venerdì 25 luglio 2008

Terre Silvate 2007 per GoWine

"Giallo paglierino vivo, bello. Naso irrequieto, volatile al limite, piccoli frutti rossi e note di smalto si alternano a caratteri più tipologici di erbe, di agrumi, di buccia, di frutta secca. Bocca dall'attacco pieno resa godibile da una traccia di zuccheri residui e stimolata in modo vibrante da un'acidità davvero contagiosa, viva, succosa, che spinge e disegna. Tensione e articolazione. Lungo". 90/100
Posso solo notare come si tratti del punteggio più alto del lotto di verdicchio degustati. Ma, al di là di questo, mi fa molto piacere vedere come sia stato capito a fondo il vino, col suo naso complesso e spiazzante, con la sua bocca "alsaziana" che gioca sulla dialettica fra dolcezza ed acidità.

martedì 22 luglio 2008

Devil with the blue dress...

Non so se quello di domenica 20 luglio a Barcellona sia stato davvero l'ultimo concerto di della E Street Band in Europa. Questi sono i rumors. Queste sono le voci. Quello che so con certezza è che c'ero. E che stavo nel Pit. Per capire il clima: al mio amico Daniele poco prima dell'inizio è arrivato un messaggino sul cellulare da un altro fan disperso nell'immenso Nou Camp. Diceva: "The last dance? Almeno che sia memorabile". E memorabile lo è stato.
Si è capito da subito. Bruce aveva dentro il demonio. La faccia di chi pensa "adesso vi sbrano", col sopraciglio inarcato, le vene del collo gonfie e gli occhi della tigre. La band ha tirato a mille, i 75.000 del Nou camp erano impressionanti, la scaletta è scivolata via senza alcun momento di bassa tensione, il volume era finalmente alto ed i suoni molto belli. Livelli stellari. Giusto per smentire quanto avevo scritto dopo Amsterdam, cioé che vedevo Bruce e la band oggigiorno più adatti alle arene che ai grandi stadi, il capo e gli estreeters ci hanno massacrati con un tiro ed una presenza mostruosi. Con tutta la selvaggia potenza di fuoco con cui sono entrati nella storia del rock. Da questo punto di vista Prove it all night, Light of day, Youngstown e Murder Inc. sono state assolutamente incredibili.
L'unico rimpianto, anche se significa davvero non esser mai contenti, è che sulla scaletta originaria scritta a mano c'era proprio l'accoppiata Drive all night/Racin' in the street, ovvero uno dei motivi per cui mi sono imbarcato in questo ennesimo atto della saga. Ma evidentemente in una serata ad alta tensione rock non c'era posto per ballate simili. Dai vari stravolgimenti di setlist è venuta fuori una I'm goin' down, da me mai precedentemente sentita e pezzo che adoro, scatenando un pandemonio come raramente ho visto. Peraltro la scelta del pezzo finirà nell'alveo della interminabile aneddotica springsteeniana e resterà stampata nei miei ricordi avendone vissuto da molto vicino la genesi. Poco altro da aggiungere. Se non che Evan James Springsteen, salito sul palco con tanto di chitarra acustica, è stato presentato dal padre insieme al resto della Band. Ed è l'ennesimo cerchio che si chiude nella saga Growin' up with Bruce. Poi solo un misto di gioia e commozione e stanchezza.

sabato 19 luglio 2008

Verdicchio 2007: primi riscontri.

Posso cominciare a fare un primo bilancio della annata 2007. Annata difficile. Vendemmia molto anticipata, uva un pò troppo scottata, fermentazioni interminabili. Difficile interpretare il millesimo e uscirne con prodotti che potessero avvicinarsi alla grandissima annata 2006.
Eppure i vini hanno una loro spiccata identità. Domina la morbidezza, legata anche a residui zuccherini insoliti nei miei vini, ma controbilanciati da una elevata acidità e dal mantenimento del malico. Quello che sarà Gli Eremi sta ancora fermentando ma dimostra una grandissima complessità. Il Terre Silvate, già imbottigliato in due lotti, si mostra fresco e agile nonostante il grado alcolico e gli zuccheri. Al naso è complicato ma intrigante. Si beve molto facilmente. E' piaciuto molto, a sentire alcuni clienti storici. Si sta vendendo molto bene. A dimostrazione della consuetudine ormai consolidata a bere bianchi morbidi, piuttosto che acidi.
Intanto arrivano i primi riscontri: sulla newsletter di "Identità Golose" di Paolo Marchi ne ha scritto Francesco Falcone, abbinandolo al Vigna delle Oche dell'amico Natalino Crognaletti:
Due verdicchio da cinema: se amate i bianchi della serie “tutto può accadere”, se siete alla ricerca di vini sartoriali nelle rifiniture e popolari nel prezzo, se vi piacciono le belle storie contadine trasferite in un bicchiere, non perdete di vista due super Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore: il Terre Silvate 2007 di Corrado Dottori a Cupramontana (An), 0731.781230 info@ladistesa.it, da una parte e il Vigna delle Oche 2006 di Natalino Crognaletti a Montecarotto (An) (foto, 0731.89656, az.crognaletti@libero.it, dall’altra. Il primo è irrequieto e spiazzante nei profumi, ma incanta per via di un profilo sapido di stampo nordico: acidità, sale e polpa si incastrano alla perfezione, lo sviluppo al palato è avvincente, e la persistenza ne premia il coraggio. Il secondo è più caldo, direi più mediterraneo, sa di agrumi e mandorla, di carne ed erbe. La bocca però è ugualmente scattante, vibrante, gustosa. E la persistenza preziosa. Il Terre Silvate ama le crudità di mare, il Vigna delle Oche si esalta su primi piatti di pesce. Due Verdicchio da cinema a meno di 9 euro in enoteca.
Francesco Falcone

domenica 13 luglio 2008

Il nuovo nato (un altro)

