Di ritorno da Verona. Tre giorni fra Cerea e Vinitaly, più che altro per salutare gli amici, incontrare qualche faccia vista finora solo sui nuovi social-media, respirare l'aria del ViViT.
Alla fine quello che mi è rimasto maggiormente impresso, quello che mi ha davvero colpito ed affondato, è l'editoriale del nuovo numero di Pietre Colorate affidato a Francesco De Franco.
"In natura non esiste il tempo, né tantomeno il tempo lineare, concetto immaginato dagli uomini come una freccia lanciata verso l'infinito, un procedere frazionato e ordinato di azioni utile a pianificare e dominare l'agire degli uomini e funzionale all'idea della crescita illimitata.
Nella nostra contemporaneità l'uomo ha creduto e crede che con l'ausilio della tecnica sia possibile realizzare tutto, dovunque. Penso sia necessario fare un passo indietro e provare a riascoltare la primavera. Vivere intensamente il presente, entrare nel flusso ciclico della natura e cercare di risuonare con essa per riacquisire la sensibilità che la cultura contadina aveva sviluppato in secoli di umile osservazione. Dimenticare il nostro tempo e riconoscere alla natura un ordine superiore alla vanità umana del fare senza limite".
Ecco, queste parole sole valgono più delle mille discussioni su Cerea o Vinnatur o Vinitaly, sui vini naturali o veri o biologici, sulla biodinamica o sulla certificazione. Siamo di fronte ad una contraddizione così radicale che riguarda l'intera dimensione ontologica dell'uomo. Pochi se ne rendono conto, ma la questione della Terra, e dunque solo in ultima istanza del vino naturale, è sempre più al centro di ogni riflessione sullo "sviluppo" o sul "progresso". Ed è una questione così radicale che risulta irriducibile ad ogni pretesa di riduzionismo economico o, peggio, markettaro.
A me fa piacere aver potuto incontrare in questi anni, lunghe le strade che ci hanno portato nelle varie "riserve indiane" del vino contadino - io preferisco chiamarle "comunità" - persone come Francesco. Con le quali è possibile condividere scelte e percorsi, inserendo le nostre identità particolari dentro uno scenario più vasto e generale, filosofico prima che economico.
Forse è possibile ripartire da qui. Da un concetto di comunità organizzata in grado di parlare una lingua differente. Il primo compito, allora, sarebbe quello di trovare un linguaggio.
Vino e territorio. Musica e cultura. Pensieri, sogni e visioni di un Homo Sapiens di campagna
giovedì 29 marzo 2012
giovedì 15 marzo 2012
martedì 6 marzo 2012
Nausea
Mi rendo conto sempre più che l'anno sabbatico da fiere e mercati che mi sono concesso era assolutamente necessario. Per respirare. Per disintossicarmi. Per riflettere.
Sento sempre più netta una sensazione di fastidio rispetto al "carrozzone" fatto di degustazioni, chiacchiere, discussioni, punteggi, presentazioni, guide. Tutto quel contesto di professionisti, giornalisti, bloggers, nani e ballerine che pare oramai essere più importante del vino stesso.
Non ci accorgiamo, presi oramai dalla frenetica e sempre più onanistica esaltazione da degustazione - anche di vini naturali - che la gente beve sempre meno vino. Che si è perso il gesto, naturale sulle tavole italiane fino a poco tempo fa, di versare del vino per accompagnare un pasto, semplice o elaborato non importa.
Mi era venuta un pò la nausea di tutto quel chiacchiericchio pseudo-tecnico intorno ad un calice assaggiato in mezzo alla ressa, al casino, alla bolgia delirante di decine di fiere, piccole o grandi che fossero. Che il vino a me è sempre piaciuto berlo a larghe sorsate, a tavola, in compagnia, mangiando e conversando d'altro, e magari solo incidentalmente di vino. Quasi che il vino sia il mezzo e non il fine.
Come se il Verdicchio ci possa far parlare di Luigi Bartolini, anziché di acidità fissa e profumi primari... Che idea stravagante, eh?!
Così, se ti allontani un attimo, ti accorgi di ciò che stavi diventando... Della mutazione stessa del tuo linguaggio. Tipo ripetere cento volte "minerale"? Perché? Che senso ha? E macerazioni, solfiti, tannini, pratiche biodinamiche... Tutto bello, ma il punto è che si finisce inesorabilmente col perdere la verità del vino, dei gesti, delle persone.
E quel che è certo è che non sono tornato a vivere in campagna per ripetere la litania del "minerale" con qualche fighetto esaltato dalla moda dei vini naturali.
Una via ci dovrà pure essere per restare "naturali" fra di noi. Per restare umani. Per aprire una boccia di vino a tavola senza ottocentomila sovrastrutture mentali.
Insomma, buon Vinitaly a tutti.
Sento sempre più netta una sensazione di fastidio rispetto al "carrozzone" fatto di degustazioni, chiacchiere, discussioni, punteggi, presentazioni, guide. Tutto quel contesto di professionisti, giornalisti, bloggers, nani e ballerine che pare oramai essere più importante del vino stesso.
Non ci accorgiamo, presi oramai dalla frenetica e sempre più onanistica esaltazione da degustazione - anche di vini naturali - che la gente beve sempre meno vino. Che si è perso il gesto, naturale sulle tavole italiane fino a poco tempo fa, di versare del vino per accompagnare un pasto, semplice o elaborato non importa.
Mi era venuta un pò la nausea di tutto quel chiacchiericchio pseudo-tecnico intorno ad un calice assaggiato in mezzo alla ressa, al casino, alla bolgia delirante di decine di fiere, piccole o grandi che fossero. Che il vino a me è sempre piaciuto berlo a larghe sorsate, a tavola, in compagnia, mangiando e conversando d'altro, e magari solo incidentalmente di vino. Quasi che il vino sia il mezzo e non il fine.
