domenica 2 maggio 2010

Lavoratori...

Appena passato il 1° Maggio. Ho letto cifre agghiaccianti. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è al 27% (media, per cui è facile immaginarsi il dato del solo Sud). Le persone che stanno usufruendo di qualche forma di ammortizzatore sociale (tipo cassa integrazione) sono 4 milioni.
In un post di circa un anno fa (qui) ironizzavo su quanti dicevano che si era fuori dalla crisi. Dopo un anno i dati generali sono piuttosto negativi e la situazione di Grecia, Portogallo e Irlanda tutt'altro che tranquilla. I principali paesi industrializzati hanno livelli di debito pubblico elevatissimi, a cominciare da Stati Uniti ed Inghilterra. Livelli di debito che rendono complicate politiche forti di espansione della domanda aggregata.
Ma il problema più serio è che si continuano ad usare argomenti vecchi. Argomenti di una economia anni ottanta che è esattamente quella che ci ha portato dentro alla crisi. Non ci si accorge della fine di un mondo.  Non ci si accorge del mutamento drammatico delle mappe economiche e geo-politiche mondiali, del progressivo impoverimento della classe media e di tutto il mondo del "lavoro dipendente" così come del pericoloso vicolo cieco nel quale ci hanno portato la fede nella "crescita" ed il folle sfruttamento delle risorse naturali.
Non si esce vivi dagli anni ottanta diceva Manuel Agnelli. E non sapeva quanto avesse ragione.

lunedì 19 aprile 2010

Il vino naturale ed il dominio della tecno-scienza.




Pare che d'improvviso tutti si siano accorti dei Vini naturali. Tutti a scrivere di filosofia "vinoverista", di biodinamica, di marketing del bio, di vininaturali dentro Vinitaly, fuori, a metà strada.
Assisto con interesse e preoccupazione al dibattito. Noto, soprattutto, gli attacchi, i distinguo, le critiche, le insinuazioni.
Una larga parte di produttori “convenzionali”, di commentatori vari, di giornalisti, di bloggers, sostiene che l’aggettivo “naturale” sia fuorviante, sbagliato, eccessivo.
La critica più forte è fondata su tre questioni interconnesse:
1) Il vino "naturale" non esiste, perché l'uva naturalmente o marcisce o diventa aceto.
2) L'atto agricolo stesso è "innaturale", poiché atto umano.
3) In ogni caso il riferimento a processi che limitano l’utilizzo della chimica deve restare nell’ambito di ciò che è normato dallo Stato (disciplinari del biologico).
Mentre i produttori "naturali" faticano a trovare un terreno comune di discussione, i loro "avversari" già sono in grado di affermare che il vino naturale è una falsificazione.
Trovo questa impostazione del problema facile e poco interessante. Nega, infatti, all’origine l’esistenza stessa del concetto di vino naturale. In questo modo si è risolto il problema, no?
E' esattamente l'approccio occidentale nel momento del trionfo della tecno-scienza, per dirla con Heidegger. L'uomo sta su un piedistallo, nuovo dio, e la natura è fuori da sé. Perfettamente conoscibile, modellizzabile, manipolabile.

Ma è proprio così? O questa è proprio la deriva da evitare, proprio la strada verso l'abisso?
Qui non c'entra nulla l'ecologismo radicale. E', invece, una questione ontologica. E' una questione esistenziale. Se cioé l'uomo stia “nella” natura e non “contro” o “sopra” la natura. Se debba abitare il mondo o se, invece, lo debba piegare alle prorie necessità.
Quando nasce il movimento per l’agricoltura biologica la prima rottura, immediatamente, è sulla visione del mondo, sulla filosofia della scienza, su un nuovo umanesimo. Non certo su quali e quanti prodotti si possano o non si possano utilizzare.
L’uomo è - esiste - in quanto agisce "nella" natura, in quanto parte dell'essere tutto. In questo senso non è affatto un caso che la biodinamica sia filosoficamente fondata (per quanto poi si possa avere una opinione critica sulla filosofia steineriana).
E’ partendo da qui, dunque, che si può e si deve rispondere in modo critico e dialettico alle tre questioni sopra esposte.