L'altra sera mi sono concesso un bicchiere di un vino da me fatto. Era una sera straordinaria, fresca, ventilata, dominata da una luce cristallina e dal suono dei grilli. Quelle sere d'estate in cui a me verrebbe semplicemente da sdraiarmi su un prato a guardare il cielo fino ad addormentarmi. Mentre sorseggiavo il mio vino mi è venuto da pensare che non ne avevo mai parlato.
E' un vino strano, un vino che avevo in mente da molto tempo e solo da qualche mese sono riuscito a concretizzare. Le uve provengono da differenti vigneti e sono raccolte a perfetta maturazione. Vengono messe in piccole cassette e fatte appassire sino all’inverno. Vengono utilizzati un po’ tutti i vitigni presenti nei miei vigneti: Trebbiano, Malvasia, Verdicchio, Sangiovese, Montepulciano. In gennaio procedo alla pressatura ed il mosto ottenuto inizia spontaneamente la fermentazione. Questo mosto viene poi aggiunto alle botticelle scolme contenenti i vini delle annate precedenti, seguendo una sorta di metodo solera.
La botte “madre” originaria contiene il vino risultante dalla mia prima vendemmia, cioè il 1999, anche essa ogni anno rinfrescata con annate più recenti. Le botti vengono mantenute scolme per favorire l’attività ossidativa e la formazione di uno strato di lieviti spontanei. Prima dell'imbottigliamento ho operato un taglio fra le differenti botti ed annate in modo da regolare il residuo zuccherino. Il risultato di questo procedimento, che mischia tecniche dello Jerez, dello Jura e del Vinsanto tradizionale, è un vino leggermente dolce, complesso e misterioso, dominato da sentori mielati, di frutta secca e soprattutto terziari.
Si tratta di un vino particolare, da meditazione. Va servito fresco, meglio se dopo una adeguata ossigenazione. Volendo trovare degli abbinamenti sconsiglio decisamente l’accoppiamento con i dolci (il residuo zuccherino non è elevato) ed è preferibile un accompagnamento a formaggi erborinati o stagionati. Per chi volesse osare davvero, consiglio di servirlo freddo, come aperitivo, in abbinamento con gamberi o scampi.

martedì 8 luglio 2008

L'affaire Brunello ed il ruolo dei Consorzi

Torno sullo scandalo del Brunello di Montalcino desangiovesizzato per sottolineare una questione che mi pare importante. Ricordo, per chi non lo sapesse, che il giovane ministro leghista Zaia ha decretato che i Brunelli certificati dall'ICQ di Firenze, con l'avallo del Ministero delle Politiche Agricole, potranno regolarmente essere esportati negli USA, scongiurando quel blocco delle importazioni che sarebbe stata una vera sciagura per Montalcino. In realtà, si tratta comunque di certificazioni basate su analisi "cartacee" e su assunzioni di responsabilità dei produttori. Dunque è da vedere se gli importatori USA si assumeranno comunque il rischio di importare vini che, fuori dalle carte, possano aver subito un trattamento di cantina a base di Merlot e Cabernet. Ma tant'é.
Quello che va notato, però, è che il decreto di fatto esautora completamente il Consorzio di Tutela del Brunello. Consorzio al quale i produttori ilcinesi hanno versato fior di quattrini ad ettolitro proprio per eseguire quei controlli e certificare quei vini che ora vengono certificati invece "direttamente" dal Ministero.
In attesa che la magistratura faccia il suo corso, una sola cosa quindi è chiara nell'affaire Brunello: che il sistema dei controlli pensato e realizzato dai ministri Pecoraro Scanio, Alemanno e De Castro si è dimostrato per quello che era, un sistema corporativo incapace di garantire la difesa di quel patrimonio collettivo che risponde al nome di "denominazione di origine".
La nuova Organizzazione Comune di Mercato entrerà in vigore prossimamente e porterà novità anche nella disciplina dei controlli. Nel frattempo non sarebbe male se si cominciasse a parlare di una eventuale riforma di questi Consorzi, che spendono male i soldi destinati alla promozione e peggio quelli destinati ai controlli. Se mai si riuscirà a costruire una rete di vignaioli indipendenti, che proprio in questi giorni pare prendere forma, una delle battaglie dovrà essere proprio questa: terzietà dei controlli sui vini e democratizzazione dei Consorzi di Tutela sulla base del principio "una testa, un voto".

martedì 1 luglio 2008

Summer's here and the time is right...

Ecco l'estate. Tempo di mietitura del grano, sfalci di erba medica, potature verdi nei vigneti. Tempo di zolfo in polvere e sieste pomeridiane. Zanzare, grigliate, birre ghiacciate. Canti di grilli alla notte, raccolta di prugne asprigne e dolcissimi fichi. Tempo di salsa di pomodoro.
Intanto Zapatero continua a vincere, anche nel calcio. Oggi guardavo Lippi e pensavo: e se in Germania nel 2006 non ci regalavano il rigore con l'Australia? E se in finale avessimo giocato senza Gattuso e Pirlo? E se De Rossi avesse sbagliato il rigore come quest'anno con la Spagna? Negli ultimi europei non abbiamo certamente giocato un gran calcio. Ma siamo stati gli unici a impedire alla Spagna di dare spettacolo, peraltro producendo due occasionissime con Camoranesi e Di Natale. Vinto un mondiale ai rigori, perso un europeo nello stesso modo. Contro la squadra dominatrice del torneo e reduci da quello che era, a detta di tutti, il "girone di ferro". Eppure Lippi è il salvatore della patria e Donadoni, grandissimo signore, un allenatore deludente. Mah... Chi ci capisce qualcosa nel pallone di oggi è davvero bravo...
La prossima settimana mi aspetta il taglio del Nocenzio 2006, che si prospetta grande, e la preparazione di un nuovo e ultimo lotto di Terre Silvate 2007 (i primi due sono andati esauriti in due mesi). La stagione turistica sta andando abbastanza bene. Tutto a posto quindi... Sì, a parte quella stramaledetta "canzonetta". Summer's here and the time is right for goin' racing in the streets... Il bastardo l'ha fatta e non riesco proprio a digerirlo. Dopo vent'anni e ventidue concerti di attesa. Proprio quando mancavo. La cura disintossicante non ha funzionato e la voglia di inseguire quel sogno non smette mai. E poi dicono che il rock è morto...
Per consolarmi ho stappato un Franciacorta realatomi dall'amico Roldano. Cavalleri Collezione 2002, sboccatura 2008. Un classicone, lievitoso, morbido il giusto, perlage un pò grosso all'inizio ma persistente. Sentori fini di crosta di pane, nocciola ed erbe, manca, come quasi tutti i Franciacorta, di quella vena sapida e tagliente che rende grandi le bolle.

