lunedì 4 gennaio 2010

Sancerre e Pouilly Fumé - Parte terza

Eravamo rimasti al Silex di Dagueneau. Si riparte girovagando per vigneti. Il colpo d'occhio è molto bello, specie coi colori d'autunno. Anche qui, come in gran parte della Francia, le zone vinicole con denominazioni importanti sono sfruttate in modo intensivo e totalizzante. E' certamente questo il limite principale del modello viticolo francese.

 

Modello intensivo fatto anche di chimica invasiva e vigneti meccanizzati. Sarà per questo che proprio in Francia il movimento "naturale", per antitesi, per ribellione, è più avanti che altrove?
Eccoci dunque visitare una azienda biodinamica di Sancerre, Domaine Vacheron. Il Sancerre 2008 è pulitissimo, netto. Ha un'impostazione che rende questo Sauvignon più vicino all'idea che abbiamo in Italia: molta aromaticità, con agrumi, asparago, anice al naso, ed una acidità sempre tagliente ma decisamente di più facile approccio. Molto piacevole. Diverso il Sancerre Les Romains 2007 dove ritroviamo l'impostazione più classica della denominazione con tanta mineralità, salinità diffusa, sentori di buccia di mela. Chiude, però, irrisolto con un finale di pesca sciroppata. Convincenti i rossi di questa azienda: il Sancerre rouge 2007 si presenta subito molto più interessante degli altri Pinot nero assaggiati in zona, con sentori nitidi di noce moscata, crostata di ciliegie, tabacco da pipa, frutti rossi, pepe; all'assaggio è verticale, nervoso, giovanile. Il fratello maggiore, Sancerre rouge Belle dame 2006, un vino più borgognone, fatte tutte le distinzioni del caso. Prugna, marmellata di amarena, noce moscata, frutti rossi, tracce di evoluzione ed un tannino più levigato ne segnano la beva. Un'azienda che, impressione mia del tutto intuitiva, pare a metà del guado fra la scelta biodinamica in vigna e vinificazioni molto "tecniche" in cantina.
Altra azienda gestita secondo criteri biodinamici è La Moussiere di Alphonse Mellot, altro "colosso" della vitivinicultura locale. Chiusa la cantina, ci accontentiamo di una colossale degustazione mattutina nel vicino negozio. Il Sancerre 2008 è un pò bananoso. Esile, molto dritto. Il Sancerre Les Romains 2007 esplode al naso con sentori finissimi di pera e lampi lievemente sciroppati, è elegantissimo, asciutto, salmastro con una chiusura marina ed un malico che fa salivare e "sanguinare". Il 2008 è un bimbo, verdastro al naso con sentori di crauti, sedano e, ancora!, pesca sciroppata; sale, sale, sale in bocca e chiusura tostata. I vini di questa azienda ci lasciano stupefatti, i profumi sono nitidi, scintillanti, stranissimi, al palato sono vibranti, di una freschezza surgiva, estrema, petrosa. La demoiselle 2008 sa di lavanda, di sapone, di fiori essiccati; è molto giovane, acidissimo, scarno. Generation 2008, che già conoscevo, è molto complesso, sa di erbe medicinali, di cavolo, di mare (acciuga, salamoia), mentre in bocca ha una acidità mostruosa, urticante, ma esce lunghissimo con un finale tostato elegantissimo. Sono vini paradigma di questa zona, all'ennesima potenza, in qualche modo estremi ed estremisti, anche nelle tecniche di cantina, immagino. Il manico si sente. Nel Satellite 2008 torna la pera, accanto alla lavanda, a fiori quasi balsamici, alla viola, a petali di rosa: finissimo, elegante, una gran dama da sera. Ci guardiamo e non crediamo ai nostri nasi, forse ci siamo drogati. Edmond 2007 è mielato, più evoluto, tostato. Molto complesso, andrebbe lasciato respirare nel bicchiere ma già siamo al Pouilly Fumé 2008 che si presenta con sentori di lampone (lampone!) o fragolina di bosco, poi affumicato, classico, petroso, verticalissimo in bocca che pare una falesia di calcare. Necessitiamo di un dentista per le nostre gengive ed i nostri denti... Ed ancora non è finita.


lunedì 28 dicembre 2009

Fine decennio

Non ho ancora capito a quale decina appartenga lo "zero". Fatto sta che dieci anni fa ero nella Grande Mela a festeggiare la fine del millennio. E poi ci dissero che secondo alcuni matematici si sarebbe dovuto aspettare l'anno seguente... 
Allora il prossimo capodanno finiscono gli anni "zero" del duemila oppure no? Tutti pensano di sì. E via con le classifiche ed i riconoscimenti ai migliori ed ai peggiori del decennio.