Come se il Verdicchio ci possa far parlare di Luigi Bartolini, anziché di acidità fissa e profumi primari... Che idea stravagante, eh?!
Così, se ti allontani un attimo, ti accorgi di ciò che stavi diventando... Della mutazione stessa del tuo linguaggio. Tipo ripetere cento volte "minerale"? Perché? Che senso ha? E macerazioni, solfiti, tannini, pratiche biodinamiche... Tutto bello, ma il punto è che si finisce inesorabilmente col perdere la verità del vino, dei gesti, delle persone.
E quel che è certo è che non sono tornato a vivere in campagna per ripetere la litania del "minerale" con qualche fighetto esaltato dalla moda dei vini naturali.
Una via ci dovrà pure essere per restare "naturali" fra di noi. Per restare umani. Per aprire una boccia di vino a tavola senza ottocentomila sovrastrutture mentali.
Insomma, buon Vinitaly a tutti.
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domenica 26 febbraio 2012
giovedì 23 febbraio 2012
sabato 4 febbraio 2012
giovedì 26 gennaio 2012
Cinquant'anni di Amnesty International
Nel 1962 veniva fondata Amnesty International, nel 1962 usciva il primo disco di Dylan. Chimes of freedom è il disco che li festeggia entrambi.
venerdì 20 gennaio 2012
Della classicità
Settimana importante. Giornate di potature intense, spesso sotto un sole invernale quasi accecante.
E alcuni vini che mi fanno riflettere. In compagnia di due grandi del terroir jesino, Natalino Crognaletti ed Alessandro Fenino, uno straordinario Verdicchio Castelli di Jesi Villa Bucci 1992, quasi una pietra filosofale del nostro vitigno bandiera. Poi il grandissimo Mersault JM Roulot 2009, cristallino e puro, durante la bella serata alla cineteca di Bologna, inaugurazione della bella rassegna di Jonathan Nossiter. E infine, alla memoria, un commovente Amarone della Valpolicella Quintarelli 1993, in quel bellissimo winebar che è il twinside.
Così, discutendone avidamente anche con Jonathan e con Fabio Giavedoni, quello che è emerso da questo percorso casualissimo attraverso la storia di questi vini è una idea piuttosto condivisa di "classicità". Vini dove a farla da padrone è la tradizione, la fedeltà ad un canone, la riconducibilità ad un paradigma. E ciò che stupisce è l'assoluta mancanza di noia innanzi a tutto ciò. La meraviglia, anzi, di fronte a ciò che sembra assomigliare ad un ideale platonico. Che è poi tutto il contrario della sperimentazione, degli estremismi, della ricerca di effetti speciali di cui soffrono sia i più feroci difensori della Tecnica, sia i più accaniti rappresentanti della Nouvelle Vague naturalista.
E la riflessione che si può essere grandi classici senza essere per forza mainstream e conformisti e che la tradizione, quando è magica, può essere più rivoluzionaria di un progresso privo di senso.
E alcuni vini che mi fanno riflettere. In compagnia di due grandi del terroir jesino, Natalino Crognaletti ed Alessandro Fenino, uno straordinario Verdicchio Castelli di Jesi Villa Bucci 1992, quasi una pietra filosofale del nostro vitigno bandiera. Poi il grandissimo Mersault JM Roulot 2009, cristallino e puro, durante la bella serata alla cineteca di Bologna, inaugurazione della bella rassegna di Jonathan Nossiter. E infine, alla memoria, un commovente Amarone della Valpolicella Quintarelli 1993, in quel bellissimo winebar che è il twinside.
Così, discutendone avidamente anche con Jonathan e con Fabio Giavedoni, quello che è emerso da questo percorso casualissimo attraverso la storia di questi vini è una idea piuttosto condivisa di "classicità". Vini dove a farla da padrone è la tradizione, la fedeltà ad un canone, la riconducibilità ad un paradigma. E ciò che stupisce è l'assoluta mancanza di noia innanzi a tutto ciò. La meraviglia, anzi, di fronte a ciò che sembra assomigliare ad un ideale platonico. Che è poi tutto il contrario della sperimentazione, degli estremismi, della ricerca di effetti speciali di cui soffrono sia i più feroci difensori della Tecnica, sia i più accaniti rappresentanti della Nouvelle Vague naturalista.
E la riflessione che si può essere grandi classici senza essere per forza mainstream e conformisti e che la tradizione, quando è magica, può essere più rivoluzionaria di un progresso privo di senso.
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venerdì 13 gennaio 2012
Keef
Il libro definitivo. L'autobiografia di Keith Richards, Life. Una vita di rock'n'roll. Una vita oltre. Un libro fantastico, che racconta un'epopea, una cultura. Un mondo che non c'è più, di cui lui è stato l'autentico simbolo. Riff incredibili, avventure da cineteca, storie di donne e stupefacenti e ribellioni, il blues di un'anima scatenata. E poi le accordature aperte, le canzoni scritte con Jagger, le fughe in Marocco ed in Francia. Poi non resta che metter su Exile on main street e cantare a squarciagola.
...Ma che fine ha fatto l'auto? Noi l'abbiamo lasciata in quel garage, piena di droga. Mi piacerebbe sapere che fine ha fatto la roba. Forse nessuno ha mai rimosso i pannelli. Forse qualcuno la guida ancora, imbottita di stupefacenti...
...Il mondo non suscitava in noi altri interessi all'infuori degli stratagemmi per non perdere la fornitura dell'energia e sgraffignare qualcosa da mangiare al supermercato. Le donne erano solo al terzo posto della lista. Luce, cibo e poi, ehi, sei stato fortunato...