martedì 24 giugno 2008

Un post incasinato

Mischio un pò di tutto, in modo un pò casuale.
Inizio con alcuni commenti su questa prima parte di stagione 2008. Consiglio a chi è interessato di visitare questa pagina del centro agro-meteo delle Marche: Meteo Assam. I dati confermano le sensazioni. Una primavera molto piovosa e solo apparentemente "fredda", nel senso che in realtà le medie delle temperature sono più alte rispetto alla media storica, confermando che anche in annate fresche la tendenza è decisamente quella di un riscaldamento globale. Come ho già scritto, si è dovuta mantenere una attenzione massima ai trattamenti a causa delle continue pioggie. I miei vigneti, trattati con basse dosi di rame, sono per ora assolutamente esenti da segni di malattie e la cosa mi riempie di soddisfazione. Le viti hanno una vegetazione impressionante, hanno avuto una fioritura notevole e portano una carico di uva decisamente elevato. Si dovrà avere ora massima cura nella gestione della parete fogliare e, soprattutto, nella gestione dell'inerbimento/sovescio. E' chiaro che se in annate calde come il 2007 l'attività è stata quella di limitare al massimo la competizione idrica, in annate come questa la mia idea è quella di cercare di consentire alle erbe di svilupparsi al meglio per togliere l'acqua in eccesso alle viti. In questo senso sono molto contento di avere iniziato anche una sperimentazione con la semina di erba medica, oltre che di favino, tra le fila.
Detto questo, non posso non dedicare qualche nota all'Heineken jammin festival cui ho assistito nella serata conclusiva. La location, il Parco San Giuliano di Mestre, è davvero molto bella. I concerti sono stati, Baustelle a parte, stupendi, a cominciare dai sempre grandi Countin' Crows, con un Adam Duritz in stato di grazia, ai convincentissimi Stereophonics, alla bravissima Alanis Morisette, accompagnata da una band mostruosa. Poi, dopo la partita di un'Italia evanescente e molle, il feroce arpeggio di Message in a bottle ha introdotto The Police. Non starò a descrivere questo magnifico concerto. Dico solo questo: l'emozione di sentire canzoni memorabili live, canzoni con cui sono cresciuto e che mai avrei pensato di poter sentire dal vivo, ha certamente superato mille volte tutti i dubbi rispetto ad una reunion che giustamente è stata definita "commerciale". Certo, Sting e Summers non si guardano in faccia, la scaletta va via su binari predefiniti e non c'è un grande calore sul palco. Ma io non avevo mai sentito un trio con questa potenza e perfezione stilistica, con una ritmica così stupefacente, con un suono così classico e moderno al tempo stesso. Con la capacità di far rivivere dei classici che hanno segnato un'epoca e che si pongono ancora come modelli di stile in grado di coniugare punk, reggae e melodia pop. Sting, che da solo non mi ha mai entusiasmato, è vocalmente in una forma strepitosa e suona il basso da dio. E Stewart Copeland è uno dei più grandi che abbia mai sentito.
Salterò il concerto di Bruce a San Siro e quello di Neil Young all'Arena di Verona. Ma dopo un festival simile posso anche accontentarmi. Specie dopo un ritorno notturno con dormita in sacco a pelo alla stazione di Mestre e sbattimenti via treno per essere al lavoro lunedì il prima possibile.
Infine, cambio di giudizio sul libro su Pancho Villa di cui avevo già parlato: in effetti è lungo e pesante ma racconta in modo dettagliatissimo le difficoltà di una Rivoluzione, al di là dei luoghi comuni, delle leggende, delle agiografie e dell'ideologia. Consigliato agli amanti del genere.

venerdì 20 giugno 2008

Troppe cose da raccontare...