Veniamo alla prima. Innanzitutto è falso che, pressata l'uva, il mosto diventi naturalmente aceto.
L'acetobacter necessita di etanaolo, cioé di alcool. Dunque ogni acetificazione segue sempre una fermentazione alcolica. La quale avviene per una dinamica microbiologica naturale, per l'appunto. A me, cioé, pare vero, esattamente l’opposto di quanto si sostiene: nella fermentazione alcolica spontanea è la natura, è l’energia, è la vita. Dove interviene l'uomo? Nella decisione iniziale di pressare l'uva per farne vino, certo. L’uva non si pressa “da sola”. E poi nella corretta gestione del liquido, finita la fermentazione alcolica. Esaurita la carbonica, l’ossigeno inizia la sua azione destabilizzante, e l’uomo ha sperimentato nel tempo una serie di tecniche per frenarne l’azione.
Torniamo, allora, al punto filosofico. La contrapposizione fra tecnica e natura era presente già nei greci. Ma solo con l’uomo moderno diviene netta, come frutto di una visione schematica e tecno-scientifica dell'uomo.
Perché l'uomo decide di pressare l'uva e vinificarne il succo? Perché parte del proprio tempo, parte della propria esistenza, sono per l’uomo legate al piacere. Le bevande fermentate entrano nella storia come aspetto dionisiaco che costituisce, fonda l'uomo. Lo definisce, lo caratterizza ontologicamente. Si potrebbe dire che per sua natura l'uomo, perlomeno dagli egizi in avanti, trae giovamento, godimento materiale e spirituale, dal vino. Per-sua-natura. Cioé come fatto naturale, legato alla propria specie.
Se, dunque, esiste la possibilità di produrre naturalmente vino, senza alcuna aggiunta (ed è possibile, è sempre accaduto e sempre accadrà, si pensi ai famosissimi vini di Lesbo o Chios nell'antichità), per trarne quel godimento che è naturale-per-la-specie, ciò che resta aperto è il secondo problema, quello dell'”atto umano", cioé della tecnica. Agricola, in primo luogo. E di conservazione del liquido, in secondo luogo.

Ora, in natura anche i castori adottano una tecnica per costruire le proprie dighe. Anche i leoni adottano una tecnica di caccia. Anche i formicai sono costruiti secondo una certa tecnica. Eppure a nessuno verrebbe da dire che sono "innaturali". Anche l'ostetricia, oramai, è fatta di tecniche e procedure. Eppure usiamo ancora correntemente il termine "parto naturale", per distinguerlo dal parto cesareo, frutto di una chirurgia molto più invasiva.
Dire che l'agricoltura è innaturale, poiché frutto di scelte umane, è un colossale fraintendimento. E' un fraintendimento che nasce proprio dal fatto di immaginare l'uomo separato dalla natura. Dal fatto che ci pare più importante la storia recentissima rispetto all'intero della storia evolutiva umana.
L'agricoltura è parte integrante dell'evoluzione dell'uomo ed, anzi, fatto costitutivo dell'ultimo anello evoluzionistico. Non siamo più cacciatori-raccoglitori ma diveniamo agricoltori. E nei secoli sviluppiamo tecniche agricole. Certamente tali tecniche prevedono l'atto, l’intervento, umano. Ma perché considerarlo innaturale? Perché considerare innaturale seminare, addomesticare varietà, bonificare i terreni? Esattamente come l'orso aspetta i salmoni sul bordo del fiume e, con una certa tecnica affinata in milioni di anni, pesca, così l'homo erectus a un dato punto della sua storia evolutiva coltiva i campi per nutrirsi.