...La scrissi nel sonno Satisfaction. Non avevo la minima idea di averla scritta, ma grazie al cielo avevo un piccolo registratore a cassette Philips. Quella mattina lo guardai, per miracolo, ricordando di aver inserito una cassetta nuova di zecca la sera prima, e vidi che era alla fine. Premetti il tasto di riavvolgimento e trovai Satisfaction. Solo un'idea sommaria... Poi, quaranta minuti di me che russavo...
...Un'epopea di quel periodo fu il viaggio in auto a base di acidi che feci con John Lennon - un episodio di tale sregolatezza che riesco a malapena a evocarne un frammento... Io e Johnny eravamo talmente fusi che perfino anni dopo a New York alle volte lui mi chiedeva: "Cosa è successo in quel viaggio?"... Con noi c'era una ragazza molto dolce... Di recente l'ho consultata per questo libro, e la sua rievocazione differisce non poco dalla mia...
...La levitazione è probabilmente ciò che più s'avvicina, per analogia, a quel che provo - che si tratti di Jumpin' Jack, di Satisfaction o di All down the line - quando mi accorgo di aver centrato il tempo giusto, e tutta la band è dietro di me. E' come decollare... La gente mi dice: "Perché non smetti?". Ma io non posso andare in pensione finché non tiro le cuoia. Non credo che la gente capisca cosa sento. Non lo faccio per i soldi, o per voi. Lo faccio per me...
...Di fronte a Mick non mostrai alcuna reazione riguarda ad Anita. Decisi di vedere come le cose si sarebbero concluse. Non era la prima volta che entravamo in competizione per una bambola... Ma, sai, mentre tu ti divertivi, bello, io mi scopavo Marianne. L'avevi lasciata sola, toccava a me consolarla. Anzi dovetti sgattaiolare via di fretta, quando l'amico tornò a casa... Udimmo la sua auto parcheggiare di sotto, ci fu un gran trambusto, io mi sporsi dalla finestra, recuperai le scarpe e me la svignai attraverso il cortile, accorgendomi di aver dimenticato le calze. Bé, Mick non era il tipo da mettersi a cercare le calze. Io e Marianne ci scambiamo ancora questa battuta. Lei mi manda dei messaggi: - Non ho ancora trovato le tue calze...In ogni caso Anita non si divertì con quel pisellino striminzito. So che Mick ha un paio di coglioni enormi, ma non compensa il resto, giusto?...
sabato 7 gennaio 2012
L'anno che verrà
2012, ovvero i miei primi quarant'anni.
Che poi, biologicamente, son quaranta già da circa un mese... Sarà un anno sabbatico, nel senso che continuerà la mia pausa da fiere e mercati. Non so... Non ho buone sensazioni da ciò che sento in giro. Mi pare che ci stiamo incartando, noi "alternativi", dentro a questioni mal poste. Sarà crisi di crescita? Chissà. Manca leggerezza, però. Manca il sorriso irriverente dei primi anni.
Sarà un anno duro per la situazione economica e sociale generale. Ma ci saranno un nuovo disco ed un nuovo tour del boss, e ciò non è affatto male.
Ci saranno bei concerti e bei momenti. Alcune novità aziendali. Un Comune da continuare ad amministrare con coraggio ed un pizzico di follia.
Ci saranno alcune cose da fare prima dei quaranta. Per esempio la cima del Monte Bianco.
E poi ci sarà una grande festa, giusto intorno alla fine di agosto.
Siete avvisati.
Che poi, biologicamente, son quaranta già da circa un mese... Sarà un anno sabbatico, nel senso che continuerà la mia pausa da fiere e mercati. Non so... Non ho buone sensazioni da ciò che sento in giro. Mi pare che ci stiamo incartando, noi "alternativi", dentro a questioni mal poste. Sarà crisi di crescita? Chissà. Manca leggerezza, però. Manca il sorriso irriverente dei primi anni.
Sarà un anno duro per la situazione economica e sociale generale. Ma ci saranno un nuovo disco ed un nuovo tour del boss, e ciò non è affatto male.
Ci saranno bei concerti e bei momenti. Alcune novità aziendali. Un Comune da continuare ad amministrare con coraggio ed un pizzico di follia.
Ci saranno alcune cose da fare prima dei quaranta. Per esempio la cima del Monte Bianco.
E poi ci sarà una grande festa, giusto intorno alla fine di agosto.
Siete avvisati.
martedì 27 dicembre 2011
Un anno dopo
Ricordate la polemica dell'anno scorso fra La Terra Trema, l'ormai classico appuntamento del Leonkavallo, e Semplicemente Uva, quella che doveva essere la "nuova" fiera dei vini naturali a Milano? Ne scrissi qui. Se ne parlò a lungo e "noi" produttori CriticalWine lavorammo ad un documento che spiegava la nostra posizione sulla faccenda. Nel polemicone finì anche Porthos che, di fatto, venne chiamata a riempire di contenuti una fiera altrimenti triste ed inutile.
Ad un anno di distanza La Terra Trema ha avuto il successo di sempre (purtroppo non ho partecipato causa mio "anno sabbatico"), mentre la seconda edizione di Semplicemente Uva sembra rinviata (queste le ragioni addotte: Si informa che per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori e relativi ad opere di ristrutturazione della location prescelta, la manifestazione SEMPLICEMENTEUVA è rimandata a febbraio 2012 in data da definire).
Nel frattempo Maurizio Silvestri ha pubblicato un pezzo su Porthos.it che mi è molto piaciuto e che vi invito a leggere qui. Non so se è un ripensamento rispetto alla polemica dell'anno scorso e non mi interessa. E' un bel pezzo. Che fotografa ciò che l'appuntamento di Milano rappresenta: un atto di resistenza creativa; un rito liberatorio; una grande festa. Alla faccia dei sempre più tristi appuntamenti "cosiddetti" naturali.
