venerdì 30 luglio 2010

Pordenone, Europa.

E' stato fatto semplicemente quello che andava fatto: eliminare una coltura illegale. Esattamente come i governi di tutto il mondo provano a fare con la coca in sudamerica, i papaveri in asia e la canapa nel nordafrica. Eppure è dovuta intervenire Greenpeace, che un'istituzione non è, per arare gli ettari di mais transgenico piantati illegalmente in Provincia di Pordenone.
Teniamo gli occhi aperti. In Europa si sta lentamente sfaldando il fronte anti-ogm e c'è bisogno più che mai di attenzione ed opposizione sociale. Con la scusa delle sperimentazioni e delle contaminazioni accidentali potremmo davvero avere presto a che fare con situazioni come questa.

giovedì 22 luglio 2010

Crosby,Stills&Nash

Ci sono band che davvero hanno fatto la Storia della musica. CS&N è sicuramente una di queste, a maggior ragione con l'aggiunta di Young. Il primo "supergruppo" della storia del rock con elementi provenienti dai Byrds (Crosby), Buffalo Springfield (Stills) e Hollies (Nash), per fare una summa degli anni sessanta e dirigersi verso il decennio post Woodstock.
Lunedì scorso mi son fatto lo sbattone per andare a Roma, nello splendido Auditorium Parco della Musica, per ascoltarli. Un concerto davvero strano, contraddittorio. Eppure bisognava esserci. Assolutamente.
Crosby Stills Nash in Italia a luglio: Milano, Roma, LuccaPerché strano? Perché non siamo più abituati ad un certo modo di suonare e di porsi sul palcoscenico. Ho avuto davvero in certi momenti la sensazione netta, davvero paradossale per chi ha sentito dal vivo quasi tutti i mostri sacri del rock, di essere catapultato in un'altra epoca. Mi spiego: non è che Dylan o Springsteen o i Rolling Stones suonino così "moderni". Ma certamente il loro sound, il loro modo di stare sul palco, il timing di certi pezzi, il repertorio, l'immagine complessiva che viene dal palco, hanno avuto un'evoluzione nel tempo. Nel concerto dell'altra sera, invece, è stato come se ci avessero fatto viaggiare con la macchina del tempo per arrivare lì, negli anni sessanta. Con l'unica differenza di uno Stills in pessime condizioni fisiche e di un Crosby totalmente immobile, pareva davvero d'essere nella west coast in quegli anni, nel bene e nel male.
Un batterista che suona costantemente dopo il beat (a differenza di oggi dove suonano tutti ben prima); suoni analogici bellissimi e nitidi ma un un modo di suonare tremendamente sporco; una sezione ritmica appena presente e sempre in appoggio; armonie vocali davvero extra-terrestri e psichedeliche; un approccio sul palco easy e lontanissimo da ogni divismo del rock anni '70 e '80 o dalle pose di qualunque ragazzetto indie di oggi; un volume della chitarra solista davvero spaventoso. 
Tutto quanto lontano anni luce da un live odierno.

Bene. Il fatto è che dopo essersi abituati, e dopo qualche minuto di riscaldamento, ma l'età è quella che è, è arrivata anche la magia. Gemme come Long time gone, Marrakesh Express, Long may you run, Deja vù. E poi, soprattutto, il set acustico con le rivisitazioni di Norwegian Wood (Beatles), Girl from the North country (Dylan) e Ruby Tuesday (Stones in versione da brividi). Giusto, così, a ribadire il tono della serata.
Stills fa davvero fatica e qua e là piazza qualche sbavatura, però il suono delle sue chitarre è magnifico ed è il vero collante del gruppo. Nash è in forma smagliante, a piedi nudi su tappeti freak, è l'unico a parlare ed a muoversi sul palco. Crosby è sostanzialmente immobile, in postura da grande saggio, ma ha una voce pazzesca che il tempo non ha né scalfito né indebolito.
Così quando arrivano Behind blue eyes (Who) e Almost cut my hair (capolavoro totale di Deja vù) capisco definitivamente cosa cazzo sono stati quegli anni per la cultura pop.