E dunque? E dunque la rottura sta quando l'uomo si distacca dalla natura in seguito al progresso scientifico, al capitalismo, allo sviluppo, all'industria. Quando cioé tecnica e natura smettono di dialogare, di relazionarsi. Quando la Tecnica, dopo la grande rivoluzione scientifica, si pone in posizione dominante. Quando si rompe, cioé, l'equilibrio naturale attraverso la forzatura industriale (I rifiuti, ad esempio, nascono con l’industria: in natura non esistono rifiuti). Parliamo degli ultimi 300 anni di storia umana, a stare larghi.
Qui iniziano i problemi. Qui si perde a strada. Qui si dividono i sentieri. Questa non è assolutamente una posizione luddista o anti-progressista. E’ solo una breve ricostruzione per ricordare che la fondazione del “biologico” avviene come reazione alla rottura del rapporto fra uomo e natura. Per sottolineare che ciò che è innaturale non è l'agricoltura, ma l'agro-industria. Ciò che è innaturale non è il vino, ma il vino costruito in laboratorio. Se non eliminiamo questa linea di demarcazione netta, come troppi tendono a fare, allora tutto diventa possibile.

Si viene, così, all’ultima questione. Perché, cioé, non è più possibile riferirsi al solo termine biologico e perché si sta diffondendo il termine "naturale". Non è furbizia. E' che con l'avvento dei disciplinari e della certificazione, di fatto, sono venuti meno i fondamenti stessi sui quali era poggiato il movimento bio. L’industria ci ha defraudato del termine. I disciplinati biologici e, in parte, biodinamici, poggiano oggi sulla stessa mentalità industrialista per cui ciò che conta sono le molecole, le quantità, i prodotti. E non il rapporto uomo-natura. Basta leggere il prossimo disciplinare dei "vini biologici" per capirlo.
"Naturale" è termine ambiguo, sono il primo ad ammetterlo. Eppure con le conoscenze attuali e nelle annate giuste si può fare vino senza null'altro che non sia uva. Così come in campagna si può fare una viticoltura sana e produttiva col solo moderato uso di zolfo e rame. Per quanto riguarda il rame molti vignaioli riescono a rimanere sotto i 3 kg. di rame metallo all’ettaro all'anno (0,3 grammi al meto quadro). Quantità che non lascia residui nel terreno.

Trovo, quindi, che non sia l'uso di una tecnica umana a negare la naturalità, bensì l’innaturale dispiegarsi della Tecnica rispetto ad un mondo della natura in cui l’uomo da semplice attore diviene dapprima protagonista, poi regista, infine produttore. Da questo punto di vista il dominio della tecno-scienza altro non è se non l'altra faccia della medaglia di ciò che Nietszche aveva chiamato "Volontà di potenza". Il novecento, con la sua follia atomica e superomista, non ci ha insegnato nulla. Ed in questo senso, io credo, va collocato il problema degli OGM, delle clonazioni animali, ecc.
Da questa prospettiva mi pare che si possa e si debba parlare tranquillamente di "vino naturale" e, semmai, dividersi e discutere sulla qualità di quel vino. Buono o cattivo. Ossidato, ridotto, pulito, espressivo, complesso, acetico e chi più ne ha più ne metta.
In conclusione credo che, in realtà, la moda di cui tanto si parla consista più nell'attaccare il vino naturale che nel vino naturale stesso.
Quando passeggio per le nostre campagne in aprile e maggio tutta questa moda naturale non la vedo: vedo soprattutto grandi macchie arancione-Round-Up.
Chissà a chi dà tanto fastidio il fatto che il vino naturale possa esistere?

