sabato 26 gennaio 2008

Bye bye Prodi.

Sentimenti molto contrastanti si alternano dopo la caduta del governo Prodi. Chi mi conosce sa che non sono mai stato un sostenitore dell’ex Presidente del Consiglio, così come non sono mai stato un sostenitore de L’Ulivo o delle varie formule di Centrosinistra succedutesi in questi ultimi anni. Al tempo stesso, però, ero e sono convinto che questo fosse il miglior governo possibile in questo momento della nostra storia nazionale e che, in particolare, il ministro dell’economia fosse un ottimo tecnico. Non a caso era il ministro con la popolarità più bassa, secondo i sondaggi, a dimostrazione della scarsa consuetudine degli italiani con la buona economia politica.
E pure, nonostante alcune cose positive questo esecutivo le abbia fatte, la delusione per quello che non è riuscito a fare tende a dominare sopra ogni altra emozione. Non basta, quindi, la prospettiva di un ritorno della destra peggiore d’Europa al potere a smorzare le pessime sensazioni accumulatesi dopo mesi di riti, contrasti, compromessi, rinvii e omissioni, a cominciare dalla legge sul conflitto d’interessi e da quella sulle coppie di fatto.
Molte sono le ragioni della crisi che ha portato alla fine del secondo governo Prodi. Di fatto, è stato giustamente detto e ripetuto, il governo era già in crisi nella notte della vittoria. Di fatto, era apparso già in crisi durante la campagna elettorale, gettando al vento più di dieci punti di vantaggio sul centro-destra e tutto il dividendo incassato grazie a una fin troppo facile opposizione al tremendo governo Berlusconi.
La lezione da trarre da questa crisi, dunque, deve partire dalla analisi e dalla critica di un fatto che pareva, ai più, acquisito: che il centrosinistra, inteso nell’originaria formulazione di Ulivo, cioè l’unione di differenti culture politiche riformiste, cattoliche, laiche, socialiste, ambientaliste, fosse l’unico orizzonte possibile per la sinistra italiana. Quasi quindici anni dopo questa certezza viene meno in modo definitivo. Se nel 1998, infatti, fu parte della cosiddetta sinistra radicale a negare il sostegno esterno all’esecutivo Prodi, oggi sono quella parte dei “moderati” ingabbiati a forza in una coalizione di cui non condividevano fin dall’inizio valori e prospettive.
Ma non è solo questo. La formula del centrosinistra si conferma sempre più in crisi anche in quelle amministrazioni locali dove da molti anni governano, spesso in modo ininterrotto, giunte che vanno da Rifondazione sino all’Udeur. A parte il disastro clamoroso di Napoli e della Campania, arretramenti in fatto di voti e consenso, di cultura politica e di capacità di gestione del territorio avvengono dappertutto, dal nord, abbandonato da tempo completamente ai deliri della Lega e di Berlusconi, fino alle regioni rosse sempre più gestite secondo logiche di tipo corporativo, pseudo-clientelare, partitocratico.
La crisi, la degenerazione, la parabola discendente di questa idea di centrosinistra è legata da una parte alla incapacità di affrontare in modo innovativo le grandi sfide poste dalla globalizzazione e dall’era post-industriale; dall’altra da una lettura in qualche modo alterata della società italiana, per cui Berlusconi è stato elevato a unico “mostro”, da cui la forzata e per nulla scontata logica che di fronte al berlusconismo si dovesse necessariamente mettere insieme culture e pratiche molto differenti tra loro pur di impedirgli il governo; infine dal pensiero distorto, ma tipico di una certa sinistra leninista, che per cambiare le cose l’unica via sia “la presa del potere”, la possibilità di amministrare, di governare, nonostante tutto e nonostante tutti. Anche con Mastella e Dini, che furono ministri di Berlusconi, e che non hanno dubitato un secondo a far cadere un governo pur di salvare il salvabile, cioè qualche misera percentuale di voti che sarebbe stata spazzata via dal referendum o da una legge elettorale un po’ più seria di quella attuale. Con il mandato ben visibile delle gerarchie ecclesiastiche.
La costruzione de L’Ulivo, a suo tempo affascinante ed innovativa, così come quella del Partito Democratico hanno costretto la politica italiana in un bipolarismo distorto, inefficiente e spesso trasformista, con una operazione che, nel nome di generici e poco reali riferimenti a modernità e riformismo (rispetto a chi e a che cosa?), ha di fatto sottovalutato in modo clamoroso storia e stratificazione sociale di un paese che non è mai stato normale: a causa dell’importanza abnorme della Chiesa nel discorso politico, dell’esistenza di fortissime pressioni corporative, di una cultura economica largamente deficitaria, della contemporanea esistenza di spinte anti-stataliste e fortemente assistenzialiste, della presenza di una destra ben poco liberista e di una sinistra ben poco libertaria.
