lunedì 24 novembre 2008

Prime gelate e olio novo

L'altra sera ha nevicato. Venti minuti di tempesta di neve. Da qualche mattina il gelo ha fatto la sua comparsa. Ieri, alle sette del mattino, l'aria era tersissima, brillante, frizzante. Ho camminato per qualche minuto nel bosco, respirando a pieni polmoni. E mi sono semplicemente sentito bene, vivo, parte di una natura gloriosa.
Ci sono ancora olive da raccogliere e domani farò l'ultimo viaggio al frantoio. Da trent'anni, dicono i vecchi contadini, non accadeva una produzione di olive così impressionante. Dopo due anni di magra torneremo, quindi, a imbottigliare il nostro extra-vergine bio da cultivar Carbonella, Raggia, Frantoio e Leccino. Si accettano sin d'ora prenotazioni: il prezzo sarà di Euro 13 per la bottiglia da 750 ml. Scrivete all'indirizzo distesa@libero.it oppure contatteci allo 0731781230.

giovedì 20 novembre 2008

La terra trema ancora

Con grande piacere sarò ancora presente al Leoncavallo per quella che è una delle tante fertili strade che ha preso nel tempo il progetto Critical Wine. Invito tutti a partecipare a questi tre giorni pieni di incontri, discussioni, grandi vini e belle persone.
Vini e vignaioli autentici, agricoltori periurbani, gastronomie autonome 28, 29 e 30 Novembre 2008 - MILANO
Il 27 novembre 2008 il Leoncavallo subirà l'ennesima ordinanza di sfratto del tribunale di Milano. Il 28, 29 e 30 Novembre 2008 ci sarà La terra trema al Leoncavallo. Hanno aderito e saranno presenti più di cento piccole aziende agricole - tra vignaioli provenienti da tutta Italia, coltivatori e allevatori (in special modo dal Parco Agricolo Sud Milano e Parco del Ticino) che offriranno in degustazione e in vendita a prezzo sorgente i propri prodotti.
Nel corso dell’evento sono previsti assaggi confidenziali, acquisti diretti, momenti pubblici di confronto, interventi di produttori, degustazioni guidate da assaggiatori esperti e appassionati (tra questi, Gigi Brozzoni e Antonio Rollo. Quest'ultimo condurrà una degustazione dal titolo Io, la barrique e Berlusconi).
Ma non si assaggerà e si parlerà solo di vino. Ci saranno momenti dedicati al miele e alle api con l'apicoltore catanese Antonio Coco, definito 'il pastore delle api': con lui approfondiremo l'allarmante fenomeno della moria delle api intutto il mondo. L’inquinamento unito a un uso dissennato di fitofarmaci mettono in serio pericolo la sopravvivenza di insetti fondamentali per l’ agricoltura e per il pianeta. Incontreremo gli agricoltori allevatori del Parco del Ticino: Luca Sala della Cascina Selva ci racconterà e ci farà assaggiare i suoi formaggi e Pietro Passerini della Cirenaica con i suoi salumi ci farà una lezione speciale.
Presenteremo le Carte della Terra, particolari carte dei vini adottate in spazi sociali e ristoranti (disponibili su www.laterratrema.org/carta-dei-vini). Strumenti di valorizzazione unici per i vini poichè sono gli stessi produttori a raccontare approfonditamente vita e storia dei propri vini. Ecco allora che in queste carte dei vini prendono forma concreta concetti quali il territorio e le pratiche di coltivazione e cantina. Inoltre sono chiaramente espressi i valori qualitativi ed economici delle produzioni: vi sono infatti indicati i prezzi sorgenti e i prezzi finali. Parteciperà Gabriele Corti della Cascina Caremma di Besate, che nel punto ristoro del suo rinomato agriturismo adotta una Carta della Terra.
Nella storica cucina del Leoncavallo ci saranno delle cene a filiera zero curate da uno staff di cuochi particolari che utilizzeranno le materie prime degli agricoltori presenti.
A chiudere le tre giornate ci saranno i concerti (Cozzi Velluto Quartet, Enfance Rouge, Sean Burke Quartet).
Numerose e interessanti anche le proiezioni video come i documentari Our daily Bread di Nikolaus Geyrhalter, Fratelli di TAV di Manolo Luppichini e Claudio Metallo, Biutiful Cauntri di E. Calabria, A. D'Ambrosio, G. Ruggiero e il film La Terra Trema di Luchino Visconti.
Momento di particolare attenzione sarà la Discussione pubblica su Territorio, Agricolture e Cemento nell'anno dell'elezione di Milano a luogo deputato per l'EXPO2015 a cui parteciperanno Cristina Bianchetti (Politecnico To), Roberto Brambilla (Impronta ecologica-Rete Lilliput), Valentina Cancelli (Comitati NO TAV), Carlo Casti (Governatore di Slow Food Italia), Domenico Finiguerra (Sindaco di Cassinetta di Lugagnano), Leoncavallo (Spazio Pubblico Autogestito), Sandro Passerini (Agricoltore), Paola Santeramo (Presidente CIA Lombardia Milano Lodi), Andrea Savi (s.o.s Fornace). Coordina Paul B (La Terra Trema).Milano e l’Expo del 2015, un discorso che impone approfondimenti.Molto si parla di agricoltura, sostenibilità e produzione nella città metropolitana nell’anno della sua elezione a luogo deputato per l’Expo, ma poco veritiere e sincere sono le politiche e le economie mossesi finora in tal senso. Nutriamo forti preoccupazioni per il futuro del territorio agricolo che si estende intorno a Milano, per il futuro degli agricoltori che qui lavorano (che continuano a chiudere e/o vendere). Quegli stessi agricoltori che, certo, oggi si trovano lusingati da promesse di gloria, pubblicità e futuri di vacche grasse.
“NUTRIRE IL PIANETA ENERGIA PER LA VITA. Il diritto ad un’alimentazione sana, sicura e sufficiente per tutto il pianeta”. Possibile dare credito? Possibile credere che Milano voglia nutrire il pianeta quando, incattivita, nell’odio uccide per pochi biscotti? Ci preoccupa che sia stato svenduto mezzo Parco Agricolo Sud Milano. Ci preoccupa che velati dal vessillo di un’agricoltura valorizzata si lavori con cemento, bugie, speculazioni immobiliari. Ci preoccupa che a dare aura ecologica a tutto questo siano state chiamate associazioni come Legambiente e Slow Food. Ci preoccupa che a nascondere tonnellate di cemento, infrastrutture gigantesche, affari, soldi e speculazioni siano stati chiamati i contadini: uomini e donne che con l’amore per il proprio lavoro custodiscono il nostro territorio.
Per questo riteniamo ancora più importante riproporre LA TERRA TREMA al Leoncavallo s.p.a di Milano dal 28 al 30 Novembre 2008.Parteciperanno centinaia di agricoltori con l’intenzione di discuterne e parlarne. Qui continueremo ad immaginare, realizzare, a supportare progetti concreti che nascono da anni di relazioni, discussioni e confronti. LA TERRA TREMA porta a Milano ancora una volta le tracce di un rapporto conflittuale e vivo tra città e agricoltura periurbana; la condivisione di un patrimonio culturale collettivo quale è il sapere enogastronomico; la discussione delle problematiche attinenti il settore agricolo e alimentare. Sotto il nome de LA TERRA TREMA, si riunisce l’agricoltura critica di qualità. Oltre le mode e il marketing del prodotto tipico studiato ad hoc.Vignaioli, contadini, allevatori, piccoli produttori resistono quotidianamente.
LA TERRA TREMA vuole ricordare ancora una volta che agroindustria e grande distribuzione, ipermercati, grandi centri commerciali, ristorazione prefabbricata, sono luoghi della negazione dei diritti, dello sfruttamento, dell’infima qualità del lavoro, della distruzione dei territori, della omologazione di merci e sapori, l’alienazione dei bisogni e del vivere sociale. LA TERRA TREMA, come poche altre esperienze in Italia e in Europa, mette insieme la gente della campagna e i centri sociali metropolitani in una provocazione corale che va addosso all’appiattimento dei sapori, dei sensi, del futuro.
Gli stands dei produttori saranno aperti dalle 15 alle 23.La loro costruzione è il risultato della collaborazione con la Comunità Cascina Contina, che con il suo laboratorio di falegnameria, l’orto, l’allevamento di animali e altre attività persegue la sfida di una casa d’accoglienza per decine di donne, uomini, minori e bambini.