lunedì 19 luglio 2010

Pietre colorate

E' da poco uscito il nuovo numero di Pietre Colorate . Si tratta di una nuova pubblicazione che parla di vino. Anzi: di terra, radici e mani. Io ve lo consiglio. Non perché mi sia stato chiesto di scrivere l'editoriale di questo numero. Ma perché è una bella rivista. Bella la carta, belle le foto, bella la grafica. C'è bisogno, con tutta la grettezza e la bruttezza che ci circonda, di tornare alle cose belle. Belle nel senso lato che c'è nella purezza, nell'idealismo, nella diversità. Nella competenza. Ecco, in questa rivista c'è l'approccio all'agricoltura che più mi piace, quello che fa rima con cultura, quello che lascia parlare i sentimenti più che i duecentosettansei descrittori organolettici di un vecchio Borgogna.  

venerdì 16 luglio 2010

Altai

Bello, bello, bello. L'ultimo libro del collettivo Wu Ming (quelli di Q, 54, Manituana).
I grandi bivi della Storia. Le scelte ed i sogni dei perdenti. Il nostro mondo che affiora in trasparenza dentro altri luoghi ed altri tempi. Libri, cultura, scienza e la loro influenza sulle civiltà umane. Ritmo, ritmo e ancora ritmo. Tutto ciò è Altai. Dal nome di una razza di falchi da caccia.

mercoledì 7 luglio 2010

Voglia di vini beverini e rock'n'roll

Finalmente l'estate. Ci voleva proprio. Lino sulla pelle e vini freschi nei bicchieri. Gli ultimi: André Vatan Sancerre Rosé 2008, Domaine Labet Jura Savagnin 2002, Ettore Sammarco Ravello costa d'Amalfi rosso 2004, Jean Foillard Morgon Cote du Py 2007. Ovviamente uso i termini "beverino" e "fresco" in senso molto allargato e positivo: si tratta infatti di vini eccellenti, accomunati da una impressionante facilità di beva e di abbinamento.
Estate: sete di vini freschi, magari di qualche buona birra. E rock'n'roll. Nel senso più antico del termine: festival, sudori mischiati, caldo, batterie feroci, danze e salti. Come ieri sera a Mestre al Parco San Giuliano per l'ultima sera dell'Heineken Jammin' Festival: Gomez, Gossip, Skunk Anansie, Ben Harper e Pearl Jam il menù della serata, assieme a sole feroce ed una spruzzata di pioggia per non farsi mancare nulla. Sui Pearl Jam non dico altro se non quello che sostengo oramai da molti anni: sono il Live Act Rock migliore in circolazione in questo momento. Fantastici anche ieri sera con un set veramente duro e compattissimo. Mi ha però veramente impressionato il concerto di Ben Harper con la nuova band. Meraviglioso. Con Heartbreaker di ledzeppelinana memoria e Red House ad omaggiare Hendrix. Minchia, ci voleva!
E poi...

venerdì 2 luglio 2010

Diamante pazzo

Ieri notte si tornava in auto da Ancona verso casa. A un certo punto dall'autoradio, sintonizzata su Virgin Radio, si diffondono le inconfondibili note della chitarra di David Gilmour.
C'era un locale nell'isola di Ios dove Massi, Paolo ed io iniziavamo la serata. Era gestito da un pazzo inglese capellone e rockettaro che apriva il suo locale verso le 22.30 ed attaccava la programmazione musicale tutte le sante sere con Shine on you crazy diamond ad un volume sconsiderato. E noi tutte le sere ce ne stavamo al bancone a spararci qualche ciupito di tequila, così tanto per iniziare la serata. Era il 1995, cazzo.
Allora ieri notte ho alzato l'autoradio a palla, ho pigiato sull'acceleratore e mi son goduto l'aria finalmente estiva che entrava dal finestrino.

