lunedì 28 settembre 2009

Maria, Steve, Abby, Giovanni: la vendemmia 2009.

Dal Canada, da New Orleans e dallo Stato Di New York proviene la manovalanza per la vendemmia 2009. Giovanotti bravi, seri, entusiasti che mi stanno dando un grande aiuto e che mi confermano la validità della Associazione WWoof. 

E poi c'è Giovanni. Ormai parte integrante dell'azienda. Essere in due in cantina significa maggior precisione, maggiore velocità di esecuzione, maggiore rapidità nelle scelte vendemmiali grazie alla disponibilità di dati enologici più precisi in tempo reale.
Tutto ciò dovrebbe tradursi in un ulteriore innalzamento qualitativo. Almeno spero.


giovedì 17 settembre 2009

Una idea di vino: Gli Eremi

Gli Eremi o ti piace o no. Quando decisi di abbandonare l'acciaio per il legno, nel 2002, lo feci con una ben precisa idea di vino in testa. Un ideale, forse irraggiungibile, cui cerco di tendere anno dopo anno. 
Il vino matura in botte di legno, ma non è questo il punto. Il legno, francese usato o slavonia non tostato, serve per una microssigenazione naturale e per un lungo affinamento  sulle fecce fini, ed è fondamentale per "legare" insieme le due parti fondamentali da cui il vino è costituito. Il vino, poi, proviene dal solo Cru San Michele, 0,58 ettari di solo Verdicchio con una età di circa 25/30 anni ed una certa varietà clonale. Ma nemmeno questo è il punto. Il vino, inoltre, dal 2004 fermenta con lieviti indigeni attraverso l'innesto di mosto fiore pressato fino a max. 0,4 bar di pressione su una massa (circa il 10% del totale) macerata per circa 48/72 ore sulle bucce per avviare la fermentazione. Ma nemmeno questo fatto - da solo - spiega il vino.
La particolarità de Gli Eremi, infatti, risiede nella vendemmia. Ci pensavo l'altro giorno quando si è conclusa la prima parte della raccolta. Generalmente si passa una prima volta in vigneto con un certo anticipo. E' ancora estate. Fa caldo, molto caldo. Si vendemmia circa 1/3 delle uve quando i pH hanno valori ancora bassi e le uve, per quanto non immature, presentano ancora una certa acidità. E' la parte fresca, giovane, irruente, estiva del vino. Poi ci si ferma (per modo di dire: ci sono le uve per gli altri vini da vendemmiare!). Si attende che l'uva maturi, si attende l'autunno. Il freddo. Quando le uve mostrano i primi segni di sovra-maturazione (mai eccessiva, però) si toglie il resto dell'uva. E' la parte autunnale, morbida, calda, riflessiva del vino. 
Sono queste due tensioni opposte che forgiano davvero il vino. La durezza degli acidi che si oppone alla morbidezza dell'alcool; la freschezza di tannini irruenti che contrasta il calore della glicerina. La gioventù e la vecchiaia, l'innocenza e l'esperienza, i sogni e la memoria, la luce e l'ombra, il sorgere e la decadenza: una dialettica che nella bocca spesso crea sensazioni discordanti e scomposte. All'inizio. Che ha bisogno di tempo. Che tende a ricomporsi solo dopo qualche tempo. O forse mai. Una dialettica che al naso mostra complessità e genera dubbio più che certezza.
O ti piace o no. E se ti piace te ne innamori, che non è certo il vino da una botta e via.

mercoledì 9 settembre 2009

Vendemmia 2009

Si è iniziato a raccogliere la settimana scorsa, con grande anticipo, ma la vendemmia 2009 è entrata nel vivo ieri. Nel vigneto di San Paolo, contrada Battinebbia, abbiamo cominciato a raccogliere il Verdicchio che diverrà Terre Silvate 2009. Si tratta di una prima raccolta che ci consente di incamerare un pò di acidità, merce rara in questa annata. Gradi Babo a 18,40 e pH a 3,20 sono dati ottimi in questa fase. L'uva è sanissima e bella, considerando che continua a non piovere (l'ultima precipitazione "seria" è del 2 agosto ma, in realtà la fase siccitosa dura dal 10 luglio). Meglio ancora mi pare a San Michele, nella parte bassa, dove si prospettano ottime cose per Gli Eremi. Ma siamo solo all'inizio e le somme si tireranno alla fine

mercoledì 2 settembre 2009

Gli economisti, brutta razza.