Soluzioni a questo punto del percorso ve ne sono poche a sinistra.
Non poteva essere, e non potrà essere, la legge elettorale a cambiare in un colpo l’antropologia dell’italiano medio, a spezzare i circoli viziosi creatisi durante tutti questi anni in cui le diverse anime della casta si sono confrontate col solo fine della propria sopravvivenza, garantendo libero sfogo di volta in volta alle proprie rispettive bande di furbetti, redditieri, imprenditori statalisti, finanzieri occulti, mafiosi camuffati, finti giornalisti, baroni, primari, nani, ballerine e subrettine.
Non lo può essere la società civile, malata almeno quanto lo Stato, caduta nelle bassezze di un qualunquismo e di un populismo che troppo spesso offuscano la ragione, e troppo frequentemente portata ad auto-assolversi a priori, quasi fosse per definizione un esempio di moralità pubblica. Quando è proprio una parte maggioritaria della società civile a vivere di raccomandazioni, evadere le tasse, implorare il potente di turno, assentarsi dal lavoro pubblico, consumare risorse e merci in modo inutile e dannoso, svalutare i beni comuni e l’ambiente.
Non lo potrà essere il Partito Democratico, così come è nato. Che anzi potrebbe costituire uno dei freni maggiori alla inevitabile dissoluzione del centrosinistra. Mentre ciò che servirebbe è proprio la certificazione della sua morte, in nome di una comprovata incomunicabilità di vedute, valori, politiche.
Fino a quando non si riconoscerà che in questo paese vivono almeno tre differenti culture politiche inconciliabili, quella socialista e comunista, quella di un onnivoro centro democristiano, e quella di una destra poco liberale e molto populista; fino a quando non si porrà al centro della questione politica, in modo trasversale, quella che Berlinguer aveva definito “la questione morale”; fino a quando ciascun cittadino di buona volontà non si impegnerà in prima persona, nell’ambito della propria cultura di riferimento, per innovare fortemente le classi dirigenti di questo paese; fino a quel giorno questo paese non avrà alcuna possibilità di eludere un declino lento ma inevitabile.
A sinistra tutto ciò significa porre, accanto alla questione morale, la questione della rottura con il centro, con i compromessi ad ogni costo, in nome del potere, con la paura dell’opposizione e del conflitto sociale, con l’attrattiva verso modelli di sinistra anglosassone che non appartengono alla storia di questo paese e, più in generale, alla storia delle sinistre europee. Ma significa anche rivisitare criticamente quella stessa storia, rompendo quel recinto ideologico nella quale una parte di essa pare ancora essere reclusa. Ricominciare a pensare, a sperimentare, a inseguire utopie, a negare dogmi e certezze, con l’assoluta convinzione che nulla sarà mai più come prima e che si deve navigare verso lidi nuovi, verso una nuova idea di sinistra e di socialismo che non sia, però, la rincorsa ai modelli liberisti del centro-destra. Tutto ciò può significare restare all’opposizione forse per molto tempo. Ma significa anche iniziare un viaggio per ritrovare se stessi, per ricostruire rapporti e relazioni sociali, per investire sul futuro, per lavorare dentro alle sempre più numerose contraddizioni del modello di sviluppo dominante. Concentrandosi non sulla crescita della ricchezza, né sulla sua redistribuzione, ma sul problema delle modalità della sua produzione e del suo consumo. Le ricerche, le teorie, i movimenti, gli intellettuali non mancano. Quello che serve è una nuova agenda che, assieme a protagonisti nuovi, riesca a costruire un percorso lucido, innovativo e coerente da proporre ai cittadini.

5 commenti:

Riccardo ha detto...

mi mancava...eheh

giuliano ha detto...

corra presidente

giuliano ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
giuliano ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Anonimo ha detto...

Complimenti Corrado, mi è piaciuto molto il tuo "pezzo", non condivido tutto, come è normale che sia, ma l'ho trovato puntuale, preciso , lucido...
in questi giorni dove tutti si sonno affannati a scrivere ed a parlare di questa crisi , trovo che il tuo intervento sia tra quelli da consigliare agli amici ( cosa che ho fatto).
A proposito un amico che ti legge e che ha un potente antivirus mi ha avvertito che all'apertura del tuo blog viene segnalata la presenza di virus e per la precisione di cavalli di troia.
a presto
Rui