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martedì 19 aprile 2022

Netflix Party

Nel prossimo mese di maggio uscirà nelle librerie, per l'editore peQuod di Ancona, Netflix Party, il mio nuovo libro. 

Si tratta di una raccolta di dodici racconti, short stories direbbero gli americani. Tra i protagonisti ci sono viaggiatori dispersi in un futuro arido, pubblicitari in fuga da se stessi, adolescenti senza scampo, musicisti jazz, homeless, scalatori, alieni atterrati sul pianeta Terra. E poi ancora: bottiglie di vino che raccontano una vita ormai giunta alla fine e cinici manager alle prese con l’ennesimo Negroni sbagliato.

Sono dodici storie solo apparentemente sganciate l'una dall'altra: messe assieme provano a ricostruire uno sguardo sul nostro mondo, su quello che ci sta accadendo, sulla variegata umanità di inizio millennio alle prese con fatti epocali come la pandemia, il cambiamento climatico, un'economia sempre più diseguale. 


L'illustrazione in copertina è di Francesco Dottori


Il titolo che dà il nome all'intera raccolta è il titolo di uno dei racconti, l'ultimo. In realtà mi pare sintetizzare bene il respiro profondo di questi testi. Netflix Party perché volenti o nolenti viviamo vite sempre più virtuali; perché a prescindere dalla pandemia viviamo vite confinate, dove gli spazi di socialità e di libertà autentica sembrano continuamente restringersi; perché viviamo vite le cui relazioni ed emozioni sono sempre più decise da altri, e spesso da algoritmi di cui nemmeno conosciamo l'esistenza.

Per cercare di fare emergere le contraddizioni in cui siamo immersi ho scritto di personaggi o situazioni estremi. Ho stressato i contesti e portato le vicende sempre sul bordo di un precipizio immaginario. Così le dodici storie raccontano l’ansia, l’adrenalina, il senso di perdita, la follia, lo smarrimento che si provano una volta giunti al limite: quando le scelte valgono doppio, gli errori sono imperdonabili e la catastrofe sembra imminente. 

E pure, nonostante tutto, c’è un senso di profonda umanità racchiuso nelle scelte di molti dei personaggi. Quasi una sorta di resistenza a un mondo che ci vuole confinati.

giovedì 10 ottobre 2019

Di catastrofi e civiltà decadute

Dall'introduzione di "Come vignaioli alla fine dell'estate" di Corrado Dottori
Ed. DeriveApprodi. Collana Habitus.

"...Siamo in mezzo alle rovine di Micene, in mezzo a grandi blocchi di pietra che testimoniano di una grande civiltà in frantumi. Ecco, proprio lì, in mezzo ad alcune pietre di una antica dimora devastata, cresce una vite. Una vite selvatica. Che prova a farsi strada e a sopravvivere là dove non c’è più nulla.
La vite. Pianta resiliente, testarda e ribelle. Unica forma di vita in mezzo al vuoto.
È un’immagine che mi fa riflettere sul movimento dei vignaioli naturali. Su quanto sia al centro del grande cortocircuito fra natura e cultura e su quanto poco stia facendo per prendere davvero posizione di fronte alla catastrofe ecologica.
La crisi ambientale che stiamo vivendo è in gran parte una crisi della Politica.
Nel 1975 Wallace Broecker pubblicava su «Science» un articolo dal titolo emblematico: Climatic Change: Are we on the Brink of a Pronounced Global Warming? L’insostenibilità del nostro modello di sviluppo è cioè cosa nota da sessant’anni almeno, eppure non è mai stata davvero al centro delle campagne elettorali o dei programmi politici di nessun grande partito politico di massa.
  Nella riedizione di Tempi storici Tempi biologici, nel 2005, Enzo Tiezzi affermava «con un misto di imbarazzo e di orgoglio che le previsioni di vent’anni fa si sono dimostrate fondate e scientificamente corrette». Nulla si crea e nulla si distrugge, la legge della termodinamica non fa sconti a nessuno: il ciclo del Carbonio sta alla base dell’aumento fuori controllo delle temperature del pianeta. I politici lo sanno da tempo. Ma nessuno ha mai davvero agito..."


In vendita nelle librerie, on-line e presso la casa editrice.

lunedì 23 settembre 2019

Chasin' wild horses - Buon compleanno, Bruce.

Scendemmo e, una volta usciti, raggiungemmo l'abbeveratoio dei cavalli. Mio padre si lavò il sangue e si strofinò la faccia, poi risalimmo sul furgone. Si mise al volante e si diresse in centro a Holt, a un negozio di liquori che si chiamava Payday, dove comprò una bottiglia di whiskey e qualche birra. Le mise in un sacchetto di carta. Poi tornammo in campagna e fermò il furgone in cima a una collinetta sabbiosa in un pascolo. (Kent Haruf - Vincoli)

Affittai una camera in un albergo a breve distanza dalla strada dei locali notturni. Per due dollari mi rifilarono una stanza a piano terra con vista sull'oceano, un letto con un materasso sottile, un lavandino e la chiave del cesso sul corridoio. Misi i miei ricambi nel cassettone e, uscendo, mi strappai due capelli dalla testa. (James Ellroy - Dalia Nera)

A ovest, per tutta la notte, lampi ramificati scaturiti dal nulla tremarono dietro i cumulonembi di mezzanotte, illuminando a giorno il deserto lontano di una luce bluastra, e contro l'orizzonte balenante le montagne si stagliavano dure e nere e livide, distanti e aliene come terre la cui vera geologia non era la pietra ma la paura. (Meridiano di sangue - Cormac McCarthy)

Al lavoro era dura. Di pomeriggio svaniva la nebbia e il sole picchiava. I raggi si spostavano dall'azzurro della baia verso quella specie di vassoio formato dalle colline di Palos Verdes, ed era come una fornace. Nel conservificio era peggio. Non c'era aria fresca, neanche quanto bastava a riempire una sola narice. (La strada per Los Angeles - John Fante)