mercoledì 23 giugno 2010

Gli dei della pioggia

Bene così. Anche quest'anno ci siamo riusciti. E nonostante la sfiga che ci perseguita inviandoci sempre tempo di merda, umido e freddo, non possiamo lamentarci. Gli dei della pioggia ci hanno disturbato non poco ma, in definitiva, non hanno voluto infierire. Appena riposti gli strumenti, domenica notte, si è scatenata una pioggia battente che il lunedì si è trasformata in nubifragio. Non solo. Sabato sera diluviava in Ancona e in diverse parti della provincia ma non su La Distesa.
Programma regolare, dunque.
Bellissima l'atmosfera venerdì durante la proiezione di La Faccia della terra di Firriolo e Capossela: il cinema all'aperto si conferma capace di emozionare e catturare l'attenzione.
Ottima partecipazione di pubblico al sabato con i concerti di Lucia Manca (straordinaria), Marco Fabi (ottimo concerto, tirato e convincente) e The Record's (che si confermano un band veramente tosta dal vivo).
Molto, molto carina la presentazione del libro Rockitchen nella tarda serata di domenica con tanto di degustazione di pasta di farro su crema di zucchine (abbinata a Verdicchio e Born to run: praticamente un'apoteosi). Mi spiace per la mancanza di pubblico ai concerti della domenica: faceva davvero molto freddo ed ha smesso di piovere solo alle sette di sera. Però chi mancava s'è perso due concerti davvero incredibili. Laua Loriga col suo Mimes of Wine mi ha davvero emozionato con le sue atmosfere sospese tra canzone d'autore, richiami classici e jazz, psichedelia vocale. E poi il grande Fabrizio Coppola ha sparato un concerto da paura di vero e puro rock'n'roll, mettendo a dura prova la resistenza del nuovo palco in legno.
Ora facciamo i conti e vediamo di quanto siamo in perdita. Ma va bene così.

mercoledì 16 giugno 2010

Partenza col botto

Musica Distesa 2010 è partita da Ancona sabato scorso. Partenza col botto, con un grandissimo concerto di Daniele Tenca e Band. Factory da pelle d'oca. Suoni splendidi. Blues e rock sudati, il cortile della Mole Vanvitelliana a far da cornice alle storie di Blues for the working class.
Lunedì abbiamo inaugurato la mostra fotografica di Francesco Orini a Jesi.
Si prosegue venerdì, per tutto il week-end, a La Distesa, con l'oramai solito meteo problematico. Ma sarà una festa comunque. Info: http://musicadistesa.weebly.com

mercoledì 2 giugno 2010

La stagione dei bianchi

Col primo caldo ho inaugurato la stagione dei bianchi con un ottimo Chardonnay. Sebbene sia più conosciuta per i Pinot, bianchi e neri, la cantina altoatesina Stroblhof produce anche un buon Chardonnay. L'annata 2007 è degna di nota per l'assoluto equilibrio, l'eleganza, la bevibilità. Un bel bianco senza grilli per la testa: calcareo, definito, dissetante. Mi ha ricordato certi Borgogna base (specie nel Maconnais) che si bevono a garganella. Un altoatesino che non concede nulla all'aromaticità ed al facile frutto e gioca tutto, invece, sulla finezza.

mercoledì 19 maggio 2010

Acqua da tutte le parti.

Piove, la gatta non si muove. Piove sulle tamerici salmastre ed arse. Piove, guarda come piove, guarda come viene giù. Insomma, piove che Dio la manda da giorni.
E' un pò l'incubo del vignaiolo bio: pioggia quotidiana e non riuscire a trattare il vigneto. E quando tratti, l'acqua si porta via tutto. Non resta che attendere e credere nel potere della biodinamica...
Who'll stop the rain cantava il grande John Fogerty, con l'eco vigoroso di Bruce e della E Street. Già. Chi fermerà la pioggia?