Ad un anno di distanza La Terra Trema ha avuto il successo di sempre (purtroppo non ho partecipato causa mio "anno sabbatico"), mentre la seconda edizione di Semplicemente Uva sembra rinviata (queste le ragioni addotte: Si informa che per motivi indipendenti dalla volontà degli organizzatori e relativi ad opere di ristrutturazione della location prescelta, la manifestazione SEMPLICEMENTEUVA è rimandata a febbraio 2012 in data da definire).
Nel frattempo Maurizio Silvestri ha pubblicato un pezzo su Porthos.it che mi è molto piaciuto e che vi invito a leggere qui. Non so se è un ripensamento rispetto alla polemica dell'anno scorso e non mi interessa. E' un bel pezzo. Che fotografa ciò che l'appuntamento di Milano rappresenta: un atto di resistenza creativa; un rito liberatorio; una grande festa. Alla faccia dei sempre più tristi appuntamenti "cosiddetti" naturali.
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venerdì 16 dicembre 2011
Il default morale
Devo alcune risposte a Giampaolo Paglia che ha subito commentato il mio ultimo post con un paio di interventi sferzanti che riporto qui sotto:
“diritto a fare default? E il diritto dei risparmiatori, pensionati, famiglie, un po in tutto il mondo, di non perdere i soldi investiti nel debito pubblico italiano?
Questo vuol dire essere di sinistra? Scaricare sugli altri i propri problemi, non assumersi le proprie responsabilita' collettive e private?”
“ah, mi sono dimenticato, le liberalizzazioni. Gia', perche' in questo paese sciagurato purtroppo e' la sinistra che deve chiedere le liberalizzazioni, mentre la destra liberale non esiste proprio. Mentre il popolo della sinistra e' tutto li' invece ad applaudire alle lobbies del farmaceutico, dei tassisti, degli ordini professionali, ecc. Ecco la radiografia di un paese nello sprofondo”.
Nel mio post “La sinistra non c’è più” ho condensato in poche righe alcune considerazioni molto generali sul clima economico-sociale che si respira nel nostro paese. Un blog – per definizione – non è il luogo ideale per discussioni sui massimi sistemi. La sollecitazione di Paglia, però, mi costringe a chiarire meglio alcuni concetti su cui già mi ero soffermato qui, qui e soprattutto qui.
La crisi è crisi di sistema. La crisi è la crisi del capitalismo su scale globale. La finanza di rapina sta semplicemente svelando il fallimento di un modello “nato” nel 1971 con la fine di Bretton Woods e che ha avuto nella globalizzazione dei mercati finanziari negli anni novanta la sua spinta finale (definitivamente con lo sciagurato Gramm-Leach-Billey Act della amministrazione Clinton del 1999, vera causa "ultima" della crisi dei mutui sub-prime).
Ma non voglio farla lunga. Entro nel merito.
1) Il diritto dei risparmiatori di tutto il mondo. Ciò che l’economia del debito non ha mai raccontato in modo chiaro è che qualunque titolo di credtio una persona comperi presenta un “rischio”. Tale rischio è – per farla molto breve – ripagato dal tasso di interesse. Che l’Italia di per sé fosse a rischio lo racconta la storia del suo debito. Che avesse la tripla AAA fino a poco fa è un problema degli scandalosi istituti di rating e delle banche compiacenti.
2) Non assumersi le proprie responsabilità. E’ dal 1992, megafinanziaria Amato, che i cittadini italiani onesti si assumono le proprie responsabilità. Abbiamo avuto in questi anni decine di manovre e manovrine a senso unico: precarizzazioni, privatizzazioni, tagli a scuola e sanità, tre riforme delle pensioni, aumento di ogni tipo di tassa. Il risultato è che il nostro debito è rimasto sostanzialmente invariato (a parte un certo calo a cavallo fra gli anni novanta e duemila).
3) Il risultato di questa “assunzione di responsabilità”, che ha aumentato la diseguaglianza e devastato la classe media, è che siamo in avanzo primario di bilancio. Cioé al netto degli interessi sul debito il nostro budget è a posto. A parte la sciagurata gestione Berlusconi questo accadeva già coi governi di centrosinistra degli anni novanta (motivo per cui il debito è per un certo periodo sceso). Era la strategia “Ciampi”: ridurre il debito con l’accumularsi negli anni di molti avanzi primari.
4) C’è un “ma” grande come una casa: tale strategia dipende fortemente dalla crescita del PIL. Se non c’è crescita è quasi impossibile realizzare duraturi avanzi primari. Ora, da che mondo è mondo, la strategia per crescere necessita di interventi pubblici. Se non in termini di interventi diretti perlomeno in termini di incentivi, fiscali o meno. Oggi – come è evidente a chiunque – non abbiamo spazi di bilancio per veri interventi di crescita.
5) Siamo in recessione. Cioé scende il PIL. La revisione 2012 parla di un ulteriore -1,6%. Cioé cala l’occupazione. Cioé cala il potere d’acquisto (la domanda aggregata). La manovra è obiettivamente recessiva (ogni manovra lo è, questa di più). Ciò significa che stabilizziamo il deficit ma riducendosi il denominatore del rapporto deficit/PIL a breve avremo bisogno di una nuova manovra. E’ un circolo vizioso che non è possibile spezzare stante questa situazione globale. Non solo: è una situazione oggettivamente mai capitata dal dopoguerra; siamo stati in recessione nel 2008, nel 2009 e ci siamo ora. Non è mai capitata una serie storica simile.
