domenica 27 giugno 2021

Socialismo o barbarie: i dubbi di un anarchico di fronte al futuro

Ci ho messo un anno a scrivere questo post "sulla pandemia".
Stava lì nelle "bozze". Cancellato e ricominciato mille volte. Ad ogni chiusura e a ogni riapertura. A ogni nuova notizia o polemica. A ogni commento di Tizio o di Caio che mi parevano aver torto o ragione. 
Ora nelle Marche siamo in una situazione di siccità estrema e ci sono temperature che in giugno non si erano quasi mai viste. E penso che tutto si tiene, che tutto è correlato. E allora ci riprovo.
Da dove posso cominciare?
Forse dal riso amaro che mi ritrovo stampato in faccia da mesi scorrendo i social media e i giornali on-line, alla ricerca di opinioni che mi aiutino a capire e ad approfondire i temi di questa pandemia. 
Il riso amaro di fronte allo stato di questo paese e di questo nostro occidente.
Siamo bombardati da opinioni e informazioni di ogni tipo. E la pioggia torrenziale di questa inesauribile comunicazione si fa subito fango, pantano dove è impossibile trovare una via percorribile verso una qualche forma di conoscenza stabile, sicura, definita.
Vorrei allora provare un ragionamento differente. Che abbracci uno sguardo da lontano. Che metta da parte l'informazione singolare e immediata cui ci stiamo abituando sempre più, e provi a collocare questi giorni nella loro complessità plurale.
Stiamo assistendo ad una violentissima accelerazione della Storia.
Parlando coi miei figli ho provato a spiegarglielo. Tutte le generazioni vivono almeno un momento storico fondamentale, decisivo. Per la mia generazione - ad esempio - è stato il crollo del muro di Berlino, nella sua dimensione ideologica prima che fisica. Per la generazione precedente certamente il ciclo di movimenti sessantotto/settantasette. 
Questa pandemia sarà molto probabilmente il "loro" evento: qualcosa che sposta i destini e muta le dinamiche sociali e politiche. Non fraintendetemi. Non sono così naif da pensare al singolo evento (la scoperta dell'America, l'invenzione della macchina a vapore...) come unica determinante della Storia: la storiografia moderna, marxista e non, ha da tempo mostrato l'importanza delle "derive", dei tempi lunghi, delle accumulazioni, dei movimenti sotto-traccia, delle dialettiche sociali ed economiche, spesso invisibili, che incidono sui grandi fatti.
È incontestabile, però, che l'arrivo di questo virus - uno shock esogeno direbbero gli economisti - sta mettendo sotto pressione tutte le delicate strutture con cui le moderne democrazie occidentali più o meno liberali avevano provato a mantenere un fragile equilibrio: quello tra benessere economico, coesione sociale e libertà personali. Non solo. L'arrivo del virus ha rimesso di colpo in discussione paradigmi che sembravano inscalfibili.
Si pensi, ed è l'esempio più clamoroso, all'Europa: nel giro di pochi mesi il COVID-19 ha raso al suolo decenni di pensiero ordo-liberale basato sull'austerità. Nemmeno la crisi finanziaria ci era riuscita: solo il governo italiano negli ultimi mesi ha speso decine e decine di miliardi di euro in deficit, qualcosa di inimmaginabile anche solo un anno fa. 
E ovviamente ci sarà un prezzo da pagare. Ma non è questo davvero il punto... 
Si tratta di una sensazione prima che di una ragionamento limpido.
Come posso spiegarlo?


Avete presente "Una poltrona per due"?
Ecco, è successo proprio quel che succede a Dan Aycroyd quando da ricco diviene povero: una certa parte del mondo (Principalmente nell'emisfero nord, principalmente in occidente, principalmente di pelle bianca) non era più abituata, da tempo, da almeno tre generazioni, a vivere in certe condizioni di estrema precarietà e insicurezza. E quando all'improvviso la propria Comfort Zone ha iniziato a vacillare si è trovata di colpo senza riferimenti. (Perché vaglielo a dire all'abitante di una favela brasiliana, al residente di una bidonville africana, al ragazzo di un paesino di campagna dell'India, che il Coronavirus sta intaccando il loro stile di vita!)Quello che non è ben chiaro alle classi medie occidentali è che, se è vero che da anni esiste un effetto trascinamento verso il basso della propria condizione, è però altrettanto vero che esse sperimentano ancora livelli di vita molto superiori a quelle delle generazioni precedenti oltre che dei miliardi di altri abitanti del pianeta che in occidente non vivono.
Lo dimostrano in modo incontestabile alcune delle reazioni più assurde al virus, tipo le lacrime per le mancate vacanze sugli sci in piena seconda ondata: pensiamo per un istante all'Europa del 1918 e pensiamo agli effetti combinati di una orribile guerra mondiale e di una epidemia come la spagnola e proviamo a sovrapporre queste immagini alle fotografie di certe corse all'aperitivo o allo shopping natalizio. L'effetto è di puro straniamento. 
Per questo motivo trovo insopportabile questa ipocrisia diffusa per cui intere masse di individui che hanno per decenni vissuto sopra le proprie possibilità - a danno degli altri abitanti del globo e delle risorse naturali del pianeta - negli ultimi mesi si siano fondamentalmente lamentati per la limitazioni di alcune del tutto prescindibili libertà borghesi.
Una ipocrisia che si sostanzia poi in un altro modo: milioni e milioni di cittadini che negli ultimi decenni hanno voluto meno Stato e più Mercato, che hanno votato in modo coerente e convinto per partiti di destra e/o di sinistra tutti quanti in modo trasversale favorevoli alla riduzione delle tasse (e dunque alla riduzione di stato sociale), alla riduzione del debito, alle privatizzazioni, ecco questi stessi cittadini si sono messi a pretendere all'improvviso l'assunzione di medici e infermieri, la ri-apertura di ospedali, la garanzia di tracciamenti su larga scala, la sistemazione dei trasporti pubblici e l'erogazione di sussidi a pioggia. Così, di colpo.
Certo, la povertà sta aumentando a dismisura. E certo, ci sono intere fasce di popolazione che soffrono pesantemente: ma c'erano anche prima e a chi interessavano? Questa è l'ipocrisia di Dan Aycroyd: si accorge della povertà solo quando diventa povero, che è esattamente ciò che sta succedendo.


