sabato 12 marzo 2016

Biodinamica e scienza: una tesi di laurea a La Distesa

Confesso che una certa noia oramai mi assale quando nel web o sui giornali si scatena l'ennesima diatriba sull'agricoltura biodinamica. Da anni si assiste ad un dibattito che sembra non fare passi avanti ma ripetersi in modo sempre uguale nelle tesi, nei commenti, nei dibattiti.
Nell'ultima settimana, però, sembrano tutti impazziti.
Il Post, Michele Serra, l'immancabile Intravino, persino la mia ex università Bocconi, con tanto di polemicona de Il foglio. Un gran casino, insomma, con le solite parole d'ordine: pratiche magiche, stregoneria, esoterismo e così via.

Chi mi conosce sa che sono molto lontano da Steiner e dall'antroposofia. Da una decina d'anni utilizziamo alcuni preparati ed alcune pratiche biodinamiche ma con l'idea - laica e leggera - di tentare di applicare buone pratiche agricole cercando di valutarne gli effetti e di imparare qualcosa.
Mi sento figlio dell'illuminismo e della cultura scientifica e proprio da questo punto di vista mi pare di poter dire che la grande parte degli attacchi di una certa divulgazione, giornalistica e scientifica, sono in larga parte basati su preconcetti oltre che fortemente ideologizzati.
Insomma, ne avevo già parlato in questo post qualche tempo fa. La scienza come nuovo idolo.
Ergo: si afferma che la biodinamica è pratica magica ed esoterica perché non ci sono ricerche che ne "misurano" gli effetti. Ma nessuno si chiede perché non ci siano: ed il motivo è che la Scienza Agronomica, nel senso dell'Accademia e dunque principalmente dell'Università, non ha alcun interesse a fare ricerca in questo campo. Primo, perché non ci sarebbe da guadagnarci (nessuna molecola di sintesi da proporre al mercato, ahimè) e, Secondo, perché da tempo le pratiche biodinamiche sono state bollate come "credenza" e "magia" prima ancora che sia stato sperimentato alcunché.
Si arriva così all'assurdo per cui solo in Australia ci sono più di 3 milioni di ettari coltivati in biodinamica ma ancora oggi il tutto viene considerato dalla scienza "ufficiale" come stregoneria.

Ecco perché quando Giulio Masato, amico e studente dell'Università di Padova e già tirocinante qui a La Distesa, mi ha detto che aveva intenzione di lavorare a una tesi sull'agricoltura biodinamica per la laurea magistrale in Scienze Agrarie ho accolto l'idea con grande entusiasmo e gli ho proposto di farla qui da noi. A breve, a brevissimo, scriverò di questa tesi, raccontandone qualche aspetto.


Qui vorrei sottolineare altro.
Tipo una introduzione. Che valga un po' come una riflessione  epistemologica, cioè sui fondamenti di quella che dovrebbe essere una conoscenza in ambito agricolo.
Perché? Perché da quasi cento anni in ambito scientifico tutto è cambiato. Che si parli di Fisica o di Chimica, di Filosofia della Scienza o di Scienze Umane, i primi decenni del novecento vengono ricordati come quelli che demoliscono il positivismo ottocentesco e il determinismo: la teoria della relatività ristretta e generale (Einstein, 1905 e 1916), il principio di indeterminazione (Heisenberg1927), la logica della scoperta scientifica (Popper, 1934) e la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (Husserl, 1937) sono capisaldi di questa deriva ricca di conseguenze.

1) La relatività e la teoria quantistica portano la fisica in una nuova era, l'era in cui diviene chiaro che la Realtà resta ancora in gran parte a noi sconosciuta e che spesso vi accediamo tramite modelli teorici parziali, probabilistici e contraddittori. La questione di fondo diviene dunque quella del senso di verità e razionalità: se la contestazione classica alla metafisica è di produrre formulazioni dall’apparenza razionale ma prive della possibilità di verifica o falsifica, allora si dovrebbe osservare che una parte consistente delle affermazioni scientifiche moderne sono metafisiche. Intere branche scientifiche, come la cosmologia o la biologia evoluzionista, sono metafisiche in senso kantiano.

2) Karl Popper conduce la filosofia della scienza nel Novecento introducendo il fondamentale principio di falsificabilità, cioè il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza: una teoria è scientifica se, e solo se, essa è falsificabile. Non si parla, quindi, di "metodo scientifico" (Popper arriverà a dire provocatoriamente che il metodo scientifico non esiste in "La non esistenza del metodo scientifico", 1956). In questo senso ciò che non è scienza non è automaticamente magia, religione o stregoneria bensì metafisica. Ed alle teorie metafisiche viene dato valore conoscitivo, oltre che importanza come stimolo al progresso scientifico stesso.

3) La fenomenologia husserliana estremizza questi concetti in ambito filosofico, ponendo limiti piuttosto stretti alla spiegazione e comprensione "scientifica" del mondo (in primis per quanto attiene all'ambito del "vivente" ma non solo). Ma soprattutto negando la possibilità di estendere il campo della "misurazione quantitativa" al campo dell'ontologia.
Spazio e tempo, le due componenti fondamentali alla base di ogni misurazione fisica, sono introdotte come incarnazioni di un’uniformità della natura presupposta. Ciò comporta che qualunque cosa, per avere un qualche grado di legittimazione scientifica, o meglio, di esistenza scientifica, deve rispondere ad esigenze ideali di regolarità. Dunque qualunque tipo di fenomeno che risulti difficile da sottoporre a misurazione, cioè che non manifesti sufficiente uniformità, viene sottratto alla considerazione. Ciò diventa ulteriormente chiaro se pensiamo all’esigenza di ripetibilità propria di tutti i risultati che vogliano dirsi scientifici: se qualcosa non è ripetibile non è scientificamente reale. Ora, è perfettamente ragionevole che soltanto ciò che può essere ripetuto sotto condizioni sperimentalmente controllate possa avere accesso alla considerazione scientifica, e ciò è ragionevole a maggior ragione sulla scorta dell’esigenza di manipolabilità tecnica (cioè dell'industria).
Ma il punto filosoficamente critico è che si tratta di un grave errore logico pensar di poter inferire dal fatto che tutti i risultati scientifici ci consegnano uniformità (e dunque, se le catturiamo con equazioni, ci consegnano leggi) al fatto che la natura consta di uniformità o di leggi (cioè che la natura sia ontologicamente stabile ed uniforme).
Ovvero: possono esistere energie e dinamiche che sfuggono, ora o per sempre, alle misurazioni scientifiche. Ma non per questo appartengono al regno della magia.

N.B. La teoria della relatività compie un passaggio importante comprendendo che spazio e tempo non sono degli assoluti che preesistono agli atti di misurazione, ma sono esiti di atti di misurazione; tuttavia, per poter continuare con fiducia nel percorso Einstein dovette porre al posto di tempo e spazio assoluti un’assoluta unità di misura, nella forma della velocità della luce. Ciò però comporta numerosi inconvenienti, in primis, pone tutto il sistema dei saperi in dipendenza del comportamento di una componente del sistema, cioè dalla velocità della luce posta come insuperabile e costante. Ed il problema è che questi presupposti sono datità empiriche che potrebbero essere false.

