sabato 12 marzo 2016

Biodinamica e scienza: una tesi di laurea a La Distesa

Confesso che una certa noia oramai mi assale quando nel web o sui giornali si scatena l'ennesima diatriba sull'agricoltura biodinamica. Da anni si assiste ad un dibattito che sembra non fare passi avanti ma ripetersi in modo sempre uguale nelle tesi, nei commenti, nei dibattiti.
Nell'ultima settimana, però, sembrano tutti impazziti.
Il Post, Michele Serra, l'immancabile Intravino, persino la mia ex università Bocconi, con tanto di polemicona de Il foglio. Un gran casino, insomma, con le solite parole d'ordine: pratiche magiche, stregoneria, esoterismo e così via.

Chi mi conosce sa che sono molto lontano da Steiner e dall'antroposofia. Da una decina d'anni utilizziamo alcuni preparati ed alcune pratiche biodinamiche ma con l'idea - laica e leggera - di tentare di applicare buone pratiche agricole cercando di valutarne gli effetti e di imparare qualcosa.
Mi sento figlio dell'illuminismo e della cultura scientifica e proprio da questo punto di vista mi pare di poter dire che la grande parte degli attacchi di una certa divulgazione, giornalistica e scientifica, sono in larga parte basati su preconcetti oltre che fortemente ideologizzati.
Insomma, ne avevo già parlato in questo post qualche tempo fa. La scienza come nuovo idolo.
Ergo: si afferma che la biodinamica è pratica magica ed esoterica perché non ci sono ricerche che ne "misurano" gli effetti. Ma nessuno si chiede perché non ci siano: ed il motivo è che la Scienza Agronomica, nel senso dell'Accademia e dunque principalmente dell'Università, non ha alcun interesse a fare ricerca in questo campo. Primo, perché non ci sarebbe da guadagnarci (nessuna molecola di sintesi da proporre al mercato, ahimè) e, Secondo, perché da tempo le pratiche biodinamiche sono state bollate come "credenza" e "magia" prima ancora che sia stato sperimentato alcunché.
Si arriva così all'assurdo per cui solo in Australia ci sono più di 3 milioni di ettari coltivati in biodinamica ma ancora oggi il tutto viene considerato dalla scienza "ufficiale" come stregoneria.

Ecco perché quando Giulio Masato, amico e studente dell'Università di Padova e già tirocinante qui a La Distesa, mi ha detto che aveva intenzione di lavorare a una tesi sull'agricoltura biodinamica per la laurea magistrale in Scienze Agrarie ho accolto l'idea con grande entusiasmo e gli ho proposto di farla qui da noi. A breve, a brevissimo, scriverò di questa tesi, raccontandone qualche aspetto.


Qui vorrei sottolineare altro.
Tipo una introduzione. Che valga un po' come una riflessione  epistemologica, cioè sui fondamenti di quella che dovrebbe essere una conoscenza in ambito agricolo.
Perché? Perché da quasi cento anni in ambito scientifico tutto è cambiato. Che si parli di Fisica o di Chimica, di Filosofia della Scienza o di Scienze Umane, i primi decenni del novecento vengono ricordati come quelli che demoliscono il positivismo ottocentesco e il determinismo: la teoria della relatività ristretta e generale (Einstein, 1905 e 1916), il principio di indeterminazione (Heisenberg1927), la logica della scoperta scientifica (Popper, 1934) e la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (Husserl, 1937) sono capisaldi di questa deriva ricca di conseguenze.

1) La relatività e la teoria quantistica portano la fisica in una nuova era, l'era in cui diviene chiaro che la Realtà resta ancora in gran parte a noi sconosciuta e che spesso vi accediamo tramite modelli teorici parziali, probabilistici e contraddittori. La questione di fondo diviene dunque quella del senso di verità e razionalità: se la contestazione classica alla metafisica è di produrre formulazioni dall’apparenza razionale ma prive della possibilità di verifica o falsifica, allora si dovrebbe osservare che una parte consistente delle affermazioni scientifiche moderne sono metafisiche. Intere branche scientifiche, come la cosmologia o la biologia evoluzionista, sono metafisiche in senso kantiano.

2) Karl Popper conduce la filosofia della scienza nel Novecento introducendo il fondamentale principio di falsificabilità, cioè il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza: una teoria è scientifica se, e solo se, essa è falsificabile. Non si parla, quindi, di "metodo scientifico" (Popper arriverà a dire provocatoriamente che il metodo scientifico non esiste in "La non esistenza del metodo scientifico", 1956). In questo senso ciò che non è scienza non è automaticamente magia, religione o stregoneria bensì metafisica. Ed alle teorie metafisiche viene dato valore conoscitivo, oltre che importanza come stimolo al progresso scientifico stesso.