A proposito, sono già passati dieci anni. Dieci anni. Dieci anni, a marzo, che Valeria ed io viviamo a Cupra. Ci siamo arrivati da figli che lasciavano la famiglia. Ed ora siamo genitori. Ci siamo arrivati con le nostre valigie cariche di sogni. Ed ora siamo qui, con qualche sogno avverato e qualcuno invece no. Fermi da un pò a stilare bilanci. (Brutta roba, i bilanci. O bella. A seconda che davanti ci sia un segno "-" o un segno "+").
E comunque siamo qui, ancora in piedi, in qualche modo indecisi sul senso da dare ai prossimi dieci. Che presumibilmente passeranno più rapidamente degli zero - che sono stati molto più veloci dei novanta - che erano più sprint degli ottanta - vere tartarughe al confronto, con tutte quelle interminabili ore sui banchi di scuola... I settanta non so, non me li ricordo.
C'è da bersi su, come sempre. Un brindisi con chi c'è, un brindisi per chi non c'è più. E via così, verso un'altra decina, verso altri sogni, chissà... 
Ben consapevole della assurdità della stupidità di queste elaborazioni da rotocalco, ecco le mie preferenze decennali: 
La vendemmia del decennio è stata la 2004
Il mio libro del decennio La Strada di McCarthy. 
E questi i miei dischi, senza alcun ordine preciso: American IV - Johnny Cash, 2002. Kid A - Radiohead, 2000. A rush of Blood to the Head - Coldplay, 2002. We Shall Overcome: The Seeger Sessions - Bruce Springsteen, 2006. Back to Black - Amy Winehouse, 2006. Sky Blue Sky - Wilco, 2007. Because of the times - Kings of leon, 2007. Pearl jam - Pearl jam, 2006. Neon Bible - Arcade Fire, 2007. Come away with me - Norah Jones, 2002.
Il film: Into the wild.
L'evento: il crollo dell'economia a fine 2008. 
Il personaggio: sì, sì, proprio lui, George W. Bush.
Anche questa è fatta. Ci vediamo nel nuovo decennio. (Ma il numero "zero" a quale decina appartiene?) 

sabato 19 dicembre 2009

La prima neve

Proprio in questo momento ci sono quattro caprioli che corrono e saltano in mezzo alla neve a 50 metri dalle finestre di casa. Mio figlio è ovviamente impazzito. Per la terza mattina di seguito ci siamo svegliati con la neve, neve dicembrina che si scioglie piuttosto rapidamente. Il lavoro rallenta ed anche Giulia pare finalmente allungare i propri sonni mattutini.
Negli ultimi tempi ho letto: A perdifiato di Mauro Covacich, gran bel romanzo su maratona, innamoramenti repentini e crisi; L'ombra di quel che eravamo di Sepulveda, nostalgico, disincantato, emozionante racconto del Cile che fu; Le vin au naturel di François Morel, centratissimo percorso attraverso i concetti ed i protagonisti del vino naturale.
Ascolto: The Black Keys, Sufjan Stevens, The Mars Volta. Roba proprio strana e proprio bella. 

domenica 13 dicembre 2009

Bologna, 15 dicembre 2009

Twinside e Gustonudo presentano: WINENOTSOUND. Quando il vignaiolo si trasforma in dj e racconta i suoi prodotti con la musica che più ama. I vini verranno abbinati alle twin tapas dello chef Gigi Grosso.
Martedi 15 Dicembre dalle 19,30 
DJ SET di CORRADO DOTTORI § LA DISTESA
Corrado Dottori dell'Azienda Vitivinicola la Distesa di Cupramontana, Marche, sarà il dj della serata e presenterà i suoi vini da coltivazione Biologica.

Twinside > via dei falegnami 6 > bologna > 051 9911797
www.twinside.netinfo@twinside.net 

martedì 8 dicembre 2009

Sancerre e Pouilly Fumé - Parte seconda

La variabilità dei vini di Sancerre e Pouilly, poiché il Sauvignon è l'unico vitigno utilizzato, deriva in gran parte dal terroir. E' quello che succede anche a Chablis con lo Chardonnay. A differenza che a Chablis, però, dove si ha la netta preponderanza di suoli argillo-calcarei soprannominati "kimmeridge", che si alternano ad argille più sciolte, in questa parte della Loira la grossa differenza fra i vigneti viene dalla presenza o meno del suolo chiamato "Silex", traducibile in italiano col termine "selce" ovvero roccia sedimentaria composta principalmente da silice. 
Oramai quasi tutti i migliori produttori tendono a vinificare le uve di vigneti piantati su
suoli "silex" separatamente. E' da queste vigne in particolare che si estraggono i sentori più classici del Pouilly Fumé: la selce, infatti, è proprio la pietra focaia, utilizzata sin dalla preistoria per accendere fuochi. Anche a Sancerre è presente tale suolo, ma in percentuale molto minore: di qui la prima grande differenza fra queste due aree davvero vicine. A Sancere prevalgono vini più fruttati ed "immediati", mentre a Pouilly prevalgono mineralità e salinità, con vini che si aprono maggiormente negli anni.
Rivoluzionario e guru indiscusso di questa zona è stato Didier Dagueneau, morto lo scorso anno in un incidente aereo. La "vulgata" è che Dagueneau sia stato il primo a vinificare separatamente i diversi suoli, fra cui le uve da vigneti silex (da cui la famosa etichetta ed il famoso vino), tanto è vero che sulle sue bottiglie il vitigno Sauvignon viene nominato come "Blanc fumé de Pouilly".
La figlia di Didier Dagueneau ci accoglie in una cantina che è molto semplicemente la più pulita ed ordinata che abbiamo mai visto. E ne abbiamo viste. Assaggiamo i vini direttamente dalle vasche di acciaio, dove vengono assemblate prima dell'imbottigliamento le diverse botti di legno, piccole e medie, dove tutti i vini dell'azienda compiono fermentazione ed affinamento.
I vini sono di una cristallina e sfolgorante freschezza. Si inizia da un "generico" Fumé de Pouilly 2008 che si distingue per un acidità malica incredibile e per impressionanti e nitide note di pera e di albicocca. Si prosegue con la cuvée Pur sang 2008: scintillante per mineralità, presenta finissimi accenni di salvia ed anice al naso ed una bocca salmastra, drittissima ed esplosiva di lime. Poi è la volta della cuvée Buisson Renard 2008 che deriva da suoli più argillosi e meno silicei. Il vino è più fruttato, largo e morbido, sebbene secondo i canoni locali, fragrante. Sono tutti vini che dimostrano per intero la loro estrema gioventù ma fanno intuire complessità e straordinario potenziale evolutivo.
Il Sancerre Mont damné 2008 è fine, a suo modo morbido, con note di fieno ed asparago, con un finale lungo e succoso. Un vino decisamente affascinante per la capacità di abbinare grande acidità ed intensa pienezza. L'ultimo vino che ci viene proposto è una delle pietre angolari del vino bianco in terra di Francia: la cuvée Silex 2008. Il vino presenta elegantissime note affumicate, di idrocarburo, agrumi, chili, pepe bianco. E' giovane, irruente, pare acqua sorgiva per quanto è straordinariamente fresco e bevibile. A centro bocca mostra sostanza e chiude in grande allungo con accenni vegetali e sapidi straordinariamente piacevoli. Si tratta di un vino dal futuro lunghissimo che ci mostra solo una parte della sua vitalità. Ma, in attesa di stappare il 2007 che porto via a 56 Euro, tanto basta.            