Così mi ritrovo a confrontare la gestione della pandemia di tutti i paesi del Sud-America con quella di Cuba e penso Cazzo, compagni, forse quella Rivoluzione non ha avuto tutti i torti a privare il popolo di qualche libertà civile se poi è riuscita a costruire e mantenere sistemi sanitari ed educativi di qualità per tutti! (che poi in realtà ci sarebbe da discutere - e molto - sui diritti garantiti a Cuba, chiedere ad esempio agli omosessuali). 
Ma non era questo, in fondo, quel che sognavano i comunisti? Uno scambio fruttuoso e sostenibile tra libertà personale e diffusione dei diritti? Ed è - me ne rendo conto - un ragionamento orribile perché da anarchico ho sempre sofferto questa scelta. Non dovremmo proprio arrivarci a uno scambio del genere. Ma nel guardarmi intorno non posso non notare come la stragrande maggioranza dei comportamenti individuali - sui quali volenti o nolenti poggia l'idea di autogestione - abbia in questi ultimi mesi delineato in occidente una inequivocabile scelta valoriale: mettere in conto la convivenza con il virus e la sua diffusione, e dunque un certo numero di vittime, per mantenere in piedi, anche se zoppicante, il nostro "stile-di-vita". 
Si dirà, come sempre, TINA: There Was No Alternative. 
Ma ne siamo proprio sicuri?
La domanda non è oziosa. E sì! Sottende un certo moralismo. Ma non c'è nulla di male nel moralismo: dipende dai valori cui si fa riferimento. Anche il privilegiare l'economia ad ogni costo è una scelta morale. Si tratta di privilegiare l'utilitarismo e, questo, come ben sappiamo, è la base di Homo oeconomicus: un attore razionale teso alla massimizzazione della propria utilità personale. È un cazzo di valore. Ed è, in definitiva, il valore che fonda il capitalismo. 
La domanda non è oziosa per il semplice fatto che questa pandemia può essere vista in qualche modo come una "prova generale": il cambiamento climatico ci obbligherà a rinunciare per sempre ad alcune libertà personali in cambio della sopravvivenza della specie. Passato questo virus, che prima o poi passerà, ce ne saranno forse altri più gravi - o forse no - ma in ogni caso dovremo fronteggiare un paio di verità incontestabili: 
1) il caos climatico che ci attende produrrà effetti profondi e strutturali sulle nostre vite sociali
2) non saremo mai in grado di vivere in dieci/undici miliardi di essere umani sul pianeta Terra e ottenere contemporaneamente benessere economico, salute ecologica e libertà personale.
È una visione troppo pessimista? Troppo Malthusiana? Forse.
Ma non dobbiamo sprecare l'unica nota positiva che la pandemia ci ha consegnato: la sperimentazione del mondo che verrà se non cambiamo rotta. Perché ciò che stiamo vedendo in larga parte non è altro che un mondo vecchio che prova a resistere nell'unico modo che conosce: garantire un livello di consumismo che possa salvaguardare la sopravvivenza del sistema. 
È questo che davvero vogliamo?
O forse è urgente mettere in conto un'alternativa sapendo fin d'ora ch'essa non potrà essere il migliore dei mondi, l'utopia degli anarchici? Che nella società dell'Antropocene dovremo tutti rinunciare a qualcosa (un po' di benessere economico? qualcuna delle tante libertà che gli ultimi decenni ci avevano regalato?) purché queste rinunce siano nel senso della sobrietà e, soprattutto, della eguaglianza? 
Non è socialismo questo?
E non appare come l'unica soluzione alla barbarie?