In agosto ho letto un paio di buoni libri. Qualunque cosa succeda è il libro del figlio di Giorgio Ambrosoli, quel Betò conosciuto al Liceo Manzoni, a Milano, con cui ricordo di aver condiviso gite di classe e un pò di politica liceale. Il libro è scritto molto bene, alterna un preciso e puntuale discorso storico sulla vicenda Sindona/Ambrosoli ad un piano più personale ed intimo, toccante ma sempre ben calato nella vicenda, senza alcun cedimento retorico o banalizzante. Sullo sfondo emerge l'Italia di quegli anni. Così simile, e così diversa, nei suoi difetti e nei suoi problemi, all'Italia di oggi. A cominciare da un intreccio fra politica ed economia troppo spesso malavitoso.
Estate 2009 davvero difficile per gli economisti, che pagano la crisi e le errate previsioni degli anni passati. Le critiche vengono da lontano e rivolte da più parti, ma negli ultimi mesi si sono intensificate con la "condanna" al processo istruito al Festival dell'economia di Trento, con diversi articoli su blog e giornali, con gli strali del Ministro dell'economia Tremonti che ha recentemente intimato il silenzio all'intera categoria. 
Processo agli economisti è un libro che racconta la disfatta della categoria, facendo chiarezza su alcuni lati oscuri, mettendo in luce le gravi incongruenze di una scienza che scienza del tutto non è. Spesso con una vena ironica che rende il libro anche assai piacevole. Specie quando riporta i giudizi e le frasi dei vari "guru" del neoliberismo e del "mercatismo" degli ultimi anni.
Così, ad esempio, parlò Francesco Giavazzi, già mio professore di Politica Economica in Bocconi, stimato editorialista del Corriere, più volte candidato alla poltrona su cui siede Giulio Tremonti: "La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l'economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda" (il 4 agosto 2007). Nemmeno Tremonti, però, può sorridere. Economista proprio non è, ma nemmeno lui, infatti, ne esce granché bene.
Quanto a me, io il mio processo agli economisti l'ho fatto una quindicina di anni fa. Quando, più o meno dopo gli esami di macroeconomia avanzata ed econometrica, mi sono trovato a chiedermi quale fosse il senso di tutte quelle complicatissime formule, equazioni ed integrali, e se davvero quella fosse la strada per capire come funzionasse il mondo. E magari per migliorarlo.
E mi risposi che no, tutta quella matematica e tutta quella astrazione erano semplicemente parte di un modello, di un paradigma scientifico, di un sistema di pensiero. E che quel modello era perfettamente funzionale a chi deteneva, e detiene, il potere politico e finanziario. E che chi si poneva in modo critico nei confronti di quell'approccio era considerato un deviante, fuori dal tempo, nostalgico di un mondo scomparso. 
Tutto ciò per dire cosa? Semplicemente che il problema non sono "gli economisti" (che sarebbe come dire "gli avvocati" o "i medici"). Il problema è il paradigma, il modello, il quadro di riferimento. Sarebbe ora di una bella rivoluzione scientifica in economia. Sarebbe ora che qualcuno dei devianti, magari di quelli che la crisi l'avevano prevista, salga davvero sul ponte di comando. 
Non avverrà. A nessun governo conviene un deviante come Ministro del Tesoro. Ecco perché l'economia non sarà mai una scienza.

mercoledì 26 agosto 2009

Il caldo e l'impossibilità di fare grandi vini bianchi.

Dai primi di luglio ad oggi, cioè per circa 50 giorni consecutivi, abbiamo avuto una sola pioggia, un temporale estivo che ha scaricato qualche millimetro d'acqua. Per il resto solo giornate di sole, calde, caldissime, con temperature medie diurne stabilmente sopra i 30° e spesso sopra i 35°, con punte assolute fra i 38 ed i 40°. 
La siccità non è un problema, nel senso che abbiamo avuto un inverno ed una primavera molto piovosi: le riserve, in profondità, ci sono. I vigneti stanno rispondendo bene dal punto di vista agronomico. Ci sono ingiallimenti e, dove c'è più creta, qualche sofferenza, ma nulla di paragonabile al 2003 o al 2007. Il problema è che con temperature così elevate per molti giorni consecutivi, con una così prolungata esposizione dei grappoli al sole ed al caldo, con l'esposizione a sud dei miei vigneti, queste stagioni rendono pressoché impossibile produrre dei grandi vini bianchi, così come li intendo io: acidi, verticali, dal profilo aromatico nitido e fresco, con una bella dose di acido malico residuo.
E' un problema che ho già trattato (per esempio in questo post qui) e che mi sta molto a cuore poiché mette in discussione l'intero paradigma agronomico che si è cristallizzato in questi anni nell'area dei Castelli di Jesi: esposizione ed altitudine dei vigneti, densità di impianto, tipo di conduzione, rese per ettaro, stili di vinificazione. L'idea stessa, cioé, del tipo di vino che si vuole andare a produrre. Basti pensare che negli anni '50 e '60 la zona produceva grosse quantità di spumanti e le migliori basi-spumante venivano anche esportate fuori zona; oppure che, secondo i dati dell'Università di Ancona presentati al Convegno per il 40° anniversario della DOC, in quarant'anni si è passati da acidità totali medie sul Verdicchio superiori al 7% a valori medi sotto al 6%.
Questa noiosa introduzione per dire che i primi campionamenti sul Verdicchio nel vigneto San Michele danno valori di pH e acidità davvero inquietanti per fine agosto, più consoni ad un periodo come fine settembre. A questo bisogna aggiungere uno squilibrato rapporto fra polpa e buccia/vinaccioli ed una maturazione zuccherina che dipende più da processi di appassimento che da un reale lavoro della pianta. Tutto ciò rende molto complicate le scelte vendemmiali, soprattutto per quei produttori, come il sottoscritto, che per scelta non ricorrono a correzioni dei mosti. 
Una bella pioggia non guasterebbe, anche se la sensazione è che il danno, ormai, sia fatto. Ciò non significa che non si potranno avere vini dal grande carattere ma semplicemente che si dovrà lavorare, come nel 2007 e, in parte, nel 2008, per puntare su un profilo più evolutivo/ossidativo dei vini, su struttura e morbidezza, sul bilanciamento fra sapidità ed alcool. Con buona pace di chi ama i Riesling renani.   