martedì 1 dicembre 2009

Sancerre e Pouilly Fumé - Parte prima


Mi sono spesso interrogato sul senso di raccontare degustazioni ed assaggi ai 4 lettori di questo blog. Soprattutto quando si tratta di lunghi post sui brevi viaggi in Francia che mi concedo tradizionalmente a fine vendemmia col solito gruppo di amici-bevitori-intenditori-tecnici.
La risposta è che riordinare le idee dopo una degustazione (nonché i disordinati appunti che mi ritrovo in mano) è qualcosa che mi aiuta molto nel mio lavoro quotidiano. Credo che in viticoltura ed enologia, nel senso umanistico che do ad entrambi i termini, siano fondamentali il continuo confronto con teorie e prassi differenti e la reiterata messa in discussione di ciò che si conosce o che si presume di conoscere. Non solo. Fare vino, e farlo al meglio, porta con sé quasi naturalmente la necessità di ricerca empirica davvero imponente. Questo perché le teorie, che sono necessariamente costruzioni astratte, hanno senso fino ad un certo punto una volta calate in una realtà fatta di migliaia di componenti chimici, diversità ambientali, geologiche, climatiche, socio-culturali. Insomma, per quel che ne posso capire, il vino è il regno della complessità e pertanto rifugge le soluzioni semplici e gli approcci facili.
Con questa logica, da bianchista tuttora insoddisfatto, è sempre una sfida ai limiti del possibile il confronto con in vini bianchi dei maestri francesi. E per questo motivo dopo Champagne, Alsazia e Borgogna ci restava da esplorare ancora una grande zona di bianchi: la Loira, specie là dove regna il Sauvignon Blanc.
Dopo il consueto e interminabile viaggio notturno ci ritroviamo, così, a sgranocchiare Croissant caldi sulla piazza di Pouilly-sur-Loire, appena prima di prendere possesso delle nostre accoglienti stanze nello gite di turno. 
Perché ci facciamo del male nell'aprire le danze, come tradizione, con una cooperativa è presto detto: in tutto il mondo è in questi luoghi che ci si avvicina, nel bene e nel male, alla comprensione di una zona vinicola. Cave de Pouilly, dunque. Il Pouilly-sur-loire 2006 non è niente più che fresco e lievitoso, ma il Poully Fumé 2007 già si presenta più complesso, con note agrumate, lievemente affumicate, e poi di asparago e di sottaceto. Il Pouilly Fumé vecchie vigne 2007 è più varietale, verde, contraddistinto da note di foglia di pomodoro al naso; molto verticale in bocca, segnata dal malico, ma chiusura piacevole, salina, iodata, dura, con un richiamo al cetriolo agro. 
Io odio il Sauvignon, mi ripeto come un mantra fin dall'inizio, e fin dall'inizio sono costretto a notare come non sia così infastidito dai tratti che più caratterizzano questo vitigno. Il Tonelum Pouilly Fumé 2007 da terroir Silex affinato in barrique conferma la sensazione: naso estremamente pulito, segnato da una nota fumé che ben si integra col legno, lungo, elegante, salatissimo in chiusura di bocca. Il resto della gamma si mantiene su discreti livelli e con prezzi più che abbordabili.