mercoledì 12 novembre 2008

Si coglie l'oliva

Il tempo dei campi è fiera armonia di stagioni vissute
D’ogni dove la luce è chiaro disvelo
Apertura di senso e sostanza
Riposate colline rigonfie respirano piano
Fra schegge di sole assoluto

Il tempo dei campi è strana armonia di autunno passato
Si coglie l’oliva sopra gli alberi centenari
E risuonano voci lontane
Dentro una calma inaudita
Di pace e silenzio fra i rami d’argento

Il tempo dei campi è lenta armonia di inverno assolato
E noi, noi siamo spiriti privi di sogni
Appesi a una vita sparita in un giorno
Strade in discesa nella notte senza ritorno
Alito di vento fra i rami d’argento

Il tempo dei campi è chiara armonia di colori e paure

sabato 8 novembre 2008

Fornovo Taro

Mi è sempre piaciuto molto esporre i miei vini a Vini di Vignaioli, la fiera che Christine Cogez ha "inventato" dal nulla a Fornovo. In pochi anni da piccola fiera di paese questo appuntamento annuale è diventato un importante incontro di livello nazionale che raccoglie gran parte del mondo del vino naturale. I convegni sono sempre molto interessanti e partecipati, a differenza di quanto accade in molti convegni noiosi e costosi organizzati dalle varie Istituzioni. Ma quel che più conta è la bella atmosfera, la sensazione di sentirsi parte di una comunità dai valori condivisi, il piacere di passare qualche giorno insieme ad amici e colleghi di vigna.
Ma la cosa più bella in assoluto è sbranarsi il bollito della domenica sera insieme ad una buona bottiglia di Lambrusco Cà de Noci.    

