domenica 7 giugno 2009

Musica Distesa 2009

Silvia's magic hands: i vinili, il boogie,il missisipi,gli umori di seattle,il rumorismo e le campagne folk inglesi,hanno impregnato il suono di quell'odore indipendente e metropolitano. Canzoni semplici,ma irriverenti e nervose nella forma assunta:sottofondo da club fumosi,diapositive ingiallite e strumenti impolverati. Fruscii di giradischi,schiene inarcate ed i piedi si ritrovano a portare il tempo su mozziconi di sigarette.
Il Pan del diavolo: originalissima mistura di folk, bluegrass e country in salsa siciliana. Pochi strumenti acustici per una straordinaria energia musicale al servizio di testi irriverenti e diretti.
Ettore Giuradei: un concerto seducente e partecipato, un viaggio onirico tra dolci ballate, rumori violenti, fiabe cantate, luci giocate in cui emerge un linguaggio teatral-musicale continuamente spiazzante. Ettore Giuradei e’ un songwriter moderno, un grande talento a metà strada tra lo sbraco di Paolo Rossi, la gigioneria di Capossela e l'imbarazzo di un talentuoso ma timido commediante al primo provino.
Thony: soffici ed intriganti melodie di chitarra, una densa e intensa vocalità, in bilico tra aggressività e fragilità, tra passione e disincanto.
Emidio Clementi: fondatore e cantante dei Massimo Volume, gruppo storico del rock indipendente anni Novanta appena tornato sulle scene, e autore di quattro romanzi di successo. Chiuderà la rassegna con un reading dal suo ultimo libro “Matilde e i suoi tre padri”, accompagnato alla chitarra da Stefano Pilia, chitarrista nella attuale formazione dei Massimo Volume.



sabato 30 maggio 2009

Fuori dalla crisi?