giovedì 13 maggio 2010

Elemento acqua

Mi accorgo di avere trascurato un pò questo spazio, ultimamente. Molti gli impegni che si sono accavallati. Imbottigliamenti, spedizioni, ripetuti tagli d'erba, sistemazioni d'agriturismo, sistemazioni di cantina, adempimenti burocratici, l'orto. Due figli sempre più attivi. E poi l'organizzazione della quarta edizione di Musica Distesa.
Le giornate sono dominate dall'elemento acqua. Organizzare i lavori di campagna diventa difficile. Sogno un paio di giorni solo per me, lontano. Leggero. Ho letto un libello interessante. Che fare? Trattatello di fantasia politica a uso degli europei di Daniel Cohn-Bendit, ore leader di Europe-Ecologie  e già leader dei Verdi tedeschi e del maggio francese. Una boccata d'aria nel marasma del dibattito nostrano.
Nel frattempo ho rilasciato interviste (qui ) e dichiarazioni spontanee (qui ).

domenica 2 maggio 2010

Lavoratori...

Appena passato il 1° Maggio. Ho letto cifre agghiaccianti. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è al 27% (media, per cui è facile immaginarsi il dato del solo Sud). Le persone che stanno usufruendo di qualche forma di ammortizzatore sociale (tipo cassa integrazione) sono 4 milioni.
In un post di circa un anno fa (qui) ironizzavo su quanti dicevano che si era fuori dalla crisi. Dopo un anno i dati generali sono piuttosto negativi e la situazione di Grecia, Portogallo e Irlanda tutt'altro che tranquilla. I principali paesi industrializzati hanno livelli di debito pubblico elevatissimi, a cominciare da Stati Uniti ed Inghilterra. Livelli di debito che rendono complicate politiche forti di espansione della domanda aggregata.
Ma il problema più serio è che si continuano ad usare argomenti vecchi. Argomenti di una economia anni ottanta che è esattamente quella che ci ha portato dentro alla crisi. Non ci si accorge della fine di un mondo.  Non ci si accorge del mutamento drammatico delle mappe economiche e geo-politiche mondiali, del progressivo impoverimento della classe media e di tutto il mondo del "lavoro dipendente" così come del pericoloso vicolo cieco nel quale ci hanno portato la fede nella "crescita" ed il folle sfruttamento delle risorse naturali.
Non si esce vivi dagli anni ottanta diceva Manuel Agnelli. E non sapeva quanto avesse ragione.

lunedì 19 aprile 2010

Il vino naturale ed il dominio della tecno-scienza.




Pare che d'improvviso tutti si siano accorti dei Vini naturali. Tutti a scrivere di filosofia "vinoverista", di biodinamica, di marketing del bio, di vininaturali dentro Vinitaly, fuori, a metà strada.
Assisto con interesse e preoccupazione al dibattito. Noto, soprattutto, gli attacchi, i distinguo, le critiche, le insinuazioni.
Una larga parte di produttori “convenzionali”, di commentatori vari, di giornalisti, di bloggers, sostiene che l’aggettivo “naturale” sia fuorviante, sbagliato, eccessivo.
La critica più forte è fondata su tre questioni interconnesse:
1) Il vino "naturale" non esiste, perché l'uva naturalmente o marcisce o diventa aceto.
2) L'atto agricolo stesso è "innaturale", poiché atto umano.
3) In ogni caso il riferimento a processi che limitano l’utilizzo della chimica deve restare nell’ambito di ciò che è normato dallo Stato (disciplinari del biologico).
Mentre i produttori "naturali" faticano a trovare un terreno comune di discussione, i loro "avversari" già sono in grado di affermare che il vino naturale è una falsificazione.
Trovo questa impostazione del problema facile e poco interessante. Nega, infatti, all’origine l’esistenza stessa del concetto di vino naturale. In questo modo si è risolto il problema, no?
E' esattamente l'approccio occidentale nel momento del trionfo della tecno-scienza, per dirla con Heidegger. L'uomo sta su un piedistallo, nuovo dio, e la natura è fuori da sé. Perfettamente conoscibile, modellizzabile, manipolabile.