giovedì 30 ottobre 2008

Barack Obama ed il sogno americano

Ho già parlato di Obama in questo blog. L'ho fatto quando ancora sembrava impossibile la sua vittoria alle primarie. Almeno dal 2004, quando tenne un notevole discorso alla convention democratica per John Kerry, ho seguito la carriera di questo politico. Il motivo è semplice: Barack Obama rappresenta, nel bene e nel male, il sogno americano. Che si ami l'America o che la si odi, quel che è certo è che questa idea è stata uno dei perni centrali dell'egemonia economica e culturale degli Stati Uniti nel secolo scorso. Non so se sarà così in futuro ancora. Non lo credo. E però la figura di Obama riporta al centro del discorso politico la capacità delle società e delle comunità di offrire delle "possibilità". Al centro del sogno americano non sta tanto l'idea di "successo", che invece è una sua fuorviante degenerazione, ma l'idea che ciascun essere umano ha diritto almeno ad una possibilità. E qui sta anche la misura del suo fallimento: perché Obama è in realtà l'eccezione in un paese che, al contrario, ha smesso da tempo di offrire possibilità e scelte ai suoi cittadini ed ai cittadini del mondo.
Mi piace molto la capacità dialettica, la retorica, del candidato democratico. Non sono d'accordo con molte delle sue idee. Certamente non è un pericoloso estremista di sinistra come cercano di descriverlo i Repubblicani. Al contrario, è un moderato. Ma la sua importanza, la sua forza devastante, è quella di rappresentare, anche fisicamente, il cambiamento, dopo i disastri degli ultimi otto anni. 
Ricordo perfettamente la prima elezione di Bush (ero in partenza per l'Etiopia, con mio padre, ne parlammo a lungo, sorpresi) - tra l'altro sto leggendo il bellissimo Uomo nel buio di Paul Auster che colloca quell'evento all'inizio di una immaginaria, ma neanche tanto, nuova guerra civile amaricana. 
Ricordo la seconda elezione di Bush, dopo essere stato in America con l'amico Daniele Tenca a sostenere John Kerry partecipando al Vote for Change tour. Sembrava davvero che l'america democratica si fosse risvegliata.
Sono molto timoroso, quindi, nell'esprimere giudizi sul prossimo voto. Non mi fido dei sondaggi, né del sistema elettorale americano. 
Ma se Barack Obama verrà eletto, so che come Presidente degli Stati Uniti d'America avrà una cosa che non è appartenuta a nessuno dei suoi predecessori. Non è il colore della pelle. E' l'indipendenza dal sistema delle lobby economiche. La campagna elettorale di Obama, infatti, per la prima volta nella storia è stata finanziata per la grandissima parte dalle donazioni di semplici cittadini, sostenitori, elettori. Questo fatto costituisce la vera novità del fenomeno Obama, il vero cambiamento, troppo spesso sottovalutato.

Recentemente Bruce Springsteen ha suonato per sostenere Obama in alcuni Stati "in bilico". Da solo, armato di chitarra acustica come un novello Woody Guthrie, ha raccontato le sue storie. Ma soprattutto ha fatto un discorso. Un grande discorso. Lo riporto qui perché rappresenta bene quello che significano queste elezioni per una parte d'America, per quella parte che si sente tradita, per quella vasta parte che ha dovuto mettere da parte i propri sogni:
"I've spent 35 years writing about America, its people, and the meaning of the American Promise. The promise that was handed down to us, right here in this city from our founding fathers, with one instruction: Do your best to make these things real. Opportunity, equality, social and economic justice, a fair shake for all of our citizens, the American idea, as a positive influence, around the world for a more just and peaceful existence.
These are the things that give our lives hope, shape, and meaning. They are the ties that bind us together and give us faith in our contract with one another.
I've spent most of my creative life measuring the distance between that American promise and American reality. For many Americans, who are today losing their jobs, their homes, seeing their retirement funds disappear, who have no healthcare, or who have been abandoned in our inner cities, the distance between that promise, and that reality, has never been greater or more painful.
I believe Senator Obama has taken the measure of that distance in his own life and in his work. I think he understands in his heart the cost of that distance, in blood and suffering, in the lives of everyday Americans.  I believe as president, he would work to restore that promise to so many of our fellow citizens who have justifiably lost faith in its meaning.
After the disastrous administration of the past eight years, we need somebody to lead us in an American reclamation project. In my job, I travel around the world, and I occasionally play big stadiums, just like Senator Obama. I've continued to find, whereever I go, that America remains a repository of peoples' hopes, possibilities, and desires, and that despite the terrible erosion to our standing around the world, accomplished by our recent administration, we remain for many, many people this house of dreams. One thousand George Bushes and one thousand Dick Cheneys will never be able to tear that house down.
They will, however, be leaving office -- that's the good news. The bad news is that they'll be leaving office dropping the national tragedies of Katrina, Iraq, and our financial crisis in our laps. Our sacred house of dreams has been abused, it's been looted, and it's been left in a terrible state of disrepair. It needs care; it needs saving, it needs defending against those who would sell it down the river for power or a quick buck. It needs a citizenry with strong arms, hearts, and minds. It needs someone with Senator Obama's understanding, temperateness, deliberativeness, maturity, compassion, toughness, and faith, to help us rebuild our house once again.
But most importantly, it needs you. And me. It needs us, to rebuild our house with the generosity that is at the heart of the American spirit. A house that is truer and big enough to contain the hopes and dreams of all of our fellow citizens. Because that is where our future lies. We will rise or we will fall as a people by our ability to accomplish this task. Now I don't know about you, but I know that I want my house back, I want my America back, and I want my country back".
Niente altro da aggiungere: voglio indietro il mio paese, dice Bruce. 
E verrebbe da dirlo anche a me.

domenica 26 ottobre 2008

Vini di vignaioli 2008

Domenica 3 e Lunedì 4 Novembre 2008 sarò come di consueto a Fornovo Taro per la bella Fiera Vini di Vignaioli. Qui di seguito il comunicato degli organizzatori:
"I tempi di "crisi" sono troppo spesso il pretesto di riflessi protezionistici con dei profumi di sciovinismo, se non di pura stupidità. La viticultura francese, solo per citarne una, non manca d’anatemi lanciati contro i vini "stranieri"… La realtà è che la linea di ripartizione del vino come nel resto, non sono le frontiere, ma i criteri di qualità e di autenticità. Diciamo così più semplicemente: la scelta tra il bene e il male, senza manicheismo esagerato, ma facendo riferimento solo al criterio valido: il lavoro del vignaiolo nelle sue esigenze di tradurre e interpretare il terreno che è suo: Vins de vignerons/Vini di Vignaioli. Il carattere inimitabile di un vino più vicino al suo terroir è tutto il significato del concetto della denominazione, che è la prima virtù a fare affidamento su valli, colline, sole, vento e pioggia piuttosto che ai confini amministrativi. 
E' raro - e ancora più prezioso - di vedere «coude à coude», bottiglia per bottiglia, nella stessa degustazione, dei vignaioli e dei vini di paesi cosi vicini e così diversi. Mettete il Beaujolais accanto alla Sicilia, la Champagne accanto alla Toscana, l’Alsazia accanto alla Sardegna, il Rodano accanto al Friuli, la Loira accanto al Veneto, e molti altri ancora: è bello in sé, come una spartito per orchestra con i suoi colori, sfumature e tonalità miste: è gratificante. Quelli che fanno il vino e quelli che amano degustarlo e berlo guadagnano una straordinaria comprensione delle cose, lontana dalle povere banalità dei fabbricante di bevande alcoliche".
Parole che bastano a rappresentare lo spirito della manifestazione.
Per altre informazioni: www.vinidivignaioli.com