Dopo un breve giro per vigneti ci appare alla vista lo Chateau La Ladoucette. In questa "maison" si comincia a fare sul serio e ci rendiamo presto conto che, anche più che a Chablis, l'acidità è qualcosa con cui dovremo convivere. Il Pouilly Fumé 2007 La Ladoucette è finissimo, elegante, dalla spiccata nota minerale; note di asparago selvatico si intuiscono su uno sfondo dominato dalla pietra focaia mentre in bocca emerge un affascinante carattere salmastro, iodato ed algido, dritto, senza alcun cedimento alla morbidezza. Il Sancerre 2007 La Ladoucette è da subito più immediato: emergono sentori di muschio, lavanda, miele d'agrumi, frutto della passione, pomodoro verde. L'aromaticità è espressione di un vino ancora incredibilmente salino ed acido, dove la salivazione si fa inarrestabile dopo la prima sorsata, dove il malico conquista la bocca in modo progressivo ma non fastidioso.  E' poi la volta del Sancerre 2007 La Poussie, Sauvignon più classico, caratterizzato da profumi molto netti di mango, agrumi, frutto della passione, pepe bianco e da una bocca più pronta ed immediata, ma non banale, dove solo in chiusura si avverte una lieve nota vegetale (peperone). E' poi la volta del vino rosso, un Sancerre 2006 Comte Lafond Gran cuvèe. L'appellation prevede l'utilizzo al 100% del Pinot Nero ma siamo piuttosto lontani dalla Borgogna. Ad un naso nettissimo di ciliegia e piccoli frutti rossi, fragrante ed elegante, fa da contraltare una bocca dove prevalgono note vegetali, una magrezza eccessiva ed un finale troppo amaro ed astringente.
Torniamo in paese e, appena prima di pranzo, ci accoglie la piccola sala degustazione di Masson-Blondelet. Qui la viticoltura avviene senza l'utilizzo di diserbanti e pesticidi ma l'azienda non è a conduzione completamente bio: ci viene ricordata l'estrema piovosità della zona e la difficoltà nella gestione dei trattamenti anticrittogramici. Il Pouilly Fumé Les Pierre de Pierre 2007, su suolo silex, è subito un pò chiuso, poi presenta note minerali, di limone, su un sostrato classico "fumé". In bocca è molto molto acido, freschissimo ma davvero duro. Il Pouilly Fumé Villa Paulus 2007, su suolo Kimmeridge, è immediato, dominato da un fruttato a base di pesca bianca e da sensazioni marine in bocca che non stancano mai. Lo stesso vino nella versione 2008 è più lievitoso, molto pulito, floreale, con note molto curiose di alghe e frutti di mare. Chiusura fruttata molto diritta. Il Pouilly Fumé Tradition Cullus 2005 presenta note di pera e frutti esotici, ha un finale lunghissimo ed elegante ma risulta un pò magro a centro bocca. In generale tutti i vini, vinificati in acciaio, risultano molto piacevoli e ben fatti, forse appena un pò facili, ma espressivi certamente della denominazione. Siamo in ogni caso stupefatti dai livelli di acidità riscontrati in tutti i vini. Una acidità viva, nervosa, per lo più appagante. Ma il meglio dovrà ancora venire.

  

mercoledì 25 novembre 2009

Il cielo sopra Berlino

Impossibile conoscere una città in due giorni. Possibile respirare una atmosfera, inseguire un'idea. Ordine e creatività. Servizi pubblici ed efficienza. Effervescenza culturale e capitalismo spinto. Centri sociali anarchici e wine bar ultra-fighetti. Lungo la linea che un tempo separava un est ed un ovest metafisici prima che politici sopravvivono contraddizioni vere ed altre solo apparenti. Frutto della grande Storia, passata di qui ad ampie falcate, nel bene e nel male, fino a diventare concreta e fisica espressione della follia ideologica novecentesca. Storia non ancora fuggita da un agglomerato urbano che da vent'anni tenta di ritrovare una identità grazie a giovani, artisti, gay, architetti visionari, immigrati, registi, musicisti elettronici, loosers e winners di varie estrazioni sociali. 
Impossibile conoscere una città in due giorni. Possibilissimo annotare l'angosciante differenza con le nostre città. Vecchie. Morte. Chiuse in una dimensione piccolo-borghese che le sta trasformando in buchi neri in grado di attrarre solo il peggio, culturale, sociale, economico.
E' così che mi sono trovato a camminare per le strade della capitale tedesca con Achtung Baby nelle cuffie, disco nato dall'intuizione geniale di Bono&Brian Eno, che videro fin da subito in Berlino la nuova capitale d'Europa... Disco ancora oggi di una modernità sconcertante... E' così che mi sono trovato a cercare nel cielo grigio sopra Berlino i ricordi di ventidue anni fa quando, adolescenti in gita scolastica, si attraversava il Check Point Charlie per entrare in quello che apparve, a noi figli di papà del ricco occidente, come una desolante terra di nessuno. Due anni dopo la corsa verso la libertà travolse quel muro così denso di significati. Che poi la libertà fosse lì, davvero a portata di mano, questa è tutta un'altra storia.

martedì 17 novembre 2009

Olive e nebbie

Di ritorno da un tour de force niente male fra i grandi vini bianchi della Loira, di cui scriverò a breve. Venerdì sarò in partenza per Berlino dove mi attenderanno una giornata di degustazioni sabato 21 novembre alla Kesselhaus nella Kulturbrauerei (Prenzlauerbergcdalle 15.00 alle 21.00 - Schonnhauser Alle) ed una presentazione dei vini nella vineria Al Contadino sotto le Stelle in Auguststraße 34 nella giornata di domenica 22. Intanto ecco le prime nebbie della stagione che rallentano un pò la raccolta delle olive. Dopo il super raccolto dell'anno scorso è un'altra buona annata, con una quantità buona e olive che si presentano piuttosto sane. A buon intenditor...