Le cifre scivolano via. E quasi non si fa più caso al loro significato più profondo. Prodotto Interno Lordo 2008 -1%, Prodotto Interno Lordo 2009 -5%, disoccupazione nel 2010 al 10%, tassi di interesse prossimi allo zero, inflazione ai minimi da più di 40 anni. E’ il bollettino di guerra della relazione del Governatore della Banca d’Italia di ieri. Ovviamente i media si sono lanciati sui segnali di ripresa, sull’inversione di rotta, sulla ritrovata stabilità dei mercati finanziari, ed è giusto così. Siamo nel fondo della peggiore crisi del capitalismo dagli anni trenta del novecento (perché questo è quello che ci dicono i numeri a livello mondiale) ed è del tutto chiaro che si tenti di sopravvalutare i segnali della ripresa. La realtà, però, suggerisce grande cautela. La disoccupazione è in crescita, ed è una naturale risposta del mercato del lavoro al crollo dell’economia. Ma gli effetti della disoccupazione in termini di caduta del potere di acquisto e, dunque, di ulteriore calo della domanda, si protrarranno nel tempo e in questo contesto i governi, essendosi già dissanguati per rifinanziare le banche, avranno grossi problemi nello sviluppare politiche di sostegno dei redditi e di contrasto della disoccupazione.
Quello che, però, appare più preoccupante è che il flebile ottimismo tornato sui mercati sembra offuscare ogni ragionamento, che pure era cominciato, sulla natura sistemica di questa crisi. Come se, dopo i naturali rimbalzi delle borse rispetto a quotazioni che erano in certi casi quelle di più di dieci anni fa, si possano agevolmente dimenticare o, peggio ancora, travisare, le cause di questa crisi.
Gran parte dell’establishment economico ci racconta che la crisi è stata colpa di alcune banche “impazzite”, di un mercato americano che ha perso il controllo, di speculazioni finanziarie mal controllate. In definitiva, detta così, parrebbe un accidente di percorso all’interno di un sistema altrimenti sano e valido. Eppure un calo della ricchezza nazionale del 5% in economia è un fatto moltorilevante, se non devastante, specie in un paese come l’Italia dove la dinamica salariale è ferma da anni. In realtà la spiegazione “finanza malata” è vera ma fino ad un certo punto.
Come diversi economisti progressisti hanno fatto notare (Rubini, Stiglitz, Krugman, Napoleoni, ecc.) in realtà la “finanza malata” è stata un effetto di alcune precise politiche economiche. La cosiddetta “economia dell’offerta” degli anni ottanta: una ideologia politico-economica (chiamata poi neo-liberismo) che ha letteralmente messo le chiavi della crescita economica nelle mani dei banchieri centrali e delle istituzioni finanziarie. Bassi tassi di interesse, bassa inflazione, basso livello di tassazione, privatizzazioni, scarsa regolamentazione dei mercati finanziari sono divenuti i principi di un paradigma economico che ha retto per quasi trent’anni e che, ovunque nel mondo, ha avuto l’effetto di elevare le rendite, abbassare i salari reali, aumentare il debito di imprese e famiglie, creare una crescita economica artefatta perché trainata da settori che si prestano naturalmente a bolle speculative (edilizia e finanza in primis). Quello stesso paradigma veniva poi adottato dagli organismi internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale innanzitutto) che ne applicava i principi anche nei paesi in via di sviluppo distorcendo in modo significativo le economie dell’intero pianeta.
La crisi era già in atto prima di settembre 2008 quando esplose in modo devastante con il fallimento di Lehman Brothers. Una crisi certamente legata ai problemi del credito e, dunque, al sistema finanziario. Problemi che, però, a loro volta nascevano da una assoluta sproporzione nel peso assunto da tale settore nelle economie nazionali, dove da troppi anni i consumi e gli investimenti anziché derivare da potere di acquisto reale (salari e risparmi) si sono basati sull’indebitamento (privato e pubblico). A tutto ciò si aggiunga che interi settori dell’economia produttiva, come quello fondamentale dell’energia, sono rimasti privi per anni di sostanziali e reali innovazioni e che in qualche modo gli enormi disavanzi pubblici derivanti dai salvataggi bancari dovranno essere ripianati. Si può facilmente intuire come la crisi del capitalismo, dell’ultimo capitalismo, sia lungi dall’essere superata.
Oggi molti di coloro che più evidentemente si erano esposti verso politiche neo-liberiste tessono le lodi dell’intervento pubblico in economia e parlano di protezionismo e di regole per i mercati. Fra destra sociale e sinistra liberale, tutto oggigiorno si confonde. Ma è una facciata. Tutto cambi perché nulla cambi. Ci attendono le elezioni europee. Per un parlamento che vede Popolari e Socialisti essere più o meno egualmente responsabili delle politiche di questi ultimi anni, nel bene (lo Stato sociale non si è dissolto) e nel male (l’Unione Europea è stata basata su solide basi monetariste e neo-liberiste).
In una campagna elettorale assolutamente priva di contenuti è scomparso il tema delle grandi riforme economiche, come se la crisi fosse già un lontano ricordo. Una nuova indicizzazione dei salari? Una tassazione internazionale delle rendite finanziarie? Un nuovo sistema di cambi fra vaste aree monetarie (dollaro, euro, yen, yuan)? Un grande piano per le energie rinnovabili, l’innovazione e la ricerca? La nazionalizzazione di una parte del sistema creditizio? L’unione europea delle politiche fiscali e non solo di quelle monetarie? Intanto abbiamo salvato il salvabile, si dice, poi si vedrà.
Intanto, la decrescita si è materializzata. Non più nei libri e nelle disquisizioni di qualche radical-chic di sinistra che sogna una nuova economia. Ma in una recessione dura che non trova spazio sulle televisioni o nei giornali e che secondo il linguaggio freddo degli economisti si riassume in un numero: -5% nella misura del nostro benessere materiale.
Non resta che attendere i risultati del voto per capire quali indicazioni i cittadini europei vogliano dare alla classe politica. In Italia, purtroppo, lo sappiamo già.

sabato 23 maggio 2009

Musica Distesa III

Programma

Lunedì 22 giugno – ore 18.00
Jesi, Palazzo dei Convegni:

Inaugurazione della Mostra di pittura di Alessandro Grazian “Figure”.
Presentazione della 3° rassegna “Musica Distesa”.
La mostra resterà aperta sino al 28 giugno.

Martedì 23 giugno – ore 20.00
Rosora, Centro Sociale – Circolo ARCI Cs
:
Spazio emergenti: SOLINDO, JAM BREAK, MAMUTH Live@Angelidirosora

Mercoledì 24 giugno – ore 21.00
Moie, Biblioteca La Fornace:

“Sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete”: Fabrizio De andrè e l'amore, un percorso unico fra testi e musiche, letture e canzoni.