Fin qui nulla di nuovo. Eppure tutto ciò agli studenti di agraria non viene detto e non interessa. Figlie dello scientismo tanto criticato da Popper, le facoltà di agraria perseguono in modo indefesso un estremismo determinista e quantitativo che sta alla base - fondandola - della agricoltura convenzionale, con tutto il suo portato di insostenibilità ambientale ed etica.
Le misurazioni, le quantità, le equazioni, dal piano degli "esperimenti" e dei "modelli" si fanno Verità, e su questa base tutto ciò che suona difficile da misurare o da comprendere, rispetto a un modello di riferimento che è tuttora solo e quello delle scienze positive dell'ottocento, viene derubricato a "stregoneria".

Alla luce di tutte queste considerazioni a me appare chiaro come l'agricoltura biodinamica sia un insieme di pratiche riferite ad una teoria metafisica, cioè filosofica: esattamente come tante teorie, che oggi sono scientifiche, secoli fa erano teorie metafisiche. Mi appare altresì chiaro come le dinamiche che chiama a raccolta siano estremamente difficili da misurare e da comprendere, ma come lo è il vivente in generale, a partire dall'essere umano.
E d'altronde proprio l'approccio olistico, sistemico, tipico della biodinamica, dovrebbe interrogare gli scienziati sui limiti del "metodo scientifico" applicato alla produzione agricola specie in riferimento ai concetti di biodiversità, sostenibilità e fertilità dei suoli.


Per questi motivi la tesi di Giulio è una tesi importante. A mio avviso non tanto per il tentativo - comunque apprezzabile - di sottoporre a verifica scientifica un preparato biodinamico, quanto piuttosto per un aspetto per me più vitale: ridiscutere all'interno dell'università il paradigma scientifico dominante, provare a spargere i semi della riflessione su un'altra agricoltura nell'Accademia, iniziare a scardinare luoghi comuni e preconcetti là dove si formano i futuri tecnici.
Un grande ringraziamento ed incoraggiamento va dunque al Prof. Mario Malagoli, relatore, e al correlatore Dott. Adriano Zago.





martedì 1 marzo 2016

Call for action against Glyphosate

Il 31 dicembre è scaduta l'autorizzazione all'utilizzo del Glifosato in Europa. La Commissione Europea è chiamata - a breve - a rinnovare o meno l'autorizzazione per altri 15 anni. Una serie di articoli, inchieste e ricerche scientifiche negli ultimi tempi hanno aumentato la pressione dell'opinione pubblica su questa sostanza che è alla base di quasi tutti gli erbicidi in commercio.
Da qualche tempo circola in rete una petizione on-line che ovviamente invito a firmare in massa, innanzitutto in quanto cittadini prima che consumatori o produttori di derrate agricole: qui trovate il link.
Ma non era di questo che volevo parlare.
Credo infatti che firmare una petizione non basti più. Così come non bastano le tante "opinioni" espresse in questi giorni, a cominciare da quella di Carlo Petrini di Slowfood dalle pagine de La Repubblica.
Credo che questa battaglia sul Glifosato interroghi, infatti, il senso profondo del nostro lavoro di agricoltori e debba farci rispondere più approfonditamente ad una domanda divenuta cruciale: può andare avanti una agricoltura europea in mano a lobby e lobbisti, in cui le decisioni fondamentali su cosa e come coltiviamo vengono prese senza alcun processo veramente democratico?
Questa è la partita in gioco.
E in questa partita le tante associazioni del vino naturale europee, sempre così pronte a far nascere nuove fiere e nuovi spazi di mercato, non possono restare silenziose e non caricarsi di un ruolo importante.
Questa è l'occasione.
L'occasione per andare in massa a Bruxelles, ad esempio, a far sentire le ragioni di un intero movimento. Per una volta si prenderà un treno o un auto o un aereo non per andare all'ennesima degustazione ma per fare qualcosa di giusto per il pianeta e per i cittadini.
Proviamoci, almeno.
Proviamo a costruire velocemente una piattaforma sul tema della messa al bando del Glifosato in Europa, unendo tutti i vignaioli naturali e cercando di portare una massa critica là dove i burocrati europei sono chiamati a prendere una decisione.
Chi ci sta? Oggi stesso scriverò ad associazioni, vignaioli, attivisti e giornalisti per vedere se questa idea possa concretizzarsi in qualche modo.

martedì 26 gennaio 2016

Ancora sui lieviti!

Nel 2012 riportai questa notizia sullo "svernamento" dei lieviti grazie a vespe e calabroni. Fatto molto importante ai fini della definizione di una idea di lievito "autoctono", "indigeno", "locale", chiamiamolo come ci pare.
Lo scorso anno ulteriori ricerche hanno confermato questa dinamica, aggiungendovi il fatto che l'intestino delle vespe sarebbe la perfetta alcova in cui i lieviti non solo sopravvivono ma si riproducono anche, garantendo il continuo mutamento, meticciamento si potrebbe dire, dei ceppi di saccaromyces. Qui trovate il paper in lingua inglese: 


Inutile dire che questo fatto, unito a tutto ciò che succede negli ambienti di cantina - specie nelle cantine storiche - è in grado di influire su quella grandiosa attività microbiologica chiamata fermentazione. Quando ho cominciato a fare vino si era giunti al limite estremo dell'enologia-tecnica per cui anche il solo pensare a una fermentazione spontanea risultava segno di arretratezza e anti-scientismo. Oggi, dopo più di un quindicennio, piano piano ma inesorabilmente, l'interesse sulla varietà del mondo microbiologico di un ecosistema vigna e di un ecosistema cantina stanno dimostrando che la "complessità" del gusto non è un totem adorato da quattro mistici del vino ma una realtà strettamente correlata a variabili "naturali".
L'idea stessa che possa esistere una "neutralità" dei lieviti viene affossata poiché risulta chiarissimo a questo punto ciò che già si sapeva: cioè che qualunque lievito selezionato - anche se "aromaticamente" neutro - è in realtà prelevato, selezionato appunto, da un preciso areale per le sue precise caratteristiche tecnico-industriali. L'utilizzo continuativo di un lievito esogeno è dunque una scelta destinata alla "sicurezza" ed alla perfetta "replicabilità" delle fermentazioni, una scelta che interrompe il dialogo fra microbiologia della terra e microbiologia del vino. Una scelta che, come paventano anche le analisi sulla fermentazioni spontanea a La Distesa, non può avere un impatto "neutro" sul gusto (oltre che sulla biodiversità della flora di cantina).