...E poco tempo per scrivere. Sono reduce da una gita ad Amsterdam di un paio di giorni. Città splendida, ottima atmosfera, e concerto di Springsteen all'ArenA, il nuovo stadio dell'Ajax. Gran concerto, con una Because the night epica. A vent'anni dal mio primo concerto springsteeniano (Torino, 11 giugno 1988) l'emozione è sempre forte. La mia prima live di Spirit in the night, una Backstreets eccezionale ed una improvvisata Summertime Blues che la E street non suonava da 27 anni direi che strameritavano gli sbattimenti (ritorno a casa alle due di notte da Orio al serio). Detto questo continuo ad avere l'impressione che la band e lo Springsteen di oggi siano più adatti ai palazzetti che agli stadi, ma forse sono io che non reggo più gli stadi, chissà...
Fra poco report e foto di Musica Distesa. Tre giorni all'insegna della pioggia e del freddo, ma che bello! Che divertimento! Che musica! Si narra di stralunate jam sessions notturne, fame chimica all'alba placata da salsicce fumanti e deliranti danze notturne...
Per ora ne approfitto per ringraziare tutti quelli che si sono impegnati per realizzare Musica Distesa, a cominciare dal presidente di Cupramontana Accoglie, Erik Wempe. E poi, in ordine casuale, grazie a Marco ed Elisa, a Serena, ad Alessio, a Franz, a Giacomo, a Danny e Sacha, a Jane e marito del Cantinone, a Beatrice coi suoi woofers. Un grazie a Bianca, Marco, Giulia e Giorgia, a Gianni e Rosaria, a Marco il Bolis, a Elena, a Ivana ed Alberto, insomma alle colonne portanti di CLC. Un grazie a Oddino Giampaoletti ed a Simone Torelli, per la disponibilità. A Valeria, per tutto ma soprattutto per la pazienza. Un grazie a tutti gli sponsor. Se dimentico qualcuno, perdonatemi... Un abbraccio a quelli che hanno suonato, nonostante il freddo e l'umido e i problemi; a mio fratello, per gli sbattimenti e per la jam session finale; al Noce, mitico come sempre; a Cooper per i suoni magnifici; a Roberta per il manifesto e il myspace. A tutti quelli che sono venuti, tanti, perché venire con questo tempo è stata anche una dimostrazione di affetto. Cercare di fare qualità, nella musica come in altri settori, è sempre più difficile. Ci siamo riusciti ancora.

mercoledì 11 giugno 2008

Con la pioggia o con il sole


Anche se pioverà. Anche se farà freddo. Anche se cadranno saette. La faremo lo stesso questa seconda Musica Distesa. In faccia agli eventi atmosferici berremo e mangeremo e balleremo e ascolteremo tanta buona musica sdariati su un prato bagnato invece che asciutto, ma sarà sempre lo stesso godimento. E d'altra parte chi si ferma di fronte a due gocce d'acqua vuol dire che non sa cos'è il rock'n'roll.
Per chi volesse venire un paio di giorni controllate se c'è posto in queste strutture ricettive: http://www.cupramontana-accoglie.it/ (chi vuol piantare una tenda a La Distesa ovviamente è libero di farlo). Qualche spunto in più visitando lo spazio: www.myspace.com/musicadistesa.

sabato 7 giugno 2008

Pioggia, pioggia ed ancora pioggia.

Parafrasando D'annunzio si potrebbe dire: "La pioggia nel vigneto". L'incubo di ogni vignaiolo biologico si sta realizzando da ormai un mese, mentre pare che continuerà a piovere per tutta la prossima settimana. Pioggia più volte al giorno, quasi tutti i giorni. Umidità, dilavamenti continui, temperature intorno ai 20 gradi. Le condizioni ideali per la peronospera, insomma.
Fin qui tutto bene (come ripeteva un uomo cadendo da un palazzo ne "L'odio"). Nel senso che finora, trattando quando possibile e con le consuete dosi basse di rame, i vigneti sembrano ancora tutto sommato a posto. Poi, magari, ne riparliamo quando smette l'umido, se smette...

lunedì 2 giugno 2008

Appello in difesa dell'identità del vino italiano.

Con grande piacere ho aderito ad una importante iniziativa di cui allego un primo comunicato stampa. Invito tutti quelli che amano i vini autentici e l'agricoltura sana e di qualità a sottoscrivere l'appello ed a sostenere la campagna di sensibilizzazione.

"In seguito allo scandalo del Brunello e ai conseguenti attacchi sferrati all'identità del vino italiano da cantine industriali, enologi e critici enoliberisti, la "parte resistente" dell'enologia nazionale si riunisce per la prima volta in un appello per la tutela del nostro vino, contro ogni progetto di omologazione ai modelli imposti dal mercato globalizzato e a favore di una viticoltura più rispettosa delle regole e del territorio. Vignaioli ed enologi naturali, giornalisti indipendenti e commercianti illuminati contro un establishment che antepone le necessità del marketing al valore sociale, economico e culturale del vino.
Sarà reso pubblico a partire da oggi un appello elaborato per chiamare a raccolta le forze della "parte resistente" del mondo enologico italiano, contro i progetti di chi nel vino vede un prodotto da adeguare alle esigenze del mercato e poco altro. Il documento, redatto dai giornalisti Marco Arturi e Sandro Sangiorgi in seguito a una riflessione con il "vignaiolo ribelle" per antonomasia Teobaldo Cappellano, presenta una lista di primi firmatari che per la prima volta riunisce i principali soggetti da tempo impegnati nella difesa della tipicità e dell'integrità del vino italiano. Scorrendo questo elenco balza all'occhio la presenza contemporanea delle principali associazioni di produttori naturali: il Gruppo Vini Veri guidato dallo stesso Teobaldo Cappellano, l'associazione VinNatur presieduta da Angiolino Maule, la selezione Triple A curata da Luca Gargano e la Renaissance des AOC Italia, realtà ideata da Nicolas Joly e coordinata da Stefano Bellotti. Aderiscono anche alcuni dei più importanti giornalisti italiani di settore, oltre a produttori indipendenti, enologi di primo piano e commercianti. Il testo dell'appello, disponibile e sottoscrivibile in rete sui siti http://www.enoidentita.wordpress.com/ e http://www.porthos.it/, sembra destinato a far discutere: nel breve spazio di una pagina e mezzo gli autori difendono la validità dei disciplinari di produzione – messa in dubbio da alcuni opinion leader del campo avverso al fine di giustificare le presunte frodi di Montalcino – richiedono una maggiore attenzione da parte delle autorità di controllo, sottolineano i rischi legati a una globalizzazione sbagliata che mira a imporre l'appiattimento delle differenze e lo svilimento delle capacità contadine. Il richiamo al rispetto della terra e del territorio non può essere disgiunto dalla preoccupazione per la salute dei consumatori. Questo appello, specie se accostato a un documento simile nella forma e contrario nei contenuti realizzato lo scorso anno dall’establishment "industriale" dell'enologia di casa nostra, ripropone con forza la contrapposizione tra chi guarda al vino come a un bene culturale a tutti gli effetti e quelli che invece lo vedono quasi soltanto come valore di mercato. L'Appello in difesa dell'identità del vino italiano non è destinato a rimanere un proclama sulla carta: gli ideatori lavorano a iniziative di vario genere a sostegno di questo primo passo".