lunedì 12 aprile 2010

Futuro imperfetto

Vini Naturali d'Italia - Manuale del bere sanoDi ritorno da Cerea. Varie domande in testa. Sul vino, sull'agricoltura, sul giornalismo. Sulla maratona. Sul futuro. Innanzitutto: dove va il movimento dei vini naturali (veri, bio, ecc.)?
C'è chi parla di implosione , dopo averne stimolato ed illuminato il percorso. E chi ci si butta a capofitto , dopo averne snobbato molti protagonisti.
E c'è chi, invece, con molta buona volontà ed ottimi risultati cerca di tracciarne un profilo. E' il caso di Giovanni Bietti che ha presentato, proprio a Cerea, il suo manuale. Non una guida ma una "cassetta degli attrezzi" ad uso di consumatori ed appassionati, per fare un pò di chiarezza sulla spinosa questione.
L'importanza del volume è innanzitutto teorica. Il fatto che ora esista un manuale sui vini naturali (qualche volume in francese già c'era, per la verità) sgombera il campo dal primo grande equivoco, quello cavalcato da chi sostiene che "i vini naturali non esistono" (esisterebbe solo l'aceto). No, il vino naturale esiste. Ed è definito secondo alcuni criteri molto bene esposti.
In secondo luogo questo primo volume, dedicato al centro Italia, oltre a presentare alcuni dei protagonisti di questo mondo, è importante perché affronta di petto alcune questioni essenziali: gli additivi enologici, la questione della solforosa, l'aspetto centrale della digeribilità e bevibilità dei vini naturali.
Ma allora dove va il movimento dei vini naturali? C'è chi dice dentro a Vinitaly. Non so. La voce girava già lo scorso anno. Ne avevo anche scritto. Non sarei contrario a priori, a patto di riuscire prima a trovare un terreno comune, una identità condivisa, un percorso unitario (pur con tutte le legittime diversità di vedute).
A parte le divisioni in gruppi ed associazioni, si assiste ad una fastidiosa reclusione autoreferenziale dentro un recinto. C'è indubbiamente la corsa ad auto-proclamarsi "quelli bravi". C'è anche sicuramente qualche spinta un pò fighetta verso una dorata, e pericolosa, torre d'avorio. Non credo, però, che partecipare a Vinitaly sia "La" soluzione. Anzi. La sistemazione di quest'anno mi è parsa molto bella, funzionale, attraente. Ed anche con notevoli potenzialità di espansione, se questa fosse la volontà.
Quello che so è che i vini presenti a queste fiere sono sempre più buoni. Di VinoVinoVino2010 faccio solo alcuni nomi: il veracissimo Chianti Le trame 2007 di Giovanna Morganti; i vini finissimi di Cascina delle Rose, in particolare mi ha colpito il Barbaresco Tre Stelle 2007; lo stupendo Le vieux clos 2006 di Nicolas Joly, salino, dominato da sentori elegantissimi di frutti di mare; il bevibilissimo Morgon 2007 di Foillard; tutti i borgogna bianchi di Pierre Morey; tutti i vini di Beppe Rinaldi.
Il futuro non si sa. Non so se correrò un'altra maratona, ad esempio. Bene a Milano, tutto sommato. Considerando l'allenamento risicato, i tre giorni di fiera, il freddo al via ed il vento contrario per buona parte della gara. Ho chiuso in 3h54m51s cioé un minuto sotto il mio personale. La sensazione era, ed è, che avrei potuto fare decisamente meglio se non mi fosse venuto un dolore al ginocchio sinistro già intorno al 13 km. Ho cercato di gestire al meglio la corsa e il dolore. Ovviamente, però, l'azione e la postura ne hanno risentito. Poi, al 39°, si è spenta la luce ed arrivare è stato veramente molto difficile.
Lasciar perdere sapendo di potersi migliorare ancora è dura. Ma l'impegno di una corsa del genere è davvero davvero molto grande.

mercoledì 7 aprile 2010

Vini Veri

Ci vediamo da domani a sabato a Cerea (Verona) per la fiera Vini Veri. Per info: www.viniveri.net

venerdì 2 aprile 2010

Agriturismo nelle Marche? Sì grazie...

Se state progettando un week-end fuori porta o una vacanza estiva in una regione ancora poco conosciuta, ed ai margini del gran turismo di massa, la Regione Marche è ciò che far per voi. E se venite nelle Marche mi pare una scelta obbligata soggiornare a La Distesa.
Siamo infatti nel cuore delle Marche, a un'ora e mezzo d'auto sia da Urbino che da Ascoli, i due gioielli urbanistici della regione; a dieci minuti dalle Grotte di Frasassi, le più belle d'Italia e dal Parco della Gola della Rossa dove è possibile passeggiare ed arrampicare; e poi Gubbio e Assisi, le spiagge di Senigallia e Portonovo, le rocche ed i Castelli di Jesi, gli eremi e le abbazie sparse nel territorio; per non parlare del Verdicchio e dell'ottima offerta eno-gastronomica.