giovedì 23 ottobre 2008

Tre grandi vini bianchi

Mi è capitato di bere in tre differenti occasioni alcuni vini decisamente buoni. Vorrei segnalarne tre in particolare. Sono tre vini bianchi che, a mio avviso, potrebbero convincere della grandezza della bacca bianca anche i più accaniti rossisti (fra i quali un tempo v'ero anch'io).
Chateauneuf du pape Vielles vignes 2005 Eric Texier. Degustato alla cieca, dapprima mi era parso un vino nordico, addirittura uno chablis o un alsaziano. E' un vino straordinario. Un assemblaggio di cinque vitigni, dominato dalla spiccata mineralità: idrocarburo ma anche pietra focaia e sasso. Dopo un pò è uscito un carattere "fluviale" ma sostenuto da una straordinaria sapidità e verticalità che non potevano farne un vino del Nord del Rodano. E poi erbe aromatiche, fiori delicatissimi, su uno sfondo di legno integrato in modo mirabile. Mi sono innamorato. Mi ricorda una gran dama francese, in vestito da sera, pronta per andare a teatro.
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore San Michele 2006 Vallerosa Bonci. Un super classico delle mie parti. Vino che conosco molto bene, ovviamente, condividendone Crus ed enologo. Il 2006 subito non mi era piaciuto, così come non mi avevano entusiasmato il 2004 ed il 2005. Troppo morbidi e "piacioni". Riassaggiato pochi giorni fa mi è apparso incredibilmente buono: anch'esso con una nota stupefacente di kerosene e pietra (che generalmente esce nel Verdicchio dopo anni), su uno sfondo di agrumi, ginestra, acacia. La bocca è sì dominata da una morbidezza notevole (dovuta anche all'alcool imponente) ma chiude salato ed amarognolo come deve essere, con una lunga persistenza. Semplicemente il miglior Verdicchio assaggiato ultimamente. Come una giovane attrice italiana, molto bella, che ha ancora molto da imparare ma che ti lascia senza fiato.
Colli orientali del Friuli Galea 1999 I Clivi. E' un tocai friulano fatto al confine fra colli orientali e collio. Ne avevo già parlato. Mi era molto piaciuto a Vini di Vignaioli a Fornovo, dove spero di riuscirne ad avere qualche altra bottiglia. Bevuto con Valeria, ci è apparso ancora sulla cresta dell'onda, fresco, scattante. Nonostante le stupende note evolutive di mandorla, di miele, di frutta matura, in bocca è dritto, molto pieno, lunghissimo. La sua forza sta in una grande eleganza, nel perfetto equilibrio fra una acidità ancora viva, una densità notevole, la piacevolissima chiusura amarognola. Ma soprattutto in una facilità di beva legata non alla semplicità ma alla naturalità. Ti svegli al mattino e ti accorgi che la donna al tuo fianco è meravigliosa e bella esattamente come la sera prima, senza trucco, senza accorgimenti, senza travestimenti.   

domenica 19 ottobre 2008

Giudizi positivi

Dalla guida I vini d'Italia de L'Espresso:
"...Si consolida la personalità di alcuni produttori che urge aggregare al vertice della denominazione: Natalino Crognaletti e la sua Fattoria San Lorenzo, strenuo difensore del Verdicchio "di vigna"; come anche Corrado Dottori de La Distesa, carismatico paladino delle ragioni del vino naturale..."
E ancora: "Singolare figura di "contadino critico", con alle spalle solidi studi (e pubblicazioni) socio-economici, Corrado Dottori è un giovane vignaiolo, ma ha la consapevolezza di un veterano. Da una piccola parcella di vecchie vigne in contrada San Michele, firma alcuni tra i Verdicchio d maggiore persnalità oggi in commercio, ricchi di vibrazioni sapide ma sempre molto attenti alla naturalezza e alla bevibilità".
Giuro, non ho fatto alcuna marchetta... Il Terre Silvate 2007 si becca 17,5/20 e sale sul podio insieme a Natalino e a Bucci, mentre Gli Eremi 2006 prende 16,5/20 ed entra nella top ten. Il Nur 2006 si ferma a 15/20 che comunque è un buon punteggio. Al di là dei punteggi (continuo a pensare che le guide non dovrebbero esprimere punti o classifiche), mi fa molto piacere che l'apprezzamento del mio lavoro vanga da una guida che considero oggigiorno quella più autorevole e coraggiosa.
Un'altra bella recensione per Gli Eremi 2006 viene dalla giornalista Laura Rangoni (qui): 
"...Che piacevole sorpresa! È un verdicchio in purezza, con uve surmature poi maturato in legno. Sarà per questo che mi piace così tanto? Il legno? Il mio amato legno? Al naso subito avvolge con una profusione di fiori ed erbe aromatiche, tra le quali sembrano prevalere la salvia, alcuni dicono la menta. Io ci sento la pesca, magari, azzardando, la mela gialla (la Golden , mi fa notare Daniele). Al palato è rotondo, evoluto, ben strutturato, con un retrogusto di mandorla e vaniglia che impreziosiscono un’imponente vena minerale e mitigano il gesso, rendendo questo vino un’avventura affascinante e raffinata, anche per la notevole persistenza".