lunedì 26 maggio 2008

Lungo il grande fiume - Parte quarta


Dopo molto tempo termina il racconto del viaggio lungo il Rodano di due anni fa. L'ultima parte riguarda i vini della parte sud della Cote du Rhone.

MARCEL RICHAUD – Cairanne.
Alcuni di noi conoscevano già questo vigneron, avendolo incontrato alla bella manifestazione di Fornovo Taro nel 2004. Oltre ad essere un ottimo produttore Marcel Richaud è anche animatore di una associazione molto interessante, Les Toqués des dentelles. Si tratta di un gruppo di vignerons del sud della Cote du Rhone, nelle sue diverse denominazioni, uniti da una comune etica da “contadini-viticoltori”. Orientata a fare una agricoltura sana e naturale, questa associazione è una delle tante espressioni di vitalità che il settore vitivinicolo francese dimostra di avere a livello di piccole aziende, vignaioli e contadini che tentano di reggere il monopolio dei grandi chateaux e negociants attraverso una offerta diversificata, di qualità spesso estrema e legata alla naturalità della coltivazione e della trasformazione.
In particolare i vini di Richaud ci hanno colpito per la loro essenza non omologata e singolare. La forzatura delle maturazioni porta a vini iper-concentrati che, certamente, non sono dalla beva facile, ma che esprimono molto bene le caratteristiche dei principali vitigni presenti nella zona: grenache, syrah, mourvedre e carignan. Il fatto che i vini più “facili” fossero esauriti ha, però, certamente rinforzato tale sensazione.

CAIRANNE ROUGE 2005.
E’ un assemblaggio di differenti vigneti con una età che va dai 40 ai 70 anni. La resa media è di 35 hl. a ettaro. L’elevazione avviene per il 20% in cemento e per l’80% in barriques e tonneaux mai nuovi. Il colore è un rosso denso, violaceo. Al naso emerge subito una vena alcolica possente che conduce sentori di inchiostro, grafite, pepe bianco, peperoncino. Prendendo aria si apre su toni di frutta rossa matura e cioccolato. In bocca è denso, grasso, molto caldo. I tannini sono larghi e impetuosi.

L’ESBRESCADE – CAIRANNE ROUGE 2004
Questo è il vino di punta di Richaud. Proviene esclusivamente da un vigneto singolo posto fra Cairanne e Rasteau con rese di 25 Hl. a ettaro. Il colore è un rosso scuro, quasi impenetrabile. L’olfatto è complesso, dominato anche qui dalla potenza dell’alcool (15,5%) e da sensazioni quasi liquorose di marmellata di amarena e cioccolato fondente cui seguono note spezie e affumicate tra le quali si fa strada il peperoncino verde, tipico di molte grenache che abbiamo assaggiato. In bocca è potente, largo, molto tannico ma i tannini sono precisi e maturi. La persistenza è lunghissima, così come imponente è il calore generato da ogni sorsata. Un vino da meditazione e da lungo invecchiamento dove la Mourvedre gioca un ruolo importante con la sua carica tannica.

CAVE DE CAIRANNE – Cairanne.
La visita a una cantina cooperativa è sempre importante per capire la qualità media di un territorio, la capacità di una denominazione di esprimere il suo potenziale e i vitigni che la caratterizzano. In questo senso la Cantina di Cairanne è un buon esempio di cooperativa in grado di svariare da prodotti di largo consumo e bassi prezzi a prodotti di qualità media fino a riserve dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Il “Percorso Sensoriale” offerto ai visitatori è un po’ troppo costruito per visitatori americani o giapponesi ma mostra come l’attenzione al turismo viticolo e alla clientela privata sia in Francia patrimonio anche delle realtà più commerciali.
Ci hanno colpito nella vasta panoramica di vini assaggiati l’estrema pulizia e precisione, specie olfattiva e una bevibilità mai banale ma espressiva dei caratteri varietali dei vitigni. In particolare il Cairanne blanc 2005, fresco e piuttosto fine nella sua nota dominante di mela verde, il Cairanne rouge 2004 La Réserve Camile Cayran con sentori nitidissimi di frutti di bosco, derivante per un 20% da macerazione carbonica, e dalla buona sapidità.

LES SALYENS - Cairanne 1999
Il colore è un rosso rubino con riflessi mattone. All’olfatto si presenta con sentori tipici di frutta rossa matura. Con l’aria vira verso sensazioni più acri, di erbe aromatiche. Poi di fiume e terra. In bocca è sapido, serrato, non lungo ma piacevole. La chiusura è quasi minerale, di pietra focaia che ritorna all’olfatto come cenere, sigaro e zolfo. Ma è anche la solforosa a essere forse un po’ troppo evidente. Un ottimo rapporto qualità/prezzo.