sabato 22 agosto 2009

Degustazioni d'agosto

Capita, con chi viene a trovarci d'estate, in quella sorta di Comunità Rurale Internazionale in cui si trasforma La Distesa grazie ad ospiti stranieri, famiglie, bimbi, amici e amici di amici, di stappare qualche bottiglia. 
Ad esempio la classica bolla di Ferrari, linea base da supermercato. Si parte un pò sospettosi, un pò per il numero di bottiglie prodotte un pò perché noi piccoli vignaioli siamo schifosamente prevenuti nei confronti delle grandi industrie del vino. E si arriva ad ammettere che si tratta di un metodo classico molto buono, dal prezzo eccezionale, e dalla beva facile, molto meglio di tanti Franciacorta.
Decisamente un gran vino è la Cuvée Obermairl di Haderburg 2006, vino biodinamico da vitigni bianchi coltivati in Val d'Isarco, macerati sulle bucce. Il carattere bucciato è appena accennato, il vino ha un colore dorato bellissimo; al naso è pulito, dominato da sentori di frutta fresca come l'albicocca e la mela, in bocca è lunghissimo, sapido, nervoso, giovane ed irruente. 
Una fantastica beva contraddistingue il Montepulciano d'Abruzzo Cerasuolo 2008 di Emidio Pepe, altro vino biodinamico. Naso vinoso, gioviale. Beva comunarda, fresca, contagiosa per un vino abbinabile pressoché ad ogni pietanza. Sempre di Emidio Pepe, di cui ricordo una verticale clamorosa in quel di Roma a Gennaio, il Montepulciano d'Abruzzo 2000 si presenta con la riduzione che è ad un tempo classica del produttore, del vitigno e del metodo di vinificazione. Sentori sulfurei ed animaleschi si aprono dopo un pò verso una complessità aromatica fatta di frutta rossa molto matura, selvaggina, pietra focaia, cenere, goudron. In bocca è verticale, ancora fresco, con tannini davvero piacevolissimi, morbidi e setosi. Un vino con ancora una lunga, lunga strada innanzi. 
Chiudo con un grande Sangiovese, dedicato a tutti coloro che non credono nelle virtù di questo gran vitigno. Il Chianti dei Colli Senesi Riserva 2000 Terra d'Arcoiris. Sostanzialmente un vino da meditazione, coi suoi 14,5 gradi di alcool, frutto di un lavoro in vigna condotto secondo i dettami biologici estremi dell'amico Walter Loetsch. Uvaggio di Sangiovese, Canaiolo e Malvasia nera, si presenta con un colore rosso rubino con note granate, un naso stupendo di amarena, anzi visciola, leggermente spiritata. In bocca è concentrato ma bevibilissimo, ancora perfettamente dritto, con tannini ben presenti ma fini, insistenti richiami gusto-olfattivi al tabacco, al cuoio, alla marmellata di ciliegie. Un gran piacere, a fine serata, quando il caldo molla e la frescura classica delle notti agostane di Cupramontana allieta i discorsi, le battute, le discussioni aporetiche di un rilassato fine cena.   
  