Ma è proprio così? O questa è proprio la deriva da evitare, proprio la strada verso l'abisso?
Qui non c'entra nulla l'ecologismo radicale. E', invece, una questione ontologica. E' una questione esistenziale. Se cioé l'uomo stia “nella” natura e non “contro” o “sopra” la natura. Se debba abitare il mondo o se, invece, lo debba piegare alle prorie necessità.
Quando nasce il movimento per l’agricoltura biologica la prima rottura, immediatamente, è sulla visione del mondo, sulla filosofia della scienza, su un nuovo umanesimo. Non certo su quali e quanti prodotti si possano o non si possano utilizzare.
L’uomo è - esiste - in quanto agisce "nella" natura, in quanto parte dell'essere tutto. In questo senso non è affatto un caso che la biodinamica sia filosoficamente fondata (per quanto poi si possa avere una opinione critica sulla filosofia steineriana).
E’ partendo da qui, dunque, che si può e si deve rispondere in modo critico e dialettico alle tre questioni sopra esposte.

Veniamo alla prima. Innanzitutto è falso che, pressata l'uva, il mosto diventi naturalmente aceto.
L'acetobacter necessita di etanaolo, cioé di alcool. Dunque ogni acetificazione segue sempre una fermentazione alcolica. La quale avviene per una dinamica microbiologica naturale, per l'appunto. A me, cioé, pare vero, esattamente l’opposto di quanto si sostiene: nella fermentazione alcolica spontanea è la natura, è l’energia, è la vita. Dove interviene l'uomo? Nella decisione iniziale di pressare l'uva per farne vino, certo. L’uva non si pressa “da sola”. E poi nella corretta gestione del liquido, finita la fermentazione alcolica. Esaurita la carbonica, l’ossigeno inizia la sua azione destabilizzante, e l’uomo ha sperimentato nel tempo una serie di tecniche per frenarne l’azione.
Torniamo, allora, al punto filosofico. La contrapposizione fra tecnica e natura era presente già nei greci. Ma solo con l’uomo moderno diviene netta, come frutto di una visione schematica e tecno-scientifica dell'uomo.
Perché l'uomo decide di pressare l'uva e vinificarne il succo? Perché parte del proprio tempo, parte della propria esistenza, sono per l’uomo legate al piacere. Le bevande fermentate entrano nella storia come aspetto dionisiaco che costituisce, fonda l'uomo. Lo definisce, lo caratterizza ontologicamente. Si potrebbe dire che per sua natura l'uomo, perlomeno dagli egizi in avanti, trae giovamento, godimento materiale e spirituale, dal vino. Per-sua-natura. Cioé come fatto naturale, legato alla propria specie.
Se, dunque, esiste la possibilità di produrre naturalmente vino, senza alcuna aggiunta (ed è possibile, è sempre accaduto e sempre accadrà, si pensi ai famosissimi vini di Lesbo o Chios nell'antichità), per trarne quel godimento che è naturale-per-la-specie, ciò che resta aperto è il secondo problema, quello dell'”atto umano", cioé della tecnica. Agricola, in primo luogo. E di conservazione del liquido, in secondo luogo.

Ora, in natura anche i castori adottano una tecnica per costruire le proprie dighe. Anche i leoni adottano una tecnica di caccia. Anche i formicai sono costruiti secondo una certa tecnica. Eppure a nessuno verrebbe da dire che sono "innaturali". Anche l'ostetricia, oramai, è fatta di tecniche e procedure. Eppure usiamo ancora correntemente il termine "parto naturale", per distinguerlo dal parto cesareo, frutto di una chirurgia molto più invasiva.
Dire che l'agricoltura è innaturale, poiché frutto di scelte umane, è un colossale fraintendimento. E' un fraintendimento che nasce proprio dal fatto di immaginare l'uomo separato dalla natura. Dal fatto che ci pare più importante la storia recentissima rispetto all'intero della storia evolutiva umana.
L'agricoltura è parte integrante dell'evoluzione dell'uomo ed, anzi, fatto costitutivo dell'ultimo anello evoluzionistico. Non siamo più cacciatori-raccoglitori ma diveniamo agricoltori. E nei secoli sviluppiamo tecniche agricole. Certamente tali tecniche prevedono l'atto, l’intervento, umano. Ma perché considerarlo innaturale? Perché considerare innaturale seminare, addomesticare varietà, bonificare i terreni? Esattamente come l'orso aspetta i salmoni sul bordo del fiume e, con una certa tecnica affinata in milioni di anni, pesca, così l'homo erectus a un dato punto della sua storia evolutiva coltiva i campi per nutrirsi.