CHATEAU MONT REDON
Si tratta di un classico chateau francese, produttore di grande quantità ma di fama discreta. I vini bianchi ci hanno deluso notevolmente denotando solforose troppo evidenti, banalità espressiva, ed una scarsa finezza generale. I rosé sono risultati decisamente migliori, specialmente il Lirac 2005, ancora un po’ chiuso ma decisamente minerale. Sono i rossi a rimettere le cose a posto. A cominciare dal Cote du Rhone 2004 pulito, dai netti sentori di fragola, dalla sapidità piacevolissima. Per continuare con il Lirac 2004 dove sentori più animali di grasso e di prosciutto si fondono con la frutta rossa. Per arrivare agli Chateauneuf du Pape. Vini austeri, classici, affidabili. Quello che ci si aspetta dalla denominazione e dal marchio. D’altronde lo stesso Didier Fabbre afferma che “la filosofia dell’azienda è quella di cercare di fare vini sempre uguali a se stessi”. Non seguire l’annata, quindi, ma tentare di imporre sempre il proprio stile.
Se è vero che il rischio, evidente, è quello di produrre vini meno sorprendenti rispetto ad altri, certamente però non si può parlare di omologazione ma di una strada attraverso la quale Chateau Mont-Redon tenta di esprimere le caratteristiche salienti del territorio. E’ attraverso i tagli fra le differenti parcelle, i dosaggi dei differenti vitigni secondo uno stile bordolese e l’uso anche di legni nuovi che tale via si manifesta. Non vi è originalità ma il risultato sono vini che probabilmente non deludono mai e che in una cena cui si è invitati possono piacere certamente a molte persone.

CHATEAUNEUF DU PAPE 2001
Un vino che all’inizio sembra essere già in fase discendente. Invece con l’aria si apre su sentori di visciola che si fanno via via più balsamici, quasi mentolati. In bocca è rotondo, armonico, molto pieno. I tannini smentiscono la sensazione iniziale e impongono la loro presenza in mezzo alla bocca. Il finale è lungo e riporta sensazioni di sottobosco, di cuoio, di foglie umide e ancora di amarena. Un vino davvero buono.

CHATEAUNEUF DU PAPE 1999
L’attacco è di ciliegia sotto spirito cui seguono sensazioni fluviali e terrose. Molto complesso e austero al naso, al palato risulta molto morbido e concentrato. Poi esce una vena minerale indefinibile, quasi di idrocarburo. I tannini sono maturi, perfetti. Con l’aria le sensazioni olfattive dominanti di amarena virano su note di tartufo e, ancora, di terra. Un altro classico. Un vino che è probabilmente al suo apice.

CLOS DU MONT OLIVET
Questa azienda di medie dimensioni fa in qualche modo da contraltare alla precedente. Si tratta di una famiglia di viticoltori da molte generazioni che tenta con ogni nuova generazione di rinnovarsi sebbene nel rispetto delle tradizioni. I vini sono quindi coraggiosi e moderni ma senza alcun cedimento al gusto internazionale. E’ soprattutto la grenache a brillare, con interpretazioni che ne esaltano le caratteristiche di vitigno del sud, caldo e potente ma che riesce ad esprimersi, soprattutto con l’evoluzione, attraverso una nitidezza olfattiva stupenda, anche per la totale assenza di sentori di legno tostato. E’ soprattutto con l’assenza di diraspatura in una certa percentuale del pigiato (ma si è arrivati anche al 100%) che si tenta al tempo stesso di lavorare sui tannini e di immettere una dose di complessità che risulta sempre più evidente con la terziarizzazione.
Il risultato finale sono vini “sudisti”, a volte duri, ma sempre intriganti e puliti, frutto di una “mano” enologica non invasiva ma che, specie all’olfatto, tende a orientare verso la finezza una materia sempre densa e concentrata. In questo senso anche vini più semplici emergono come esempi di una eleganza che riesce a dominare sostanze alcoliche e strutture tanniche a volte davvero imponenti. Lo Chateauneuf bianco 2005 si è presentato equilibrato, piuttosto fresco e dotato di una mineralità ancora solo accennata. La morbidezza si conferma nota dominante ma in modo meno banale che per altri bianchi del Rodano e con una pulizia olfattiva notevole. Stessa caratteristica riscontrata nel Cotes du Rhone 2004 da vecchie vigne con sentori di fragola e cannella nitidi ed eleganti; in questo caso la bocca viene chiusa da tannini molto buoni che lasciano indovinare una nota verde tutt’altro che fastidiosa o banale. Una caratteristica, che ritroveremo nei vini più importanti, della grenache noir di questa azienda e di questi luoghi.
Una valutazione complessiva non può non rimarcare come questa azienda aperta al mercato internazionale, specie americano, e con ottime valutazioni da parte del “guru” Robert Parker resti ben ancorata ad una visione tradizionale dei vitigni e del territorio. Una lezione che molti, in Italia e non solo, dovrebbero apprendere.

CHATEAUNEUF DU PAPE ROUGE 2004
L’attacco al naso è dominato all’inizio da note un po’ chiuse di fiume e terra umida. Vi è una nota verde molto elegante, una speziatura che tende verso il peperoncino. Appare ancora molto giovane. Anche al palato dove i tannini, sebbene non astringenti, sono davvero molto presenti. La chiusura è lunga e dritta. Prosciuga la bocca ma lasciando una sensazione di grande freschezza. E’ un vino ancora molto giovane che acquisterà valore dopo la degustazione delle annate successive.

CHATEAUNEUF DU PAPE 2003
Un vino con più frutto del precedente in cui le note di confettura sono bene integrate in una nota alcolica molto presente ma non fastidiosa. Ma sono poi note di resina, di chili, di peperoncino a dominare l’olfatto mostrando la grenache nella sua tipicità più piacevole. I tannini sono molto presenti insieme ad una concentrazione possente. Ma il vino non è mai stucchevole o eccessivamente morbido, anzi le note “verdi” si dimostrano quasi balsamiche (le ritroveremo nell’annata 1996 come splendide sensazioni di legno di ebano e di cedro).