6) Arrivo al “dunque”: non esiste in storia economica un esempio di paese che è uscito da livelli elevatissimi di debito pubblico quale quello italiano senza una di queste due opzioni: iperinflazione oppure ristrutturazione del debito. Noi non possiamo stampare moneta stando nell’area euro, dunque la prima alternativa (che in ogni caso è a mio avviso peggiore ancora) non è percorribile.
7) Liberalizzazioni: è presto detto che sono favorevole a liberalizzare i taxi e le farmacie. Mi fa incazzare che una grande forza di “sinistra” le proponga come soluzione ad una situazione macroeconomica totalmente compromessa. L’impatto sulla crescita ci sarebbe ma molto limitato e molto spostato in avanti nel tempo. Non è una panacea ai mali italiani semmai uno specchio per le allodole. Peraltro stiamo ancora aspettando le riduzioni nelle assicurazioni RCauto promesse dalla “lenzuolata” di Bersani – governo Prodi – nel 2007.
In conclusione: pensare che questa manovra lacrime e sangue “salvi l’Italia” è illusorio. Stimo Monti e so che lo sa. Poteva osare ma l’avrebbero fatto cadere. Ha preferito impaludarsi ed ora purtroppo è ostaggio non solo di lobbies ma di partiti ridotti a bande di peones. La situazione è drammatica perché non manca solo una destra liberale ma anche una sinistra socialista. Manca tutto, insomma. Il default italiano è un fallimento morale e culturale prima che economico. E’ il default di una intera classe dirigente. E’ il default della politica e della sua rappresentazione. Non c’è via di uscita se non ce ne liberiamo. Se non ripartiamo da zero. Dalle fondamenta.
- La ristrutturazione del debito si può fare in mille modi. Non chiamiamola default, chiamiamola ristrutturazione controllata (si allungano i tempi di rimborso su ogni scadenza o si decurta di una percentuale il valore dei titoli), magari escludendo i piccolissimi risparmiatori e/o i fondi pensione.
- L'alternativa è fare una patrimoniale seria chiedendo un ultimo enorme sforzo ai cittadini –in modo progressivo – con una tassa di scopo una tantum (circa 10.000 euro a cittadino in media), destinata alla riduzione del debito (proposta Amato di qualche mese fa).
Nel primo caso le perdite graverebbero principalmente sui paesi esteri che hanno acquistato il nostro debito e ci sarebbero ripercussioni serie in Europa. Ma se fosse una via "concertata" potrebbe dare il via ad una nuova stagione. Nel secondo caso il peso ricadrebbe principalmente sui cittadini italiani. Ma se è vero come è vero che l'intero stock di ricchezza italiana vale molte volte il suo PIL le risorse potrebbero esserci.
In ogni caso la strada è solo una: ridure ORA il debito ben al di sotto del 100% del PIL (Roubini suggerisce di stabilizzare al 90% il rapporto): significa trovare o consolidare 450 miliardi di euro.
Questo è essere responsabili per me: raccontare per la prima volta la verità ai cittadini, cioé che la situazione economica italiana non è più sostenibile. Ripartire, liberando miliardi di euro di interessi che pagheremmo sul debito per fare investimenti, ricerca, incentivi alle aziende, riduzione mirata del carico fiscale, stabilizzazione dell’occupazione.
Questo io mi aspetto dalla sinistra. Che, però, non esiste più.
“diritto a fare default? E il diritto dei risparmiatori, pensionati, famiglie, un po in tutto il mondo, di non perdere i soldi investiti nel debito pubblico italiano?
Questo vuol dire essere di sinistra? Scaricare sugli altri i propri problemi, non assumersi le proprie responsabilita' collettive e private?”
“ah, mi sono dimenticato, le liberalizzazioni. Gia', perche' in questo paese sciagurato purtroppo e' la sinistra che deve chiedere le liberalizzazioni, mentre la destra liberale non esiste proprio. Mentre il popolo della sinistra e' tutto li' invece ad applaudire alle lobbies del farmaceutico, dei tassisti, degli ordini professionali, ecc. Ecco la radiografia di un paese nello sprofondo”.
Nel mio post “La sinistra non c’è più” ho condensato in poche righe alcune considerazioni molto generali sul clima economico-sociale che si respira nel nostro paese. Un blog – per definizione – non è il luogo ideale per discussioni sui massimi sistemi. La sollecitazione di Paglia, però, mi costringe a chiarire meglio alcuni concetti su cui già mi ero soffermato qui, qui e soprattutto qui.
La crisi è crisi di sistema. La crisi è la crisi del capitalismo su scale globale. La finanza di rapina sta semplicemente svelando il fallimento di un modello “nato” nel 1971 con la fine di Bretton Woods e che ha avuto nella globalizzazione dei mercati finanziari negli anni novanta la sua spinta finale (definitivamente con lo sciagurato Gramm-Leach-Billey Act della amministrazione Clinton del 1999, vera causa "ultima" della crisi dei mutui sub-prime).
Ma non voglio farla lunga. Entro nel merito.
1) Il diritto dei risparmiatori di tutto il mondo. Ciò che l’economia del debito non ha mai raccontato in modo chiaro è che qualunque titolo di credtio una persona comperi presenta un “rischio”. Tale rischio è – per farla molto breve – ripagato dal tasso di interesse. Che l’Italia di per sé fosse a rischio lo racconta la storia del suo debito. Che avesse la tripla AAA fino a poco fa è un problema degli scandalosi istituti di rating e delle banche compiacenti.
2) Non assumersi le proprie responsabilità. E’ dal 1992, megafinanziaria Amato, che i cittadini italiani onesti si assumono le proprie responsabilità. Abbiamo avuto in questi anni decine di manovre e manovrine a senso unico: precarizzazioni, privatizzazioni, tagli a scuola e sanità, tre riforme delle pensioni, aumento di ogni tipo di tassa. Il risultato è che il nostro debito è rimasto sostanzialmente invariato (a parte un certo calo a cavallo fra gli anni novanta e duemila).