mercoledì 15 ottobre 2008

La fine di un mondo

Fa sorridere George W. Bush, il peggior Presidente della storia degli Stati Uniti d’America. Dopo aver vinto le elezioni truccandole, dopo aver trascinato il paese in una guerra che ha dissanguato il bilancio federale, dopo aver sottovalutato e mal gestito l’emergenza creata da Katrina, dopo aver portato il mondo al disastro finanziario con politiche economiche dissennate, ha avuto il coraggio di alzare la cornetta del telefono e chiedere G8 straordinari e misure a salvaguardia della stabilità.
Fa ancor più sorridere che ci sia stato qualcuno dall’altra parte a rispondergli.
Fa sorridere che la guerra in Iraq sia una delle molte cause di questa crisi e non lo dica nessuno. Dopotutto abbiamo esportato la democrazia. Poco importa che la finanza islamica oggi sia ben più solida della nostra e che i cinesi, a breve, siederanno al tavolo dei potenti. Saddam è stato giustiziato. Ma un occidentale sopravvive a Baghdad senza scorta 11 minuti.
Fa sorridere che sia esistito chi pensava davvero che una nazione potesse continuare a consumare più di quello che produceva all’infinito.
Fanno sorridere i potenti del mondo, apparsi impotenti. Ora serviranno migliaia di miliardi di dollari per recuperare fiducia e credibilità. Ed è facile immaginare a chi toccheranno i sacrifici nei prossimi difficili mesi. Le misure approvate recentemente hanno tutte le caratteristiche di una gigantesca socializzazione delle perdite (tanto ormai i profitti sono stati privatizzati da tempo). 
Fa sorridere il governo inglese che con Thatcher e Blair ha privatizzato tutto ciò che era privatizzabile e nel giro di un anno ha già nazionalizzato tre colossi finanziari.
Fa sorridere che dopo avere de-localizzato, in nome della globalizzazione, oggi si dica “bisogna tornare all’economia reale”. Intanto abbiamo trasferito know-how e tecnologie in paesi che oggi producono a costi molto inferiori ai nostri e siamo pieni di call-center e venditori di polizze ma ci mancano i tornitori.
Fanno molto sorridere i tanti giornalisti economici che “siamo quasi fuori dalla crisi” oppure “il sistema è solido” oppure “il mercato correggerà gli squilibri” ed ora invece invocano lo Stato padrone in soccorso di quelli che gli hanno pagato le marchette i questi anni.
Fanno sorridere i molti che “i banchieri sono dei ladri” e ancora fino a ieri facevano la fila a comprare bond argentini, fondi azionari, obbligazioni Lehman Brothers.
Fanno sorridere i tanti che oggi “ci vuole l’etica negli affari” e fino a ieri plaudivano a Ricucci, Coppola, Tanzi e Cragnotti.
Fa sorridere il nostro Presidente del Consiglio. Tanto. Dopo aver discusso in nove minuti una finanziaria che non ha minimamente preso in considerazione questa crisi, lui che tromba per tre ore di seguito e dorme tre ore per notte, ha detto che forse andavano chiuse le borse. Cioè i mercati. Che neanche Lenin… Sì, ma poi ha smentito…
Fa sorridere la sinistra radicale. Ora che potrebbe dire di avere qualche flebile ragione, non esiste più. Per colpa di scarsa lungimiranza politica, di bassi personalismi, di incapacità di innovazione teorica.
Ma soprattutto fanno sorridere Walter Veltroni e gli altri dirigenti del Partito Democratico. Erano comunisti quando non andava più di moda. Allora sono divenuti socialdemocratici, ma non era già più di moda. Sono diventati semplicemente democratici. Ma ora che hanno molti amici nella finanza e hanno finalmente scoperto le magnifiche sorti (e progressive) del mercato, torna di moda improvvisamente l’intervento pubblico. Non ci capiscono più niente. Chissà i loro elettori. Accantonata in fretta e furia la tassazione delle rendite finanziarie promessa nel programma 2006 de l’Unione (roba da comunisti, il mercato non avrebbe gradito), hanno però scippato il TFR degli italiani per regalarlo alla previdenza privata. Proprio quella che sta fallendo in tutto il mondo. Dei geni. Alessandro Profumo, gran capo di Unicredit, è amico loro. Unicredit ha venduto derivati a mezza Italia, comprese molte giunte rosse, compresi alcuni comuni marchigiani. Come credenziali per co-gestire la crisi queste appaiono assai deboli.
Fa sorridere tutto questo. Ma è un sorriso amaro.
Questa crisi economica non è la fine del mondo. Ma rappresenta la fine di un mondo.Quello che appare sempre più chiaro è che indipendentemente dagli andamenti borsistici si sta entrando in una dura recessione. Parola che fa rima con disoccupazione. La storia insegna che i periodi di recessione colpiscono maggiormente le classi deboli. Ed è facile immaginare che i costi sociali dell’aggiustamento macroeconomico verranno sopportati proprio da quelle categorie che già sono in sofferenze: lavoratori dipendenti, famiglie mono-reddito, pensionati, giovani precari.  
Il secolo breve, il novecento, sta finendo in questi giorni per la seconda volta. Il secolo americano finisce d’autunno così come nell’autunno di diciannove anni fa era finito il sogno della Rivoluzione di ottobre. E’ la fine di un orizzonte culturale e sociale, la fine di quello che da qualche tempo viene chiamato Pensiero Unico. L’idea, cioè, che il benessere individuale e collettivo dipendesse dal mercato e che il mercato fosse esclusivamente il luogo del confronto economico.
Questa non è una crisi finanziaria passeggera ma è una crisi di sistema come lo era stata quella del 1929. E come quella crisi ridisegnerà le mappe della geopolitica e del potere economico. Accadrà nei prossimi anni e sarà un fatto ineluttabile. Lo dobbiamo ad una serie macroscopica di errori nelle politiche economiche del governo americano; alle problematiche di un modello di sviluppo insostenibile nel lungo periodo ed incentrato sul consumo dissennato di beni, di risorse naturali, di energia; ad una speculazione finanziaria che è stata voluta libera e globale; ad una Europa troppo timida e basata su principi monetaristi e finanziari prima che su solide basi politiche e democratiche.
La fine del liberismo di cui molti iniziano a parlare dovrà essere la fine delle facili ricette, delle risposte semplicistiche ad un mondo complesso. La fine di un paradigma.
Non sarà la fine della globalizzazione ma porterà alla mutazione della globalizzazione che abbiamo conosciuto finora. E qui sta la grande possibilità, la grande occasione: la costruzione di un un nuovo modello economico e sociale appare ora non solo possibile ma necessaria. Ci sono le competenze teoriche e le forze umane per farlo. Quello che finora è mancata è una chiara volontà politica: la capacità, propria delle classi dirigenti, di trasformare idee, pratiche, progetti, culture in agenda politica globale.
L’alternativa fa rabbrividire: società spaventate ed impaurite in preda ad una grave crisi economica senza chiari orizzonti democratici e cooperativi hanno già mostrato di rivolgersi a uomini della Provvidenza e a governi autoritari.

