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sabato 27 gennaio 2024

The Docks: rock a Milano trent'anni fa

I Docks nascono al Liceo Classico Manzoni di Milano più o meno tra la fine del 1988 e l'inizio del 1989. C'è questa rassegna di giovani rock-bands nella palestra del liceo - che è in autogestione - e mi viene da pensare che i ragazzi che stanno suonando (per lo più cover dei Clash, degli U2, dei Police) sono davvero davvero molto fighi. E così la pensano pure quasi tutte le ragazze. Quindi perché non provare a mettere su una band? 

Mio fratello Giuliano è piccolissimo, dodici anni, ma già studia chitarra classica. Ed io, che di anni ne ho sedici, da poco ho una piccola tastiera Casio con cui provo a strimpellare qualcosa. L'immaginario ovviamente è quello del pop anni ottanta.

I fratelli Dottori nel 1988

Ma per mettere su un gruppo serve una voce: io sono davvero stonato e Giuli ha ancora una voce bianca. Il mio compagno di classe e grande amico Paolo Ricotti è abbastanza intonato. Lo sento cantare in gita scolastica, quando a un certo punto salta fuori una chitarra. Così gli propongo di fare una prova. L'idea è quella di un repertorio di rock-blues classico, con qualche incursione nel cantautorato italiano. Fatico a ricordare chi partecipa alle prime prove ma nell'autunno del 1989 la prima line-up dei Docs (senza la k) è certamente questa: Paolo Ricotti (voce), Corrado Dottori (tastiere), Giuliano Dottori (chitarra), Carlo Ferrari (basso), Paolo Peroni (batteria), Paola Maraone (cori). In questa formazione esordiamo live il 2 dicembre 1989. Affittiamo una sala in via dei Missaglia (zona Grattosoglio) e vendiamo i biglietti ad amici, compagni di classe e conoscenti vari. (Diciassette anni e la mia prima giacca di pelle, un chiodo prestatomi dalla mia amica Paola La Rosa).

Siamo scarsi. Ma in quei primi momenti siamo veramente scarsi. Eppure la sola idea di far parte di una rock-band ci pare la cosa più importante e figa del mondo. Una questione di identità personale, di visione delle cose. La musica per noi è questa roba qui: poca tecnica e grande passione. E poi ore e ore passate ad ascoltare i pezzi da suonare per trovare gli accordi giusti e le note degli assoli. Tutto ad orecchio, spesso suonando sui dischi. Ma i dischi che puoi permetterti sono pochi e spesso ti devi arrangiare "scaricando" i pezzi sulle musicassette direttamente dalla radio, sperando che lo speaker non parli troppo e nel momento sbagliato.

Paolo, Corrado, Giuliano (con la sua prima chitarra elettrica)

Fin dall'inizio alterniamo cover e pezzi nostri. Rock delle origini, Dire Straits, Police, Beatles, Jimi Hendrix, Zeppelin e Floyd; ma anche Zucchero e Vasco: tutto parecchio mainstream ma in un calderone in cui i primi pezzi originali provano a mettere insieme blues e funky con testi spesso venati di satira. Tra le "influenze" di questa fase ci sono gli ancora inediti Elio e Le Storie Tese - che ascoltiamo grazie a mitologiche cassette piratate che girano nei licei milanesi - e poi lo ska dei primissimi Casino Royale (qui ospiti nella mitica trasmissione "Doc") e il soul emiliano dei Ladri di Biciclette. In un certo senso siamo totalmente fuori moda: il 90% delle band di adolescenti in quel periodo suona metal: Megadeth e Manowar a manetta! 

La seconda line-up della band vede l'ingresso di Matteo Maraone al basso e, per un breve periodo, di Filippo Casoni come chitarrista ritmico. Il gruppo cambia il nome in The Docks (a volte con l'articolo a volte senza). Si suona in diversi contesti: in feste private più o meno assurde, al Teatro Gnomo - dietro il Liceo Manzoni - in una rassegna di gruppi giovanili, e poi in oratori, in spazi appositamente affittati,  in circoli ACLI e in locali come lo storico Magia Music Meeting di via Salutati 2 (qui qualche info). La "base operativa" è la sala prove "Malibù" che poi diventa anche studio di registrazione.

Magia Music Meeting 22/05/1992 - scaletta

Nel frattempo esplode il grunge e su Videomusic inizia a circolare quella che sarà la musica degli anni novanta: oltre a tutte le band di Seattle ecco Red Hot Chili Peppers, The Black Crowes, Spin Doctors, Countin' Crowes, Radiohead ma anche Litfiba, il primo Ligabue, Timoria, Frankie Hi-Nrg Mc, Rats, Negrita, Almamegretta, Ritmo Tribale, Africa Unite, ecc. Per noi sono anni di ascolti e di grande fermento musicale. E non solo per noi: sembra che finalmente il rock, in tutte le sue varie sfaccettature, riesca a far breccia in un paese da sempre legato musicalmente solo alle canzoni sanremesi. Ecco le chitarre e le batterie! Ecco testi differenti dal solito. Il fermento che si respira è quello che di lì a poco genererà la prima "vera" scena alternativa italiana (CSI, Marlene Kuntz, La Crus, Afterhours, Massimo Volume, Bluvertigo, Subsonica, Estra, Scisma, ecc.) che vede in Milano uno dei centri nevralgici.