Per capire Western Stars bisogna partire da qui.
E forse da un pugno di film. Crazy Heart, con uno straordinario Jeff Bridges nei panni di un musicista country in declino; I Cowboys con un vecchio John Wayne e le musiche di John Williams; Il Lungo addio di Robert Altman (sempre con le musiche di John Williams); The Wrestler con Mickey Rourke (e la bellissima omonima canzone dello stesso Springsteen); Verso il sole ovvero l'ultimo film di Michal Cimino.
Cose diversissime fra loro ma accomunate dal senso della fine, da personaggi che vivono sul limitare dell'ultimo giro di giostra.
Springsteen ha fatto il suo disco più bello degli ultimi vent'anni. Un disco molto diverso da quel che aspettavamo. Un disco che nasce dentro alle pieghe più nascoste e oscure della sua autobiografia e come coerente prosecuzione dell'incredibile spettacolo teatrale di Broadway.
Western Stars è al tempo stesso la cosa più vicina a Nebraska e la più lontana. Dove la musica di Nebraska era scarna e poco prodotta in Western Stars ci sono arrangiamenti e orchestrazioni ricchissimi, una produzione magnifica e a volte lussuriosa. Il disco del 1982 andava alle radici del folk tradizionale americano, anche se in fondo era permeato di una patina proto-punk e new wave (si pensi ai Suicide). Western Stars è invece un disco in cui la matrice folk vira verso un certo pop cantautorale, verso la California delle grandi colonne sonore hollywoodiane più che della psichedelia.
Eppure questa scelta si rivela, lentamente, ascolto dopo ascolto, come coerente alle storie raccontate. Perché qui le stelle dell'ovest sono sì quelle del deserto ma anche le stelle che non ce l'hanno fatta, attori di serie B, cantanti dimenticati, anti-eroi che hanno perso pure l'ultimo treno. Ma sia chiaro: bollare i personaggi dell'ultimo Springsteen come i "soliti" perdenti di Darkness o di The River non ci aiuta a capire che qui siamo oltre.  
Western Stars è infatti un disco che parla di vecchiaia e di depressione, di una quotidianità molto lontana dagli omicidi di Charles Starkweather o dalle pistole di Johnny99.
È un disco di una verità e di una urgenza dolorose: Bruce ha 70 anni, non c'è più traccia in lui dell'icona pop degli anni ottanta, ma nemmeno del workin' class hero dei settanta. Con Western Stars siamo tornati a Tunnel of love, per certi versi, non a caso un altro disco meraviglioso ma fortemente incompreso: ci sono i dubbi, le incertezze, le ombre di un uomo solo in un momento di svolta. Là era un amore finito, qui è che siamo proprio al tramonto.
Tornerà la E-street, torneranno gli stadi, tornerà il dovere di portare in giro ancora una volta la fiaccola del rock'n'roll: sempre più pesante e sempre meno lucente. Ma il viaggio del Bruce scrittore di canzoni ha senso invece oggi fra le strade desertiche di Western Stars, mentre si perde lungo questi binari, quando se non è il capolinea poco ci manca.
Non è un caso, non può esserlo, che il disco sia cantato da dio. Non ha forse mai cantato così bene Bruce Springsteen, e questo ha semplicemente dell'incredibile.
I woke up this morning è un verso che ritorna spesso nel disco, ma sbaglia chi lo associa ad uno stanco cliché blues, ad un'assenza di idee: alzarsi dal letto è un impresa titanica per chi soffre di depressione, e di questo si sta parlando; chi ha letto la sua potente autobiografia sa quale sia il demone che accompagna la vita di Springsteen.
Bruce è invecchiato e non lo nasconde più, anzi ce lo sbatte in faccia. Siamo invecchiati anche noi con lui. Le storie, bellissime e cinematografiche, raccontate in questo disco ci ricordano - ancora una volta! - a che punto siamo della strada, dove sono arrivati Wild Billy, Mary, Terry, e noi con loro. Con una coerenza ed una verità disarmanti queste storie, che sarebbero da far studiare ai tanti finti songwriters di oggi, ci ricordano che là dove un tempo c'erano auto in corsa verso la libertà oggi ci sono pillole e whiskey nascosti dentro sacchetti di carta.
C'è un altro libro che Western Stars mi ha ricordato, un altro libro che parla di deserti e persone sole che lottano contro demoni interiori o ricordi del passato. Si chiama Lullaby Road di James Anderson. È la storia del camionista Ben Jones che fa il postino privato lungo la statale 117 in mezzo a chilometri e chilometri di deserto nello Utah. A Ben Jones succedono cose, finisce col ritrovarsi per caso dentro a una brutta brutta storia. Ma nella quotidianità del fare il proprio lavoro al meglio, nel fronteggiare con dignità un destino che ha sempre qualcosa di inesorabile, Ben Jones troverà la forza per andare avanti, proprio come gli eroi blue collar del boss, proprio come le ex-stelle di un west che non esiste più. Un'altra piccola pagina del grande romanzo americano.

Tutti hanno una buona stella. Anche se continuavo a ripetermi quanto fossi sveglio ed esperto per guidare nel deserto, sapevo che era solo la fortuna a fare la differenza.
A un cero punto, durante la notte, la strada si era confusa con il deserto proprio come sapevo che sarebbe successo. È opinione comune che in caso di guida a visibilità zero il conducente debba stare  
nella scia del veicolo di fronte a lui, o seguirne i fanali, se riesce a vederli. Sulla 117 era raro avere qualcuno da seguire, e comunque non ero uno a cui piaceva star dietro agli altri. Un paio di volte, in passato, al valico di Soldier Pass, una fila di veicoli aveva seguito il capogruppo fino a cadere da uno strapiombo. Se dovevo finire in un burrone, non avevo certo bisogno di qualcuno che mi indicasse la strada. Preferivo essere stupido da solo. Si fa prima.
(Lullaby Road - James Anderson)

mercoledì 16 gennaio 2019

Immagina un mondo

File: Lettere di famiglia 
Data: Nessuna data certa

Ciao Edo
sono Nina... Non so se leggerai mai queste righe... Le scrivo da un posto che non posso dirti. Né bello né brutto. Sospeso.
So che mi odi o – forse peggio – che mi hai semplicemente rimosso. Non posso biasimarti visto la madre che non sono stata. E tempo per recuperare non ce n’è, che non ho alcuna intenzione di pagare il prezzo che hanno pagato tuo padre e tanti altri compagni. Preferisco di gran lunga nascondermi e cercare di condurre una vita in qualche modo decente.
Ma alcune parole mi andava di scrivertele, non per giustificarmi, non per spiegarmi e tanto meno per ottenere un impossibile perdono. Ma semplicemente così, per riannodare un  filo sottile, fatto di ricordi... Che la storia, quella la scriveranno gli storici, e sarà comunque in gran parte la storia dei vincitori. Mi spiacerebbe che tu conoscessi solo quella e avessi un’idea di tua madre ancora peggiore di quella che ti sarai fatto... Insomma. Immagina un mondo. Un mondo in cui ogni anelito di libertà, viene soffocato nel sangue, da Lumumba a Che Guevara, da Bob Kennedy a Luther King, dall’Ungheria a Praga... Immagina anni in cui in ogni parte nel globo la gente, il popolo, si muove per chiedere un mondo migliore: in Africa, nei paesi arabi, negli Stati Uniti d’America, nell’est d’Europa, in sudamerica. E c’è una musica nuova, ci sono idee originali, ci sono giovani che non vogliono fare il lavoro dei padri, ci sono donne che vogliono essere diverse dalle loro madri. Immagina tutto questo, se puoi, e lo so che puoi.
E poi immagina una bomba e dei morti innocenti. Immagina un anarchico innocente che precipita dalla  finestra di un commissariato di polizia. Immagina una guerra atroce in un paese povero e disperato come il Viet Nam. Immagina l’Angola, il Mozambico, la Palestina, il Sudafrica... Immagina la Grecia quanto era vicina; Il Cile e l’Argentina e un paese come il nostro che come in un incubo chiude ogni varco, ogni porta, ogni spiraglio al cambiamento.
Dov’erano i nostri Robespierre? Dove i nostri Lenin? Dov’erano e cosa facevano quelli che fino a un attimo prima sembravano i rappresentanti della classe operaia?
Il potere.
Ecco la questione davvero irrisolta.
Perché è vero, abbiamo ottenuto il divorzio e l’aborto. Ma sarebbero arrivati comunque, era solo questione di tempo. E la libertà sessuale? Eccola... Anche senza di noi, con le tette nude delle televisioni. Così come l’emancipazione della donna, consumatrici formidabili da non lasciare indietro, lo sanno bene Versace e Madonna, no? E i neri? Comunque prima o poi qualche diritto sarebbe stato loro concesso, gli WASP facevano pochi figli e se vuoi vincere le elezioni hai bisogno dei voti di tutti, neri, messicani, omosessuali... Non passerà molto tempo prima di avere un presidente americano nero!
Tutto faceva parte del normale processo evolutivo del capitalismo borghese che tutto sussume, che tutto divora.
A me, a noi, tutto ciò interessava relativamente. Abbiamo mirato al cielo. Con mille errori, certo. Alcuni drammatici. Ma cosa credi? Che possa esistere una guerra senza morti e feriti? Una rivoluzione senza vittime né carnefici?
Non sono pentita. Non posso permettermi di esserlo, né di fronte alla storia né di fronte a mio figlio... Perché forse questa è l’unica eredità che posso lasciarti: sapere che il potere, qualsiasi potere, può essere combattuto. Credere che si possa ancora e sempre ribellarsi.