CHATEAUNEUF DU PAPE 2001
I colori nei vini di questa azienda sono dei rossi rubini accesi e integri ma non eccessivamente fitti, a dimostrare un certo predominio della grenache su sirah e mourvedre. Al naso il 2001 si offre subito con sentori di legno di cedro, di resina, di frutti rossi aspri come il ribes o l’uva spina. Nuovamente emergono elegantissimi sentori verdi di spezie, di rosmarino, ginepro e, più in generale, di quella garrigue (macchia mediterranea) che risulta la quintessenza della grenache dello Chateauneuf du pape. In bocca è molto concentrato, austero, mai morbido. I tannini sono maturi, sebbene nella chiusura conducano sempre verso sensazioni verdi, mai vegetali ma balsamiche e sapide. E’ un grande vino con più di dieci anni davanti.

lunedì 19 maggio 2008

Maledetta primavera

Una fioritura incredibile degli ulivi ed una notevole quantità di "uva" sulla vite caratterizzano questa primavera più fredda del solito.
Sto leggendo la biografia di Pancho Villa, scritta da Paco Ignacio Taibo II (libro lunghissimo ed un pò noioso); sto ascoltando Warpaint dei Black crowes (in CD perché alla fine il vinile non è arrivato); sono incazzatissimo per una serie di ragioni che prima o poi scriverò; sto lavorando troppo e male; lo scudetto è andato all'Inter.
Eppure l'altra sera mi sono ritrovato nel meraviglioso piccolo teatro di Osimo ad ascoltare Steve Earle in acustico. E quando mi ha sparato Goodbye, pezzo incredibile da Train a comin' del 1995, tutto quanto mi pareva pieno di senso e bellezza; tutti i casini, i problemi, le contraddizioni mi sono apparsi per ciò che sono: piccoli accidenti poco importanti di fronte alla poesia di una pancia che si muove, di una vita libera e autentica, di una musica che per 5 minuti di ti fa dimenticare la realtà e ti trascina nel mondo dei sogni e dei desideri.
But I recall all of them nights down in Mexico
One place I may never go in my life again
Was I just off somewhere just too high
But I can't remember if we said goodbye"