sabato 7 novembre 2009

Temporali e rivoluzioni

Questo post necessita di una premessa: il disco di cui sto per parlare lo ha inciso mio fratello. E’ normale, quindi, che io non sia in grado di poter dare un giudizio distaccato. Se ne scrivo, però, non è per nepotismo (non sono in grado, infatti, di fargli vendere più dischi) ma semplicemente perché è un bel disco. Cosa rara, di questi tempi.
Non è un disco “facile”, questo Temporali e rivoluzioni. Fin dal titolo. E’ un disco complesso, fatto più di parole che di note. Cantautorale, si sarebbe detto trent’anni fa. Un disco che cresce costantemente con gli ascolti. Ossessivamente. Progressivamente.
E’ un disco che parla dei nostri tempi. Che racconta di smarrimenti, di perdite, di sconfitte, di emergenze, di precarietà, di crisi, di resistenze. Individuali e sociali. Particolari e globali. Personali e collettive.
Questa è già una prima grandezza del disco: una intimità che si veste di sensibilità più generali e, in qualche modo, condivise. Chi non si è mai chiesto, nel pieno della tempesta, se il temporale passerà? O se i cambiamenti che investono le nostre vite sono rivoluzioni o sono solo modi diversi di nominare le stesse cose?
Sono domande che si ripetono, in forme diverse, lungo tutto il disco. Quanto è difficile uscire dalle campane di vetro in cui ci vogliono e ci vogliamo chiusi? Quanto è difficile scegliere di tagliare la siepe che ci separa dal mondo? (Ed a vent’anni esatti dalla caduta del muro la siepe di Inno nazionale del mio isolato non può non rimandare al muro di Roger Waters). E che succede se ti sporgi oltre la siepe e trovi solo catene e gioie fragili?
Nel percorso del disco ci sono alcuni momenti fondamentali. Catene e gioie fragili è uno di questi: hai lasciato la tua casa, cammini in un bosco scuro e c’è una luce fioca, e lasci briciole di pane per non smarrire la strada. Ma quella luce sembra quella che hai appena lasciato. Giriamo in tondo, in un labirinto. Non c’è via di uscita. Siamo in scacco. Siamo in trappola. E ci chiediamo se la verità sia ancora possibile, proprio quella verità che crediamo non faccia mai male.
E' il tempo di esplorare ogni delusione, scegliere con cura come uscirne. Chiudi l'emergenza nello specchio e l'indifferenza nel tuo cuore. Lucida le cose che non tieni più con te (Chiudi l'emergenza nello specchio)
Intanto cadono le luci sulle nostre ali (angeli che ricordano Wim Wenders?). Col tempo si spengono. Si chiude l’orizzonte, precipita con te (Non fa mai male la verità). E non scordarti di precipitare e di atterrare come sempre, che tutto il senso in fondo, in fondo lo ritrovi lì (Tenerti stretto un ricordo). 
Un altro momento centrale del disco pare La tua casa è piena. Dove la descrizione di una quotidianità intima, personale e disperata dipinge al contempo la situazione di una intera generazione, alle prese con case piene di cose inutili, abbandonata a se stessa senza più tempo, voce, voglia per ribellarsi. Alla decadenza, alla disgregazione, al fraintendimento. Fino a non ritrovarsi e in fondo in fondo non sperarlo più. Fino alla disillusione, che è cifra distintiva di questo nostro tempo instabile e che non ci mette molto a diventare cinismo, indifferenza.
Partenze e coincidenze è il piccolo capolavoro che racchiude tutti questi temi e queste sensazioni nella “canzone perfetta”. Che è poi quell’approdo misterioso dove testo e musica si fondono perfettamente in una forma d’arte che è quella della musica popolare.

E quel gusto di sconfitta svanirà
quando penserai ad una partenza
e quel senso di tepore se ne va
quando credi sia un successo
e invece è solo coincidenza.

Partire per tornare al punto di partenza. Guardare il mondo scomparire in mezzo al temporale. Mentre è solo il caso a guidare gli eventi. Partenze e coincidenze. Temporali e rivoluzioni. Sirene e vampiri. Dicotomie. Perché ogni cosa ha il suo doppio. E per ogni persona che viene ce n’è una che ci lascia. Ed è così che Tutto resta uguale mentre

ogni giorno il tuo vicino
succhia il sangue al suo nemico
e vive la mediocrità
come una onesta condizione.