(Corrado Dottori, "La Musica Vuota". Edizioni Pequod, 2017)

sabato 28 aprile 2018

L'ebbrezza immaginifica di un vino paesaggio

Per una poetica oltre il feticcio "Natura".

Riporto qui il mio pezzo uscito per OperaViva Magazine: seguendo il link trovate l'intero focus sul libro di Simonetta Lorigliola edito da DeriveApprodi.


Se non è il vino dell’enologo, allora che cosa è? 
Un vino naturale? 
No, è un vino paesaggio! 


Nell’oceano sempre più vasto delle pubblicazioni – specialistiche e non – sul vino, il libro firmato da Simonetta Lorigliola spicca indubbiamente per importanza e profondità. C’è la storia dei Vignai da Duline, cioè di Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini. Ci sono la musica, i centri sociali, il vegetarianesimo come scelta politica, l’agricoltura come approdo di un percorso di biodiversità culturale. Ma anche – e soprattutto – c’è un arco narrativo in grado di mettere insieme il Dioniso crocifisso di Michel Le Gris, Terra e Libertà/Critical Wine (il libro manifesto) e, in modo tangenziale, Insurrezione culturale di Jonathan Nossiter. 

Nel pieno del dibattito estenuante e spesso stucchevole sul «vino naturale» e delle ipotesi su una legislazione in grado di «certificarne» l’essenza e rubarne lo spirito, Lorigliola scarta bruscamente di lato e torna in qualche modo all’origine. All’origine: cioè alla t/Terra. Ma anche all’origine, nel senso di inizio: il percorso con cui un vasto movimento, radicato nei centri sociali e promosso da un collettivo eterogeneo raccolto intorno alla figura di Gino Veronelli, riusciva a inserire il discorso sul vino (e dunque sull’agricoltura) all’interno di una più vasta riflessione politica e filosofica su origine, identità, globalismo, agro-ecologia, modelli di consumo e di sviluppo. 

E come dentro al percorso di Critical Wine raramente si faceva riferimento al vino «naturale», al vino «vero» e tantomeno al vino «biologico», essendo il problema tutt’altro, così dentro «è un vino paesaggio» questi stessi termini trovano ben poco spazio, e quando ne trovano è con una prospettiva piuttosto critica. D’altronde è la storia stessa dei Vignai da Duline a essere – essa stessa – «collaterale» a quella del movimento del vino naturale. 

Eppure, contemporaneamente, con una forza descrittiva ed una potenza evocativa non comuni, nel libro l’essenza di ciò che oramai è comunemente accettato come «vino naturale» in tutto il mondo emerge in modo affascinante, a partire dai nomi creativi dati alla pratica della non-cimatura (chioma integrale) e alla particolare forma di inerbimento/sovescio (mucca verde). Perché in definitiva Lorenzo Mocchiutti produce a tutti gli effetti del vino naturale! Allora dove sta la contraddizione? Dove l’incoerenza, se c’è? 

Essa è insita proprio nell’esigenza, classica di questi anni, di dover aggettivare (nominare, definire, esemplificare) ogni cosa, qualunque soggetto/oggetto. Ecco allora che il vino diventa «naturale», «vero», «biodinamico», «artigianale», «industriale», «convenzionale», ecc. Ma proprio queste definizioni complicano, anziché risolvere, il problema: perché in ultima istanza l’unica vera ragione di fondo non sta nell’identificazione di una pratica o di una coerente scelta produttiva, bensì nella creazione di una specifica nicchia all’interno di un altrettanto specifico mercato. 

Il capitalismo, ancora una volta! Per cui «l’agricoltura biologica, coi suoi prodotti, è divenuta una delle reginette più applaudite di una festa in declino che per decenni ha visto protagonisti la plastica e i derivati dal petrolio, oggi banditi dal consumo politicamente corretto» 1. Quella dinamica di sussunzione oramai nota per cui ogni alternativa, ogni salto in avanti, divengono slogan da televendita anni Ottanta o scatto super-cool sul profilo instagram: «Territorio e natura, insomma. Quasi un ossessivo richiamo al vino come elemento bucolico e baluardo di memorie perdute. Sono in crescita esponenziale coloro che dicono di produrre in questo modo. E soprattutto coloro che lo raccontano. Anche il vino ha le sue mode» 2. Fino all’assurdo – viene da aggiungere – di un Parco Divertimenti del Cibo Made in Italy come il farinettiano F.I.CO. di Bologna: il territorio e la natura si fanno Fabbrica Contadina. 

Dentro questa dinamica, volenti o nolenti, siamo inseriti tutti noi: chi produce, chi consuma e persino chi narra il vino (o l’agricoltura). Del vino naturale a breve si faranno un regolamento e un marchio, con tutto ciò che ne consegue in termini di valore (aggiunto). Ma possiamo immaginare la Rivoluzione francese senza la ghigliottina giacobina o la Rivoluzione d’ottobre senza il terrore rosso? E la realtà è che il solo uso dell’aggettivo «naturale» accostato alla parola vino, senza alcun dubbio, ha sancito un momento rivoluzionario. 

Come vignaioli non possiamo tirarci indietro. Dobbiamo accettare in pieno la responsabilità di aver usato il termine, di averne anzi abusato, di aver provato a scardinare un mondo del vino vecchio, putrido, insostenibile. Di averlo fatto attraverso teorie e pratiche agricole ma anche, e non se ne poteva fare a meno, attraverso lo spazio comunicativo che l’aggettivo «naturale» (insieme ai suoi tanti sinonimi) poteva e doveva aprire. Se oggi il vino naturale è divenuto solo marketing, solo nicchia di mercato, con tanto di lunga lista di vini mal fatti e di conseguenza poco piacevoli, non possiamo dimenticarne, però, l’effetto dirompente di decolonizzazione di un immaginario che in vent’anni aveva elevato l’enologo a nuovo Dio, la chimica a compagna di vita, un gusto piccolo borghese (di gomma e dopobarba firmato) a standard estetico. 

Era un passaggio ineliminabile, anche e soprattutto a livello concettuale, quello del vino naturale. Nell’epoca del dominio della tecno-scienza e nel momento della massima espansione/potenza planetaria dell’homo sapiens (in procinto di farsi homo deus 3), rimettere al centro del discorso sul vino la dialettica fra natura e cultura ha scatenato spazi giganteschi per una nuova ermeneutica. 

Ad esempio. Il vino non è un prodotto, è un testo. Ce lo suggerisce il filosofo Nicola Perullo: «il ruolo umano nella creazione del vino nella sua ultima fase – dalla vigna alla bottiglia, perché tutto ciò che vi è prima si perde in intrecci che non dipendono più direttamente da noi: progenie, elementi, antenati – è peculiare: è una maieutica. Chi fa vino è un maieuta…» 4

Molti studi antropologici ci hanno insegnato come il coltivare, l’allevare, il custodire appartengano alla storia evoluzionistica di homo sapiens; l’uso del fuoco per cucinare, del sale per dare gusto a certi alimenti 5, oltre che la costruzione stessa di utensili, hanno preceduto il vero sviluppo cognitivo e celebrale di homo erectus, smentendo il luogo comune per cui la tecnica sarebbe frutto di una intelligenza superiore. In questo senso «gli esseri umani sono una realtà bio-sociale molto più complessa della somma di due strati, uno naturale e uno culturale, e gran parte della nostra struttura fisica è in realtà il prodotto di un rapporto mai interrotto tra natura e cultura» 6

Il vino naturale (le sue pratiche agricole, il suo laissez-faire enologico, la sua ridondante aneddotica) è esploso a un certo punto come una supernova a ricordarci come «natura» e «cultura» siano in realtà il frutto di una classificazione tutt’altro che universale: sono astrazioni, e il concetto stesso di natura è sempre più costruzione culturale, non certo sinonimo di un’impossibile e oramai perduta wilderness. 