La struttura offre diverse soluzioni per il soggiorno: gli appartamenti Sant'Urbano, Sant'Elena e La Romita, ampi e confortevoli, completi di bagno e cucina ed in grado di accogliere 3/4 persone ciascuno; l'appartamento Esinante, dalla caratteristica architettura rurale marchigiana, in grado di ospitare 4/5 persone, suddiviso in due camere da letto, bagno, cucina e soggiorno con grande camino colonico.
Le strutture de La Distesa comprendono una sala comune per letture e svago completa di TV satellitare, una sala degustazioni dove consumare le colazioni e, nei fine settimana, merende, aperitivi o cene a base di prodotti del territorio. Una piscina privata, ad uso esclusivo dei clienti, completa l'ospitalità agrituristica de La Distesa.
Su richiesta organizziamo tour enologici e corsi sul Verdicchio e sul vino in generale. Che volete di più?
Sul sito www.ladistesa.it trovate prezzi ed altre informazioni. 

domenica 28 marzo 2010

Forze di luce

Dalla neve di inizio mese al sole meraviglioso di questi giorni. Amo marzo. Tutto sorge e tende al cielo. I verdi son verdi fosforescenti e la terra pare come gonfiarsi, soffice come un croissant.
Oggi, dentro alle forze di luce, ho fatto l'ultimo lunghissimo in preparazione della maratona di Milano. 3 ore e 12 minuti, oltre 30 chilometri in saliscendi. Ma credo che sarà la terza ed ultima maratona. Si fa veramente troppa fatica. (Fra parentesi: sono tornato sotto i 64 Kg).

sabato 20 marzo 2010

E' la primavera, baby

Finestra di bel tempo, finalmente. Una settimana di lavoro super intenso ci ha portato a terminare l'impianto del nuovo vigneto di Verdicchio. Nonostante l'inverno inclemente siamo in corsa "su tutti i fronti". Resta solo da legare la Spescia, poi si trinceranno i sarmenti e magari faremo una piccola ripuntatura a filari alterni. Poi imbottigliamenti, spedizioni, primi trattamenti, e via così verso la nuova stagione.
Bel confronto, recentemente, fra storie spumantistiche. Confronto apparentemente impari. Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 1997 contro Champagne Blanc de Blanc del-piccolo-produttore-qualunque-di-annata-qualunque. Beh, lo Champagne aveva una marcia in più, mi spiace proprio dirlo. Buono il Ferrari, anzi grande. Eppure non ci ha proprio lasciato con le lacrime (tra l'altro aveva ancora una tostatura legnosa piuttosto invadente). Mentre la beva dello sciampagnino era commovente. E noi ci siamo commossi. Nel senso che i bicchieri erano rapidamente vuoti. Sale, mare, salivazione, freschezza, brillantezza, gioventù, primavera, gioia di vivere, che ti vien voglia di prender la macchina e sparare a tutto volume un bel disco in autoradio, e correre via dentro il tramonto cantando a squarciagola, pensando alla tua ragazza che t'aspetta.
Bringing down the horse, ad esempio, dei Wallflowers. E' un disco che per me rappresenta molto bene certi anni novanta. Non lo ascoltavo da molto tempo, ed oggi me lo sono goduto tutto di un fiato. Coi suoi suoni limpidi, con le chitarre scintillanti, con la voce profonda ed ispirata di Jacob Dylan, con l'alternarsi di ballate e cavalcate elettriche, di pop agile e rock più aggressivo. Col Giuli, il Tenca, Ueppe e Lino si suonava One Headlight ed era proprio un treno. Ci si divertiva, con volumi di suono spaventosi. Ricordo che Springsteen proprio su One Headlight si unì ai Wallflowers in un MTV Music Awards, doppiando meravigliosamente bene la voce di Jacob sui toni alti.
Gran bel disco. Gran bel periodo.