Venerdì 26 giugno
Cupramontana, Agriturismo La Distesa:

Ore 17.00 Apertura stands eno-gastronomici
Ore 19.00 Cena
Ore 21.00 Concerto ENIVE (Pesaro)
Ore 22.00 Concerto SILVIA’S MAGIC HANDS (Forlì/Cesena)
Ore 23.30 DJ set

Sabato 27 giugno
Cupramontana, Agriturismo La Distesa:

Ore 14.30 Massaggi, piscina, calcetto.
Ore 15.30 Apertura stands eno-gastronomici e prodotti equi e solidali
Ore 18.30 Aperitivo letterario
Ore 19.30 Cena
Ore 20.30 Concerto STREMAGANZA (Serra San Quirico)
Ore 21.30 Concerto IL PAN DEL DIAVOLO (Palermo)
Ore 22.30 Concerto ETTORE GIURADEI (Brescia)
Ore 24.00 DJ Dondi (funk, elettronica) + DJ Dado (house, minimal, techno) da radiocittàfujico (Bologna)

Domenica 28 giugno
Cupramontana, Agriturismo La Distesa:

Ore 14.30 Massaggi, piscina, calcetto
Ore 15.00 Apertura stands eno-gastronomici e prodotti equi e solidali
Ore 17.00 Arena di libera poesia
Ore 18.00 Aperitivo
Ore 19.00 Cena
Ore 20.00 Concerto THONY (Roma)
Ore 21.30 Reading EMIDIO CLEMENTI (Massimo Volume - Bologna)
“Matilde e i suoi tre padri”. Alla chitarra Stefano Pilia.

Organizzazione: Cupraliberacupra/I soliti sospetti * Direzione artistica: Giuliano Dottori. * Artwowk: Alessandro Grazian.* Ufficio Stampa: Stefania Cesari. * Enogastronomia: GAS Cupra. * Possibilità di campeggio * Alloggi e promozione del territorio: www.cupramontana-accoglie.it  Per info: 3341976342 – cupraliberacupra@tiscali.it

venerdì 15 maggio 2009

Vini, libri, bambini ed allergie

Trovo insopportabili certi atteggiamenti della popolazione altoatesina nei confronti degli italiani, soprattutto in considerazione dei molti privilegi che lo status di Provincia Autonoma garantisce loro. La sensazione che si prova è davvero quella di una progressiva e inarrestabile pulizia etnica nei confronti della minoranza italiana (per non parlare degli extra-comunitari). Nulla di totalmente illegale, per carità, ma si respira la netta sensazione di una costante discriminazione. Ciò premesso, non potevo esimirmi, devo sottolineare quanto bello sia il "giardino sudtirolese" e quanto buoni i suoi vini.
Alcune note: Haderburg Metodo Classico Pas Dosé 2004 è uno stupendo spumante, salato, minerale, lunghissimo in chiusura, fine. Una vera sorpresa da Salorno, il primo villaggio dell'Alto Adige. Di questa cantina molto valido anche il Gewurztraminer che viene dalla Val d'Isarco. Ottima degustazione da Stroblhof (il cui consulente è nientemeno che Hans Terzer), con tutti i vini di ottima fattura, ma in particolare ho apprezzato: il Pinot Bianco Strahler 2008, una rivelazione. Pulitissimo, vivace, dritto come una spada, dalla ottima concentrazione, si presenta con netti sentori di anice, menta, agrumi. In bocca chiude balsamico, ammandorlato, secco. Molto buono anche lo Chardonnay Schwarzhaus 2007 affinato in botte grande, minerale, gessoso, molto complesso, ancora chiuso  in se stesso, sapido e verticale, molto fine. Il Pinot nero Riserva 2006 è molto articolato, con sentori di lampone, fragolina di bosco, ciliegia, una leggera evoluzione verso il cuoio e il cacao, asciutto, austero, sostenuto da una acidità contagiosa e da tannini equilibrati: veramente un grande Pinot Nero. Non poteva poi mancare una realtà cooperativa. L'intera gamma "alta" della Cantina di Caldaro è impressionante per pulizia olfattiva e rapporto prezzo/qualità. In particolare mi hanno colpito ancora il Pinot Bianco 2007, molto fresco, fragrante, pieno di nerbo e persistenza, dominato dalla mandorla e da una freschezza erbacea, il Lago di Caldaro 2007, è uno splendido esempio di Schiava bevibilissima, piacevole, facile, "estiva".
Ultimamente ho letto: Sardinia Blues di Flavio Soriga, un buon libro, scritto in modo moderno,una sorta di viaggio pop dentro ad una Sardegna ai più sconosciuta; Matilde e i suoi tre padri di Emidio Clementi, cantante dei Massimo Volume: un altro buon libro, scorrevole, ben narrato, forse dalla chiusura un pò troppo rapida. Sto leggendo La solitudine del maratoneta di Alan Stillitoe, per ora micidiale, cinicissimo, punkrock ante litteram.
Si resiste in preda a starnuti, congiuntiviti e respiri mozzati, causa una impollinazione impressionante dovuta al caldo improvviso. E nel frattempo Giulia si sveglia di notte, Giacomo si scatena di giorno, ci sono i vigneti da trattare, i pali del nuovo vigneto da piantare, i vini da imbottigliare, i cartoni da spedire, l'erba in giardino da tagliare, la piscina da scoprire, le colazioni da preparare per i clienti dell'agriturismo. Si resiste. O almeno ci si prova.