Vins nature, vins vivants: il fatto stesso della loro esistenza, della loro possibile grandezza – ancora oggi negata da molti – ha generato conflitto immediatamente, e lo genera di continuo: fra estremisti della tecno-scienza e bio-nazi, tra enologi di grido per cui tutto si risolve in molecole volatili e vecchi contadini resistenti, fra sommeliers dal gusto internazionale e giovani hipsters alla ricerca di odori e sensazioni forti. Ma come «superare il marketing del naturale. Andare oltre il vino naturale» 7

Nel saltare a piè pari il nodo del movimento «vinoverista», Simonetta Lorigliola – insieme ai protagonisti di questo libro – sembra indicarci il passo decisivo verso una possibile via di uscita. Il problema è la merce, ovviamente. Il vino viene aggettivato in quanto prodotto, merce, bene di consumo. Il vino naturale diventa subito feticcio, la biodinamica diventa brand, il biologico catena di supermercati. Tutto si risolve in comunicazione superficiale, facile, commerciale. 

Eppure chiunque abiti un vigneto, un ecosistema complesso, un paesaggio, sa che non funziona così. Alcuni dei capitoli più belli di È un vino paesaggio recitano: «Un territorio creativo», «Cervelli operai», «Cura e restauro», «Geografie immaginarie», «Sedimenti culturali». Una lingua del tutto diversa che spiega un lavoro completamente differente dalla catena della produzione/valore cui ci ha piegati il capitalismo lavorata. 

Si tratta, invece, del lavoro di un artigianista, come direbbe Jonathan Nossiter 8. E non è un caso che sia Federica, con lo sguardo delle scienze umane, a chiarire il punto: «Il vino è un contenitore in cui far confluire linguaggi diversi. Un territorio di sconfinamento. Un terreno di sperimentazione espressiva (…) Non mi interessa la banale accoppiata arte-vino, che non significa nulla. Per me è una esigenza psichica» 9

Dunque l’etica, certo (agro-ecologia, sostenibilità, biodiversità….). Ma anche, e direi soprattutto, l’estetica. Il piacere libero e gioioso. La creatività del tatto. L’ebbrezza immaginifica. Una critica del gusto che è anche critica dell’assaggio. Dopo Natura/Cultura la seconda diade, quindi: Etica/Estetica. A complessare ulteriormente il quadro. 

Serve davvero un nuovo linguaggio, un nuovo perimetro espressivo. Non bastano i passi già importanti compiuti dentro al movimento «naturalista», in qualche modo ancora inchiodati da una idea normativa – coercitiva – del prodotto finale. Qualcosa che spieghi, tutto quanto insieme, la mucca verde e il territorio, la geologia e la tecnica, il clima che cambia e le botti di quercia, la fermentazione spontanea e la selezione massale, il vignaiolo e il suo abitare un ambiente pulsante. Non un aggettivo. Un altro sostantivo, invece.  

Un vino paesaggio. Un vino che è geografia umana e storia naturale insieme. Un vino che è un’origine ben segnalata sulle mappe, ma che parla un linguaggio planetario. Un vino che è sì tecnica ma, in una elegia dell’ossimoro, si fa «tecnica naturale», processo infinito di dialogo fra processi biologici (la fotosintesi, la fermentazione) e gesti artigiani (la potatura, l’imbottigliamento). 

Un vino che è paesaggio, appunto: «Se è vero che in ogni atto di creazione è impossibile determinare quando cominci la tecnica e quando finisca la vita, quando il concerto trascorra nel viaggio, in quella creazione sempre rinnovata che si chiama paesaggio ciò è ancora più vero» 10. Non il paesaggio rurale toscano o provenzale a uso e consumo degli uffici turistici. No. Un paesaggio dell’anima che è politica ed estetica – insieme – nel suo stratificare secoli, millenni, milioni di anni di interazione tra animali (fra cui l’uomo) e ambiente. 

In questo senso, quindi, la storia ventennale dei Vignai da Duline, simbolo e paradigma di un intero movimento di vignaioli, insieme alle parole di Simonetta Lorigliola, sembra farsi primo Manifesto di questi vini paesaggio. Vini in grado di spezzare, in nome di una nuova libertà del gusto, il circolo vizioso dell’edonismo servile oggi dominante, per cui «Agli antipodi di qualunque forma di libertà, l’universo dell’edonismo moderno in realtà finisce con l’assomigliare al migliore dei mondi huxleyano, con i suoi piaceri ridotti al rango di sonniferi che irraggiano tutti i pori della società e mantengono i suoi membri all’interno di una servitù indolore» 11

Perché, come diceva una famosa battuta del film di Jonathan Nossiter Mondovino, «ci vuole un poeta per fare un buon vino». 

 NOTE
1. ↩ S. Lorigliola, È un vino paesaggio, DeriveApprodi, Roma 2017, p. 75.
2. ↩ Ivi, p. 117.
3. ↩ Cfr. Y. Noah Harari, Homo Deus, Bombiani, Milano 2017.
4. ↩ N. Perullo, Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto, mimesis, 2018 Milano, p. 34.
5. ↩ Cfr. R. Cavalieri, Gusto. L’intelligenza del palato, Laterza, Roma-Bari, 2011, pp. 84-93.
6. ↩ M. Aime, Cultura, Bollati Boringhieri, Torino 2013, p. 35.
7. ↩ C. Dottori, Non è il vino dell’enologo, DeriveApprodi, Roma 2012, p. 100.
8. ↩ Si veda J. Nossiter, Insurrezione Culturale, DeriveApprodi, Roma 2017.
9. ↩ S. Lorigliola, È un vino paesaggio, cit., p. 145.
10. ↩ M. Spanò, in Postfazione a È un vino paesaggio, cit., p. 186.
11. ↩ M. Le Gris, Dioniso Crocifisso, DeriveApprodi, Roma 2011, p. 167.

lunedì 19 febbraio 2018

La Musica Vuota on tour

Qualche presentazione del mio romanzo è in cantiere.
Macerata, Ancona e Bologna con format differenziati e in luoghi del cuore.


Nel frattempo grazie a "LaFeltrinelli" per la bella sinossi/recensione.

"Edoardo Alessi è un broker o “private banker”, come recita la targhetta nel suo ufficio, diviso tra carriera e affetti (la compagna Raffaella e l’amante Maria). Una passione sfrenata per la musica – ascoltata e suonata – ormai messa da parte da una carriera nel settore finanziario, il rifiuto della sua provenienza contadina, la vita vuota milanese, domande che a tratti lo attanagliano del tipo “Chi sei diventato?”. Se lo chiede spesso e non sa darsi risposta. Forse la può trovare tra gli appunti, i ritagli di giornale e gli scritti di una vita, suoi e del padre, che di tanto in tanto rilegge e che sono dispersi per tutto il romanzo. Una digressione continua (o forse, meglio, un flusso di coscienza), alternando ricordi e presente, tra viaggi per lavoro – anche in California e Messico – sempre a cavallo e in bilico tra la presenza di Maria e Raffaella, l’amico Ceska e, nel finale, lo zio di Edoardo. Corrado Dottori, qui alla sua prima prova narrativa, ci racconta una storia di vita, come tante, ma sicuramente con il pregio, e non è poco, di evitare facili rassicurazioni e autoindulgenze, in una ricerca di senso che tenta, questo sì, di evitare, o magari soltanto dimenticare, che a un certo punto (di non ritorno), se non si accettano compromessi, la nostra “musica” diventa vuota, quasi sempre. (forse)".