sabato 15 agosto 2009

Il Mediterraneo com'era una volta

Da qualche anno è lo slogan scelto dalla Croazia per il proprio marketing turistico. Bello, non c'è che dire. Vero? Forse non in pieno agosto quando masse di turisti ormai da tutta Europa hanno come meta le coste e le isole croate. Eppure un fondo di verità c'è. Il mare croato, quell'Adriatico che sul nostro lato marchigiano è tutt'altra cosa, è veramente in Dalmazia ancora un ambiente selvaggio e da scoprire, paradiso per velisti e appassionati di barche ma anche per famiglie e vacanzieri di ogni sorta. Poche grandi strutture alberghiere o villaggi e, invece, migliaia di appartamenti privati, piccole pensioni e bed&breakfast famigliari. Una offerta che non manca di nulla ma resta ad un livello sopportabile a chi non ama le grandi masse. Una natura ancora quasi incontaminata. Una varietà di paesaggi e un susseguirsi di cale, spiagge, isole, isolette, rocce e strapiombi da far innamorare chiunque. Una enogastronomia molto interessante. Una generale sensazione di tranquillità e rilassatezza, tipicamente mediterranee. Tutto questo rende la Dalmazia, e le coste croate più in generale, davvero una meta sempre più conosciuta ed apprezzata. 
Dopo Dugi Otok, Isola Lunga, che ci aveva molto affascinato tre anni fa, stavolta siamo stati a Korčula - Curzola una settimana, giusto il tempo di rifiatare e farsi qualche bella nuotata. Più turistica eppure davvero bella anch'essa, col suo mare ed  suoi vigneti. Nella penisola di Pelješac - Sabbioncello e a Korcula, poi, ho visto il futuro della enologia europea. Vigneti abbarbicati su montagne bianche di calcare assolato, ancestrali, con fittezze altissime e condotte ad alberello o, come in Grecia, striscianti sulla pietra, vitigni autoctoni che si specchiano nel mare, profumi e sapori salmastri, minerali, sassosi. Il Posip, il Grk, il Rukatac a Korcula sono vitigni bianchi di assoluto valore,e,  così come il rinomato vitigno rosso Plavac Mali a Peljiesac (da alcuni geneticamente simile allo Zinfandel californiano e, dunque, al Primitivo pugliese), sono un patrimonio su cui lavorare e da cui partire per fare vini affascinanti, diversi, non omologati. Come quella Malvasia Istriana che, qualche centinaio di chilometri più a nord, oramai è in grado di dare vini bianchi fra i migliori d'Europa. Speriamo che qualche enologo-stregone dalle nostre cantine non arrivi a rovinare tutto quanto.
Intanto oggi è il 40° anniversario di Woodstock. Non dico nulla, se non di acquistare il DVD da poco uscito con lo storico documentario nella versione "director's cut". Imperdibile per gli amanti della musica rock.

sabato 1 agosto 2009

La bella estate

Quel pomeriggio salimmo a San Grato, sul dorso della collina dietro il paese, dove il padre, che dall'ora della siesta era sui beni, ci accolse. I suoi contadini stavano spruzzando di solfato i filari; s'aggiravano sotto la canicola curvi, con bluse e calzoni induriti e inzaccherati d'azzurro, pompando dallo zaino di ferro l'acqua cilestrina. Ci fermammo sopra la grande tinozza, piena d'acqua innocente, fonda e opaca, come un occhio celeste, come un cielo capovolto. Io dissi al padre ch'era strano dover piovere sui grappoli quella rugiada velenosa: i cappellacci che i contadini portavano eran tutti mangiati. "Una volta", gli dissi "facevano l'uva senza tanti bagni." "Và a sapere" disse lui, e gridò qualcosa a un ragazzo che posava una bottiglia nell'erba "và a sapere come facevano una volta. Adesso è pieno di malattie." Guardò il cielo, dubbioso. "Purché non venga il temporale" brontolò. "Lava la vigna e bisogna ripassare il solfato." (Cesare Pavese - La bella estate).
Dopo piogge e temporali ed umidità è stato un luglio di sole e di caldo. Un caldo bello, per lo più asciutto. Il solito gran lavoro, nei vigneti ed in agriturismo. Concludiamo l'annata dei trattamenti con circa 3 Kg. di rame ad ettaro che per l'andamento stagionale è un mezzo miracolo. Anche la stagione turistica sta andando: c'è un calo ma non possiamo affatto lamentarci, di questi tempi.
Ho già ripetutamente parlato del San Severino Blues Festival. Sono andato ad un altro concerto: Matt Schofield è un giovane talento del blues inglese. Un pò Robben Ford, un pò Johnny Lang, ha sparato un gran bel concerto nella cornice sempre splendida del Giardino San Michele a Treia. Per la prima volta, invece, sono stato al Fanojazzbythesea, altro festival estivo delle Marche. Anche qui splendido ambiente, la corte malatestiana di Fano, ed altro bel concerto: Enrico Rava quintet. Pubblico un pò freddino, per la verità. E fredda è apparsa la band a Valeria. A me la serata è piaciuta, e specialmente ho gradito il pianista, Giovanni Guidi, giovane e talentuoso, ed il trombonista Gianluca Petrella. Sebbene non ci fosse quel trasporto emotivo che contraddistingue un certo jazz dal vivo. 
Sto ascoltando il disco di Paolo Nutini, Sunny side up. E' talmente retrò da suonare piacevole, talmente "anni sessanta" da risultare moderno. La voce è intrigante ed i suoni centratissimi. 
Ho bevuto il Bandol rosé Chateau St. Anne 2007. Veramente un vino estivo, aspro, salmastro, pulito. Profumi di agrumi che rincorrono erbe selvatiche ed accenni di acciuga, sono i vini che mi piace bere freddi, sotto il sole cocente, con i piedi nudi a calpestare l'erba. 
Allora buona estate a tutti...
 