3) Il risultato di questa “assunzione di responsabilità”, che ha aumentato la diseguaglianza e devastato la classe media, è che siamo in avanzo primario di bilancio. Cioé al netto degli interessi sul debito il nostro budget è a posto. A parte la sciagurata gestione Berlusconi questo accadeva già coi governi di centrosinistra degli anni novanta (motivo per cui il debito è per un certo periodo sceso). Era la strategia “Ciampi”: ridurre il debito con l’accumularsi negli anni di molti avanzi primari.
4) C’è un “ma” grande come una casa: tale strategia dipende fortemente dalla crescita del PIL. Se non c’è crescita è quasi impossibile realizzare duraturi avanzi primari. Ora, da che mondo è mondo, la strategia per crescere necessita di interventi pubblici. Se non in termini di interventi diretti perlomeno in termini di incentivi, fiscali o meno. Oggi – come è evidente a chiunque – non abbiamo spazi di bilancio per veri interventi di crescita.
5) Siamo in recessione. Cioé scende il PIL. La revisione 2012 parla di un ulteriore -1,6%. Cioé cala l’occupazione. Cioé cala il potere d’acquisto (la domanda aggregata). La manovra è obiettivamente recessiva (ogni manovra lo è, questa di più). Ciò significa che stabilizziamo il deficit ma riducendosi il denominatore del rapporto deficit/PIL a breve avremo bisogno di una nuova manovra. E’ un circolo vizioso che non è possibile spezzare stante questa situazione globale. Non solo: è una situazione oggettivamente mai capitata dal dopoguerra; siamo stati in recessione nel 2008, nel 2009 e ci siamo ora. Non è mai capitata una serie storica simile.
6) Arrivo al “dunque”: non esiste in storia economica un esempio di paese che è uscito da livelli elevatissimi di debito pubblico quale quello italiano senza una di queste due opzioni: iperinflazione oppure ristrutturazione del debito. Noi non possiamo stampare moneta stando nell’area euro, dunque la prima alternativa (che in ogni caso è a mio avviso peggiore ancora) non è percorribile.
7) Liberalizzazioni: è presto detto che sono favorevole a liberalizzare i taxi e le farmacie. Mi fa incazzare che una grande forza di “sinistra” le proponga come soluzione ad una situazione macroeconomica totalmente compromessa. L’impatto sulla crescita ci sarebbe ma molto limitato e molto spostato in avanti nel tempo. Non è una panacea ai mali italiani semmai uno specchio per le allodole. Peraltro stiamo ancora aspettando le riduzioni nelle assicurazioni RCauto promesse dalla “lenzuolata” di Bersani – governo Prodi – nel 2007.
In conclusione: pensare che questa manovra lacrime e sangue “salvi l’Italia” è illusorio. Stimo Monti e so che lo sa. Poteva osare ma l’avrebbero fatto cadere. Ha preferito impaludarsi ed ora purtroppo è ostaggio non solo di lobbies ma di partiti ridotti a bande di peones. La situazione è drammatica perché non manca solo una destra liberale ma anche una sinistra socialista. Manca tutto, insomma. Il default italiano è un fallimento morale e culturale prima che economico. E’ il default di una intera classe dirigente. E’ il default della politica e della sua rappresentazione. Non c’è via di uscita se non ce ne liberiamo. Se non ripartiamo da zero. Dalle fondamenta.
- La ristrutturazione del debito si può fare in mille modi. Non chiamiamola default, chiamiamola ristrutturazione controllata (si allungano i tempi di rimborso su ogni scadenza o si decurta di una percentuale il valore dei titoli), magari escludendo i piccolissimi risparmiatori e/o i fondi pensione.
- L'alternativa è fare una patrimoniale seria chiedendo un ultimo enorme sforzo ai cittadini –in modo progressivo – con una tassa di scopo una tantum (circa 10.000 euro a cittadino in media), destinata alla riduzione del debito (proposta Amato di qualche mese fa).
Nel primo caso le perdite graverebbero principalmente sui paesi esteri che hanno acquistato il nostro debito e ci sarebbero ripercussioni serie in Europa. Ma se fosse una via "concertata" potrebbe dare il via ad una nuova stagione. Nel secondo caso il peso ricadrebbe principalmente sui cittadini italiani. Ma se è vero come è vero che l'intero stock di ricchezza italiana vale molte volte il suo PIL le risorse potrebbero esserci.
In ogni caso la strada è solo una: ridure ORA il debito ben al di sotto del 100% del PIL (Roubini suggerisce di stabilizzare al 90% il rapporto): significa trovare o consolidare 450 miliardi di euro.
Questo è essere responsabili per me: raccontare per la prima volta la verità ai cittadini, cioé che la situazione economica italiana non è più sostenibile. Ripartire, liberando miliardi di euro di interessi che pagheremmo sul debito per fare investimenti, ricerca, incentivi alle aziende, riduzione mirata del carico fiscale, stabilizzazione dell’occupazione.
Questo io mi aspetto dalla sinistra. Che, però, non esiste più.
mercoledì 14 dicembre 2011
La sinistra non c'è più.
Io - che sono rimasto nel novecento - leggo i giornali e penso che sì, è vero, i nuovi ministri sono meglio di quelli vecchi. E sì, perlomeno il vecchio Monti non ci fa fare figure di merda quando va all'estero. Non è molto, ma è qualcosa.