domenica 14 marzo 2010

I nuovi fenomeni

L'altro giorno chiacchieravo di vino col mio amico Guido Galli, enotecario in Senigallia. A un certo punto Guido se ne esce con la definizione "nuovi fenomeni", parlando dei nuovi sboroni del vino. E mi sono accorto che finalmente avevo trovato quello che cercavo: la definizione per i tanti personaggi che ultimamente affollano i banchi degustazioni delle fiere e i tanti spazi virtuali di discussione (blog, forum, social network, ecc.). Perché i fenomeni son sempre esistiti, ma ora siamo alla evoluzione della specie. Dai basici "Fa legno?" o "Questo vino ha fatto la malolattica" o "No, rosso no, sto facendo il giro dei bianchi" siamo passati a ben altre argomentazioni, a ben altre sovrastrutture.
I nuovi fenomeni riconoscono il tipo di rovere. I nuovi fenomeni sanno perfettamente quale ceppo di lievito ha svolto gli zuccheri. I nuovi fenomeni sanno precisamente quanti giorni ha macerato sulle bucce il vino. I nuovi fenomeni, in virtù dei molteplici corsi e seminari che hanno frequentato e delle decine di manifestazioni dove bazzicano ogni anno, riconoscono centinaia di sentori ed aromi, incensano i vini estremi ma odiano l'acidità volatile, cercano in continuazione le nuove "chicche" enologiche ma poi si gasano coi vini blasonati, maneggiano i concetti della biodinamica e ricordano benissimo l'andamento stagionale in Borgogna, Cote de Nuits, nel 1997.
Inutile dire che per noi produttori avere a che fare coi nuovi fenomeni è un piacevole inferno. Si impara sempre qualcosa. Arriverà il tempo in cui riceveremo regolari fatture per le consulenze prestate. D'altronde è ciò che fa il capostipite dei nuovi fenomeni, no?

 

martedì 9 marzo 2010

Brutta aria

Nevica ancora in questo inverno duro che non vuole più finire. E nel frattempo scopro che esistono i "decreti interpretativi". Non ne ricordavo proprio l'esistenza. E' ben vero che ne è passato di tempo da quando studiai diritto pubblico. Eppure qualcosa non mi torna.
Lo scorso anno nel Comune di Staffolo, che sta vicino a Cupra, i cittadini votarono per un unico candidato Sindaco in quanto il centro-destra fece casino con la presentazione della lista (ma va?!). Nessuno si sognò di decretare alcunché. Il Comune di Staffolo ha circa 3000 abitanti ma, evidentemente, il loro "diritto al voto" vale molto meno di quello di altri.
Tira una brutta aria, lo dico da tempo. Il fatto è che a me piace il vino, l'olio di ricino non tanto.

venerdì 5 marzo 2010

Sorgente del vino

Da domani a lunedì sarò ad Agazzano, in Provincia di Piacenza, per la fiera Sorgente del vino Live nella bella rocca Anguissola Scotti - Gonzaga. Ci saranno 100 vignaioli con i loro vini e loro storie.

mercoledì 3 marzo 2010

Anniversari

Esattamente dieci anni fa, il 3 marzo del 2000, uscivo per l'ultima volta dalla agenzia di Piazza De Angeli dell'importante banca tedesca dove lavoravo. Poi, il giorno dopo, un sabato, si sarebbe fatta una grande festa a casa del Bianco, fino a tarda notte, fino ad esaurimento, con tutti gli amici di quegli anni.
Avevo ventisette anni e, in modo fortunatamente del tutto diverso, seguivo le orme di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain, seppellendo la mia vecchia vita.
Nessuno può sapere come sarebbe andata se da quella banca non me ne fossi mai andato o se l'avessi fatto in modo diverso. Magari oggi sarei un colletto bianco di successo, pelaticcio, con qualche chilo in più ed un pò sfigato. Oppure un ricco dirigente a Francoforte, single e sciupafemmine, affezionato al boccale di birra. Oppure uno di quegli analisti economici, licenziati, che portavano via le proprie cose in grosse scatole durante i giorni più duri della crisi finanziaria. Chissà.
Quello che so è che oggi, mentre piantavo pali e barbatelle nel nuovo vigneto, ero contento. Così a casa, dopo aver ballato come un matto con Giacomo e Giulia sulle note di The River, disco che quest'anno compie trent'anni, ho aperto una bottiglia di Franciacorta Il contestatore Pas Dosé dell'azienda Il pendio di Monticelli Brusati. Elegantissimo, austero, marino. Spumante che passata la bolla si fa vino vero, dominato da sentori finissimi di pietra focaia, iodio, delicate erbe aromatiche, e dalla lunghissima persistenza gustativa di lievito e crosta di pane. Una bella scoperta fatta quest'anno a Vini di Vignaioli di Fornovo. Un vino che certamente mi fa vedere il Franciacorta sotto una luce differente.