venerdì 24 luglio 2009

La promessa

Rene van diemen Rome
La realtà è che non bisognerebbe mai mancare. Lo dice anche Ermanno Labianca in un bel post sul concerto torinese (che è possibile leggere su Backstreets.com). Aggiungendo, veramente cattivissimo, che se ti sei perso Drive all night a Torino puoi anche smettere di seguire Springsteen, ritirarti e passare il resto della tua vita a pescare o a cercare perle sul fondo del mare… Io ci aggiungo anche Streets of fire a Udine, giusto per farsi più male.
Sono, però, perversioni e fanatismi dai quali sto lentamente e con grande fatica cercando di disintossicarmi. Sia perché ci sono un lavoro ed una famiglia che non posso e non voglio lasciare per giorni e giorni, sia perché a sentire i veri die hard fans quasi ogni concerto è il migliore e quasi ogni scaletta è la più bella. Salvo essere smentiti al concerto successivo.
Cerco quindi di dimenticare i miei conti ancora aperti, dopo 24 concerti, con mr. Springsteen (racin’ in the streets, drive all night, stolen car ed una impossibile the price you pay…) e provo a fare un ragionamento razionale. In questo momento un concerto di Springsteen & ESB è ancora il miglior live act rock in circolazione. Inarrivabile per durata, potenza, ritmo, precisione, repertorio. Punto.
Premesso questo, sappiamo poi che Bruce è in grado di fare concerti molto diversi uno dall’altro per scaletta ed intensità ma tutti di un livello altissimo. Le differenze sono minime e soprattutto sono soggettive e relative alle sensibilità ed ai gusti di ciascuno. Trovo quindi piuttosto inutile stare a disquisire ore, giorni, anni su quale concerto sia stato il migliore, quali scalette più azzeccate, quali tours più indimenticabili. Anche io ho le mie preferenze ma di ogni concerto ho ricordi ed emozioni belle e forti. 
Il concerto di Roma di domenica scorsa, ad esempio, ha avuto una scaletta meno incisiva rispetto a Torino ed Udine, eppure è stato un concerto favoloso. La prima ora addirittura devastante per intensità, senza pause, senza fronzoli, con una Outlaw Pete incredibile, una Seeds pazzesca, più grande di quella a Torino 1988, con una Raise your hand integrale e una Pink Cadillac tutta da godere. La dedica all’Abruzzo è stata toccante, American Skin, suonata solo in Italia e in questo particolare momento, è un messaggio chiaro e netto sulle politiche della sicurezza e sul razzismo. Max Weimberg era in stato di grazia, così come un Big Man immobile o zoppicante ma che ha suonato divinamente. Certo, poi dalle richieste sono uscite cose un pò sconsiderate visto il contesto ma in un concerto di tre ore e con 28 pezzi, francamente ci può stare tutto, credo. La band e la belva feroce erano quelle che avevo lasciato un anno ed un giorno prima nel memorabile concerto di Barcellona a chiusura del tour europeo.
Risolta, dunque, la mia crisi invernale? Non del tutto.
I concerti sono davvero imperdibili. Arrivo a dire fra i migliori di sempre. Basti sentire questa Something in the night a Francoforte o quasiasi altro concerto di questo tour estivo (o del tour dello scorso anno). Bruce canta in modo stellare e la band è pazzesca, sera dopo sera dopo sera. Ciò non toglie che non riesco a vedere più una coerenza artistica in ciò che sta facendo Springsteen. E la coerenza è uno dei tratti che ha contribuito negli anni ’70 e ’80 alla costruzione del suo mito. La faccenda delle richieste, divertente in un primo momento, è diventata infatti il nucleo centrale dello show, il che muta completamente l’idea stessa di spettacolo. Perché non c’è più un artista che dà un taglio allo show, un concept, una linea interpretativa, ma ci sono, invece, una serie di pezzi e di “chicche” più o meno rare che escono dal cilindro su richiesta, stile juke-box. Così l’idea di questi show a me pare quella di un grande calderone di puro rock’n’roll, probabilmente il migliore in circolazione, che mischia greatest hits springsteeniani al meglio dei classici rock, soul, punk della storia e da cui esce una sintesi di 40 anni di musica pop. Figata totale da un certo punto di vista. Ma da un altra visuale ci si potrebbe chiedere quale sia il senso dell’operazione, artisticamente parlando. 
Io amo lo Springsteen che osa. Che incide Nebraska. Che a Torino suona Born to run acustica e indispettisce chi voleva The River e Thunder road sparando soul music da antologia e raccontando i fantasmi dell’amore. Che lascia a casa la band e chiede il silenzio sui pezzi di Tom Joad. Che fa un tributo a Pete Seeger nel pieno della amministrazione Bush. Forse sono incontentabile. Ma non mi piacciono i “greatest hits”. Non mi piacciono le operazioni a rischio zero. Non mi piacciono le star autoreferenziali, e Springsteen non lo è mai stato.
Dopo il fantastico Magic tour c’era bisogno di una pausa. L’ho detto e lo ribadisco. Pausa non è stata. E’ uscito un disco contraddittorio, ma con una certa linea pop orchestrale, a suo modo interessante e coraggiosa. Ma di questo disco sostanzialmente Bruce suona solo 2 o 3 pezzi a sera. Non era un disco da stadio, non era un disco per questo tipo di esibizioni. Ha senso l’operazione? Non lo so.
Io seguo Springsteen da quasi 25 anni. Ho goduto come una scimmia urlatrice a Roma. Però - forse - rispetto alla centesima Bobby Jean e alla settantesima Born to run avrei preferito una proposta live di questo disco in teatro, magari con una orchestra. Oppure, se dobbiamo omaggiare il passato, un concerto diviso in due parti con pezzi di Working on a dream e Magic nella prima e l’intera esecuzione di un disco storico nella seconda. Oppure se proprio vogliamo esagerare, un vero concerto concept sulla recessione che andasse da Darkness attraverso The river, Nebraska e Born in the USA fino al Fantasma. Sarebbe stato molto, molto, molto rock ugualmente, ma con un senso artistico immensamente superiore.
Ma in fondo sono solo riflessioni assurde. La realtà è che se il rock and roll non ha più molto da dire, i concerti di questo personaggio e dei suoi compagni di strada danno ancora senso a tutto quanto: alla promessa che è racchiusa in una chitarra elettrica, alla polverosa strada che abbiamo da correre.