PS Sono molto contento del premio Nobel per l'economia a Paul Krugman. Non tanto per il ricordo dei suoi modelli di economia internazionale studiati all'università quanto perché ha sempre difeso e diffuso le proprie idee con coerenza in anni in cui il vento della teoria economica spirava in direzioni opposte. E poi le sue critiche alla globalizzazione sono venute molto prima di Seattle ma non si è mai venduto come guru no-global.
Un nuovo paradigma economico non può non vederlo tra i protagonisti, insieme ad Amartya Sen e Joseph Stiglitz.

venerdì 10 ottobre 2008

Stranezze d'autunno

Nell’auto nuova ma usata che ho da poco comprato c’è ancora un’autoradio a cassette. L’altra sera tornando a casa tardissimo, dopo l’intera giornata passata in vigna ed in cantina, vi ho inserito una roba vecchissima. Sì, lo so, sono dei terronazzi pop coi capelli lunghi cotonati. Ma sono passati vent’anni, mese più mese meno, da quando andai insieme a Massi ad ascoltarli in quello che si chiamava ancora Palatrussardi e così ho goduto come una scimmia col rock-metallo dei primi Bon Jovi. A chi storce il naso dico di andarsi ad ascoltare Homebound train dall’album New Jersey (del 1987 o 1988, non ricordo proprio bene). Perché come macchiette da MTV i ragazzi in questione, e specialmente Tico Torres e Richie Sambora, suonavano veramente da paura.
La vendemmia è finita. A breve i commenti. Credo che entrerò in letargo per qualche giorno perché sono stanchissimo.
L'altro giorno vendemmiavo alla Spescia. Raccoglievo, come sempre faccio, in piccole cassette per far arrivare l’uva perfettamente integra alla pressa. Di fianco, in un gigantesco vigneto di decine e decine di ettari, c’era una vendemmiatrice meccanica. L’ho osservata per un pò. Per scuotimento raccoglie gli acini lasciando i raspetti sulla pianta. Insieme agli acini raccoglie, ovviamente, tutto quello che alloggia sui filari in quel momento. Foglie, lumache, api, lucertole, nidi, ecc. Il tutto viene sversato nelle canali. Ovviamente la massa di acini spezzati, mosto e altro viene irrorata di antiossidanti in quantità. Le canali trainate da trattori vengono portate in un punto dove la massa viene riversata in un gigantesco cassone di raccolta che, una volta pieno, trainato da un enorme trattore si fa circa 10 km. di salite, discese e curve per arrivare alle presse della nota azienda vinicola industriale locale. Non so bene che cosa arrivi a destinazione, ma posso immaginare a quali trattamenti enologici venga sottoposto. E so che l’azienda in questione vincerà anche quest’anno i vari premi vinicoli in circolazione. Il vino è generalmente sulfureo ed amaro. Ma evidentemente piace. E chissenefrega delle mille piccole attenzioni, del momento perfetto per la raccolta, delle temperature, dei pH, tanto tutto si può correggere. Forse il coglione sono io. Forse i coglioni siamo noi vignaioli-artigiani che non stiamo a far tanti conti su quanto ci costa un quintale d’uva e su come o dove dovremmo risparmiare.
A proposito, ho bevuto il Nebiolo 2004 di Baldo Cappellano. Grandissimo vino. Elegante, dritto, senza sbavature. Viola, tabacco, sensazioni terrose, tannini veri. Cangiante nel bicchiere. Buonissimo. Forse proprio coglioni non siamo. Forse i coglioni sono quelli che han dato i premi a Brunelli che non eran brunelli. Un pò come quei giornalisti economici che dicevano che andava tutto bene...

lunedì 29 settembre 2008

Si vendemmia


Dopo aver ancora preso acqua e freddo e umidità, dopo manovre sul trattore degne dei migliori rallysti, da oggi ci accompagnano sole, fatica e mani appiccicose... Si vendemmia a ritmi sostenuti in compagnia dei fidati Pietro ed Elena e delle Woofers 2008: Bekah e Victoria, americane, e Amanda, Canadese. Il Verdicchio è meraviglioso, maturo e turgido con gradazioni zuccherine intorno ai 20,50° e ottime acidità. Domani si dovrebbero finire i vigneti San Paolo e Via Valle mentre Giovedì San Michele, sia il Verdicchio che il Trebbiano dorato destinato al Nur. A quel punto saremo all'80% della raccolta.


giovedì 25 settembre 2008

Tom Waits i Balcani e la vendemmia 2008.