 

venerdì 8 maggio 2009

Primi di maggio

In partenza per l'Alto Adige, in cerca di vini emozionanti. In cerca di una sosta. Di un attimo sospeso. Come lo scorso fine settimana. Gli amici. Calpestare li nostro vigneto comune, il nostro nuovo giocattolo, il nostro nuovo legame. E poi un brindisi, due carezze ad un pallone, la convinzione che la vita può anche essere tutta lì: in una grande giocata, in uno stupido scherzo, in una battuta cretina. Siamo stati bene. Sono stato felice. Leggero. Sorseggiando un bicchiere di vino primaverile, guardando quei visi invecchiati, e sempre uguali, ricordando per un attimo alcuni momenti di quindici anni prima. Che sembran tanti ed invece no. 

giovedì 30 aprile 2009

Vini naturali al Vinitaly?

In un recente post (che potete leggere qui) Franco Ziliani nel suo seguitissimo blog Vinoalvino lancia un avvertimento ai vignaioli "naturali". Attenzione, si legge, la grande industria vuole mettere le mani anche sulla vostra nicchia ed il colpo di mano avverrà attraverso l'inclusione delle fiere alternative nel calderone di Vinitaly.
Premesso che a me, innanzitutto, interessa fare vini buoni, però da tempo frequento il "giro" dei produttori naturali e ad essi vengo spesso, e per certi versi a ragione, accomunato. L'avvertimento, dunque, dovrebbe interessare anche il sottoscritto.
In realtà credo che Ziliani stavolta sbagli. Non so quale sia la sua fonte ma mi pare molto difficile che manifestazioni come Vino, Vino, Vino o VinNatur possano trasferirsi dentro a Vinitaly. Conosco chi le organizza e mi stupirei parecchio. Ma anche se dovesse succedere, non penso che alcuna commistione fra grande industria enologica e artigianato di vigna sia dietro l'angolo. 
Sono troppo ottimista? Può essere. Eppure, se è molto facile per una piccola azienda fare vini seriali, costruiti, tecnicamente perfetti (è ciò che è successo in questi ultimi anni), trovo che sia pressoché impossibile per un colosso enologico fare vini con una identità univoca, casuali, imperfetti in modo geniale, come quelli di molti dei miei colleghi "naturali". Troppe sono le variabili in gioco, non sto ad elencarle, ma una in particolare fa la differenza: il carattere, lo stile, l'approccio, unico ed irripetibile del vignaiolo. 
Di furbetti già pullulano le fiere alternative. Il problema non è questo. Già il fatto che la cosa sia risaputa dimostra che il palato non mente e qualcuno se ne è accorto. Ed è del tutto ovvio che se un settore tira esso diventi appetibile per chi fa business. Mi stupirei del contrario. Il problema, semmai, potrebbe essere quello di una confusione nell'immagine, nella comunicazione, nel marketing. Se non fosse che l'immagine dei vini veri o naturali non è assolutamente univoca né facilmente identificabile. Troppo diversi gli approcci, le filosofie, le culture dei protagonisti: si pensi, solo per fare un esempio, alla differenza fra un bianco macerato di Radikon ed un Trebbiano di Emidio Pepe. Non credo che stare dentro a Vinitaly cambierebbe granché la questione. 
Il punto qual è, allora? Io credo che, alla fine, si torni sempre al buon vecchio Critical Wine di veronelliana memoria. Un produttore che autocertifica il proprio lavoro, un consumatore critico visto come co-produttore, una filiera il più possibile accorciata. A questo punto che si stia in un centro sociale o dentro Vinitaly poco cambia, se non la piacevolezza e l'utilità o meno del luogo. Ma quel che conta davvero sta dentro al bicchiere ed è un mix irripetibile di terroir, naturalezza e passione del vignaiolo. Che intriga non in quanto espressione di una moda o di un gusto, ovviamente passeggeri e sensibili al contesto, ma in quanto espressione di rapporti sociali, culturali, storici. E per questo "veri".   

sabato 25 aprile 2009

martedì 14 aprile 2009

Gustonudo

Sabato e domenica 18 e 19 aprile sarò a Bologna per la terza edizione di Gustonudo, fiera di vignaioli indipendenti, nonché uno dei tanti percorsi nati dall'esperienza fondamentale di Critical Wine. E' una bella manifestazione, organizzata dall'amico Teo Gattoni, oramai a tutti gli effetti distributore di vini buoni e bio. 
Per info su orari, programma ed eventi collaterali visitate il sito www.gustonudo.net.
Porterò in anteprima il Terre Silvate 2008, fresco di imbottigliamento.  