mercoledì 14 maggio 2008

Extraparlamentari

Sono serviti molti giorni per maturare le prime reazioni alla batosta elettorale della sinistra alle recenti elezioni. Nel frattempo si sono lette interpretazioni, pensieri e contributi di ogni tipo e provenienza.
Passata la bufera mi sento di poter dire che va bene così. Perlomeno "il popolo" ha fatto una scelta chiara. La cosa peggiore sarebbe stata l'ennesimo pareggione. E poi la sinistra extraparlamentare ha sempre avuto su di me un certo fascino.
Ciò con cui ci si deve confrontare è il fatto che la società italiana è sempre stata di centro-destra. Le poche esperienze di centrosinistra che questo paese ha avuto non hanno mai rappresentato il ventre molle della società (e per questo non incisero come avrebbero voluto). Nei governi di centrosinistra degli anni sessanta, infatti, il PSI di Nenni era comunque subalterno alla Democrazia Cristiana di Fanfani e Moro. Mentre nel 1996 Prodi vinse esclusivamente perché la Lega non si alleò con Berlusconi, altrimenti, nonostante la desistenza con Rifondazione, il centrosinistra sarebbe stato ancora all'opposizione.
Le elezioni del 2006 sono state un caso a parte. Il sostanziale pareggio fu il risultato di cinque anni di malgoverno del centrodestra e di una forte opposizione sociale a quanto stava succedendo in Italia e nel mondo, inclusa la guerra in Iraq. Ma quel sostanziale pareggio elettorale ottenuto con una alleanza che andava dai trozkisti a Dini non garantiva alcun possibile futuro politico al centrosinistra. Dico questo prescindendo da ogni ragionamento, ormai inutile e noioso, sulle colpe e gli errori di questa o quella componente del governo.
La realtà, quindi, è che la sinistra in questo paese, che sia radicale o che sia riformista, resta minoritaria. Quello su cui è necessario interrogarsi è quale lezione trarre da questo fatto. Ed è su questo che molto probabilmente la sinistra continuerà a dividersi. Eppure, a questo punto, dopo una sconfitta senza appello, serve davvero una profonda riflessione sul futuro. Rallegrarsi di una sinistra radicale ormai extraparlamentare non aiuta; così come non aiuta polemizzare sul mancato sfondamento al centro del PD.
Le recenti elezioni inglesi dimostrano che ormai in tutta Europa, Spagna esclusa, la destra attrae vaste fasce di popolazione. E' sulla risposta a questa onda che la sinistra europea deve interrogarsi. Poiché la crisi del labour, iniziata con il forzato abbandono di Tony Blair prima della fine del suo mandato, è la crisi di una certa idea di sinistra. Di una sinistra che pare non essere più in grado di avere una visione progressiva del mondo. Che si limita a gestire l'esistente con l'idea, legittima, ma di fatto in questo momento perdente, che basti apportare qualche modifica, le famose riforme, a un sistema giudicato nel suo complesso corretto e giusto. Ma il sistema economico e sociale attuale è giusto? Funziona correttamente? E' il migliore possibile?
In realtà il problema è tutto qui, e non è un problema da poco. Di fronte alla globalizzazione, a processi internazionali dirompenti, al pensiero unico, ai focolai di guerra che si accendono ovunque, la sinistra non ha più una risposta credibile. Anzi, si è diffusa l'idea che la globalizzazione sia in qualche modo un fatto voluto e guidato dal centro-sinistra. E non è un pensiero del tutto errato se pensiamo alla metà degli anni novanta ed alle politiche di Clinton, di Schroeder, di Prodi, di Jospin. Da questo punto di vista il programma del Partito Democratico alle ultime elezioni era inquietante, poiché di fronte all'idea tanto sbandierata di "innovazione" altro non si celava se non la riproposizione di modelli già sperimentati. Ora a quell'idea genericamente riformista di mondo la società volta le spalle, spaventata dalla messa in crisi dei livelli di benessere raggiunti grazie alla crescita economica della seconda metà del novecento. E' una sindrome tipica delle società ad alto livello di sviluppo che si chiudono a riccio contro gli "invasori": l'Islam, i cinesi, gli esclusi, i diversi in genere. I nuovi barbari che si avvicinano all'Impero.
La destra vince rispolverando i propri classici pezzi da novanta: il protezionismo, la sicurezza, un nazionalismo che si tenta di accoppiare ad un localismo identitario, l'uso della forza, la competizione, lo Stato etico e, dunque, basato sulle radici cristiane. Il classico canovaccio di una destra conservatrice e, al contrario di quanto si pensi, radicale, non certo moderata.
Quella che vince, infatti, non è una destra moderata. Vince una visione che vuole una politica forte e misure radicali. Si vuole una politica che attacchi le logiche della "società aperta". Se non si capisce questo non si capisce il collante che tiene insieme la nostra destra. Rutelli, l'ultra moderato, che perde con Alemanno, ex giovane fascista, è l'emblema di tutto questo. L'emblema di una sinistra che a forza di rincorrere il centro ha perso tutti suoi riferimenti.
A questo punto non ci resta granché. La sinistra radicale, incapace di cambiare linguaggio e prospettive, è di nuovo extra-parlamentare. E ritorna fuori dal parlamento proprio quando molte delle teorie che aveva elaborato negli anni settanta (la fine del fordismo e dell'operaio-massa, ad esempio) si sono verificate corrette. La sinistra riformista, invece, vede cadere la propria guida spirituale, quel new labour che era la sua stella cometa. E si accorge che la vocazione maggioritaria significa che due/terzi degli italiani non la votano. Nel frattempo i movimenti, il loro entusiasmo, la loro capacità di creare pensieri e pratiche alternative, sono stati spazzati via da un riflusso che appare inarrestabile. E così, in questo clima, mentre l'orrendo stupro nella capitale è un fatto di "sicurezza" che decide una campagna elettorale, il pestaggio a sangue di un giovane ragazzo da parte di giovani neo-nazi passa come un fatto di cronaca. In una città, e in una regione, dove questi fatti si ripetono da tempo. Dove il primo gesto del sindaco leghista è stato sgomberare un centro sociale, eseguendo quanto già programmato dal precedente sindaco ulivista. Secondo la logica consueta per cui la sicurezza implica necessariamente la limitazione di ogni dissenso. Con una coerenza disarmante.
Per ricostruire la sinistra ci vorrà tempo. Ci vorranno energie. Ci vorranno persone in grado di evitare personalismi e nuove ideologie. La cosa peggiore sarebbe quella di pensare di aver fatto tutto al meglio. Le prime mosse del PD, da questo punto di vista, fanno spaventare, così come la "costituente comunista" immaginata da qualcuno. Si dovrebbe incominciare, invece, a rimettersi in discussione. Magari osservando che a Roma si è perso ed a Vicenza, cuore del Veneto leghista, si è vinto. Magari ragionando su un passato che vedeva una sinistra parlamentare ed extra-parlamentare minoritarie nel paese ma capaci di vincere grandi battaglie sociali, di influenzare il dibattito politico, di essere egemoni nella cultura, sulla base di una critica feroce al potere ed al modello socio-economico dominante.

martedì 6 maggio 2008

Musica Distesa

Ci siamo. Il cast di Musica Distesa 2008 è ufficiale. Rispetto allo scorso anno proviamo ad aggiungere una serata. Musicalmente abbiamo preventivato più varietà, con contaminazioni afro, cantautorato raffinato, folk-rock sperimentale e jazz progressivo. Sempre all'insegna della "distensione". Buoni vini, buona birra, grigliate, massaggi e tuffi in piscina. Una figata simile merita una visita. Per partecipare al meglio alla rassegna è possibile acquistare il pacchetto completo MUSICA DISTESA a 130 euro a persona: include tre notti con prima colazione in una delle strutture ricettive locali e le cene del 13, 14 e 15 giugno. Per info scrivete a: distesa@libero.it. Visitate il sito http://www.cupramontana-accoglie.it/ per avere maggiori informazioni sulle strutture di accoglienza. A breve on-line anche il myspace della rassegna: www.myspace.com/musicadistesa
Ecco il programma completo:
Venerdì 13 giugno
Ore 17.00 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 18.00 Inaugurazione Rassegna
Ore 19.00 Degustazione guidata di Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Ore 20.00 Cena.
Ore 22.00 ANIMA EQUAL (Cingoli) in concerto.
Ore 23.30 DJ set

Sabato 14 giugno
Ore 14.00 Piscina, calcetto, relax
Ore 16.00 Seduta di massaggi.
Ore 17.00 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 18.00 Aperitivo
Ore 20.00 Cena.
Ore 21.00 ALESSANDRO GRAZIAN (Padova) in concerto.
Ore 22.30 GNUT (Napoli) in concerto.
Ore 24.00 DJ set.

Domenica 15 giugno
Ore 14.00 Piscina, calcetto, relax
Ore 14.30 Seduta di massaggi.
Ore 15.30 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 16.30 Tavola rotonda: Turismo in Vallesina.
Ore 18.00 Reading di poesia.
Ore 19.00 INSTABILE JAZZ QUARTET (Ascoli) in concerto.
Ore 20.00 Cena.
Ore 21.00 JAM SESSION DI CHIUSURA.