Sul piatto del giradischi gira il vinile di The heart of Saturday night di Tom Waits; nello stomaco scende uno stupendo single speyside malt distillato nel 1994 da The Glenrothes; Giulia reclama a gran voce il suo latte in braccio a sua madre; Giacomo dorme da un pò senza sapere ancora che gli ho appena comprato la maglietta di Pato; il camino arde per la prima volta in questo autunno 2008. Finalmente un breve momento di serenità... Ad inizio carriera Tom Waits non aveva ancora quella voce martoriata che a tanti non piace ed a me sì. Ma i giri di pianoforte, quelli sì, erano già gli stessi. Che ti si appiccicano all'anima senza che te ne accorgi, e ti viene subito voglia di tirar tardi in compagnia del whisky di cui sopra. Seguendo pensieri sconnessi e ricordi assopiti di tempi morti, persone scomparse, strade interrotte e nottate passate troppo in fretta. 
Si è fatto freddissimo. L'altra mattina c'erano 8,5°. Piove e spira un'aria gelida dai Balcani. Abbiamo già preso l'acqua in vigna tre volte. L'uva è perfetta e va raccolta ma stiamo andando lentissimi. Purtroppo danno ancora acqua domani e sono solo al 30% della raccolta con le vasche che fermentano in modo deciso. I profumi sono splendidi. Quelli di un annata fresca. Pompelmo rosa sul primo tonneau de Gli Eremi... Sui bianchi sto spingendo un pò le macerazioni perché l'uva è sanissima e la buccia ottima. 

venerdì 19 settembre 2008

Cric e Crac

Fra i broker immortalati a lasciare i propri uffici con la scatola di cartone in mano avrei potuto esserci anch'io. Probabilmente c'è qualche mio ex collega di Bocconi.
La Banca d'affari Lehman Brothers l'11 settembre 2001 aveva la sede presso le Torri Gemelle. E' sopravvissuta a Bin Laden ed alla crisi, esogena, che ha colpito Wall Street sette anni fa. Non ce l'ha fatta di fronte a questa nuova crisi, endogena, interna cioé ai meccanismi finanziari del nuovo capitalismo del terzo millennio che sta divorando giorno dopo giorno la liquidità dei suoi attori più importanti ed esclusivi.
Lehman Brothers, in fallimento, e Merril Lynch, acquistata a prezzi ridicoli da Bank of America, erano due colossi del capitalismo finanziario mondiale. Due marchi prestigiosi cui qualunque giovane laureato in economia avrebbe voluto vedere accostato il proprio nome. Banche senza sportelli. Senza attività commerciale. Banche specializzate solo ed esclusivamente nella consulenza di altissimo livello, nelle operazioni di fusione ed acquisizione di società, nel collocamento di prestiti obbligazionari o di pacchetti azionari, nella trattativa "alla pari" coi Ministri del Tesoro delle più importanti economie globali.
Tutto questo non esiste più, spazzato via in meno di un anno.
L'immagine dei dipendenti che lasciano gli uffici con la scatola di cartone è classica del capitalismo anglosassone. Colpisce di più se pensiamo che fra quelle persone ci sono alcuni fra i più importanti cervelli economici in circolazione, giovani e meno giovani manager e analisti finanziari con curricula di livello altissimo. Un capitale umano spazzato via anch'esso dalla sera alla mattina. Ma non è nemmeno questo il reale problema. La gran parte di queste persone, passata la crisi, troverà un'altra collocazione nel mare magnum dell finanza internazionale, specie se disposti a trasferirisi a Hong Kong o Shangai. Il problema è che dietro i titoli trattatti da questi colossi dai piedi di argilla ci sono anche i piccoli risparmiatori. Gente comune che possiede titoli di Stato o fondi Comuni che stanno subendo grosse oscillazioni. Non solo. Dietro quei colossi, soprattutto, ci sono le aziende che producono. L'economia reale. Spesso dimenticata dai Soloni del capitalismo finanziario, essa sola produce benessere. E' questa economia reale che sta venendo trascinata al ribasso da questa crisi. Negli USA ci sono oggi campi che paiono campi nomadi italiani e che invece raccolgono migliaia di persone appartenenti alla classe media che hanno perso la casa in seguito a questa crisi e non hanno letteralmente un posto dove andare. Questa è la situazione della prima economia mondiale. Poi si guarda al PIL e si vede che è cresciuto... Per chi? Per quali aziende? Per quali lavoratori?
Dove siamo finiti? Questa è la domanda che dovremmo porci. Nel 1992 George Soros con il suo fondo di investimento piegò la Banca d'Inghilterra costringendola a svalutare la Sterlina (fu anche il periodo nero della Lira e della mega finanziaria Amato). Nel 1997 ci fu la grande crisi dei mercati asiatici. Nel 1998 la crisi russa, seguita a inizio millennio da quella argentina. Poi è venuto l'11 settembre. Tutte queste grandi crisi, risoltesi con fallimenti e perdite e ripartenze, hanno portato a concentrazioni di capitale sempre maggiori. Ad un capitalismo sempre più finanziario e speculativo. Incontrollabile persino per i governi e le Banche Centrali. Eppure la politica non ha fatto nulla, piegata al dogma del Pensieo Unico per cui i mercati hanno sempre ragione.
Dove siamo finiti? Dov'è quel capitalismo capace di creare benessere, di remunerare il risparmio famigliare, di consentire un livello equo di consumi, di garantire alla generazione successiva di stare meglio della precedente? In gioco oggi vi sono i principi stessi dell'economia di mercato, divorata da se stessa in un gioco perverso per cui il mezzo diventa il fine ed i fini giustificano sempre di più i mezzi, siano essi le crisi alimentari, la gente che perde la casa, le famiglie che non arrivano a fine mese, i giovani sempre più precari. Perché le soluzioni a tutto questo, stranamente, paiono essere sempre le stesse: tagliare la spesa pubblica, più flessibilità nel lavoro, più mercato. E se fossimo invece come un drogato cui si stanno dando dosi sempre maggiori cui seguono crisi sempre maggiori?
Quello che deve spaventare è quello che si cela dietro questa crisi. La banca inglese Barclays ha deciso di non acquistare la morente Lehman Brothers perché incapace di capire "quali perdite si nascondessero ancora nei bilanci". L'ingegneria finanziaria dei futures, delle opzioni, dei titoli subprime, questa gigantesca economia di carta che non produce ricchezza, ha questa caratteristica: è talmente complessa che nessuno sa veramente quanto ci si è esposti al rischio. Vengono intaccate cioé le certezze fondamentali di quella economia di mercato a gran voce reclamata: la trasparenza dei bilanci e l'idea che a determinati profili di rischio corrispondano determinate remunerazioni o perdite.
Di fronte a tutto ciò la sinistra mondiale è silenziosa. Quando va al governo si barcamena cercando di non disturbare troppo, quando è all'opposizione grida e strepita ma senza proporre alcuna prospettiva differente quasi timorosa nel ricordare che l'economia è un mezzo per far star meglio la gente e non il manovratore occulto da non disturbare. Quasi che il socialismo, pardon, il democraticismo, non possa far più nulla.
Nel 1944 John M. Keynes, economista certamente non comunista, propose la creazione di Istituzioni Internazionali che cercassero di mantenere la stabilità dei mercati internazionali nel quadro di un sistema che era ancora quello del Gold Standard. Dalla fine di quel sistema negli anni settanta i governi hanno proceduto nel tempo a smontare pezzo dopo pezzo quella costruzione trasformando il Fondo Monetario e la Banca Mondiale in altrettanti strumenti del Pensiero Unico. La totale liberalizzazione dei mercati ha fatto il resto.
Più recentemente un economista premio Nobel, certamente non comunista, James Tobin, ha proposto la creazione di una tassa sovranazionale per scoraggiare la speculazione finanziaria, la Tobin Tax. Sarebbe stata solo una goccia nel mare. Un inizio. Un simbolo. Eppure a quel gran movimento che ne ha promosso per anni l'istituzione sono state date solo manganellate. Il movimento è morto, le crisi arrivano peggiori di prima.
Prima che sia troppo tardi sarebbe il caso che la Sinistra mondiale, se esiste ancora, ricominciasse una riflessione seria sul Capitale. Su questa globalizzazione. Su questa economia. Prima che sia troppo tardi.