E dunque? E dunque la rottura sta quando l'uomo si distacca dalla natura in seguito al progresso scientifico, al capitalismo, allo sviluppo, all'industria. Quando cioé tecnica e natura smettono di dialogare, di relazionarsi. Quando la Tecnica, dopo la grande rivoluzione scientifica, si pone in posizione dominante. Quando si rompe, cioé, l'equilibrio naturale attraverso la forzatura industriale (I rifiuti, ad esempio, nascono con l’industria: in natura non esistono rifiuti). Parliamo degli ultimi 300 anni di storia umana, a stare larghi.
Qui iniziano i problemi. Qui si perde a strada. Qui si dividono i sentieri. Questa non è assolutamente una posizione luddista o anti-progressista. E’ solo una breve ricostruzione per ricordare che la fondazione del “biologico” avviene come reazione alla rottura del rapporto fra uomo e natura. Per sottolineare che ciò che è innaturale non è l'agricoltura, ma l'agro-industria. Ciò che è innaturale non è il vino, ma il vino costruito in laboratorio. Se non eliminiamo questa linea di demarcazione netta, come troppi tendono a fare, allora tutto diventa possibile.

Si viene, così, all’ultima questione. Perché, cioé, non è più possibile riferirsi al solo termine biologico e perché si sta diffondendo il termine "naturale". Non è furbizia. E' che con l'avvento dei disciplinari e della certificazione, di fatto, sono venuti meno i fondamenti stessi sui quali era poggiato il movimento bio. L’industria ci ha defraudato del termine. I disciplinati biologici e, in parte, biodinamici, poggiano oggi sulla stessa mentalità industrialista per cui ciò che conta sono le molecole, le quantità, i prodotti. E non il rapporto uomo-natura. Basta leggere il prossimo disciplinare dei "vini biologici" per capirlo.
"Naturale" è termine ambiguo, sono il primo ad ammetterlo. Eppure con le conoscenze attuali e nelle annate giuste si può fare vino senza null'altro che non sia uva. Così come in campagna si può fare una viticoltura sana e produttiva col solo moderato uso di zolfo e rame. Per quanto riguarda il rame molti vignaioli riescono a rimanere sotto i 3 kg. di rame metallo all’ettaro all'anno (0,3 grammi al meto quadro). Quantità che non lascia residui nel terreno.

Trovo, quindi, che non sia l'uso di una tecnica umana a negare la naturalità, bensì l’innaturale dispiegarsi della Tecnica rispetto ad un mondo della natura in cui l’uomo da semplice attore diviene dapprima protagonista, poi regista, infine produttore. Da questo punto di vista il dominio della tecno-scienza altro non è se non l'altra faccia della medaglia di ciò che Nietszche aveva chiamato "Volontà di potenza". Il novecento, con la sua follia atomica e superomista, non ci ha insegnato nulla. Ed in questo senso, io credo, va collocato il problema degli OGM, delle clonazioni animali, ecc.
Da questa prospettiva mi pare che si possa e si debba parlare tranquillamente di "vino naturale" e, semmai, dividersi e discutere sulla qualità di quel vino. Buono o cattivo. Ossidato, ridotto, pulito, espressivo, complesso, acetico e chi più ne ha più ne metta.
In conclusione credo che, in realtà, la moda di cui tanto si parla consista più nell'attaccare il vino naturale che nel vino naturale stesso.
Quando passeggio per le nostre campagne in aprile e maggio tutta questa moda naturale non la vedo: vedo soprattutto grandi macchie arancione-Round-Up.
Chissà a chi dà tanto fastidio il fatto che il vino naturale possa esistere?