"Finally, the direct link between social insects and the yeast species biodiversity is relevant to human industry, as the genetic diversity generated in the wasp’s gut could favor adaptation to the ever-changing fermentative environment, as demonstrated by the evidence that several of the most successful industrial strains are interspecific hybrids (30). Thus, preserving the treasure potentially hidden in the gut of vineyard wasps could be relevant from both the ecological and biotechnological standpoints". 

domenica 17 gennaio 2016

Fermentazioni spontanee a La Distesa: una tesi di laurea

Durante la vendemmia 2014, grazie al lavoro dell'enologo Giovanni Loberto e in collaborazione con l'Università Politecnica di Ancona (Docente Prof. Maurizio Ciani e assistente Dott.ssa Laura Canonico), è stata condotta una ricerca destinata ad una tesi di laurea dal titolo "Valutazione di lieviti non-Saccharomyces in fermentazioni miste con S. cerevisiae in Verdicchio DOC".
All'interno di questa ricerca, effettuata in collaborazione con la società agricola Caliptra di Cupramontana, che mirava a comparare vinificazioni differenti in base ad inoculi di diversi lieviti, ha trovato spazio anche una sperimentazione condotta sulla fermentazione spontanea presso La Distesa, in particolare su una delle masse destinate a Gli Eremi 2014.
Riporto alcuni stralci da questa tesi (in corsivo) oltre ad alcuni dati e considerazioni mie che possono essere utili per una riflessione sul tema.
La vinificazione è avvenuta come facciamo solitamente ovvero con l'iniziale pigiadiraspatura di un 20% della massa complessiva da vinificare, cui sono stati aggiunti 8 gr./qle di metabisolfito di potassio e la seguente macerazione sulle bucce in modo da attendere l'avvio di una buona e vigorosa fermentazione spontanea. Dopo circa 5 giorni si è svinato e si è utilizzato il mosto in fermentazione come inoculo del resto dell'uva, lavorata in bianco in pressa e con mosto-fiore lasciato a decantare una notte. Il mosto-fiore è stato lavorato in ossidazione e solo al momento della decantazione si sono aggiunti 5/6 gr./hl. di metabisolfito di potassio. La fermentazione è avvenuta in barile di rovere da 750 lt.

Nella figura viene riportata l’evoluzione della popolazione microbica nel processo fermentativo spontaneo. L’inizio della fermentazione è dominata da lieviti apiculati e appartenenti al genere Candida, mentre dal 3°-4° giorno della fermentazione si ha la comparsa del ceppo S. cerevisiae, il quale ha mostrato un andamento sovrapponibile al lievito appartenente al genere Candida zemplinina (identificata mediante analisi molecolari).
Cinetica della fermentazione spontanea

Durante il monitoraggio della popolazione microbica della fermentazione spontanea, si è proceduto all’isolamento di varie specie di lievito prelevate dalle diverse fasi del processo fermentativo: inizio, metà e fine fermentazione. I 13 isolati così reperiti, sono stati sottoposti  all’osservazione macro- e micro-scopica, per poi eseguire una  identificazione a livello molecolare mediante PCR-ITS1 e ITS4 (Fig.7). Campioni 1-8: amplificati ottenuti da isolati provenienti da inizio fermentazione; campioni 9-13: amplificati ottenuti isolati provenienti da metà fermentazione campioni. 

Dallo studio è emerso che la fermentazione è stata sostenuta da lieviti apiculati come Hanseniaspora uvarum, rappresentato dagli isolati 1-4-6-7-8-9-10, e Candida zemplinina, rappresentata  dagli isolati 2-3-5-11 e dal lievito S. cerevisiae, isolati 12-13 . Il ceppo di S.cerevisiae compare a metà fermentazione per poi, a fine fermentazione, dominare sulle altre due specie non-Saccharomyces.

I dati sul vino a fine fermentazione parlano di un pH di 3,30, una acidità totale di 7,3 g/lt e una acidità volatile di 0,61 g/lt. L'alcool totale è di 13,5% con zuccheri riduttori di 11,7 g/lt  e solforosa totale di 35 mg/lt. Il vino è poi andato a secco, ma più lentamente del campione inoculato con un ceppo starter S. cerevisiae in coltura pura (10C dell’INSTITUTE OENOLOGIQUE DE CHAMPAGNE) presso la cantina di Caliptra.

Altre analisi sono state compiute sui prodotti secondari e i composti volatili ma un confronto puntuale e "scientifico" con le altre fermentazioni non è del tutto possibile a causa del fatto che i mosti campionati prevenissero da vigne differenti (sebbene molto vicine) e abbiano fermentato in luoghi diversi (le cantine di Caliptra e de La Distesa).
In generale si può dire che nel raffronto con le altre vinificazioni, la fermentazione spontanea ha mostrato:
- Prodotti secondari: un livello inferiore di acetaldeide e un livello superiore di etilacetato e isobutanolo.
- Composti volatili: livelli importanti di acetato di isoamile (che dà sentori di banana), acido butirrico (note burrose) e 2-feniletanolo (note di rosa) e livelli medi di  etilesanoato (note di mela) e di etilottanoato (note di fruttato/agrumato). Si riscontrano livelli superiori alle altre vinificazioni nei livelli dei terpeni linalolo e geraniolo anche se con livelli bassi.

Quali conclusioni trarre? Ovviamente nessuna, anche se troviamo confermate alcune tendenze che ci aspettavamo: alla fermentazione spontanea - pur con l'utilizzo di solforosa - hanno contribuito una pluralità di lieviti, ben 13 "individui" differenti e - cosa interessante - sebbene il S. cerevisiae abbia preso il sopravvento per terminare la fermentazione in realtà Candida zemplinina, lievito non-saccaromyces, ha contribuito fino in fondo. Difficile dire in quale modo. Ma le analisi sembrano suggerire la conferma di una maggiore "complessità" in termini di prodotti secondari (alcol superiori ed esteri) e composti volatili (ovviamente nel bene e nel male).

Trascorso un periodo di affinamento, i vini sono stati sottoposti ad analisi sensoriale. Per quanto riguarda la componente olfattiva, quale l’aromaticità (figura), si osserva che il vino prodotto da S. cerevisiae mostra differenze significative per quanto riguarda note di  frutta tropicale, miele e tostato dolce in quanto rispetto a tutte le altre fermentazioni tali caratteristiche sono esaltate. Per quanto riguarda le sensazione di agrumato ed erbe aromatiche, queste sono significativamente diverse per la spontanea rispetto le altre prove. 