martedì 21 novembre 2017

La Musica Vuota, dal 7 dicembre in libreria

Edoardo Alessi, consulente finanziario di successo in crisi di identità, ritrova sette scatoloni pieni di diari, fotografie e lettere, conservati nella casa di montagna dei nonni paterni. I suoi scritti di gioventù si mescolano con le memorie del padre adolescente e rivoluzionario a formare una strana commistione di storie mai raccontate, sensi di colpa e recriminazioni. Il racconto di una storia familiare complessa. L’assenza dei genitori, militanti di estrema sinistra negli anni di piombo, tormenta Edoardo spingendolo a ricostruire il proprio passato e quello di un padre poco conosciuto, a cui lo lega una passione sfrenata per la musica rock. Un album in particolare, Exile On Main Street dei Rolling Stones, ritorna in maniera circolare a scandire i momenti salienti del romanzo, potentissimo catalizzatore in grado di innescare una continuità culturale e politica tra due mondi. Perché Edoardo, dopo un’adolescenza da militante nei movimenti studenteschi, spesa tra contestazione nei centri sociali, feste e concerti rock, è diventato ciò che non avrebbe mai voluto essere, un private banker? Tra viaggi in California, Marocco e Messico, tra affetti del presente (il vecchio amore mai dimenticato Maria e l’attuale bellissima compagna Raffaella, l’amico di infanzia Ceska) e di un passato che a volte incombe (il padre morto, la madre latitante, i nonni che lo hanno cresciuto e infine Joe, suo zio), La Musica Vuota è una sorta di memoir di un’intera generazione a cavallo e in bilico tra due secoli.

Guarda qui il booktrailer:


mercoledì 26 luglio 2017

La musica, il mio prossimo libro e Thegiornalisti

Nel 2012, in "Non è il vino dell'enologo", scrivevo questo:

"Se vendi vali. E per vendere devi costruire un prodotto rassicurante, facile, smussato, meglio se divertente, commovente solo a comando. 
Siamo all’estrema rappresentazione della cultura pop, nata come ribellione all’Arte parruccona ed istituzionale e divenuta, in soli quarant’anni di cultura consumistica, nuovo paradigma. 
Così, non c’è alcuna differenza fra il disco costruito dal produttore hip-hop di Los Angeles, grazie a veri e propri algoritmi del successo pop, ed il film Blockbuster pieno di effetti speciali e dalla sceneggiatura puntellata di espedienti. O fra il libro best seller appositamente commissionato allo scrittore top di turno ed il vino costruito da agronomi ed enologi consulenti, già a partire dalla concimazione del vigneto e perfezionato passaggio dopo passaggio fino all’assemblaggio finale.
E allora tutto deve essere non troppo acido, molto profumato, con una morbidezza suadente ed appagante. Senza sbavature, senza punture. Perchè nel nulla dei wine bars metropolitani colmi di ipocrisie e conformismi niente deve disturbare o suonare dissonante rispetto all’happyhour ben confezionato con prodotti del discount a basso costo. Figuriamoci il vino. Figuriamoci la musica. Nulla deve apparire troppo profondo, magari perché proveniente da una tradizione o da una ricerca. Che nella vita dell’uomo economico, scissa fra lavoro e tempo libero, il secondo non può essere faticoso e complesso. Deve solo scivolare. Scivolare via"

Parlavo di "Gusto" e, nelle quasi quaranta presentazioni in giro per tutta l'Italia, è stato forse il passaggio che più ho letto. Mi è tornato in mente questo passo mentre lavoravo alle bozze del mio prossimo libro e ascoltavo un pezzo dei Thegiornalisti, ovvero la band dell'anno.



Ora, essendo cresciuto negli anni ottanta, pensavo di aver visto tutto. Tutto il peggio del consumismo applicato alla musica. Sia chiaro: amo certa leggerezza. Cantavo Vamos à la playa e ho ascoltato, e ascolto, musica considerata "commerciale". Ma qui siamo davvero oltre. E non mi stupisce il successo di questi ragazzi. Rappresentano esattamente la nostra società attuale, la nostra gioventù, il nostro mondo occidentale.
Il mio nuovo libro, in uscita in autunno per Pequod, parlerà di queste cose. Di musica. Di scelte. Di autenticità. Dopo un saggio economico ed un libro sul vino, un romanzo puro. La fase è quella dell'ultima revisione, forse la più difficoltosa. Stay tuned!