Ogni rivoluzione appare lontanissima. E vien voglia davvero di appendere i fucili. Per non violare il coprifuoco dentro una società immobile, ferma, eppure precaria. Dentro rapporti personali in stallo, sfilacciati, consumati dalla quotidianità.
E se ricominciassimo dalle cose semplici? E se imparassimo a non ripetere gli errori? E se riuscissimo a perderci davvero ed a perdere del tempo?
Le cose semplici chiude un disco meraviglioso, ed è il tassello mancante, la chiave di volta. Perché lento è il ritorno a casa. Ma la casa, stavolta, sa essere piena davvero. Di cose troppo spesso dimenticate. Valori. Convizioni. Affetti. Qualche sogno, forse. Speranze taciute. Che forse risolvono, per un attimo appena, il caos rumorista, i rumori bianchi, le distorsioni di un mondo senza bussola. Prima del silenzio.
Ci ho messo molto tempo a entrare dentro questo disco (anche se è uscito ufficialmente il 6 novembre lo ascolto da molto tempo). Ma una volta dentro è difficile uscirne. Sono dieci canzoni bellissime, pennellate, legate una all’altra da sottili legami che creano un percorso affascinante, un panorama spesso desolato, dai toni chiaroscurali.
Gli arrangiamenti sono curatissimi e molto più “rock” di quello che può apparire al primo ascolto. Le chitarre, che suonano da paura, i cori, l’hammond, l’elettronica, il pianoforte, sono sempre funzionali al testo ed alla voce. I riferimenti non sono così importanti, si intuiscono sullo sfondo di una produzione (Giovanni Ferrario) di approccio inglese, che strizza l’occhio agli anni sessanta ma ha i piedi ben saldi nel terzo millennio. Non sono importanti, quei riferimenti, perché Giuliano ha trovato definitivamente il suo stile, la sua voce, il suo approdo. Ed un posto fra i migliori nuovi cantautori italiani.
Per info sul tour e per acquistare il disco visitate il sito: www.viaaudio.it/giulianodottori/index.htm

sabato 31 ottobre 2009

Turné

Ecco i principali appuntamenti che mi vedranno impegnato da qui alla primavera per incontrare clienti, spiegare il mio lavoro e vendere qualche bottiglia. Stay tuned per altre info o nuove date.
1-2 Novembre
 
Vini di vignaioli a Fornovo Taro. www.vinidivignaioli.com
12-15 Novembre 
Tour enologico a Sancerre e Puilly-sur-loire.
20-23 Novembre 
Gusto Nudo fiera dei vignaioli indipendenti a Berlino. www.gustonudo.com
4-6 Dicembre 
La terra trema al leoncavallo, Milano. www.laterratrema.org
15 Dicembre 
Wine not sound al Twinside, Bologna. www.gustonudo.net
30-31 Gennaio 
Vini Naturali a Roma, Hotel columbus a Roma. www.vininaturaliaroma.com
9 Febbraio 
Serata di degustazione presso il ristorante La Tana degli orsi, Pratovecchio (AR). 

domenica 25 ottobre 2009

Vini di vignaioli 2009


Domenica 1 e lunedì 2 novembre saremo, Giovanni ed io, alla fiera di vini naturali Vins de vignerons/vini di vignaioli. Presenteremo in anteprima la nuova annata de Gli Eremi, il 2007, e il nuovo Nur 2008. Gli orari di apertura al pubblico sono dalle 10 alle 20 la domenica e dalle 12 alle 19 il lunedì. L'ingresso costa 8 euro con bicchiere.

mercoledì 21 ottobre 2009

La vendemmia 2009

Un'altra vendemmia delicata, dopo la 2007 e la 2008, difficili, sebben per ragioni molto diverse.
Questo è quanto scrive il servizio metereologico della Regione Marche: "Con una temperatura media di 23,1°C, la stagione estiva appena trascorsa è stata più calda rispetto alla norma con un incremento di circa +1,5°C rispetto al periodo di riferimento 1961-2000, risultando così essere la quinta estate più calda dal 1961. Nella stessa classifica (estati più calde dal 1961 ad oggi), il primo posto è occupato dal 2003 (25,5°C di media!), il secondo dal 2007 (23,5°C), il quarto dal 2008 (23,1°C), a conferma di un preoccupante aumento della temperatura media estiva negli anni duemila. Il maggior contributo è stato dato dal bimestre luglio-agosto con una temperatura media di 24,2°C con il notevole incremento di +1,9°C rispetto al 1961-2000".
Il risultato, specie nei vigneti esposti a sud (San Michele) o con altitudini modeste (San Paolo), è stato un generalizzato calo delle acidità fisse. E' un grosso problema per chi fa vinificazioni naturali: in primo luogo perché questo fatto influisce sui pH dei mosti che è sempre un parametro fondamentale ma lo è ancor di più quando non si usano lieviti selezionati; in secondo luogo perché non correggendo i mosti con tartarico bisogna anticipare molto la vendemmia per poter incamerare un pò di acidità. Va inoltre ricordato che, oltre alle temperature medie, si sono riscontrate temperature massime molto elevate (41,3° a Jesi il 23 luglio, 41° il 2 agosto a Corinaldo) che incidono pesantemente sulla evoluzioni in particolare dei vitigni a bacca bianca. Ne ho già scritto e non voglio ripetermi.
Per ciò che concerne la piovosità, questo è il resoconto del servizio meteo: "Come non accadeva dal 2006, la stagione estiva è stata complessivamente più piovosa rispetto alla norma 1961-2000, con un totale di 207mm corrispondente ad un +14% rispetto ai 181mm del quarantennio. Tuttavia la distribuzione mensile fa emergere un quadro contrastante con il mese di giugno decisamente più piovoso, addirittura +86% (sempre rispetto al 1961-2000), più arido il bimestre successivo con deficit mensili di -19% (luglio) e -34% (agosto)". 
Da un lato, quindi, non c'è stato un grosso stress idrico per le viti grazie alle abbondanti piogge invernali, primaverili e di giugno; d'altro canto l'estrema siccità che ha investito la regione in luglio, agosto (e settembre) ha rafforzato gli effetti di stress sui grappoli e influito pesantemente sul crollo delle acidità e sugli andamenti delle maturazioni.
Annata tosta da interpretare, quindi. Con rese in calo per tutti. Certamente buona per i "convenzionali" e gli "interventisti": chi ha forzato le maturazioni sfruttando il caldo estivo che è durato fino al 15 ottobre avrà fatto pesante uso di acido tartarico ma si troverà vini potenti ed equilibrati (sebbene andrebbe aperto un dibattito sulle acidificazioni e sui loro effetti...). Per il Montepulciano vale un discorso a parte: chi ha ancora uva in pianta si è preso in pieno un calo termico forse eccessivo e molte piogge (ed altre sono in arrivo): problemi di muffe non dovrebbero essercene, fenomeni di appassimento forse sì perché le viti si sono completamente fermate.
Venendo a La Distesa: ancora le fermentazioni non sono del tutto esaurite, ma il Terre Silvate appare per ora un pò sottile e magro ma con profumi molto freschi e netti. Gli Eremi promette molto bene, specialmente la botte con la vendemmia più anticipata. Essendo una annata calda vedo bene il Nocenzio, specie sul lato Sangiovese, davvero complesso già ora. Non so se produrrò il Nur. C'è una parte di Trebbiano che abbiamo macerato ma aspetto di vedere l'effetto che fa.
Allo stadio attuale non credo si possa dire di più.