Va notato come durante la degustazione finale, i degustatori (panel tecnico composto solo da enologi e produttori) abbiano in genere riconosciuto il campione proveniente dall'inoculo di S. Cerevisiae: fatto diverso da quanto successo nella degustazione di Ascoli per TerroirMarche. (Le ragioni sono molteplici, ma non voglio soffermarmici).


sabato 19 dicembre 2015

Della leggerezza perduta

Nel 2012, in Non è il vino dell'enologo, scrivevo: "Scopro che l'autentico vignaiolo è un equilibrista. Ama il rischio. Cammina sul crinale che separa la grandezza dalla perdizione. Sempre in bilico. Sospeso."
Al netto dell'iperbole letteraria, è proprio così.
Me ne rendo conto in questa fase di esaurimento fisico e psichico, in cui viene da chiedersi "per quanto tempo ancora?" e "Ne vale davvero la pena?"... Oppure alla fine è soltanto vino, soltanto un passatempo. E chissenefrega di tutta questa attenzione, questa etica, questo rigore, questa assolutezza. Che se ci devi rimettere in salute forse davvero allora qualcosa non torna in questa tensione irrequieta che fa parte di te e che vuoi sentire nei sorsi del tuo vino e nella terra che cammini.
Dov'è finita quella leggerezza che avevi un tempo?
Quell'ironia un po' nera e un po' no che ti faceva divertire?
Perché questo essere sempre in guerra, questo scontro quotidiano col mondo e con gli altri?
Che poi ti volti e non vedi tutto questo gran plotone di compagni a coprirti le spalle, a marciare con te verso le magnifiche sorti e progressive del vino naturale. Del vino-e-basta, in realtà.
Quindi una pausa.
Perché sono quasi sedici anni che si corre a perdifiato e oramai già tre o quattro le vite vissute, che potrebbe bastare e avanzare. Ma in realtà non basta mai, questo è il problema di fondo.
Staccare la spina, come si dice. Fare un gran respiro e abbandonare ogni connessione.
Al ritorno si vedrà cosa fare, se fare. Con chi fare.
Auguri di buone feste a tutti.


sabato 12 dicembre 2015

Han Solo e la domanda aggregata

Meglio bruciarsi in fretta che spegnersi lentamente.
Che a pensarci bene l’idolo degli anni novanta resterà famoso per una frase scritta da un idolo degli anni settanta.
Buffo no?
La verità è che quel flusso è scomparso e ora in giro ci son solo hipster fighetti con l’unica preoccupazione dell’ iPhone che Steve Jobs lui sì era un vero genio.
Ma la cosa incredibile non ci avevo mai fatto caso l’ho scoperta ora rileggendo certi miei appunti e pezzi di vecchi giornali che avevo tenuto da parte è che il 28 marzo  1994 Silvio Berlusconi si prende l’Italia con tutto quel che ne consegue a livello di immaginario politico e l’8 aprile viene trovato morto Kurt ed è una bella botta e il  primo maggio alle 14.17 alla curva del Tamburello Ayrton Senna se na va dritto l’auto ingovernabile per il piantone spezzato e si spezza l’ultimo grande eroe dell’automobilismo uno che andava sempre oltre il limite uno che per quanto fosse ricco bello e famoso ma banale mai lo era e sempre in cerca di assoluto.
In un mese insomma tre grandissimi casini.
Che c’hai vent’anni e pensi che cazzo sta succedendo al mio mondo?
E alla fine forse è già lì che inizio a entrare in banca in qualche modo.
Da una parte c’è il vuoto di una ragione che è solo moneta di un senso che è solo apparire e consumare e dall’altra c’è il vero c’è l’autentico c’è il pieno insomma.
A un certo punto è come Darth Vader che ti chiama al lato oscuro cazzo.
Tutto intorno a te va in pezzi viene privato del suo senso viene svuotato che un attimo prima ascolti Vitalogy e un attimo dopo c’è solo Britney Spears e allora pensi tanto vale far soldi tanto vale entrare in banca che a spararti in bocca con un fucile a pompa non ci saresti comunque mai riuscito non c’avevi i coglioni.
Se devi spegnerti lentamente almeno non agonizzando.
Ha un suo senso.
Specie se lo spieghi col contesto.
Che tanto non era colpa tua no? Il mondo tutto il mondo andava da un’altra parte.
E così ti ritrovi tra le braccia dell’Imperatore caro il mio Luke Skywalker dei Navigli.
L’apparato tecno-scientifico-finanziario.
Di cui sei fedele servitore quando schiacci l’enter del tuo PC sulla fighissima scrivania del tuo ufficio di private banker spostando un flusso di informazioni da computer a computer che significa vendere un titolo di credito e comprarne un altro senza nessun altro senso che non sia la soddisfazione economica il rendimento del portafoglio della tua clientela.
Questo è quanto.
L’Università in quegli anni sta già cambiando è già cambiata - Scienze Politiche Indirizzo Economico scelta per mantenere le scelte sospese ibernate.
Grandi casini non ce ne sono più a parte le solite occupazioni autunnali di prassi in una Milano sempre più leghistaberlusconiana dove il centro si svuota la finanza si allarga e con essa la moda e con essa una generale patina quasi una crema una lozione un po’ televisiva e un po’ borghesotta e un po’ slavatella a ricoprire tutto e tutti senza che niente e nessuno se ne accorga quasi.
Io attraverso quegli anni studiando un po’ - mai troppo - viaggiando quando ho i soldi per farlo osservando ciò che accade senza comprenderlo appieno suonando e ascoltando tonnellate di musica che col senno del poi andrebbe davvero considerata come l’ultima capace di cambiarti la vita ma non ne sono nemmeno del tutto sicuro.
Aspettando qualcosa.
Che poi arriva Maria.
Qualcuno anziché qualcosa.
E cambia tutto che l’amore è una tempesta quel tipo di amore almeno quel tipo di donna.
E il problema è proprio il senno del poi perché a rileggermi oggi cioé col senno del poi proprio non mi riconosco e le cose che ho fatto tutte quelle scelte del cazzo o non scelte piuttosto mi sembrano del tutto assurde.
E non so se ero un cazzone all’epoca oppure lo sono oggi mentre sto seduto alla mia scrivania a guardare grafici sullo schermo del computer con la panzetta che inizia a farsi strada qualche pelo grigio in giro ed una gran voglia di mollare tutto quanto.
Per far cosa poi.
Per essere chi piuttosto.
Che ormai mi sto spegnendo lentamente appunto.
E di indipendenza punk ce n’è pochina in giro.
A buon guardare non ce nemmeno più del banale buonsenso keynesiano.
L’Italia sta nel pantano e si blatera di crescita e riforme col cambio sopravvalutato i redditi e i consumi in calo e l’impossibilità di investimenti pubblici a causa dei vincoli europei.
Alla faccia della domanda aggregata.
Vent’anni gettati nella merda un paese intero preso per il culo.
Riforme.
Tagli.
Europa.
E noi coglioni a far girotondi a fare appelli a raccogliere firme a far manifestazioni pacifiste a fare liste civiche a dar soldi a Emergency a spostare a sinistra l’asse della coalizione quando invece bisognava forse solo spaccare proprio tutto quanto tanto peggio tanto meglio o al limite fare come Kurt.
Un colpo e ciao ciao a tutta ‘sta merda.
Invece seduto dove sono io adesso bisogna essere contenti se l’Italia affonda.
Che si aprono grandi opportunità di investimento con le borse volatili su e giù di brutto e gli spread che stanno sull’ottovolante niente di meglio per far soldi specie se hai il culo parato da una Grande Banca Tedesca no? La domanda aggregata è roba vecchia è economia reale non conta più un cazzo quel che conta oggi sono io siamo noi - le banche.
La flessibilità la competitività la credibilità.
Teoria dei giochi.
Fino a dove può spingersi Draghi? Fino a quanto è disposta la Germania a tirare il filo? Fino a quando reggerà la Francia? E quanto può trattare la Grecia?
Siamo noi e solo noi a deciderlo.
I mercati cazzo.
Ed io sono un pezzo del Mercato un piccolo ingranaggio della Morte Nera.
Pensare che adoravo Han Solo un dannato fricchettone altro che la Forza altro che gli Jedi altro che la spada laser.
Un eroe beat.
Uno vero.  