martedì 23 febbraio 2010

Dave Matthews Band

Veloce apparizione a Milano per assistere con Massi al concerto della Dave Matthews Band al Palasharp di Milano. Ascoltavo la band soprattutto negli anni novanta sulla scia del successo delle jam band dell'epoca, a cominciare dai Phish. Poi li ho un pò persi per strada, ma sempre con la curiosità di vederli dal vivo. L'anno scorso a Lucca pare fecero un concerto memorabile.
Ieri è stata una bella serata. Un ottimo concerto, in grado di ben rappresentare il lavoro della band in più di quindici anni di carriera. Preceduti dagli Alberta Cross, ottima band al primo disco (mix di southern rock americano e rockblues inglese), i DMB sono partiti piano per poi crescere e riscaldarsi progressivamente durante il concerto. Fino ad un livello decisamente bollente. Merito innanzitutto della ritmica, fondata su un batterista di caratura davvero eccezionale e su di un basso sempre presente, netto, aggressivo. Ma è l'intera band a garantire un sound unico ed irripetibile, a cominciare dalla splendida voce del leader, col violino elettrico a segnare i riff più importanti, la sezione fiati a creare arrangiamenti puntuali ed assoli straordinari, la chitarra elettrica a tessere la tela egregiamente.
Il risultato è un genere indefinibile che si muove fra il jazz, il funky (citazione di Prince), il rock più sperimentale (cover dei Talkin' Heads), il crossover. Musicisti affiatatissimi che suonano in modo tirato ed ispirato, restando sempre in bilico fra scrittura ed improvvisazione, fra canzone popolare e musica alta. Assolutamente da vedere/sentire.

giovedì 18 febbraio 2010

Con le mani pulite

Diciotto anni fa partiva l'inchiesta "mani pulite". Avevo vent'anni e già avevo fatto un pò di politica al liceo, seppure come sempre da bastian contrario ed indipendente. Quel periodo, il primo di mani pulite, fu centrale per la mia formazione e per quella di una generazione che non poteva avere più gli stessi riferimenti di quella immediatamente precedente, non fosse altro perché era caduto il muro di Berlino. I Borrelli, i Davigo, i Di Pietro a Milano, così come i Falcone ed i Borsellino a Palermo, divennero allora delle importanti figure cui aggrapparsi in un periodo di crisi dei partiti, dell'intero sistema della Prima Repubblica e di un'economia in forte recessione per la prima volta dopo i gloriosi anni ottanta.
Ricordo alcune giornate passate fuori dal palazzo di giustizia a manifestare. Compagni di viaggio tra i più diversi: missini, leghisti della prima ora, vetero comunisti, tutti insieme a certificare il crollo di un sistema diffuso e sopportato fin tanto che l'economia poteva reggere la "tassa implicita" che era prevista secondo gli usi del tempo.
Poi, crollato in modo nemmeno molto elegante il Palazzo, vennero le stragi di mafia, venne l'epoca del tutti contro tutti e del fuggi fuggi generale, l'inchiesta "mani pulite" subì una ovvia involuzione, ci fu l'avvento di Berlusconi, alla famigerata "soluzione politica" si mise, volontariamente, una bella pietra sopra. E tutto ricominciò lentamente come prima. Diversi gli attori. Medesima l'attitudine degli imprenditori e della politica a colludere a danno dei cittadini.
Dopo quasi vent'anni, e nel pieno di una nuova recessione, evidentemente il peso della "tassa" chiamata tangente si fa nuovamente sentire se è vero, come è vero, che ricominciano le denunce da parte degli imprenditori. A Milano così come altrove amministratori pubblici vengono beccati in flagranza di reato come se nulla fosse cambiato rispetto a vent'anni fa.
L'inchiesta di Firenze, quella sul sistema della Protezione civile, mostra il lato più orrendo e decadente di questo nostro paese senza futuro. Fatto di donne oggetto prestate agli uomini in cambio di favori, di appalti pilotati, di cricche politico-affaristiche in grado di fare il bello ed il cattivo tempo su ogni "grande evento", di una informazione sempre più al servizio del potere. Il quotidiano voltastomaco di un cittadino normale che lavora con le mani pulite, sporcate nel mio caso dalla terra e dai tannini del vino, si trasforma in cinismo, in nichilismo di fronte alla impossibilità di qualsiasi riforma, di qualunque cambiamento. Il quadro che emerge è quello della solita italietta dei furbi. L'Italia del favore, della clientela, della raccomandazione. Dove ciò che soccombe sono il mercato, il merito e la fiducia dei cittadini onesti in un futuro migliore. Nel frattempo gli stipendi arrancano, i disoccupati aumentano, il debito pubblico sale e dal vocabolario della sinistra è sparita una parola che per tanto tempo ha dato un senso all'agire politico: rivoluzione.