venerdì 10 aprile 2009

Scosse

Non eravamo ancora a cupra nel 1997/8 quando vi fu il terremoto dell'Umbria che fece ingenti danni anche qui. Chi c'era ovviamente lo ricorda con grande angoscia. 
Non abbiamo sentito la scossa del 6 aprile in Abruzzo. Il sonno mio e di Valeria, evidentemente, è in questi giorni davvero profondo. 
Abbiamo, però, sentito distintamente alcune delle scosse successive, in particolare quella di ieri sera. Pur essendo scosse brevi e non intense, movimenti tellurici che provengono da lontano, la sensazione non è affatto piacevole. Specie con due bimbi piccoli. E pure dovremo abituarci. Tutti gli Appennini sono zona sismica e piccole scosse o sciami sismici vengono registrati costantemente. 
La vicenda del sisma abruzzese al di là delle inevitabili polemiche insegna, ancora una volta, quanto noi italiani siamo lontani da una politica della prevenzione e della programmazione. Paesi con grande rischio sismico come il Giappone o la California hanno insegnato che si può convivere con il terremoto. Servono cultura, formazione, risorse, volontà. Serve una più razionale gestione del rapporto coi fenomeni naturali: la solidarietà dopo un evento disastroso è una grande cosa. Ma il risparmio in termini di vite umane e risorse economiche di una adeguata prevenzione è ciò che dovrebbe contraddistinguere un paese progredito. 
I terremoti o le alluvioni non si possono prevedere. Ma abbiamo tutte le informazioni statistiche, geologiche e fisiche per monitorare il rischio e sviluppare politiche conformi a quel dato livello di rischio. Certo, televisivamente parlando fanno più scena gli interventi di emergenza rispetto ad una lenta, costante, silenziosa opera di prevenzione. Ma questo vale, forse, per qualunque tema politico. Il grande annuncio porta sempre più voti del quotidiano impegno. 
E' il consenso, baby. E' il segno delle nostre democrazie.  

 