sabato 1 agosto 2015

Parola di Scienza

Da dove cominciare?
Forse da Milano. E da una domanda che faccio agli studenti di agraria presenti ad un incontro del 2014, poi finito nell'extra "Desistenza a Milano" del DVD di Resistenza Naturale di Nossiter.
Di fronte al continuo e re-iterato attacco alla biodinamica, al "naturale", al buonsenso agricolo da parte dei collaboratori di Attilio Scienza (Brancadoro e Failla) in nome della Scienza Agronomica, chiedo agli studenti presenti di sapere se abbiano frequentato o se sia previsto un esame di filosofia della scienza. 
Silenzio di tomba e nessun commento. 
Stessa cosa è successa recentemente alla facoltà di agraria di Ancona (sebbene l'incontro sia stato molto più stimolante e proficuo).
Ne ho dedotto ciò che in realtà è oramai evidente a tutti: la scienza non si discute. La scienza è la nuova Verità del mondo post-ideologico. La scienza - il suo metodo, i suoi risultati, le sue conseguenze, i suoi rappresentanti - devono essere al di fuori del giudizio, sia esso politico, etico o estetico. E tutto quello che si muove su un piano dialettico viene immediatamente bollato come esoterico, magico, religioso, metafisico e così via, poiché in questo modo si cancella la credibilità di qualsivoglia alternativa.

Sia ben chiaro: in giro è pieno di buffoni che nei campi più disparati, dalla medicina all'economia, dalle scienze naturali a quelle fisiche, si pongono saldamente al di fuori della scienza, chi davvero assecondando falsi miti, chi semplicemente cavalcando la moda del momento, chi per banali ragioni di tornaconto economico. 
Ovviamente non mi riferisco a costoro.
Mi riferisco, invece, a chi crede fermamente nella Scienza, nei suoi progressi, e nelle sue verità - con la "v" minuscola che contraddistingue le verità scientifiche, che sono appunto "relative".
Mi riferisco a chi reputa che il positivismo sia finito da un pezzo e che sia la scienza stessa ad aver sperimentato i suoi limiti. 
E mi riferisco, in particolare, al fatto che la filosofia della scienza, sebbene ignorata da chi fa ricerca (in ambito agrario in questo caso, ma temo che la situazione sia la medesima in altri ambiti scientifici), nel novecento ha chiaramente indicato alcune questioni ed alcune teorie che forse andrebbero più diffusamente conosciute, diffuse e dibattute, proprio per non cadere nel tranello del "Lo dice la Scienza" (che poi diventa più prosaicamente "sostiene Scienza, Attilio" - e tutti zitti).
Ecco, uno degli insegnamenti più chiari e netti ci racconta che la scienza - ed in particolare la tecno-scienza, cioè il dispositivo economico e sociale che ne applica i dettami, non è mai neutrale. Il novecento ce lo ha indicato perfettamente con la storia della ricerca sull'atomo, ma gli esempi sono infiniti.  
E allora bisogna dirlo chiaro e forte: quando Attilio Scienza afferma “Per i produttori di vino la produzione biologica e biodinamica è una via senza uscita” ponendo la questione, subito dopo, di vitigni resistenti ottenuti da modificazioni genomiche, sta parlando come scienziato-ricercatore ma non sta facendo un discorso "neutrale". Sta parlando come rappresentante di un ben evidente paradigma scientifico, quello dell'agricoltura produttivista, e dunque indirizza la ricerca, i suoi finanziamenti, e tutto il corollario che ruota intorno al mondo universitario ed accademico, verso una prospettiva che è quella "dominante", frutto cioé di relazioni economiche e di potere. Ma che di "oggettivamente scientifico" ha ben poco. 

Uso il termine paradigma nel senso descritto da Thomas Samuel Kuhn nel classico del 1962 "La struttura delle rivoluzioni scientifiche", testo assolutamente emblematico di ciò che la scienza sia divenuta nell'epoca del Capitalismo Industriale (perché qui nessuno vuole ri-processare Galileo). Ma non piacesse l'approccio epistemologico di Kuhn, anche da un punto di vista popperiano, cioé del principio di falsificabilità, l'uscita di Scienza fa acqua da tutte le parti: se l'intenzione più pura e profonda della ricerca accademica fosse infatti davvero quella di ridurre i trattamenti chimici non è possibile - proprio a livello scientifico - trascurare l'importanza delle esperienze biologiche e biodinamiche laddove hanno dimostrato la possibilità, con questi vitigni e anche in condizioni di annate drammatiche come la 2014, di fare una agricoltura pulita.
Il bio-distretto di Panzano in Chianti nato con la consulenza di Ruggero Mazzilli è un esempio emblematico con il 90% del territorio gestito come minimo in regime biologico; così come le esperienze di ricerca accademica in biodinamica, come quelle di Adriano Zago o Fabio Primavera.
Si tratta di falsificazioni importanti della teoria per cui i nostri vitigni sarebbero arrivati al capolinea.

Peraltro se il problema sono i trattamenti vicino alle abitazioni - come ad un certo punto si paventa - si fanno 2 autogol: primo, perché gli scienziati hanno sempre sostenuto che i trattamenti "non fanno male alla salute umana" (e invece ad esempio nella zona del Prosecco si è notato un aumento dell'incidenza dei tumori); secondo, perché se c'è un vigneto già impiantato a ridosso delle abitazioni forse il compito della scienza dovrebbe essere quello di agire subito per salvaguardare la salute, convertendo al bio quel vigneto, anziché attendere anni di sperimentazioni per poi arrivare all'espianto ed al re-impianto con vitigni resistenti: nel frattempo quanto veleno hanno respirato i bambini di quelle abitazioni? Sarebbe interessante una risposta della scienza. O anche di Scienza. 

Che poi si possa andare oltre, magari tornando alla riproduzione da seme, e dunque alla creazione di nuove varietà e a una selezione di varietà più idonee, per esempio ai cambiamenti climatici, questo credo che nessuno lo voglia impedire. Anzi. Chi ha letto il classico "Fra cielo e terra" di Joly sa che verso la fine del libro proprio il viticoltore biodinamico per eccellenza prefigura "un ritorno al seme".
Ma con i tempi della natura (centinaia di anni), che non sono i tempi della scienza. O di Scienza, Attilio.  Anche perché, comunque la si pensi sugli OGM, la realtà più vera e profonda delle ricerche genetiche in agricoltura è solo una: brevettare nuove varietà consente di fare un sacco di soldi, e se davvero il Mercato vuole vini più puliti, allora le entrate che che mancheranno all'agrobusiness alla voce pesticidi, erbicidi, ecc. dovranno arrivare da qualche altra parte. No? 

Poi, se non siete ancora convinti, fate come me, fate una cosa che mai avreste pensato di fare: leggete l'ultima enciclica del Papa.

