scorso anno e clima fresco/freddo che ha frenato fioritura e allegagione. La combinazione di queste caratteristiche ha portato a
- un'altissima pressione della peronospera ma anche una bellissima spinta vegetativa dei vigneti con pareti fogliari che non vedevo da tempo.
- un probabile "ritardo" nella maturazione, perlomeno rispetto alle ultime due annate. Dipende da come andranno i prossimi due mesi ma mi sento di escludere vendemmie agostane come negli ultimi due anni. Il che non è un male.

mercoledì 3 luglio 2013

Musica Distesa 2013: modalità OFF

Riflessioni postfestival. Grazie a te Max Demian from Recanati.

Il 16 febbraio Corrado scrive una mail che dice più o meno questo
"Ho deciso, a fine giugno scateniamo la 5° e ultima edizione di Musica Distesa e poi ovviamente muoriamo in piscina. chi ci sta?". Suo fratello da milano risponde disilluso "ho paura", la sua compagna di vita manda soltanto due parole, private e dolcissime. Il sottoscritto (tirato dentro senza motivo apparente) scrive "Questa è una giusta battaglia contro l'ignavia che impera, orsù dunque, armiamoci e partite..".
Siamo a metà febbraio, passano due mesi e nessuno produce più una riga sull'argomento, siamo lontani e in fondo ci conosciamo poco, magari è stata una boutade - pensa chi scrive. E invece a metà aprile i fratelli Dottori (che sono autentici folli, come può essere folle uno che lascia una vita agiata per fare il contadino o quell'altro che di mestiere fa il cantautore intimista) se ne escono con la storia del crowdfundig.
L'idea che qualcuno regali quattrini per un misconosciuto festival nella campagna marchigiana sembra improponibile (di questi tempi poi) e i primi giorni c'è già chi pensa di mollare il colpo. Ma la verità è che gli appassionati ci credono e piano piano si fanno vedere, le quote aumentano fino a sfondare il budget previsto (3500 sudatissimi euro) due giorni prima della scadenza del progetto in rete. 100 ragazze e ragazzi, che a volte non conosciamo minimamente, finanziano un evento culturale, scelgono di non restare immobili a guardare e dicono "facciamolo".
E'la prima volta che accade in questo paese (almeno per quanto ne sappiamo) che un evento di 3 giorni si faccia senza l'aiuto di un'amministrazione comunale, o di un imprenditore locale, o chissà chi altro. Pagare prima per avere dopo, sulla fiducia, senza paura. C'è qualcosa di altamente umano in tutto questo, energia pura per chi ha tutto in testa ma niente in mano. E' la svolta.
Le band ci sono, lo staff pure, spunta un cartellone credibile e variegato, l'obbligo morale verso i 100 raisers tira fuori il meglio. La Distesa è in ballo, la voce gira, le Marche hanno un festival nuovo, una rassegna di musica (band tra le migliori in Italia oggi, sfido chiunque a dire il contrario) cultura e cibi spirituali, come recitano i flyer di Stra. C'è l'artwork, arriva il nuovo logo, le t-shirt con la Distesa stilizzata, Casamedusa fornisce un impianto della madonna (e quell'X32 spettacolare), il CSA Sisma ci mette la cucina, Riccardo la perizia dell'enologo, Giovanni Gaggia gli arazzi e la sua arte, i campeggiatori le tende, Nicolas rompe i coglioni ma quello è un gatto adorabile e gli si perdona tutto.
Alla vigilia del festival (è un giovedì) c'è Italia Spagna. La guardiamo sul pc perché Corrado non possiede una tv, Bonucci sbaglia il rigore decisivo e una bottiglia di grappa fatta in casa mette tutti ko (non distesi, stroncati), il meteo dice pioggia su pioggia. E venerdì piove, governo ladro, e Gio finisce fuori strada sfasciando il pick-up con l'adesivo del Green Leaves appiccicato lì da chissà quale altro proprietario, e fa freddo, la gente scarseggia e non si sa che fare.
Ma (lo dice il corvo, non lo dico io) non può piovere per sempre e il giorno dopo, e quello dopo ancora, arriva il sole e tante belle e nuove facce, variegate e splendide nel loro incedere cuoriose. Più di 600 pasti forniti, 250 litri di birra e non si sa quanti di verdicchio, più di 25 tende accampate in giardino, gli ostelli di Cupramontana con le camere occupate dai "distesi".
Il Festival finalmente nasce, o rinasce. E tutto quello che è stato lo potete capire da soli guardando questa immagine qui sotto.
Una cosa troppo bella, un abbraccio al mondo. Un tuffo nel vuoto si, ma in costume da bagno...
La Musica si è distesa, e noi con lei.


Ringraziamenti:
Le band (Atterraggio Alieno Rhò C+c=Maxigross Blue Willa Persian Pelican Lava Lava Love Honeybird & the Birdies), Claudia Ciccarelli e il bellissimo Circolo Revers di Sarnano, Angelica Bellabarba e Nermina Delic, Paolo Perego e Francesco Campanozzi di Casamedusa, i ragazzi del CSA Sisma di Macerata, Michele STRA Marchetti, Nicolò Zaganelli e Artevox per l'aiuto e "Time to pretend" (è stato il segnale, lui sa perché), la sfasata che pensava fossimo satanisti ("sul programma c'è scritto cibi spirituali, non potete mica rubare le ostie sapete?"). Grazie a Maddalena e Giacomo per l'ospitalità, alle ragazze del bar (Giulia Angela Giorgia Arianna Irene), i piccoli Jack Giulia Lapo Zeno e la loro splendida nonna, il bimbo Spiderman e pure Gea che si è persa e ritrovata. Tania di Musicraiser e tutte le persone che fanno girare la ruota (come ha scritto qualcuno di recente). Grazie ai perfomer, ai ragazzi del reading Vogliamo Tutto, ad Andrea Tantucci del Maiale Volante, ai dj di Bloody Sound Fucktory e a Fanta (ribattezzato fantabasta), e agli amici di sempre che hanno fatto la strada per non perdersi la festa. Un enorme grazie a te ignoto ragazzo sui vent'anni che hai lasciato 2 euro al banchetto perché te lo sentivi, perché (parole sue) voleva contribuire pure lui. Siete stati tutti fantastici, anche e soprattutto quelli che ho dimenticato di ringraziare. 

Grazie infine a Valeria Corrado e Giuliano, per chi scrive queste righe siete stati la parte più bella. 
Max