martedì 21 luglio 2009

Il Brunello un anno dopo

E' di questi giorni la notizia dei rinvii a giudizio per lo scandalo chiamato "Brunellopoli", cioé del Brunello di Montalcino tagliato con quantità variabili di uve non autorizzate dal disciplinare. Sono coinvolti nomi grossi ed importanti dell'enologia italiana. Qualcuno ha già patteggiato, milioni di litri già sono stati declassati a IGT Toscana, il processo chiarirà il resto. O forse no.
Quello che a me colpisce, però, è il consueto atteggiamento italiano, ipocrita e gattopardesco, di fronte ai problemi. Ricordiamo tutti tangentopoli. 
Bene. Sta accadendo la stessa cosa. Ci si divide fra garantisti, innocentisti, giustizialisti e si insiste a guardare il passato, senza capire come uscirne. Che il sistema degli appalti in Italia fosse marcio e che tangentopoli lo abbia mostrato al mondo è un fatto. Il problema è che quasi vent’anni dopo ci si continua a dividere fra garantisti e giustizialisti e, nel frattempo, le regole (il sistema) sono sostanzialmente le stesse ed il marcio pure. 
Brunellopoli sta andando nella stessa direzione. Credo che nessuno che sia in buona fede possa negare che il sistema fosse marcio: bastava mettere il naso in alcuni bicchieri. Spesso bastava guardare il colore di certi Brunelli. Lo scandalo è scoppiato ed ora ci si divide sulla verità giudiziaria. A me – come produttore – interessa, però, molto di più, capire come sia stato possibile arrivare a tanto. A me interesserebbe che qualcuno (i produttori stessi? il Ministero? le associazioni dei consumatori?) sfruttasse l’occasione per appurare le responsabilità istituzionali e cambiare il sistema delle certificazioni e dei controlli. O perlomeno mi interesserebbe che si aprisse un dibattito sulla questione. Se devono intervenire la guardia di finanza o la procura per appurare che le certificazioni della più importante DOCG italiana erano farlocche significa che è potenzialmente a rischio il futuro del vino italiano. Eppure sembra prevalere l’attenzione sul processo, sui nomi coinvolti, sui retroscena. 
E le commissioni di degustazione della Camera di Commercio che hanno garantito quei vini? E il Consorzio che doveva controllare? E i funzionari regionali che autorizzavano i vigneti? E tutti i critici che incensavano quei vini palesemente fuori regola? Un intero sistema non ha funzionato ma il sistema è ancora perfettamente integro.
Il problema non è solo Montalcino. Il problema è che in tutta Italia le commissioni di assaggio stanno bocciando vini di produttori che seguono la tradizione e promuovendo vini dal gusto internazionale; il problema è che in tutta Italia i produttori pagano i Consorzi per i controlli e i controlli o non vengono fatti o vengono fatti a chi non è allineato; il problema è che ci sono ancora migliaia di ettari piantati illegalmente in Italia e chissà con quali varietà; il problema è che quei giornalisti che incensavano i brunelli al peperone sono tutti ancora al loro posto e spesso vanno in giro per l’Italia a raccontarci come dobbiamo fare i vini.
Questa è l'Italia. 
Nel frattempo il sottoscritto, microscopico vignaiolo, in due anni ha ricevuto cortesi visite e controlli (tutti ovviamente senza conseguenze) da parte di: Agenzia delle entrate, Consorzio di Tutela (due volte), Repressione Frodi, oltre a una bocciatura in Commissione di assaggio CCIAA. E' un caso? O c'è qualcuno cui sto particolarmente a cuore? 