lunedì 12 aprile 2010

Futuro imperfetto

Vini Naturali d'Italia - Manuale del bere sanoDi ritorno da Cerea. Varie domande in testa. Sul vino, sull'agricoltura, sul giornalismo. Sulla maratona. Sul futuro. Innanzitutto: dove va il movimento dei vini naturali (veri, bio, ecc.)?
C'è chi parla di implosione , dopo averne stimolato ed illuminato il percorso. E chi ci si butta a capofitto , dopo averne snobbato molti protagonisti.
E c'è chi, invece, con molta buona volontà ed ottimi risultati cerca di tracciarne un profilo. E' il caso di Giovanni Bietti che ha presentato, proprio a Cerea, il suo manuale. Non una guida ma una "cassetta degli attrezzi" ad uso di consumatori ed appassionati, per fare un pò di chiarezza sulla spinosa questione.
L'importanza del volume è innanzitutto teorica. Il fatto che ora esista un manuale sui vini naturali (qualche volume in francese già c'era, per la verità) sgombera il campo dal primo grande equivoco, quello cavalcato da chi sostiene che "i vini naturali non esistono" (esisterebbe solo l'aceto). No, il vino naturale esiste. Ed è definito secondo alcuni criteri molto bene esposti.
In secondo luogo questo primo volume, dedicato al centro Italia, oltre a presentare alcuni dei protagonisti di questo mondo, è importante perché affronta di petto alcune questioni essenziali: gli additivi enologici, la questione della solforosa, l'aspetto centrale della digeribilità e bevibilità dei vini naturali.
Ma allora dove va il movimento dei vini naturali? C'è chi dice dentro a Vinitaly. Non so. La voce girava già lo scorso anno. Ne avevo anche scritto. Non sarei contrario a priori, a patto di riuscire prima a trovare un terreno comune, una identità condivisa, un percorso unitario (pur con tutte le legittime diversità di vedute).
A parte le divisioni in gruppi ed associazioni, si assiste ad una fastidiosa reclusione autoreferenziale dentro un recinto. C'è indubbiamente la corsa ad auto-proclamarsi "quelli bravi". C'è anche sicuramente qualche spinta un pò fighetta verso una dorata, e pericolosa, torre d'avorio. Non credo, però, che partecipare a Vinitaly sia "La" soluzione. Anzi. La sistemazione di quest'anno mi è parsa molto bella, funzionale, attraente. Ed anche con notevoli potenzialità di espansione, se questa fosse la volontà.
Quello che so è che i vini presenti a queste fiere sono sempre più buoni. Di VinoVinoVino2010 faccio solo alcuni nomi: il veracissimo Chianti Le trame 2007 di Giovanna Morganti; i vini finissimi di Cascina delle Rose, in particolare mi ha colpito il Barbaresco Tre Stelle 2007; lo stupendo Le vieux clos 2006 di Nicolas Joly, salino, dominato da sentori elegantissimi di frutti di mare; il bevibilissimo Morgon 2007 di Foillard; tutti i borgogna bianchi di Pierre Morey; tutti i vini di Beppe Rinaldi.
Il futuro non si sa. Non so se correrò un'altra maratona, ad esempio. Bene a Milano, tutto sommato. Considerando l'allenamento risicato, i tre giorni di fiera, il freddo al via ed il vento contrario per buona parte della gara. Ho chiuso in 3h54m51s cioé un minuto sotto il mio personale. La sensazione era, ed è, che avrei potuto fare decisamente meglio se non mi fosse venuto un dolore al ginocchio sinistro già intorno al 13 km. Ho cercato di gestire al meglio la corsa e il dolore. Ovviamente, però, l'azione e la postura ne hanno risentito. Poi, al 39°, si è spenta la luce ed arrivare è stato veramente molto difficile.
Lasciar perdere sapendo di potersi migliorare ancora è dura. Ma l'impegno di una corsa del genere è davvero davvero molto grande.