mercoledì 1 aprile 2009

Sorprese e delusioni

Ne avevo già parlato l’anno scorso. Durante la fiera Pro-wein solitamente vengo invitato ad una cena sempre molto piacevole ed interessante. L’ospite è l’amico Ulf Nilson, svedese, enotecario in zona Colonia ma soprattutto grandissimo appassionato di vini. Durante la cena si degustano una serie di bottiglie anonimizzate su cui ci si scatena in epiche discussioni per giungere il più vicino possibile ad indovinare zona di origine, vitigni presenti ed età del vino in questione. Le bottiglie sono provenienti dalla cantina personale di Ulf che contiene 3000 veri e propri gioielli provenienti da ogni parte del mondo.
Le degustazioni alla cieca sono fondamentali per non lasciarsi influenzare in alcun modo dal marchio, ragionando in modo libero e critico solo sul bicchiere. Le sorprese sono assicurate.
Ecco qualche nota sui vini di quest’anno, in ordine di apparizione sulla tavola:
Cremant de Luxembourg Chardonnay Poll Fabaire. Un metodo classico non particolarmente entusiasmante privo, nonostante l’origine molto nordica, di acidità e freschezza. Champagne Gosset Grand Millesime 1999. Champagne di gran classe da una delle più vecchie maison. Naso complesso e bocca molto morbida considerando il vino. Una gran bella beva. Tocai Friulano Collio Maurizio Princic 1998. Un grande vino dominato da note evolute ed ossidative al naso. Asciutto, complesso, salato e molto lungo. Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Terre Silvate La Distesa 2005. Mi astengo dai commenti. Ulf mi ha fatto un bel regalo già scegliendolo, perché significa proporlo in mezzo a grandi vini. Non l’ho riconosciuto (ho pensato ad uno Chenin blanc della Loira) ma la maggioranza dei commensali l’ha battezzato come Borgogna ed è molto piaciuto. Si pensi alla mia contentezza… Puligny Montrachet 1er cru Buzereau Emonin 2003. Il Borgogna è poi arrivato ed è stata, per me che adoro il Montrachet, una gran delusione. Vino dominato da un rovere eccessivo, con un naso monotono ed una bocca eccessivamente morbida. Certamente c’è anche un problema di annata non esaltante. Gruner Veltliner Wachau Freie Weingartner 2000. Gran bel vino, dalle note minerali di kerosene e pietra, oltre che elegantemente agrumate. Non a caso lo abbiamo scambiato per Riesling. Forse solo un po’ troppo “dolce” per i miei gusti. Mi conferma, però, la grandezza di questo vitigno che ho scoperto l’anno scorso in Austria. Lukase Reserv rod Gute Vingard. Un divertissement di Ulf: uno dei vini più nordici al mondo, proviene da un’isola svedese e da viti ibride (vitis Labrusca). Subito battezzato come vino del nord (pensavamo a qualche vino tedesco), è stato massacrato. Cabernet Dorsa Pfalz Kreutzemberger 2004. Ottimo vino di una zona “calda” della Germania, ottenuto da un incrocio fra Cabernet ed un vitigno locale. Pieno, tannico, originale. Una bella sorpresa da una regione della quale conoscevo già un paio di ottimi produttori di Pinot Nero. Vina Aliaga Navarra Antonio Corpus 2002. Una Grenache che ci ha messo molto in crisi. Vino un po’ stanco al naso, sebbene complesso, e scomposto ed irruente in bocca. Diverse le intuizioni senza fondamento anche se Pietro “Pedro” Majnoni si è avvicinato molto parlando di Languedoc. Pommard Les argillieres Domaine Lejeune 1998. Vino che abbiamo azzeccato. Nulla più che discreto, soprattutto per gli amanti del village in questione. Animalesco il naso, ancora molto dura la bocca. Chissà cosa ne sarebbe stato nel 2019… Ribera del Duero Tinto Pesquera Riserva 1998. Grande sorpresa, un vino elegantissimo, austero, nobile. Ci ha messo in grande difficoltà (io l’ho scambiato per un grande Nebiolo ed invece trattasi di Tempranillo in purezza). Nessuna traccia di legno o di sovra maturazione e invece note elegantissime di tabacco e goudron e rosa. In bocca dritto, asciutto con tannini ben presenti ma fini. Saint Julien Bordeaux Grand Cru Classée Chateau Gruad Larose 1998. Altro vino su cui abbiamo ragionato molto senza granché capirci. Dapprima inquinato da una nota evidente di brett, si è aperto dopo una lunga ossigenazione risultando, però, davvero troppo tannico e duro e con note poco eleganti di frutta matura. Pur con l’alibi di una probabile gioventù, il vino è stato però deludente considerando il blasone. Brunello di Montalcino Riserva Biondi Santi 1980. La delusione della serata, considerando anche il prezzo del vino in questione. Una stilettata al cuore di chi difende il Brunello classico ed il Sangiovese puro. Dapprima un po’ chiuso al naso. Poi si è aperto su note piuttosto classiche e molto piacevoli, floreali e di amarena, ma senza una grande progressione nel bicchiere. Completamente scollegata la bocca, acida e amarognola. Vino corto e senza alcuna dinamica. Duro senza essere austero, acido senza essere minerale. Barolo Borgogno Riserva 1964. Qui ci siamo semplicemente inchinati alla grandezza del Nebiolo. Certamente un po’ stanco ed evoluto, giunto alla fine della sua parabola. Eppure ancora in grado di regalare emozioni con una bocca ricca ed austera, frutto di una acidità vibrante, e con note terziarie raffinate di sottobosco, funghi, cenere, erbe.
Che altro dire? Una serata ancora una volta divertente ed emozionante da cui non si può che imparare.    

venerdì 27 marzo 2009

Appuntamenti fieristici

Da domani e fino al 31 sarò a Dusseldorf per Pro-Wein. Mi troverete allo stand dei "Piccoli Produttori - Grandi Vini", Halle 3 stand D145. Sarà un momento importante per verificare la reazione dei mercati del nord-europa alla crisi.
Poi sarò a Verona, ma solo nella giornata di venerdì 3 aprile, ospite dello stand dell'amico Filippo Antonelli a Vinitaly. Lo stand si trova in Regione Umbria. A verona, invece, misurerò lo stato del mercato italiano e di quello americano e giapponese. Dopodiché vedremo che 2009 ci attende.
Consiglio a chi dovesse transitare per Verona le consuete fiere "alternative", a Villa Boschi e a Villa Favorita. In particolare la prima, Vino Vino Vino, che riunirà quest'anno diverse anime del mondo bio-naturale. Mi sarebbe piaciuto partecipare ma purtroppo le spese e gli impegni sono molti e scarse invece le risorse. Specialmente in fatto di tempo e di energie nervose.  