mercoledì 14 ottobre 2009

Caos

Neve sui Sibillini e freddo porco a Cupra. Vendemmiata oggi anche l'uva da appassire per il solera 99. Al Cityper di Jesi (gruppo Auchan) ho visto alcuni prezzi (per bottiglie vetro 0,75 l.):
Montepulciano d'Abruzzo DOC 1 euro
Verdicchio DOC 1,25 euro
Sicilia IGT Nero d'Avola 1,10 euro
Castel del Monte DOC 1,60 euro
Castelli Romani DOC 1,10 euro 
Basito, ho poi comprato una bottiglia di Carmenere cileno a 2,50 euro, giusto per vedere l'effetto che fa. Naso pure decente, beverino al punto giusto, tannino levigato. Peccato che poi ho salivato tutta notte assetato come una bestia. 
In compenso per il compleanno di Valeria abbiamo stappato un metodo classico Haderburg pas dosé 2004, e stiamo ancora godendo ora, che se non ci fossero 5 ore di macchina da fare sarei fuori dalla cantina a grattare sulla porta per farmene dare un cartone (da 12, s'intende...). 
Trovo allucinante che il governo premi chi ha esportato illegalmente capitali all'estero. Alcuni hanno detto che anche in altri paesi è stato fatto lo scudo fiscale: peccato che i capitali che rientravano in quei paesi pagavano da un minimo del 10 fino ad un massimo del 50% di imposte. Da noi l'aliquota è del 5%. Cioé funziona così: trucco la contabilità dell'azienda, tanto per il falso in bilancio non mi fan nulla, evado le tasse, poi esporto i capitali in qualche banca che mi fa rendere più del 5%, poi li riporto a casa che ci ho guadagnato... In Corea del Sud c'è la pena di morte per chi esporta illegalmente dei capitali fuori dal paese... 
D'altronde siamo una nazione dove se stai fuggendo da un paese in guerra ma entri clandestinamente compi un reato, però se un fascista picchia un gay perché i gay gli stan sulle balle, non c'è nessuna aggravante per discriminazione. Ah, a proposito, la Binetti sta ancora nel PD...