3) La fenomenologia husserliana estremizza questi concetti in ambito filosofico, ponendo limiti piuttosto stretti alla spiegazione e comprensione "scientifica" del mondo (in primis per quanto attiene all'ambito del "vivente" ma non solo). Ma soprattutto negando la possibilità di estendere il campo della "misurazione quantitativa" al campo dell'ontologia.
Spazio e tempo, le due componenti fondamentali alla base di ogni misurazione fisica, sono introdotte come incarnazioni di un’uniformità della natura presupposta. Ciò comporta che qualunque cosa, per avere un qualche grado di legittimazione scientifica, o meglio, di esistenza scientifica, deve rispondere ad esigenze ideali di regolarità. Dunque qualunque tipo di fenomeno che risulti difficile da sottoporre a misurazione, cioè che non manifesti sufficiente uniformità, viene sottratto alla considerazione. Ciò diventa ulteriormente chiaro se pensiamo all’esigenza di ripetibilità propria di tutti i risultati che vogliano dirsi scientifici: se qualcosa non è ripetibile non è scientificamente reale. Ora, è perfettamente ragionevole che soltanto ciò che può essere ripetuto sotto condizioni sperimentalmente controllate possa avere accesso alla considerazione scientifica, e ciò è ragionevole a maggior ragione sulla scorta dell’esigenza di manipolabilità tecnica (cioè dell'industria).
Ma il punto filosoficamente critico è che si tratta di un grave errore logico pensar di poter inferire dal fatto che tutti i risultati scientifici ci consegnano uniformità (e dunque, se le catturiamo con equazioni, ci consegnano leggi) al fatto che la natura consta di uniformità o di leggi (cioè che la natura sia ontologicamente stabile ed uniforme).
Ovvero: possono esistere energie e dinamiche che sfuggono, ora o per sempre, alle misurazioni scientifiche. Ma non per questo appartengono al regno della magia.

N.B. La teoria della relatività compie un passaggio importante comprendendo che spazio e tempo non sono degli assoluti che preesistono agli atti di misurazione, ma sono esiti di atti di misurazione; tuttavia, per poter continuare con fiducia nel percorso Einstein dovette porre al posto di tempo e spazio assoluti un’assoluta unità di misura, nella forma della velocità della luce. Ciò però comporta numerosi inconvenienti, in primis, pone tutto il sistema dei saperi in dipendenza del comportamento di una componente del sistema, cioè dalla velocità della luce posta come insuperabile e costante. Ed il problema è che questi presupposti sono datità empiriche che potrebbero essere false.

Fin qui nulla di nuovo. Eppure tutto ciò agli studenti di agraria non viene detto e non interessa. Figlie dello scientismo tanto criticato da Popper, le facoltà di agraria perseguono in modo indefesso un estremismo determinista e quantitativo che sta alla base - fondandola - della agricoltura convenzionale, con tutto il suo portato di insostenibilità ambientale ed etica.
Le misurazioni, le quantità, le equazioni, dal piano degli "esperimenti" e dei "modelli" si fanno Verità, e su questa base tutto ciò che suona difficile da misurare o da comprendere, rispetto a un modello di riferimento che è tuttora solo e quello delle scienze positive dell'ottocento, viene derubricato a "stregoneria".

Alla luce di tutte queste considerazioni a me appare chiaro come l'agricoltura biodinamica sia un insieme di pratiche riferite ad una teoria metafisica, cioè filosofica: esattamente come tante teorie, che oggi sono scientifiche, secoli fa erano teorie metafisiche. Mi appare altresì chiaro come le dinamiche che chiama a raccolta siano estremamente difficili da misurare e da comprendere, ma come lo è il vivente in generale, a partire dall'essere umano.
E d'altronde proprio l'approccio olistico, sistemico, tipico della biodinamica, dovrebbe interrogare gli scienziati sui limiti del "metodo scientifico" applicato alla produzione agricola specie in riferimento ai concetti di biodiversità, sostenibilità e fertilità dei suoli.


Per questi motivi la tesi di Giulio è una tesi importante. A mio avviso non tanto per il tentativo - comunque apprezzabile - di sottoporre a verifica scientifica un preparato biodinamico, quanto piuttosto per un aspetto per me più vitale: ridiscutere all'interno dell'università il paradigma scientifico dominante, provare a spargere i semi della riflessione su un'altra agricoltura nell'Accademia, iniziare a scardinare luoghi comuni e preconcetti là dove si formano i futuri tecnici.
Un grande ringraziamento ed incoraggiamento va dunque al Prof. Mario Malagoli, relatore, e al correlatore Dott. Adriano Zago.





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