sabato 12 dicembre 2015

Han Solo e la domanda aggregata

Meglio bruciarsi in fretta che spegnersi lentamente.
Che a pensarci bene l’idolo degli anni novanta resterà famoso per una frase scritta da un idolo degli anni settanta.
Buffo no?
La verità è che quel flusso è scomparso e ora in giro ci son solo hipster fighetti con l’unica preoccupazione dell’ iPhone che Steve Jobs lui sì era un vero genio.
Ma la cosa incredibile non ci avevo mai fatto caso l’ho scoperta ora rileggendo certi miei appunti e pezzi di vecchi giornali che avevo tenuto da parte è che il 28 marzo  1994 Silvio Berlusconi si prende l’Italia con tutto quel che ne consegue a livello di immaginario politico e l’8 aprile viene trovato morto Kurt ed è una bella botta e il  primo maggio alle 14.17 alla curva del Tamburello Ayrton Senna se na va dritto l’auto ingovernabile per il piantone spezzato e si spezza l’ultimo grande eroe dell’automobilismo uno che andava sempre oltre il limite uno che per quanto fosse ricco bello e famoso ma banale mai lo era e sempre in cerca di assoluto.
In un mese insomma tre grandissimi casini.
Che c’hai vent’anni e pensi che cazzo sta succedendo al mio mondo?
E alla fine forse è già lì che inizio a entrare in banca in qualche modo.
Da una parte c’è il vuoto di una ragione che è solo moneta di un senso che è solo apparire e consumare e dall’altra c’è il vero c’è l’autentico c’è il pieno insomma.
A un certo punto è come Darth Vader che ti chiama al lato oscuro cazzo.
Tutto intorno a te va in pezzi viene privato del suo senso viene svuotato che un attimo prima ascolti Vitalogy e un attimo dopo c’è solo Britney Spears e allora pensi tanto vale far soldi tanto vale entrare in banca che a spararti in bocca con un fucile a pompa non ci saresti comunque mai riuscito non c’avevi i coglioni.
Se devi spegnerti lentamente almeno non agonizzando.
Ha un suo senso.
Specie se lo spieghi col contesto.
Che tanto non era colpa tua no? Il mondo tutto il mondo andava da un’altra parte.
E così ti ritrovi tra le braccia dell’Imperatore caro il mio Luke Skywalker dei Navigli.
L’apparato tecno-scientifico-finanziario.
Di cui sei fedele servitore quando schiacci l’enter del tuo PC sulla fighissima scrivania del tuo ufficio di private banker spostando un flusso di informazioni da computer a computer che significa vendere un titolo di credito e comprarne un altro senza nessun altro senso che non sia la soddisfazione economica il rendimento del portafoglio della tua clientela.
Questo è quanto.
L’Università in quegli anni sta già cambiando è già cambiata - Scienze Politiche Indirizzo Economico scelta per mantenere le scelte sospese ibernate.
Grandi casini non ce ne sono più a parte le solite occupazioni autunnali di prassi in una Milano sempre più leghistaberlusconiana dove il centro si svuota la finanza si allarga e con essa la moda e con essa una generale patina quasi una crema una lozione un po’ televisiva e un po’ borghesotta e un po’ slavatella a ricoprire tutto e tutti senza che niente e nessuno se ne accorga quasi.
Io attraverso quegli anni studiando un po’ - mai troppo - viaggiando quando ho i soldi per farlo osservando ciò che accade senza comprenderlo appieno suonando e ascoltando tonnellate di musica che col senno del poi andrebbe davvero considerata come l’ultima capace di cambiarti la vita ma non ne sono nemmeno del tutto sicuro.
Aspettando qualcosa.
Che poi arriva Maria.
Qualcuno anziché qualcosa.
E cambia tutto che l’amore è una tempesta quel tipo di amore almeno quel tipo di donna.
E il problema è proprio il senno del poi perché a rileggermi oggi cioé col senno del poi proprio non mi riconosco e le cose che ho fatto tutte quelle scelte del cazzo o non scelte piuttosto mi sembrano del tutto assurde.
E non so se ero un cazzone all’epoca oppure lo sono oggi mentre sto seduto alla mia scrivania a guardare grafici sullo schermo del computer con la panzetta che inizia a farsi strada qualche pelo grigio in giro ed una gran voglia di mollare tutto quanto.
Per far cosa poi.
Per essere chi piuttosto.
Che ormai mi sto spegnendo lentamente appunto.
E di indipendenza punk ce n’è pochina in giro.
A buon guardare non ce nemmeno più del banale buonsenso keynesiano.
L’Italia sta nel pantano e si blatera di crescita e riforme col cambio sopravvalutato i redditi e i consumi in calo e l’impossibilità di investimenti pubblici a causa dei vincoli europei.
Alla faccia della domanda aggregata.
Vent’anni gettati nella merda un paese intero preso per il culo.
Riforme.
Tagli.
Europa.
E noi coglioni a far girotondi a fare appelli a raccogliere firme a far manifestazioni pacifiste a fare liste civiche a dar soldi a Emergency a spostare a sinistra l’asse della coalizione quando invece bisognava forse solo spaccare proprio tutto quanto tanto peggio tanto meglio o al limite fare come Kurt.
Un colpo e ciao ciao a tutta ‘sta merda.
Invece seduto dove sono io adesso bisogna essere contenti se l’Italia affonda.
Che si aprono grandi opportunità di investimento con le borse volatili su e giù di brutto e gli spread che stanno sull’ottovolante niente di meglio per far soldi specie se hai il culo parato da una Grande Banca Tedesca no? La domanda aggregata è roba vecchia è economia reale non conta più un cazzo quel che conta oggi sono io siamo noi - le banche.
La flessibilità la competitività la credibilità.
Teoria dei giochi.
Fino a dove può spingersi Draghi? Fino a quanto è disposta la Germania a tirare il filo? Fino a quando reggerà la Francia? E quanto può trattare la Grecia?
Siamo noi e solo noi a deciderlo.
I mercati cazzo.
Ed io sono un pezzo del Mercato un piccolo ingranaggio della Morte Nera.
Pensare che adoravo Han Solo un dannato fricchettone altro che la Forza altro che gli Jedi altro che la spada laser.
Un eroe beat.
Uno vero.  

domenica 14 dicembre 2014

Un libro "di movimento"

Non è il vino dell’enologo

Sono passati due anni dalla pubblicazione e resto sempre più stupito dalle dimostrazioni di affetto e di calore che mi arrivano da chi si è imbattuto in questo libretto nato per caso e che ora pare vivere di una vita propria.
Ho già detto della soddisfazione per le moltissime recensioni - tutte incredibilmente positive: dalle più importanti testate italiane (Corriere, Repubblica, Manifesto, L'Espresso, Panorama, ecc.) ai siti specializzati nel food, dai blog più importanti fino a quelli più piccoli e privati, la mole di interventi su questo libro è andata oltre ogni più rosea aspettativa. Mi ha poi riempito di gioia l'aver partecipato a festival come il Festival della letteratura di Mantova e Bookcity a Milano perché in un qualche modo è stata colta anche una vena letteraria in un libro dall'apparenza tecnica e specialistica.
Ma il piacere più grande viene dalla sensazione che questo sia diventato in parte un libro "di movimento" - come si diceva un tempo: un libro che non si limita a descrivere una piccola storia o un dato momento, ma che descrive - ed è parte di - qualcosa di più grande.
Solo così si possono spiegare tre ristampe e circa 4000 copie vendute. Che sono nulla in assoluto ma sono tante se pensiamo al contesto. 
Solo così posso spiegare l'affetto di persone che continuano a scrivermi, ad incontrarmi, a interrogarmi, fino al punto da mettere in discussione scelte personali, professioni e prospettive. 
Solo così posso capire quanto le pagine che ho scritto, spesso in modo inconsapevole, abbiano incontrato la voglia di cambiare, la frustrazione, l'insoddisfazione per questo modello di sviluppo e per questa economia del non-senso.
Siamo dentro un movimento liquido, spesso inconsapevole, ancora poco definito e che ha perso bussole ideologiche. 
Non sappiamo dove stiamo andando e non ci sono risposte certe.
Il vino naturale parla una lingua ancora non del tutto conosciuta, usa un linguaggio nuovo, rivoluzionario. Qualcuno lo vuole ingabbiare ma lui è una bestia anarchica e sfuggente.
Il biologico non è la certificazione europea.
La decrescita non è recessione: quella ce la dà il capitalismo delle crisi.
La cooperazione non è quella della legacoop e di mafiacapitale.
I beni comuni non sono lo Stato.
Nella confusione estrema di questi anni alcune cose le abbiamo apprese, altre le dobbiamo conquistare. Un movimento c'è, e ha bisogno più di stalle che di (5) stelle. Di un compost che maturi ancora un po'. Ma poi viene la semina, si fanno gli innesti, si concima.
E l'ingranaggio magari si ferma.


    

mercoledì 3 luglio 2013

Musica Distesa 2013: modalità OFF

Riflessioni postfestival. Grazie a te Max Demian from Recanati.