PS "Parola di scienza" è un libro edito da DeriveApprodi. L'autore è Antonello Ciccozzi, ovvero l'antropologo che scrisse la perizia sulla cui base vennero condannati in primo grado - ed assolti nel secondo - gli scienziati del Comitato Grandi Rischi rei di aver fornito false rassicurazioni agli abitanti de L'Aquila prima del fatale terremoto. Un bel libro. Che fa piazza pulita delle tante fesserie lette, all'epoca della condanna, sul "processo alla scienza". C'entra niente con Scienza, Attilio. Ma forse anche un po' sì.    
     

giovedì 4 giugno 2015

Podemos, Syriza ed una certa eredità della Storia


Grazie ad Emanuele Tartuferi - che mi ha girato il link - sono entrato in rotta di collisione con questo video che non posso che condividere e consigliare a tutti, soprattutto per ciò che concerne la seconda metà (ma guardatelo tutto!)
Come sempre sono in disaccordo con almeno il 50% delle cose che dice Negri, nonostante la fascinazione che le sue idee, le sue tesi e certi suoi libri abbiano avuto su di me sin dall'epoca dell'università. Ma questo video è importante non tanto per Negri quanto per il dialogo con Pablo Iglesias, leader di Podemos: per il tono, per il livello del discorso che resta divulgativo ma scava, per una leggerezza puntuta che indaga nel profondo, per la qualità delle domande (e delle risposte) su temi che in "casa nostra" vengono declinati se va bene alla grillina e se va male non voglio neanche pensarci...
L'Europa, una certa idea di marxismo, il rapporto fra leader e movimenti e fra movimenti ed istituzioni, la crisi degli stati nazionali ed il neoliberismo, il cadavere puzzolente del PCI, l'autonomia e la rappresentanza. Insomma i nodi dell'oggi nel loro strozzarsi verso il futuro.
E quell'asse Tsipras-Iglesias che in autunno potrebbe rafforzarsi ulteriormente.
  

mercoledì 13 maggio 2015

TerroirMarche, fra sogno e realtà.


Il primo maggio 2015 il nostro Consorzio TerroirMarche ha compiuto 2 anni. 
Nato quasi per caso in un lungo viaggio comunitario a Montpellier, quello che sembrava un piccolo sogno è diventato una bella realtà: un luogo di aggregazione di vignaioli bio che condividono idee e pratiche per difendere e valorizzare il proprio "terroir". Banale a dirsi, impresa titanica a farsi - in una regione come la nostra dove fra campanili vecchi e nuovi, politica e politici vecchi e nuovi, consorterie e maneggi vecchi e nuovi, vere e proprie sperimentazioni "dal basso" è difficile farle crescere, specie nel mondo dell'agricoltura.
Per questo sarà importante esserci ad Ascoli i prossimi 16 e 17 maggio a Palazzo dei Capitani per quella che sarà la nostra Fiera - non fiera. 
Non sarà infatti la solita fiera del vino più o meno naturale.
Sarà una cosa nuova e diversa perché per la prima volta sono i vignaioli stessi, senza l'intermediazione di associazioni o proloco o amministrazioni o distributori o organizzatori di eventi, a rischiare del loro ed a impegnarsi in prima persona per questo evento.
Sarà una cosa nuova e diversa perché accanto ai classici banchi di assaggio ci saranno 5 importanti laboratori dove si proveranno a capire i perché e i percome dei nostri vini: troppo spesso nella comunicazione si danno per scontate questioni che in realtà non lo sono, come l'identità, l'autenticità, il reale peso specifico dei vini di un determinato territorio. 
E tutto finisce in un calderone indistinto.
Noi pensiamo che ci sia ancora molto da capire sui vini e sui terroirs marchigiani.
Infine sarà una cosa nuova e diversa perché si parlerà non solo di vino ma anche di tutela e difesa del paesaggio, di alimentazione bio, di una visione che non è solo quella di una generica "agricoltura di qualità" in stile Expo ma che riguarda più profondamente la discussione sul nostro modello di sviluppo, cioé sul nostro futuro.
#Siateci.

martedì 28 aprile 2015

Il vino naturale e la musica alternativa

Oggi alla radio hanno passato Sunday bloody sunday.
Era tipo anni che non l'ascoltavo. Perlomeno che non la ascoltavo bene, guidando, in auto, su una strada tutta curve come sanno esserlo solo alcune strade perse nei crinali delle colline marchigiane.
E così, ascoltando quella batteria scatolosa, quella voce da ventenne incazzato col mondo, quella chitarra sbilenca e dal suono gracchiante, mi è venuto da pensare che mentre nel vino c'è stata e c'è tuttora una profonda riflessione sui modi della coltivazione e della vinificazione - cioé sul come si produce - questa riflessione è molto mancata nel mondo della musica rock indipendente e alternativa degli ultimi anni.
Sono uscite un sacco di cose belle, un sacco di cose innovative, si sono ascoltate tante parole sull'indie, sull'alternative, sempre in opposizione ad un misterioso mondo mainstream... Eppure una seria e approfondita riflessione estetica su cosa sia registrare - quindi produrre più che distribuire - un disco "autentico" oggi, negli anni dieci del duemila, io non l'ho letta o ascoltata.
I dischi, anche quelli "indie", anche quelli alternativi, suonano tutti "impostati", "costruiti", "indirizzati", quasi ci fosse un gusto omologato che in qualche modo domina l'approccio estetico del musicista genericamente rock del terzo millennio.
Forse son solo io.
Forse è un'impressione sbagliata.
Eppure mi pare di percepire tante pose, tanti atteggiamenti, tante costruzioni che mi fan pensare più agli enologi dell'industria del vino che ai vignaioli naturali della Loira (tanto per fare un esempio).
Insomma. La Sunday bloody sunday ascoltata oggi mi è parsa di una sconvolgente modernità.

martedì 24 febbraio 2015

Un po' di geologia (parte seconda)

Una delle poche idee in fatto di zonazione dei Castelli di Jesi è quella venuta affermandosi negli ultimi anni di una differenza fra riva destra e riva sinistra del fiume Esino.
Accattivante dal punto di vista mediatico, con i suoi rimandi "bordolesi", in realtà questa suddivisione risulta piuttosto contraddittoria dal punto di vista del risultato nel bicchiere e sembra restare - in assenza di ulteriori ricerche e comparazioni - solamente una suggestione.
Da un punto di vista strettamente geologico la differenza maggiore appare invece quella fra nord-est e sud-ovest della denominazione lungo una ideale linea di demarcazione che corre parallela al mare passando dalle estremità più nord-orientali dei comuni di Staffolo e San Paolo di Jesi, passando per Pianello Vallesina e Moie, giunge ai settori più nord-orientali di Montecarotto e Serra dè Conti: a destra di tale linea immaginaria le colline sono mediamente più basse e risalgono al Pleistocene (quaternario) e al Pliocene superiore  con una maggiore omogeneità di terroir.
A sinistra di tale linea le pendenze si fanno decisamente più ripide, sia a destra che a sinistra dell'Esino, le colline sono di formazione più antica (Pliocene inferiore con affioramenti del Miocene) e la geologia si fa molto più complessa e variegata.
Tutto ciò potrebbe aprire le porte di uno studio approfondito e scientifico sulle correlazioni fra suoli e vini, sempre tenendo presente della rilevanza delle esposizioni e delle altitudini che nei Castelli di Jesi vedono una variabilità molto importante.