Poi penso che sto invecchiando. E che una situazione tipo quella che stiamo vivendo è paradossale. Che si dovrebbe circondare il Parlamento coi forconi per quello che sta succedendo. E invece no, a parte quattro leghisti che sfogano gli istinti repressi da anni di rospi ingoiati, tutto fila in modo relativamente tranquillo. Che grande popolo che siamo... Quasi orgogliosi dei debiti accumulati dagli Andreotti e dai Craxi ci accingiamo all'ennesima manovra correttiva. Che io mi ricordi, è vent'anni che facciamo manovre correttive per tagliare il debito.
Rendersi conto che forse così non si può più andare avanti? Che i giovani non possono essere costretti a pagare un debito che hanno fatto i loro padri ed i loro nonni, spesso evadendo le tasse o intascando pensioni immeritate quando non fraudolente? Che se il paese sta fallendo la prima cosa da fare sarebbe chiudere tutte le missioni "di pace" ed azzerare le spese per la difesa, tanto nessuno invade un paese in bancarotta? Che esiste un diritto al default? Che bisognerebbe ristrutturare ORA il nostro debito con una riduzione concordata del 25% (450 miliardi circa di manovra) come dice Nouriel Roubini?
Ecco l'unico modo per ripartire (se non si vuole fare una patrimoniale feroce da 10.000 euro pro capite in media).
Dove cazzo sta la sinistra?
Ah, sì chiede le liberalizzazioni. Me l'ero quasi dimenticato.
Poi penso che sto invecchiando. E che una situazione tipo quella che stiamo vivendo è paradossale. Che si dovrebbe circondare il Parlamento coi forconi per quello che sta succedendo. E invece no, a parte quattro leghisti che sfogano gli istinti repressi da anni di rospi ingoiati, tutto fila in modo relativamente tranquillo. Che grande popolo che siamo... Quasi orgogliosi dei debiti accumulati dagli Andreotti e dai Craxi ci accingiamo all'ennesima manovra correttiva. Che io mi ricordi, è vent'anni che facciamo manovre correttive per tagliare il debito.
Rendersi conto che forse così non si può più andare avanti? Che i giovani non possono essere costretti a pagare un debito che hanno fatto i loro padri ed i loro nonni, spesso evadendo le tasse o intascando pensioni immeritate quando non fraudolente? Che se il paese sta fallendo la prima cosa da fare sarebbe chiudere tutte le missioni "di pace" ed azzerare le spese per la difesa, tanto nessuno invade un paese in bancarotta? Che esiste un diritto al default? Che bisognerebbe ristrutturare ORA il nostro debito con una riduzione concordata del 25% (450 miliardi circa di manovra) come dice Nouriel Roubini?
Ecco l'unico modo per ripartire (se non si vuole fare una patrimoniale feroce da 10.000 euro pro capite in media).
Dove cazzo sta la sinistra?
Ah, sì chiede le liberalizzazioni. Me l'ero quasi dimenticato.
venerdì 2 dicembre 2011
Padri e figli
Oggi è una di quelle giornate in cui mio padre mi manca di brutto.
Così, per caso, ho messo su l'ultimo CD del cofanetto live 75-85 del boss ed ecco che parte l'ormai leggendaria introduzione.
... Quando stavo crescendo io e mio padre litigavamo sempre, quasi su tutti gli argomenti. Ma... io avevo dei capelli davvero lunghi, scendevano oltre le spalle. Quando avevo 17 o 18 anni il mio vecchio li odiava veramente; quando ci mettevamo, litigavamo tanto che io finivo per passare molto tempo fuori di casa. E d'estate non era tanto male, perche' faceva caldo, e gli amici erano tutti fuori; ma d'inverno, mi ricordo quando stavo giu' in paese e prendevo un sacco di freddo ... e quando il vento soffiava avevo una cabina telefonica nella quale mi riparavo. E chiamavo la mia ragazza, qualsiasi ora fosse, solo per parlarle, anche tutta la notte... fin quando, finalmente, trovavo il coraggio di tornare in casa ... mi fermavo un momento nel viale, e lui era la' ad aspettarmi, in cucina. Io mi mettevo i capelli dentro il collo della camicia ,entravo... lui mi chiamava perche' tornassi a seder con lui. La prima cosa che mi chiedeva era cosa pensavo di fare di me stesso. E la peggiore cosa e' che non riuscivo mai a spiegarglielo. Mi ricordo che una volta ebbi un incidente in moto; mi ritrovai disteso nel letto, e lui fece entrare un barbiere che mi taglio' i capelli, e, ragazzi... mi ricordo che gli dissi che lo odiavo,e che non me ne sarei mai dimenticato. Lui mi diceva:"ragazzo, non vedo l'ora che ti prendano nell'esercito. Quando ti prenderanno nell'esercito faranno di te un uomo. Ti taglieranno i tuoi lunghi capelli e faranno di te un uomo". Questo successe, credo, nel '69. E c'erano molti ragazzi del vicinato che partivano per il Vietnam... Mi ricordo il batterista della mia prima band che veniva verso casa mia con indosso l'uniforme da marine dicendo che andava, e non sapeva dove... molti ragazzi partirono, e molti non tornarono; e molti di quelli che tornavano non erano piu' gli stessi. Mi ricordo, il giorno in cui arrivo' la cartolina di leva, la nascosi ai miei, e tre giorni prima della chiamata militare io e i miei amici uscimmo, restammo svegli tutta la notte.... e la mattina della partenza, tutti sull'autobus, eravamo cosi' spaventati... E andai... e mi scartarono! Tornai a casa... Non c'era niente che desiderassi tanto... mi ricordo il ritorno a casa dopo essere stato via tre giorni... entrai in cucina, mio padre e mia madre erano seduti li' dentro. lui mi dissa:"dove sei stato", io risposi che ero andato alla visita militare Mi chiese:" cosa ti hanno detto?" io risposi:"non mi hanno preso", e lui disse:" questa e' un'ottima cosa".