venerdì 17 luglio 2009

Odio l'oidio

Annata difficile per i trattamenti anticrittogramici. Pareva un anno da peronospera ed invece siamo impestati di oidio, sebbene solo sulle varietà rosse. Non l'ho mai capito, l'oidio. Arriva quando vuole, produce danni pesanti sui grappoli e soprattutto sopravvive all'inverno e, dunque, si diffonde anno dopo anno divenendo cronico. Brutta storia. Ci saranno da fare delle selezioni atroci. 
Proverò in post-vendemmia un "antagonista" biologico, l'ampelomyces quisqualis, che è a sua volta un fungo in grado, però, di contrastare le spore dell'oidio.
Per il resto il vigneto è bello, con una parete fogliare che non si vedeva da tempo, frutto della stagione umida. Il carico di uva è equilibrato, che per me significa poca uva ma ben distribuita. Il nuovo vigneto, quello del koiné, è spettacolare ed ha già cacciato moltissimo: ci abbiamo dedicato tempo e fatica, specie Giovanni, come si deve alle giovani creature.
Oidio bastardo permettendo ci sono tutte le premesse per una buona annata.  

venerdì 10 luglio 2009

Temporali estivi e musica dal vivo

Da quando l'estate è ufficialmente iniziata si sono alternati temporali pressoché quotidiani ed umidità equatoriale. Veramente un tempo di merda, che sta creando alcuni problemi a noi vignaioli biologici (vedi alla voce "frequenza dei trattamenti") così come agli organizzatori di feste, sagre e festival musicali. Questa estate, inoltre, segue una primavera più calda della media storica. Cliccando qui è possibile trovare una approfondita analisi del meteo primaverile che conferma quanto stiamo vivendo: un clima del tutto fuori norma.
E' andata bene, invece, ieri sera alla prima del San Severino Blues Festival. E' un festival che seguo oramai da molti anni sia perché la qualità dei concerti è davvero molto alta, sia per i luoghi scelti per i concerti, sempre molto suggestivi. Una bella serata davvero estiva (tanto per non smentirci stasera invece ri-piove), una splendida atmosfera, pure una lunghissima stella cadente ad inizio concerto. 
In realtà, però, mi aspettavo di più da Joan as police woman. Amo i suoi dischi, davvero perfetti nel loro genere, e quella voce così rarefatta e suggestiva. E pure ieri sera mancava qualcosa. Capisco la tendenza di certa musica recente a semplificare, togliere, levigare. Ma dal vivo bisogna avere una forza enorme per poter reggere certe scelte, un carisma ed un talento fuori dal comune. Joan Wasser è certamente talentuosa, ha una voce intrigante che a volte ricorda PJ Harvey, altre volte Patti Smith, altre volte Bjork ma in realtà è solo se stessa. Con Patti Smith condivide gli inizi punk, la vitalità di New York, la condivisione di percorsi artistici e musicali con personaggi di grande spessore. Le analogie, però, si fermano qui. Dal vivo c'è un abisso di personalità fra le due. Il concerto è stato piacevole, a tratti intenso, ma piuttosto monocorde, con una dinamica debole ed una voce che resta suggestiva ma perde di spessore e di presenza. Molto belle, invece, le armonie vocali create con i due musicisti che l'accompagnano, a confermare come certe cose di fine anni sessanta (es. CS&N) siano ancora fondamentale ispirazione per i musicisti di oggi.