I processi di trasgressione e regressione marina, le dinamiche di sedimentazione, intorbidimento e deriva, i movimenti sismici e tettonici lungo milioni di anni hanno "modellato" le colline, un tempo fondali dell'adriatico, secondo complessi fenomeni che oggi possono essere riscontrati sia nella stratificazione verticale che nelle discontinuità orizzontali lette nelle mappe geologiche a disposizione.
Dal punto di vista di un vignaiolo, ignorante in materia di geologia, alcune generalità possono però essere riscontrate:

1) Le storiche "rivali" del Verdicchio Montecarotto e Cupramontana condividono in vaste porzioni del loro territorio la Litofacies arenitico-conglomeratica di Montecarotto (FAAb): essa è costituita da corpi conglomeratici passanti lateralmente a corpi arenitico-conglomeratici e sabbiosi, di forma lenticolare e giacitura concordante... I singoli corpi ciottolosi si presentano, il più delle volte, con una base erosiva e si sviluppano con spessori variabili da alcuni decimetri a qualche metro e con estensioni laterali assai variabili... Localmente sono presenti intercalazioni arenitico-sabbiose e pelitiche dello spessore di qualche decimetro. Il grado di organizzazione all'interno dei singoli corpi è piuttosto variabile, come risulta dall’analisi di strati successivi o di singoli intervalli.
Si tratta fondamentalmente di pietra arenaria che si può anche vedere spesso affiorare in grosse conformazion lungo le strade (es. contrada Romita verso il convento dei Frati Neri).  

2) Una grande parte del terroir di Cupramontana vede la presenza diffusa del Membro delle arenarie di Borello (FAA2), più antica rispetto alla precedente (pliocene inferiore) e caratterizzata da una alternanza di strati arenitici (arenaria) e pelitici (argille). Gli strati arenitici sono generalmente compatti, hanno uno spessore variabile da qualche decimetro ad alcuni metri, granulometria di norma medio-fine e colore grigio-giallastro; lo spessore degli intervalli pelitici è solitamente inferiore rispetto a quello degli strati arenitici, il loro colore è grigiastro e l'aspetto scagliettato.
Molto spesso questa formazione giallastra che si incide abbastanza facilmente viene in zona erroneamente chiamata "tufo": in realtà il tufo vero e proprio è di origine vulcanica e non c'entra nulla con le arenarie.

3) Già nella carta geologica 1 a 100.000 e poi ancora meglio nelle carte 1 a 50.000 e 1 a 10.000 è possibile vedere una evidente difformità nella zona fra Cupramontana-Staffolo dove a dominare sono invece sedimentazioni più antiche, in particolare lo Schlier (SCH) e la Formazione Gessoso-solfiera (GES) risalenti a periodi precedenti al Pliocene, ovvero all'epoca del Miocene e della crisi di salinità del Mediterraneo. Ma più in generale sia la parte che da Cupramontana va verso Apiro (Cerretine, Colognola, La Croce, Palombara e poi la parte media del torrente Esinante intorno alla Abbazia di S. urbano) che la Valle del torrente Cesola fra Cupramontana e Staffolo (contrade di Manciano, Carpaneto, Colonnara, San Michele, Spescia, Follonica, Salmagina, ecc.) risultano geologicamente molto più complesse.


File:Marl vs clay & lime.PNG

In particolare ciò che muta è la dose di CaCO3 presente nel suolo, cioé del carbonato di calcio: da questa dose dipende la classificazione in argille e/o marne e l'effetto sulla dinamica gustativa finale dei vini.
Che questo possa essere alla base di una qualche differenza nei vini di queste zone di Cupramontana, Staffolo e Apiro?   



   

domenica 25 gennaio 2015

Un po' di geologia (parte prima)

Della geologia dei Castelli di Jesi si sa tanto o poco, a seconda dei punti di vista.
Si sa tanto nel senso che abbiamo la fortuna di avere molte ricerche sia storiche che tecniche sull'argomento e di avere (fra le poche regioni in Italia) una mappatura vicina al 100% del territorio regionale non solo in scala 1 a 50.000 (carta geologica d'Italia) ma anche in scala 1 a 10.000, quindi con una eccezionale precisione.
Si sa poco nel senso che raramente si è colta l'occasione per applicare questa enorme ricchezza di informazioni al settore vitivinicolo. Si parla in generale di colline argillose, di sedimenti marini risalenti al Pliocene, di presenza calcarea legata alla dorsale appenninica.
Nel disciplinare del vino Verdicchio dei Castelli di Jesi grande attenzione è data al vitigno e alle sue note fruttate mentre il riferimento al suolo è semplicemente questo:
"Le aree collinari, ove si sviluppa la denominazione, confluenti nel bacino del fiume Esino 
presentano un alto contenuto in argille, alta percentuale di carbonato di calcio, scarsa permeabilità, 
erodibilità, diversa frazione pelitica e calcarenitica"
Un po' poco - credo - per un vino che vuole essere il più importante bianco italiano.
Di geologia io sono un totale ignorante ma negli ultimi tempi mi sono intrippato a tal punto da leggere un sacco di studi e provare a decodificare le carte geologiche soprattutto di Cupramontana.
Da ignorante ho scoperto un sacco di cose, prima fra tutte che è vero che l'area dei Castelli dei Jesi è piuttosto omogenea dal punto di vista geologico, nel senso che la formazione dei suoli risale evidentemente all'emersione rispetto al mare Adriatico, ma è anche vero che tale emersione non è stata "pacifica" ma piena di progressioni e regressioni, oltretutto in ambiente sismico. Tutto ciò ha fatto sì che le sedimentazioni siano più complesse di quel che comunemente noi ignoranti crediamo e che non sappiamo minimamente i possibili effetti di tale complessità su una viticoltura realmente di "terroir".
Il primo grande evento che può considerarsi rilevante ai fini di una geologia del terroir marchigiano è la cosiddetta "cridi di salinità" ed avviene nel Miocene superiore (Messiniano, circa sette milioni di anni da noi): la pressione della zolla africana contro quella eurasiatica conduce alla chiusura dello stretto di Gibilterra, il Mediterraneo resta isolato dall’Atlantico e ne consegue il disseccamento. La prova del prosciugamento e dei conseguenti fenomeni chimico-deposizionali del bacino del Mediterraneo è data dai forti spessori di gessi ed evaporiti riscontrabili in Appennino.
Nel Pliocene la reingressione delle acque dall’Atlantico è molto rapida a scala geologica, e riporta sedimenti abissali sul fondo dei bacini. In questo periodo, cioè fra 5 e 2,5 milioni di anni fa, l'Adriatico occupa interamente tutta la zona collinare dei Castelli di Jesi. 