Che poi parte quell'armonica che ti squarcia il petto e pensi che quella roba lì è la cosa più vicina all'idea di rock che ci sia mai stata. Lacrimuccia inclusa.
Così, per caso, ho messo su l'ultimo CD del cofanetto live 75-85 del boss ed ecco che parte l'ormai leggendaria introduzione.
... Quando stavo crescendo io e mio padre litigavamo sempre, quasi su tutti gli argomenti. Ma... io avevo dei capelli davvero lunghi, scendevano oltre le spalle. Quando avevo 17 o 18 anni il mio vecchio li odiava veramente; quando ci mettevamo, litigavamo tanto che io finivo per passare molto tempo fuori di casa. E d'estate non era tanto male, perche' faceva caldo, e gli amici erano tutti fuori; ma d'inverno, mi ricordo quando stavo giu' in paese e prendevo un sacco di freddo ... e quando il vento soffiava avevo una cabina telefonica nella quale mi riparavo. E chiamavo la mia ragazza, qualsiasi ora fosse, solo per parlarle, anche tutta la notte... fin quando, finalmente, trovavo il coraggio di tornare in casa ... mi fermavo un momento nel viale, e lui era la' ad aspettarmi, in cucina. Io mi mettevo i capelli dentro il collo della camicia ,entravo... lui mi chiamava perche' tornassi a seder con lui. La prima cosa che mi chiedeva era cosa pensavo di fare di me stesso. E la peggiore cosa e' che non riuscivo mai a spiegarglielo. Mi ricordo che una volta ebbi un incidente in moto; mi ritrovai disteso nel letto, e lui fece entrare un barbiere che mi taglio' i capelli, e, ragazzi... mi ricordo che gli dissi che lo odiavo,e che non me ne sarei mai dimenticato. Lui mi diceva:"ragazzo, non vedo l'ora che ti prendano nell'esercito. Quando ti prenderanno nell'esercito faranno di te un uomo. Ti taglieranno i tuoi lunghi capelli e faranno di te un uomo". Questo successe, credo, nel '69. E c'erano molti ragazzi del vicinato che partivano per il Vietnam... Mi ricordo il batterista della mia prima band che veniva verso casa mia con indosso l'uniforme da marine dicendo che andava, e non sapeva dove... molti ragazzi partirono, e molti non tornarono; e molti di quelli che tornavano non erano piu' gli stessi. Mi ricordo, il giorno in cui arrivo' la cartolina di leva, la nascosi ai miei, e tre giorni prima della chiamata militare io e i miei amici uscimmo, restammo svegli tutta la notte.... e la mattina della partenza, tutti sull'autobus, eravamo cosi' spaventati... E andai... e mi scartarono! Tornai a casa... Non c'era niente che desiderassi tanto... mi ricordo il ritorno a casa dopo essere stato via tre giorni... entrai in cucina, mio padre e mia madre erano seduti li' dentro. lui mi dissa:"dove sei stato", io risposi che ero andato alla visita militare Mi chiese:" cosa ti hanno detto?" io risposi:"non mi hanno preso", e lui disse:" questa e' un'ottima cosa".
Che poi parte quell'armonica che ti squarcia il petto e pensi che quella roba lì è la cosa più vicina all'idea di rock che ci sia mai stata. Lacrimuccia inclusa.
venerdì 25 novembre 2011
Un pò di storia
Volevo assaggiare un grande vino californiano e sono stato accontentato. Chateau Montelena Cabernet Sauvignon 1986 è un vino che si stenta a considerare americano. Nessun sentore di quercia, nessuna sovra estrazione, nessuna invadenza alcolica. Un carattere decisamente bordolese, in senso classico: acidità presente e viva, un tannino non addomesticato ma rinfrescante, un naso giocato sulla finezza, con note di erbe aromatiche, cuoio, cacao, marasca. Giusto per intendersi: l'azienda è quella del famoso "Paris Tasting" nel 1976 quando il suo Chardonnay 1973 mise in riga alla cieca i più famosi Borgogna. Fatto storico che viene considerato in USA come l'atto fondativo della grandezza del vino californiano.
Poi mi sono ritrovato a bere un pò di storia del vino italiano. In quel di Glendale, sobborgo di Los Angeles: a dimostrazione di quanto assurdo e complesso sia il mondo del vino.
Undici gradi alcolici, botte grande numerata, acidità tagliente, vitigni alloctoni, naso irrequieto eppure affascinante. Il Vino da tavola Fiorano 1988 è la fotografia del vino italiano prima delle guide, prima del boom, prima del vino frutto, prima della tecnologia. Una storia bella e triste. Che potete leggere in questo bellissimo pezzo di Eric Asimov, dove si ricordano, fra l'altro, le lodi che Veronelli tesseva nei confronti dei vini di Alberico Boncompagni Ludovisi principe di Venosa.
Un vino davvero emozionante.
Poi mi sono ritrovato a bere un pò di storia del vino italiano. In quel di Glendale, sobborgo di Los Angeles: a dimostrazione di quanto assurdo e complesso sia il mondo del vino.
Undici gradi alcolici, botte grande numerata, acidità tagliente, vitigni alloctoni, naso irrequieto eppure affascinante. Il Vino da tavola Fiorano 1988 è la fotografia del vino italiano prima delle guide, prima del boom, prima del vino frutto, prima della tecnologia. Una storia bella e triste. Che potete leggere in questo bellissimo pezzo di Eric Asimov, dove si ricordano, fra l'altro, le lodi che Veronelli tesseva nei confronti dei vini di Alberico Boncompagni Ludovisi principe di Venosa.
Un vino davvero emozionante.
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