lunedì 6 luglio 2009

Ancora su Musica Distesa

Così è finita anche stavolta. Rapidamente, dopo mesi di preparativi. La manifestazione è riuscita, nonostante il cattivo tempo ed i conseguenti problemi tecnici ed organizzativi. Nonostante la proposta di quest'anno, certamente ancora più difficile e di nicchia.
La mostra di Alessandro Grazian, inaugurata il 22 giugno, è stata frequentata da quasi 300 persone lungo tutta la settimana. I quadri sono davvero d'impatto e l'allestimento, molto originale ha rafforzato l'effetto scenico. 
La serata degli emergenti è stata rovinata dalla pioggia incessante che non ha mai smesso di cadere, e pure si è creato presso il circolo ARCI Cs di Angeli di Rosora un bell'ambiente, intimo e raccolto.
Grande successo, invece, per la serata in ricordo di De André, alla Fornace di Moie. Più di 150 persone, molte in piedi, per uno spettacolo scritto per l'occasione da me e mio fratello e recitato dagli attori Gioia Tangherlini e Massimiliano Bedetti (oltre, ovviamente, alle canzoni ed alle musiche suonate da Giuliano). Davvero una bella serata, di grandi e vere emozioni.
Poi il consueto valzer di concerti, tuffi in piscina, salsicce notturne, birre gelate, emozioni musicali, vini buoni. Il tutto un pò rovinato dalla pioggia caduta fino alle 18.00 del venerdì e del sabato, e causa inevitabile di ritardi e nervosismi vari. Però è andata, con una stima di circa 500/600 persone nell'arco delle tre giornate/nottate. 
Da sottolineare: venerdi il bel concerto dei Silvia's magic hands, cocktail di blues e psichedelia e fango e simpatia.

Sabato l'ottimo e caldissimo set dei due pazzi siciliani Il pan del diavolo, seguiti da un grande concerto di Ettore Giuradei, ispirato e tirato. 


Per chiudere, alla domenica, l'ottima atmosfera creata da Thony, voce davvero interessante ed emozionante, ha introdotto il reading di Emidio "mimì" Clementi, accompagnato alla chitarra dal bravissimo Stefano Pilia. Grande pathos, parole che arrivavano nel silenzio totale de La Distesa, poche luci ad illuminare il palco immerso nella natura, alcune foto a raccontare, insieme a voce e musica, la storia di Matilde e dei suoi tre padri. 




venerdì 3 luglio 2009

Terre Silvate 2008

Ieri ho ricevuto uno dei più bei riconoscimenti da quando faccio vino. No, non la constatazione di mirabili profumi o l'assegnazione di altissimi punteggi. Niente di tutto questo. Semplicemente mi ha fermato un cliente, mentre camminavo lungo il Corso di Jesi, e mi ha fatto i complimenti per il Terre Silvate nuovo. Aggiungendo: "si beve benissimo, un bicchiere tira l'altro!"
Questo è il vino naturale come lo intendo io. Un vino che si lascia naturalmente bere.

martedì 30 giugno 2009

Crollo verticale

Conosci la stanchezza estrema? Quando si spegne l'interruttore e senti che non ce n'é più? A me capitava dopo qualche esame universitario particolarmente impegnativo. L'adrenalina che ti scorreva nelle vene da tempo presenta il conto. I nervi che hai tenuto tirati per troppi giorni mollano. Lo stress accumulato, perché c'è maltempo, perché ci sono problemi tecnici, perché ci sono mille cose da tenere a mente, perché ci sono trenta persone da coordinare, tutto quello stress ti svuota ed appena molli, crolli.
Non so se ci sarà una quarta edizione di Musica Distesa. La fatica è tanta, i problemi anche, il lavoro tutto volontario. Però c'è la consapevolezza di avere fatto una operazione culturale importante. Di aver fatto una cosa bella. Con quel palco che esce dal buio della natura e da cui si sprigionano note e parole ed emozioni forti. Con un gruppo di lavoro affiatato. Con una offerta interessante e mai banale. Non so se ne vale la pena. Non so se basta. Però ci tengo a pubblicare una poesia che mi è arrivata ieri, scritta da una persona che era presente alla serata di sabato.

Musica Distesa Festival

Questo è un giorno di vittoria, cantano dal palco
È musica distesa in questo ventre nero di colline

Ritmi infernali 
Parole crude 
Giovani geniali appassionati

Non si accontentano di regalarti istantanee di vita
Sei trascinato
Scrollato
Svuotato e riempito

Giostra danzante
Ruggito di corpi liberi

Momento perfetto nell’'umidità della terra
Nei bicchieri di vino
Quello buono
Quello antico
Qui vigilano attenti
Su questi giovani coloni multiculturali
Intere generazioni di fantasmi contadini

Non si può sbagliare

Arrivano da lontano vite
Giovani coraggiose
Si misurano 
Passioni speranze storie da vendere

Musica Distesa Festival
Una scommessa ogni anno

E le campagne
Un tempo abbandonate da sempre
Ora come nuove
Cantano

Questo è un giorno di vittoria.