Il 16 febbraio Corrado scrive una mail che dice più o meno questo
"Ho deciso, a fine giugno scateniamo la 5° e ultima edizione di Musica Distesa e poi ovviamente muoriamo in piscina. chi ci sta?". Suo fratello da milano risponde disilluso "ho paura", la sua compagna di vita manda soltanto due parole, private e dolcissime. Il sottoscritto (tirato dentro senza motivo apparente) scrive "Questa è una giusta battaglia contro l'ignavia che impera, orsù dunque, armiamoci e partite..".
Siamo a metà febbraio, passano due mesi e nessuno produce più una riga sull'argomento, siamo lontani e in fondo ci conosciamo poco, magari è stata una boutade - pensa chi scrive. E invece a metà aprile i fratelli Dottori (che sono autentici folli, come può essere folle uno che lascia una vita agiata per fare il contadino o quell'altro che di mestiere fa il cantautore intimista) se ne escono con la storia del crowdfundig.
L'idea che qualcuno regali quattrini per un misconosciuto festival nella campagna marchigiana sembra improponibile (di questi tempi poi) e i primi giorni c'è già chi pensa di mollare il colpo. Ma la verità è che gli appassionati ci credono e piano piano si fanno vedere, le quote aumentano fino a sfondare il budget previsto (3500 sudatissimi euro) due giorni prima della scadenza del progetto in rete. 100 ragazze e ragazzi, che a volte non conosciamo minimamente, finanziano un evento culturale, scelgono di non restare immobili a guardare e dicono "facciamolo".
E'la prima volta che accade in questo paese (almeno per quanto ne sappiamo) che un evento di 3 giorni si faccia senza l'aiuto di un'amministrazione comunale, o di un imprenditore locale, o chissà chi altro. Pagare prima per avere dopo, sulla fiducia, senza paura. C'è qualcosa di altamente umano in tutto questo, energia pura per chi ha tutto in testa ma niente in mano. E' la svolta.
Le band ci sono, lo staff pure, spunta un cartellone credibile e variegato, l'obbligo morale verso i 100 raisers tira fuori il meglio. La Distesa è in ballo, la voce gira, le Marche hanno un festival nuovo, una rassegna di musica (band tra le migliori in Italia oggi, sfido chiunque a dire il contrario) cultura e cibi spirituali, come recitano i flyer di Stra. C'è l'artwork, arriva il nuovo logo, le t-shirt con la Distesa stilizzata, Casamedusa fornisce un impianto della madonna (e quell'X32 spettacolare), il CSA Sisma ci mette la cucina, Riccardo la perizia dell'enologo, Giovanni Gaggia gli arazzi e la sua arte, i campeggiatori le tende, Nicolas rompe i coglioni ma quello è un gatto adorabile e gli si perdona tutto.
Alla vigilia del festival (è un giovedì) c'è Italia Spagna. La guardiamo sul pc perché Corrado non possiede una tv, Bonucci sbaglia il rigore decisivo e una bottiglia di grappa fatta in casa mette tutti ko (non distesi, stroncati), il meteo dice pioggia su pioggia. E venerdì piove, governo ladro, e Gio finisce fuori strada sfasciando il pick-up con l'adesivo del Green Leaves appiccicato lì da chissà quale altro proprietario, e fa freddo, la gente scarseggia e non si sa che fare.
Ma (lo dice il corvo, non lo dico io) non può piovere per sempre e il giorno dopo, e quello dopo ancora, arriva il sole e tante belle e nuove facce, variegate e splendide nel loro incedere cuoriose. Più di 600 pasti forniti, 250 litri di birra e non si sa quanti di verdicchio, più di 25 tende accampate in giardino, gli ostelli di Cupramontana con le camere occupate dai "distesi".
Il Festival finalmente nasce, o rinasce. E tutto quello che è stato lo potete capire da soli guardando questa immagine qui sotto.
Una cosa troppo bella, un abbraccio al mondo. Un tuffo nel vuoto si, ma in costume da bagno...
La Musica si è distesa, e noi con lei.


Ringraziamenti:
Le band (Atterraggio Alieno Rhò C+c=Maxigross Blue Willa Persian Pelican Lava Lava Love Honeybird & the Birdies), Claudia Ciccarelli e il bellissimo Circolo Revers di Sarnano, Angelica Bellabarba e Nermina Delic, Paolo Perego e Francesco Campanozzi di Casamedusa, i ragazzi del CSA Sisma di Macerata, Michele STRA Marchetti, Nicolò Zaganelli e Artevox per l'aiuto e "Time to pretend" (è stato il segnale, lui sa perché), la sfasata che pensava fossimo satanisti ("sul programma c'è scritto cibi spirituali, non potete mica rubare le ostie sapete?"). Grazie a Maddalena e Giacomo per l'ospitalità, alle ragazze del bar (Giulia Angela Giorgia Arianna Irene), i piccoli Jack Giulia Lapo Zeno e la loro splendida nonna, il bimbo Spiderman e pure Gea che si è persa e ritrovata. Tania di Musicraiser e tutte le persone che fanno girare la ruota (come ha scritto qualcuno di recente). Grazie ai perfomer, ai ragazzi del reading Vogliamo Tutto, ad Andrea Tantucci del Maiale Volante, ai dj di Bloody Sound Fucktory e a Fanta (ribattezzato fantabasta), e agli amici di sempre che hanno fatto la strada per non perdersi la festa. Un enorme grazie a te ignoto ragazzo sui vent'anni che hai lasciato 2 euro al banchetto perché te lo sentivi, perché (parole sue) voleva contribuire pure lui. Siete stati tutti fantastici, anche e soprattutto quelli che ho dimenticato di ringraziare. 

Grazie infine a Valeria Corrado e Giuliano, per chi scrive queste righe siete stati la parte più bella. 
Max



mercoledì 12 giugno 2013

sabato 16 marzo 2013

Non è il libro dell'enologo

Sono passati quasi cinque mesi oramai dall'uscita di "Non è il vino dell'enologo - Lessico di un vignaiolo che dissente". Sono stato parecchio in giro a raccontarlo, spesso nei luoghi della contro-cultura politica, enologica, culinaria. Altre presentazioni seguiranno, anche se il calendario subirà un fisiologico rallentamento dovuto al lavoro.
Sono stato colpito dalle reazioni che il libro ha suscitato. Non tanto dalla critica, sempre molto benevola, fin troppo; né tanto dalla grande visibilità o dal piccolo successo di vendita che il testo in questi pochi mesi ha riscontrato. Quello che davvero non mi aspettavo è stata la reazione dei lettori. 
In questi mesi ho ricevuto mails, telefonate, lettere scritte a mano, inviti un pò da ogni regione d'Italia. E in ognuna di questi contatti umani c'era una emozione vera, una sensibilità profonda, quasi una commozione sincera verso le pagine di questo libro. Come se davvero avessi toccato nervi scoperti e destini tempestosi. Come se veramente sia stata percepita l'irrevocabile urgenza nascosta in quei lemmi scritti un pò per caso e un pò per necessità.
Insomma, è stato bello. E vi abbraccio idealmente tutti.  

domenica 6 gennaio 2013

T come Terroir



Il mio terroir è una piccola striscia di terra rivolta a mezzogiono.
Là dove milioni di anni fa c’era il mare, oggi c’è una distesa di colline che si inseguono sinuose. Alle spalle c’è Cupramontana, di fronte Staffolo, in lontananza Cingoli, mentre netta si staglia la figura del monte San Vicino a segnalare la vicinanza degli Appennini.
La terra è un’argilla multiforme: zone di vera e propria creta bianca, dove domina il calcare, si alternano a lingue di arenaria giallastra e di marne azzurre, specie più in profondità. Su questo suolo, compatto e povero di sostanza organica, nascono vini potenti, strutturati e salati.  
Qui si è sempre fatto vino. La storia della viticoltura potrebbe essere una narrazione affascinante e parallela alla storia ufficiale del nostro paese. Dai romani al medioevo, passando attraverso la storia del monachesimo e dell’agricoltura di sussistenza, fino alla rivoluzione industriale ed al nostro tempo contemporaneo, ogni stagione ha avuto il suo vino, la sua organizzazione aziendale, i suoi metodi.
Il terroir non è un ideale ma un dato storico mutevole. E’ suolo e microclima; è vitigno e tecnica colturale; è fatto economico e culturale che segna l’identità locale in modo profondo. Il rischio è che diventi localismo becero e chiuso, quando la sua potenza sta invece nella ricchezza delle diversità, sorta di straordinario meticciato culturale.
Non ho mai capito perché in primavera solo in questa striscia di terra, che appartiene alla mia famiglia da circa ottanta anni, fiorisca un prato di tulipani rossi selvatici. Nelle vigne vicine no. A sinistra qualche fiore bianco, in mezzo alla terra lavorata in modo convenzionale. A destra principalmente fiori gialli, su un terreno a conduzione biologica come il mio. Non so se è da considerarsi fenomeno del terroir. Forse sì.
Certamente da sempre questo è stato considerato a Cupramontana un cru naturale. Si ritrova nei documenti storici e nelle narrazioni orali. Zona “da sole”, priva di ristagni di umidità. Con un’ottima ventilazione ed una buona altezza sul livello del mare a garantire escursioni notevoli fra il giorno e la notte.
Si vendemmia prima che altrove, in contrada San Michele. Ed i vini sanno di erbe aromatiche e scorze d’arancio.