mercoledì 18 marzo 2009

Progetto κοινη: un nuovo vigneto, un nuovo aiutante

Ieri abbiamo finito di impiantare un vigneto nuovo. Con questo impianto parte ufficialmente il progetto κοινη, dal greco "comune". Di cosa si tratta? Si tratta del nuovo percorso, appunto comune, di un gruppo di amici con una lunga storia alle spalle. Si tratta della messa in comune di risorse, passioni, energie per arrivare alla produzione di un grande vino rosso, sotto la guida ed il marchio La Distesa. Si tratta per il sottoscritto di una nuova sfida agronomica ed enologica, anche per la tipologia di impianto, da condividere con gli amici di sempre.  
Ho pensato a un impianto con fittezze molto elevate (circa 6500 piante ad ettaro) e ad una conduzione ad alberello. Due novità assolute per il territorio di Cupramontana. I vitigni prescelti sono il Sangiovese, il Montepulciano e la Vernaccia nera. Sono stati scelti molti cloni differenti per ogni vitigno così come differenti portainnesto, in modo da creare la massima bio-diversità. 
L'emozione è grande. Da una parte c'è la gioia di condividere questa avventura con persone che vedo sempre meno ma che hanno segnato una parte importante della mia vita e con cui vi sono ancora sintonie e concordanze. Dall'altra c'è la sensazione tutta particolare che ci accompagna quando si fa qualcosa destinato a durare nel tempo: tutto ha un peso specifico differente perché c'è la consapevolezza di iniziare un percorso che non ha una data di scadenza. Ci sono vigneti con 50 o 60 anni di età, e ciò significa che molto probabilmente le barbatelle piantate in questi giorni ci sopravviveranno.
Infine mi fa piacere condividere questa situazione con Giovanni Loberto, giovane enologo milanese appena diplomatosi. Da gennaio lavora in azienda, affiancandomi in tutte le attività principali, dalla campagna alla cantina. In una fase di crisi come quella attuale in cui tutti sembrano ridimensionare la forza lavoro, la collaborazione di Giovanni è un investimento che ho pensato di compiere per far crescere ancora l'azienda dal punto di vista della qualità. Molti sono i progetti in cantiere, oltre a questo nuovo vigneto. C'è tanto da fare: per migliorare sempre, per inseguire ancora nuove sfide, per realizzare almeno qualcuno dei sogni che ci riempiono la testa.
 
  

domenica 15 marzo 2009

Mauro Pagani a Moie

Che gran concerto ieri sera alla Fornace di Moie! Mauro Pagani, accompagnato da Eros Cristiani alle tastiere e Joe Damiani alla batteria, ci ha condotti lungo un percorso che ha riunito il progressive con cui è cresciuto e che ha segnato gli inizi della sua carriera (brani di King Crimson, Genesis, Jethro Tull, PFM, Area), il sodalizio con De André (Brani da Creuza de ma) e i brani del nuovo disco (Domani).
Recentemente avevo visto la PFM di Mussida e Di Cioccio rifare De André ed loro i cavalli di battaglia. Grande concerto anche quello, certamente più elettrico e rock nell'intenzione. Ieri sera c'era un approccio diverso, forse più jazzistico e cantautorale, ma certamente il livello è stato altissimo ed è risultato molto stimolante vedere come alcuni pezzi italianissimi reggano il confronto con il meglio del rock internazionale anni settanta. Quel tipo di musica italiana era davvero avanti, sia che si parlasse il linguaggio della musica "progressiva", sia che si parlasse secondo la poetica "etnica" e cantautorale del grande Faber.  In questo senso la figura di Pagani si configura davvero come uno straordinario collettore di tendenze, esperienze, percorsi musicali diversi e coerenti al contempo. Una sorta di Ry Cooder italiano, con il valore aggiunto di una cultura umanistica tipica dello spirito europeo.
Per la cronaca: il concerto, inserito nella rassegna Controcanto, era gratuito. Complimenti ad Arci e Provincia di Ancona che l'hanno reso possibile.  