Nel quaternario invece si ha la massima espansione dell'Adriatico con il Po e i suoi affluenti che arrivano sino ad Ancona. La causa sono le glaciazioni che videro un notevole ritiro di tutti i mari e un evidente allargamento delle terre emerse. 
Il passaggio fra il Pliocene e il Pleistocene (prima era del quaternario) risulta quella più rilevante per il terroir jesino: è a questa fase di ritiro definitivo dell'Adriatico che si deve la sedimentazione più importante, la Formazione delle Argille Azzurre (simbolo geologico FAA) che si ritrova su gran parte dell'Appennino dal Piemonte all'Emilia Romagna alla Toscana e che "domina" le zone più importanti e vocate a destra e a sinistra dell'Esino.
Ciò che è importante sottolineare è la complessità geologica di questa formazione: le Argille Azzurre compaiono in numerosi fogli della Carta Geologica d'Italia (a scala 1:50.000), e molti sono i membri e le litofacies (caratteristiche fisico-chimiche) in esse riconosciute. In passato, alcuni di questi membri e litofacies, corrispondenti a corpi più o meno sabbiosi o marnosi che si intercalano alle argille e che raggiungono talora spessori fino al centinaio di metri, sono stati elevati al rango formazionale.
A Cupramontana questa formazione è prevalente tanto che uno dei sinonimi riscontrati in letteratura è anche "formazione di Macerata-Cupramontana" e presenta differenze rispetto alla stesse sedimentazioni di altri Castelli di Jesi.
Nel prossimo post cercherò di scendere più nello specifico, provando a inserire in questa storia geologica qualche riferimento al vino. Per ora vanno tenute a mente i gessi, le argille e i corpi più o meno sabbiosi o marnosi.    

domenica 14 dicembre 2014

Un libro "di movimento"

Non è il vino dell’enologo

Sono passati due anni dalla pubblicazione e resto sempre più stupito dalle dimostrazioni di affetto e di calore che mi arrivano da chi si è imbattuto in questo libretto nato per caso e che ora pare vivere di una vita propria.
Ho già detto della soddisfazione per le moltissime recensioni - tutte incredibilmente positive: dalle più importanti testate italiane (Corriere, Repubblica, Manifesto, L'Espresso, Panorama, ecc.) ai siti specializzati nel food, dai blog più importanti fino a quelli più piccoli e privati, la mole di interventi su questo libro è andata oltre ogni più rosea aspettativa. Mi ha poi riempito di gioia l'aver partecipato a festival come il Festival della letteratura di Mantova e Bookcity a Milano perché in un qualche modo è stata colta anche una vena letteraria in un libro dall'apparenza tecnica e specialistica.
Ma il piacere più grande viene dalla sensazione che questo sia diventato in parte un libro "di movimento" - come si diceva un tempo: un libro che non si limita a descrivere una piccola storia o un dato momento, ma che descrive - ed è parte di - qualcosa di più grande.
Solo così si possono spiegare tre ristampe e circa 4000 copie vendute. Che sono nulla in assoluto ma sono tante se pensiamo al contesto. 
Solo così posso spiegare l'affetto di persone che continuano a scrivermi, ad incontrarmi, a interrogarmi, fino al punto da mettere in discussione scelte personali, professioni e prospettive. 
Solo così posso capire quanto le pagine che ho scritto, spesso in modo inconsapevole, abbiano incontrato la voglia di cambiare, la frustrazione, l'insoddisfazione per questo modello di sviluppo e per questa economia del non-senso.
Siamo dentro un movimento liquido, spesso inconsapevole, ancora poco definito e che ha perso bussole ideologiche. 
Non sappiamo dove stiamo andando e non ci sono risposte certe.
Il vino naturale parla una lingua ancora non del tutto conosciuta, usa un linguaggio nuovo, rivoluzionario. Qualcuno lo vuole ingabbiare ma lui è una bestia anarchica e sfuggente.
Il biologico non è la certificazione europea.
La decrescita non è recessione: quella ce la dà il capitalismo delle crisi.
La cooperazione non è quella della legacoop e di mafiacapitale.
I beni comuni non sono lo Stato.
Nella confusione estrema di questi anni alcune cose le abbiamo apprese, altre le dobbiamo conquistare. Un movimento c'è, e ha bisogno più di stalle che di (5) stelle. Di un compost che maturi ancora un po'. Ma poi viene la semina, si fanno gli innesti, si concima.
E l'ingranaggio magari si ferma.


    

domenica 26 ottobre 2014

Harvest 2014

Con i mosti oramai quasi tutti i secchi, tranne il Montepulciano, è possibile tracciare un primo bilancio di quest'annata così stramba.
Dico subito che ai tanti colleghi contadini e vignaioli che non raccoglieranno o raccoglieranno poco o avranno vini difficili, a causa di questa stagione così dura, va tutta la nostra solidarietà. Grandinate, bombe d'acqua, piogge incessanti hanno davvero creato enormi problemi in tutta la nostra penisola.
Al tempo stesso, però, non bisogna né generalizzare né pensare che sia tutto da buttare, anzi. In molte zone d'Italia questa vendemmia potrà regalare vini buoni se non buonissimi ed un accurato lavoro in vigna - specie durante le operazioni di vendemmia - può aver certamente riequilibrato anche situazioni estreme o molto difficili.
Per noi è stata una vendemmia molto dura, iniziata presto e finita tardi, con molti passaggi in vigna e tante tante ore lavoro per cercare di fare il meglio in una situazione resa precaria da malattie fungine, marciumi e gradazioni zuccherine medio-basse.
Detta così sembra tragica.
In realtà a bocce ferme c'è la grande soddisfazione di avere portato a casa una vendemmia così dura con le consuete dosi di rame/zolfo e con gli stessi metodi di vinificazione - senza lieviti selezionati, correzioni dei  mosti, enzimi, tannini, chiarificanti, ecc. - e mantenendo la solforosa dentro livelli molto accettabili vista l'annata (e come facciamo da qualche anno in qua, senza solforosa sui vini macerati bianchi e rossi). Se si può fare quest'anno si può fare sempre, questa è la grande felicità.
Ma i vini come sono?
I vini sono tendenzialmente diluiti, esili, un po' crudi in questa fase e con gradazioni alcoliche più basse rispetto al solito. Di per sé non sarebbe un male se non fosse per una sensazione generale di "centro bocca" davvero sfuggente. Al tempo stesso ci sono note aromatiche interessanti legate al freddo ed alla stagionalità "nordica" che possono dare qualcosa in più in termini di piacevolezza immediata.
Ma è ancora molto presto e per ora prevale la soddisfazione di aver domato la #vendemmiadimmerda. Starà poi ai nostri amici clienti co-produttori capire la particolarità e unicità dei vini di quest'annata.

giovedì 18 settembre 2014

Il mondo dalla nostra parte

E alla fine Giuliano Dottori ci fece anche ballare e cantare. Enjoy it! Colonna sonora qui a La Distesa per rendere la vendemmia 2014 un po' meno #vendemmiadimmerda. :-)