Non è il vino dell'enologo - Lessico di un vignaiolo che dissente, Ed. DeriveApprodi    



sabato 15 dicembre 2012

Cade il velo

D'improvviso, con un anno di ritardo, il Partito Democratico capisce cosa sta accadendo in Europa. Complimenti. Ora, chiedono a Mario Monti di fare un passo indietro e di non candidarsi (salvo a parole difenderne l'agenda politica).
Cade il velo del "governo tecnico". Il governo più politico degli ultimi anni, in realtà: quello che è riuscito là dove anche Berlusconi era fallito. Sterzare a destra il timone della politica economica italiana.
Cade il velo su di un partito diviso in due, fra liberisti e socialisti. Gente che ovunque nel mondo starebbe in due partiti differenti...
Cade il velo sulle manovre "salva Italia": in realtà finora hanno salvato solo gli interessi di un blocco sociale ed economico, il 10% che in Italia possiede il 50% della ricchezza, e le azioni delle banche piene fino al collo di debito pubblico italiano.
Ciò che andava fatto un anno fa, oggi non non si può più fare: mettere l'Europa di fronte alle responsabilità di Silvio Berlusconi, andare a elezioni immediate, trattare condizioni di rientro dal debito consci di essere "troppo grandi per fallire" e rifiutare l'austerità "alla greca" che in una fase di economia depressa è esattamente la politica opposta a quella necessaria. Questa doveva essere la linea un anno fa.
Il PD, no. Ha preferito salvare i ricchi. Salvare Berlusconi, ancora una volta. Creare un nuovo "mostro", il tecnocrate Mario Monti, elevare nuovamente l'Europa non a orizzonte destinale e a comunità di riferimento ma a deus-ex-macchina che decide per noi cosa è giusto e cosa è sbagliato. Si chiami TAV, rientro dal debito, privatizzazione dei servizi pubblici: si fa perché lo vuole l'Europa, non perché sia giusto o sbagliato.
Tristezza.
Tristezza vedere Vendola inseguire i pazzi scriteriati di una sinistra salottiera che insegue Monti. Tristezza osservare lo spaesamento di chi ha capito che comunque vadano le elezioni ci sono forze gigantesche e fortissime che premono per un proseguimento della macelleria sociale degli ultimi anni. E così ci si affretta a rassicurare i mercati... Non gli operai in cassa integrazione, non i giovani precari, non gli insegnati sottopagati o i Comuni che non riescono a chiudere i bilanci.
Qualcuno lo dovrebbe dire in modo chiaro: l'Italia sta peggio di un anno fa. La disoccupazione è aumentata, il reddito è calato. E i conti non sono migliorati. Col rischio di dar ragione al Berluska, lo spread è un indicatore assurdo per misurare i progressi economici di una nazione. La realtà è che non raggiungeremo il pareggio di bilancio e che il rapporto debito pubblico/PIL è ulteriormente peggiorato.
Per chi ancora non ci credesse, basta leggere un bel libro: "La cura letale" di Mario Seminerio. Rizzoli. Ma non c'è da preoccuparsi, il 2013 sarà peggio.


martedì 11 dicembre 2012

Lessico di un vignaiolo che dissente TOUR

Ecco le prossime tappe ufficiali di presentazione del libro:

- Jesi, 13 dicembre.
Antiche cantine del Porticello, con degustazione e aperitivo-cena. Ore 18.30

- Roma, 22 dicembre.
Atelier ESC, Via dei Volsci. Reading musicale featuring Giuliano Dottori. Ore 20.00

- Bologna, 10 gennaio.
Lortica Garden Wine.

- Corridonia, 12 gennaio.
Slow Food condotta di Corridonia.

- Macerata, 25 gennaio.
Centro Sociale Sisma, con cena a base di prodotti Biologici.


martedì 27 novembre 2012

G come Gusto


C’è una matrice comune ad ogni forma estetica dell’oggi, a volerla cercare. E’ l’assoluta preponderanza dell’aspetto tecnologico. Il dominio della tecnica. Così come vengono “costruiti” i cantanti di successo dentro a vere fabbriche della canzone pop che si basano sul digitale e sulla computerizzazione della musica, così si fabbricano i vini attraverso protocolli enologici rigidi ed omologanti incentrati sulla chimica e sulle tecnologie dell’industria alimentare. E’ il vino al tempo della sua riproducibilità tecnica, per dirla con Michel Le Gris. Un vino figlio del suo tempo che si basa su di un gusto omologato. E se per caso il gusto cambia, perché qualche innovatore sposta l’attenzione verso qualcosa di nuovo, che problema c’é? Ci si adegua. Perché qualunque ricetta oggi può essere adeguatamente replicata.
Ma non basta. E’ anche la possibilità di una distribuzione immediata su larga scala, a creare le condizioni per cui tutto deve essere facilmente “consumabile” e comprensibile. E’ la cultura pop, bellezza.
Così un gusto “medio”, paradigmatico, borghese ed innocuo si fa pietra di paragone del bello e del buono. E devianza è ciò che a questo gusto non rassomiglia. Oppure difetto. Al massimo “alternativo”, se si vuol creare una nicchia da spremere.
Ed allora capita che dopo ottomila anni di vinificazioni l’uomo moderno salga in cattedra a dire che cosa sia il vino e di cosa debba sapere. E gli enologi ed i sommeliers prima di tutto cercano il difetto, nel bicchiere, non la fatica dei contadini.

"Non è il vino dell'enologo - Lessico di un vignaiolo che dissente" - ed. DeriveApprodi

lunedì 29 ottobre 2012

Non è il vino dell'enologo

Ecco le date delle prime presentazioni del mio libro, "Non è il vino dell'enologo - Lessico di un vignaiolo che dissente":

- Fornovo Taro, 4 novembre alle ore 15.00 nell'ambito del salone "Vini di vignaioli".
- Roma Teatro Valle, 14 novembre alle ore 18.30. Con Jonathan Nossiter ed un estratto da "Mondovino"
- Milano Leoncavallo spazio autogestito, 23 novembre nell'ambito de "La Terra Trema" - Orario da confermare

A breve altri appuntamenti a Jesi, Macerata, Udine, Roma.
Vi aspetto!

domenica 14 ottobre 2012

In vendita


E' possibile ordinare "Non è il vino dell'enologo - Lessico di un vignaiolo che dissente" in libreria. Qui la scheda del libro: http://www.deriveapprodi.org/2012/10/non-e-il-vino-dellenologo/
A breve la lista delle presentazioni.

"Che cos’è il vino, dunque? 
Quel liquido misterioso che per millenni ha messo in correlazione l’uomo con lo spirito del mondo, o quella banale soluzione idroalcolica descritta dai manuali di enologia? 
Alla fine arrivo a capire che la sofisticazione dei vini, scacciata dalla porta, rientra dalla finestra sotto forma di legalissima manipolazione. Una colossale manipolazione del gusto che viaggia a braccetto, essendone il completamento, con la manipolazione delle coscienze e delle intelligenze".

sabato 29 settembre 2012

C'è una grossa novità

Ok, ho trascurato il blog.
Ma non è colpa mia. C'è stata una vendemmia, come al solito incasinata. C'è stato mio figlio che ha iniziato le elementari. C'è stato da organizzare la Sagra dell'uva a Cupra. Ci sono le giunte del mercoledì sera e le riunioni di "maggioranza" del lunedì... E c'è stato da finire il libro.
Ora che è ufficiale posso scriverlo anche qui. Questo mese uscirà un mio libro, edito da DeriveApprodi. Per ora posto solo la copertina, poi si vedrà.