giovedì 8 ottobre 2009

Vendemmia, prezzi delle uve e il ruolo del marketing

La vendemmia 2009 si caratterizzerà per un fatto sopra tutti: il crollo delle quotazioni delle uve. Questo fatto certifica in modo inequivocabile la gravissima crisi del settore vinicolo. Questo post su Esalazioni etiliche, ed alcuni commenti a questo post di Franco Ziliani possono aiutare a capire la situazione. Prezzi in calo anche del 50%. Situazione che in realtà conosco da tempo perché denunciatami da diversi amici produttori e confermata, sebbene in modo meno drammatico, anche nei Castelli di Jesi.
La crisi, dapprima nascosta, poi presentata come crisi di crescita, oggi apparentemente devastante, è contemporaneamente una crisi di sovraproduzione (rispetto a consumi interni in calo e ad un export in crisi) ed il risultato di una potente bolla speculativa nel settore.
Negli anni del boom il settore ha attirato capitali e capitani d'industria, grandi competenze e professionalità ma anche nani e ballerine, cani e porci. Evito di entrare nello specifico e di raccontare come il mondo del vino si è evoluto negli anni, nel bene e nel male. E' ormai risaputo.
Ciò che, però, è meno risaputo è il ruolo del marketing in questa situazione, in questo contesto, in questa storia. Questo aspetto mi ha visto discutere animatamente su vinoalvino con una serie di suoi commentatori più o meno abituali. C'è una idea diffusa, infatti, che costoro apparentemente sostengono, che reputa che dalla crisi si debba uscire con una maggiore attenzione al marketing, ai processi commerciali, alla immagine ed alla promozione dei prodotti. Lo ha detto chiaramente Diego Planeta: si deve investire meno sulla produzione e più sulla vendita. 
E' una idea che contesto. Credo che questa impostazione, infatti, c'entri molto con la crisi attuale, sia nel senso che in questi anni si è fatto del cattivo o sbagliato marketing sia che se ne è fatto troppo in generale, a discapito della qualità media dei nostri vini.
Va ricordato che il marketing, che come disciplina autonoma nasce negli anni 50/60 sulla scorta del consumo di massa, si afferma in modo definitivo quando le condizioni strutturali dell’economia iniziano a caratterizzarsi per un costante surplus di capacità produttiva. Questo non accade per caso ma è la combinazione da una parte della evoluzione del capitalismo in senso consumistico, dall’altra di precise scelte di politica economica. 
Perlomeno dai primi anni ottanta siamo vissuti in un mainstream economico che ha fatto della “economia dell’offerta” il suo caposaldo. Dunque: bassa inflazione, politica monetaria espansiva in grado di produrre la liquidità necessaria a produrre sempre di più, liberalizzazione dei mercati, ecc. Siamo vissuti in un mondo in cui non era importante tanto il potere di acquisto – i salari ma non solo – delle famiglie, quanto la capacità del sistema di assorbire il debito con cui venivano finanziati consumi sempre più inutili, prodotti sempre meno innovativi. Ma perché, ci si chiederà, la gente ha continuato a consumare? Qui è intervenuto anche il marketing.
L’economia dell’offerta ed il neoliberismo reputano che i prezzi dipendano esclusivamente dall’equilibrio fra domanda ed offerta. In un contesto di eccesso di capacità produttiva ciò implica un ovvio aumento di competitività dei mercati ed un generale deprezzamento dei valori: servivano pertanto politiche di sostegno dei consumi privati. Ma poiché i salari negli ultimi tre decenni sono indubbiamente scesi in termini reali, questo poteva avvenire solo tramite il ricorso all’indebitamento (mutui, credito al consumo, erosione progressiva dei tassi di risparmio, ecc.) e tramite investimenti nella “percezione di valore” da parte dei consumatori.  Non nel valore intrinseco. Non nel valore-lavoro. Non in qualità. Bensì in immagine, in comunicazione, in politica commerciale.
Il marketing, però, è oggi un processo pro-attivo, assolutamente non neutrale, che intende non solo mettersi in relazione col mercato, ma tende anche e sempre più ad agire attivamente su di esso.  Fare attività di marketing non significa solo fare un’analisi del mercato e della propria identità commerciale su quel contesto, ma significa molto di più: ovvero agire per influenzare il mercato, modificarlo, piegarlo ai propri interessi con l’obiettivo prioritario di raggiungere una maggiore competitività; significa, quindi, non solo soddisfare dei bisogni esistenti ma agire per produrli, riprodurli, forgiarli; significa sempre più mettere in atto una serie di strategie ben precise - che si sono fatte, appunto disciplina, specifico settore della scienza economica - (pricing, brand management, comunicazione, pubblicità, creazione ad arte di bolle, ecc.). E se tutto questo è vero, ciò significa semplicemente una cosa: che le aziende devono investire ingenti risorse per attuare queste strategie. In un contesto di riduzione dei costi e di grande competizione ciò è possibile solo distogliendo tali risorse da altre voci di bilancio: per esempio i costi vivi produzione o gli investimenti in ricerca.
Tutto ciò è perfettamente coerente con quanto accaduto nel settore del vino e, da questo punto di vista, il caso della perversa “bolla del vino” creata ad arte negli anni novanta dall’interazione fra guide-giornalisti-esperti di pubbliche relazioni-nuove aziende rampanti dal marketing aggressivo, potrebbe essere un caso-studio per un corso di marketing moderno.
Gran parte della crisi del vino deriva, quindi, anche dal percorso contrario che è stato intrapreso sull'onda dell'entusiasmo: produrre vini a partire dal mercato e non produrre vini veri e buoni per poi concorrere sul mercato con la forza indiscutibile della propria qualità. I prezzi delle uve stanno crollando e questo si rifletterà certamente più sugli agricoltori che sugli industriali. Esattamente come dalle fabbriche verrà espulsa forza lavoro per tentare un riequilibrio della capacità produttiva, così la volontà è quella di espellere dalle campagne gli ultimi contadini e le piccolissime aziende, con conseguenti espianti dei vigneti meno meccanizzabili, produttivi, commercialmente interessanti. Nel frattempo i massicci investimenti sulla promozione dei grandi produttori, grazie alle risorse liberate dall'abbassamento dei costi di produzione, serviranno per aggredire i "nuovi mercati emergenti": gente che di vino ne capisce, Cina, India, Russia, ecc. E' questa la strada per il futuro del vino italiano?  
La crisi generale dell'economia, che non è solo crisi finanziaria come molti vogliono far credere, non ammette soluzioni semplicistiche e banali. Non ammette l’assunzione di facili ricette date per scontate. Richiede coraggio, invece, nell’ammettere di aver sbagliato strada, di essersi spinti troppo oltre. Vale per il settore finanziario e vale per il settore vinicolo. La riflessione sul marketing, in questo senso, dovrebbe rientrare in una riflessione più generale sulla nostra economia e sulla nostra società.