venerdì 6 marzo 2009

La mia Bruce crisi

Non è la prima volta. E non sarà l'ultima. Ma certamente sono in piena Bruce crisi. Lo capisci quando la voglia di ascoltare l'ultimo disco non c'è; lo senti quando ti scorrono di fronte le date del nuovo tour e non riesci a deciderti; ti è chiaro mentre Massi ti lancia l'idea di andare a Dublino e tu tergiversi; ti è lampante quando ricominci ad ascoltare il bootleg di Genova '96.
Dunque, andiamo con ordine. Workin' on a dream non ha aiutato, questo è certo. Ma non è la causa. Il disco in sé contiene un paio di canzoni davvero brutte, ha un paio di canzoni inutili, ha dei suoni a volte discutibili. Ma ha anche un pugno di canzoni meravigliose, è suonato divinamente dalla prima all'ultima nota ed è pieno di idee e melodie. Non voglio entrare nel merito. E' uno Springsteen ancora diverso e, per certi versi, coraggioso. 
Il problema è un altro.
Il problema è che sono cresciuto che per avere un disco di Springsteen bisognava aspettare anche 4 anni. Sono cresciuto che per avere del materiale video bisognava scambiarsi loscamente VHS scoloriti in qualche fiera di settore. Sono cresciuto senza Greatest hits o Essentials o altre operazioni commerciali. Sono cresciuto che Springsteen non rilasciava interviste o, comunque, aveva un rapporto davvero minimale con la stampa. Alla fine degli anni ottanta sono cresciuto, cioé, con l'idea che Springsteen non fosse come tutti gli altri. Che fosse un alieno. Una cosa strana: assolutamente dentro al mainstream discografico ma al tempo stesso lontano anni luce da esso nelle scelte artistiche. 
Questa presenza/assenza significava una moltiplicazione assurda e fanatica del desiderio, che esplodeva nei concerti dal vivo (fino al 1996 davvero pochi in Italia) e nella isterica ricerca del bootleg definitivo. Ma significava anche, dall'altra parte, che ognuna delle parole scritte o delle note suonate aveva un peso semantico devastante. La leggenda di Bruce si è dipanata negli anni settanta e ottanta tramite i meccanismi potenti della creazione mitologica, per quanto concerne la densità di testi e musiche, e del passaparola per quanto concerne la comunicazione.
Negli ultimi anni, invece, è stato pubblicato di tutto. Raccolte, inediti, DVD, anniversari, progetti solisti, dischi tributo e chi più ne ha più ne metta. Articoli di giornale, retrospettive, interviste, apparizioni televisive, speciali radio e tivvù sono venuti di conseguenza. Si aggiunga a questo il fatto che dal 1999 in avanti, salvo rari momenti, il nostro è venuto in tour continuativamente in Europa ed Italia. A volte con risultati altalenanti (vedi tour 2003 e 2005). Tutta questa sovraesposizione se, da una parte, ha fatto riesplodere interesse per quella che a metà degli anni novanta era ormai solo una vecchia icona rock in fase decadente, dall'altra parte ha, a mio avviso, pesantemente modificato l'idea di uno Springsteen "indipendente" dalla discografia o dal sistema dei media.
La realtà è, quindi, che dopo il picco assoluto raggiunto con l'ultimo tour, uno dei migliori da 25 anni a questa parte, c'era bisogno di una fase di decompressione. Di una assenza. Di una riflessione. Di una sedimentazione. Specie in un momento di grande crisi in tutto il mondo. 
La dimostrazione di ciò sono i testi di Workin' on a dream: grande mestiere ma ben poche emozioni. Senza un senso, una direzione. Cosa vuol dire Springsteen con questo disco? Boh. Di fronte a una crisi senza precedenti, il più "sociale" di tutti i cantanti rock se ne esce con canzoni in gran parte allegre e spensierate, o comunque in gran parte intimiste... Proprio quando la carriera di un musicista è così "leggendaria" serve grande attenzione nel muovere qualunque passo. Poiché i gesti e le parole hanno un peso specifico differente. 
Si dice: Bruce voleva solo divertirsi e divertire con un disco leggero (mi vien da pensare: chissà allora il tour...). Bene. Ma ciò non toglie che poi il disco sia stato dato in mano a Wal-Mart per la distribuzione, con grande sorpresa dell'entourage Obama e dei tanti attivisti liberal per cui Springsteen è punto di riferimento; che sia stata fatta la mega-marchetta del Superbowl; che sia stato costruito un tour ben attento a creare sold-out facili, per esempio attraverso la scelta di località balneari o festival molto conosciuti (da sempre evitati da Springsteen); fino all'ultima pugnalata che riguarda Max Weimberg, il colpo di grazia: pare che Max possa saltare alcune date europee perché occupato col suo progetto MW7 in televisione. E pare che verrà sostituito. Ora, a parte il fatto che non esiste nessuno che possa sostituire Max Weimberg nella ESB... Il punto è: ok la scomparsa di Danny e la sua pronta sostituzione, ma la ESB non era la sacra famiglia? Non era "tutti per uno uno per tutti"? Non poggiava proprio sulla irriducibilità della band alle dinamiche classiche dei marchi discografici buona parte del mito Springsteen? 
Ed allora vien da chiedersi: che succede? Che cosa è successo in questi anni? Dove stiamo andando?
Le prime risposte verranno dall'impostazione delle scalette del tour americano che parte in aprile: di tutto abbiamo bisogno tranne che dei soliti pezzi triti e ritriti. Serve un'idea. Serve una impostazione chiara nella scelta di brani che abbiano una coerenza ed un filo conduttore. Serve uno Springsteen che abbia ancora qualcosa da dire. Dell'ennesimo artigiano non sentiamo grande necessità.

mercoledì 4 marzo 2009

Vigneto Spescia

Dal mio letto dove giaccio con 40 di febbre posto questa foto di sabato scorso del vigneto Spescia. Stiamo ultimando le potature, se il tempo ci darà manforte.