lunedì 15 febbraio 2010

Istinti

Ancora neve e freddo. Ieri ho corso due ore e dieci minuti, in preparazione della maratona di Milano. Sono arrivato fino alla gola della Rossa e poi oltre. Guardavo le pareti di calcare, a picco sull'Esino, e ripensavo a tutte le giornate passate a scalare pareti, alle sveglie all'alba, ai viaggi in cerca di pietra ed emozioni, alle attese su scomode soste, alle infinite ripetizioni di passaggi duri.
Correvo e pensavo che la vita è proprio strana. Che da quando abito a dieci minuti scarsi da ottime falesie ho smesso di arrampicare... In realtà ho smesso parecchie altre cose, ma ho come l'impressione che l'appuntamento con l'arrampicata, così come lo è stato per la corsa, sia solo rimandato. Correre e arrampicare: istinti primitivi cui è difficile resistere, basta guardare un bambino per rendersene conto. Istinti che divengono forme, movimenti, posture. Attimi in cui si è davvero soli con se stessi, in cui è possibile estraniarsi da tutto, in cui la solitudine è anche libertà, di azione e pensiero.

sabato 6 febbraio 2010

Lavori ed invecchiamenti

Duro lavoro negli ultimi giorni. Fra scavare buche per rimpiazzare viti nelle vigne vecchie, squadrare per bene, manco fossimo geometri esperti, mezzo ettaro di vigna nuova e piantare pali da mattina a sera, Giovanni ed io abbiamo riempito le prime giornate davvero belle ed asciutte dall'inizio dell'anno. Sono i giorni in cui lavorare in campagna è una vera soddisfazione e non si finirebbe mai di camminare i vigneti.
Martedì 9 febbraio, invece, sarò ancora in giro. Si torna al Ristorante La Tana degli orsi di Pratovecchio (AR) dei bravi Caterina e Simone, in pieno casentino, per una mangiata/degustazione tutta dedicata ai vini La Distesa. Si comincerà col Terre Silvate 2008 per poi fare un salto all'indietro nel tempo. Sarò anch'io curioso di vedere come saranno invecchiati, se meglio o peggio del sottoscritto, Gli Eremi 2002, Gli Eremi 2000 e uno dei primi Verdicchio targati La Distesa, ovvero il San Michele 1998. La serata è solo su prenotazione, questi i riferimenti:  
Ristorante Cantineria “La Tana degli Orsi”
Via Roma 1, Pratovecchio AR.
Tel. e Fax 0575 583377
Cell. 329.8981473 - 329.5829483
E.mail tana.orsi@aruba.it