sabato 13 settembre 2008

Fermentazioni, rifermentazioni e levate notturne.

Il Nocenzio 2008, per quanto riguarda Sangiovese e Cabernet Sauvignon, è in cantina e sta già vigorosamente fermentando. L'estrazione del colore appare ottima e gli aromi interessanti, frutto delle nottate fresche di luglio e agosto. Il caldo umido che ha segnato questo inizio settembre ci ha lasciato solo oggi causando un generale abbassamento delle acidità che, però, restano molto buone. Ho anche compiuto una prima raccolta di uve Verdicchio che mi serve per praparare il pied de cuvée coi lieviti indigeni.
Nel frattempo alcuni clienti mi hanno fatto notare che alcune bottiglie di Terre Silvate 2007 mostrano chiare bollicine, segno di rifermentazione. Ho controllato. E in effetti qualcosa deve essere andato storto in fase di filtrazione su un lotto. La cosa buffa è che il 2007 mi ha fatto disperare proprio per problemi di fermentazione. La dura realtà è che con basse solforose e residui zuccherini o si filtra sterile o almeno si dovrebbe aspettare a imbottigliare dopo l'estate. E' l'abc della tecnica enologica. Ho voluto sfidarla e diciamo che ho avuto la dimostrazione della naturalità dei miei vini... Sono un pirla. Meno male che la gran parte del vino è a posto.
Si dorme pochino. Giulia è un angelo, ma come tutti i neonati ha i suoi ritmi inesorabili. La combinazione neonato+vendemmia+grosse spedizioni in partenza ha annullato totalmente ogni possibilità di lettura, riflessione, ascolto o divertimento. Vorrei scrivere di Obama, di una nuova vigna, del libro di Ingrao che ho finito, del disco dei Coldplay, di qualche bottiglia di vino. Invece ho solo voglia di appoggiare la testa sul cuscino e provare a dormire per qualche ora.

sabato 6 settembre 2008

Caldo africano

Da due giorni il cielo è diventato bianco e pare di vivere in una pentola a pressione per il caldo umido. Se fino a qualche giorno fa le notti erano state molto fresche, ora anche la sera la temperatura resta elevata. Non piove dal 20 di luglio. In vigna le foglie cominciano ad ingiallire. Gli indici di maturazione stanno schizzando. Sul Sangiovese siamo già oltre i 20° babo e sul Verdicchio oltre i 18°. Ciò significa che la prossima settimana inizieremo la vendemmia, anche quest'anno con un certo anticipo rispetto al solito.
Ieri è nata Giulia Naima Dottori. In meno di un mese è successo di tutto. La morte, la nascita. Il mistero della vita. Il dolore più acuto, la gioia più grande. La vita. La vita che ti batte nel petto e che ti strozza la gola. E dentro questa vita, il ciclo instancabile della natura. Ancora la nascita, la crescita, la maturazione, la raccolta, la fine. Ed il mistero della vita nel mistero della fermentazione. Dell'energia che si trasforma. Del vino che ci racconta le sue storie. Come su un palcoscenico. Ancora una volta. Come fosse l'ultima.