In quel periodo il Malibù Studio è la casa dei Quartiere Latino di Paolo Martella che usciranno di lì a poco per Wea con l'album "Prima di subito" ottenendo un certo riscontro (apriranno anche alcune date del tour di Vasco Rossi Gli Spari Sopra): si tratta di progetto molto anni novanta, un crossover piuttosto chitarristico di funky, rock, rap e simil grunge. Niente di che, ma con loro inevitabilmente si cazzeggia e ci si confronta. 

I Docks respirano tutta quest'aria che li circonda e la scrittura cambia prendendo la direzione di un rock italiano con radici americane, psichedeliche, folk, sporcato da ovvie influenze grunge, specie nelle lunghe code strumentali. Le canzoni sono tutte scritte da noi fratelli Dottori: io mi occupo dei testi e Giuliano della musica. Nel 1993 la band trova la line-up definitiva: Paolo "Probus" Ricotti (voce), Giuliano Dottori (chitarre) Corrado Dottori (tastiere), Matteo Maraone (basso) e Paolo Fabrizio (Batteria). 

The Docks nella formazione definitiva

Siamo ancora davvero scarsi ma crediamo nei pezzi che abbiamo. E con questa formazione iniziamo le registrazioni della demo "Cadere nell'asfalto". Undici pezzi di cui due cover: un rock tirato del disco solista di Mick Jagger ("Wandering spirit" uscito nel 1993 e prodotto da Rick Rubin) e una rivisitazione di "Shelter from the storm" di Bob Dylan. Le canzoni originali sono un mix di pezzi con qualche anno sulle spalle e composizioni più recenti. I testi descrivono una città dura, decadente e competitiva, ci sono riferimenti alla droga e alla depressione e c'è ben poco sentimentalismo. D'altronde la "Milano da bere" è diventata Tangentopoli e la Lega Nord di Umberto Bossi ha appena vinto le elezioni.

E correre più forte
la città ti taglia fuori
correre più forte 
la città non ha pietà 
(Le mille luci dei navigli)

Questa città ci oscura la mente
è figlia di una nebbia volgare
sentiamo il suo velenoso respiro
non credere all'oro lucente che vedi
(Cadere nell'asfalto

E poi resti lì
senza parole
per sopravvivere
oppure ridere
e troppe stelle
in un cielo nero
rincorrono il sole
senza toccarsi
(E se perdo)

Gli arrangiamenti lasciano spazi sempre più importanti alla Stratocaster distorta di Giuliano e al basso aggressivo di Matteo Maraone, pienamente in stile anni novanta. Accanto a episodi naïf e piuttosto banali alcuni pezzi sono comunque degni di nota: la psichedelica e scarna "Notte Nera", il funkettone hard-rock "Nuoce alla salute", la classica ballad "E se perdo" e il mid-tempo grunge "La strada che ci porta in fondo", forse il pezzo migliore scritto dai fratelli Dottori, specie per il suo essere assolutamente "anni novanta".

Nasci s'una sera che non hai scelto
lastricata di mattoni dorati
fiancheggiata da alti alberi in fiore
costruiscono muri lungo la strada
scuri e possenti, pieni di mistero
e ti senti forte, bello e sicuro
Ma quella strada poi 
non ti basta più 
senti voci e rumori intorno a te
Dobbiamo andare in fondo
sulla strada che ci porta in fondo

Le registrazioni coprono l'arco di un anno, più o meno tutto il 1994, e avvengono sia al Malibù Studio che al New Hammil Recording Studio, su bobine analogiche. I costi sono elevati e si registra in gran parte in presa diretta, poche take e pochissime sovra-incisioni. Un altro mondo rispetto alle possibilità offerte dalla tecnologia digitale che verrà. Da notare che i pezzi incisi al Malibù vengono registrati e mixati da un giovane Marco Trentacoste che suona nei V.M.18 e diventerà poi un importante producer, oltre che il chitarrista dei Deasonika.

La demo viene distribuita in musicassetta in poche centinaia di esemplari. La band farà un'ultima apparizione al mitico Rock Planet di Milano il 13/01/1995 per poi sciogliersi definitivamente. 

In occasione dei trent'anni da quelle registrazioni è divertente riascoltare su cassetta alcune di quelle canzoni. E devo ammettere che è ancora più divertente sfruttare i progressi della tecnologia per provare a giocare un po': portandole in digitale e ri-lavorandole grazie all'Intelligenza Artificiale e ai moderni software audio. Per sorridere su chi eravamo e su quanto, alla fine, ci siamo divertiti.             

lunedì 23 settembre 2019

Chasin' wild horses - Buon compleanno, Bruce.

Scendemmo e, una volta usciti, raggiungemmo l'abbeveratoio dei cavalli. Mio padre si lavò il sangue e si strofinò la faccia, poi risalimmo sul furgone. Si mise al volante e si diresse in centro a Holt, a un negozio di liquori che si chiamava Payday, dove comprò una bottiglia di whiskey e qualche birra. Le mise in un sacchetto di carta. Poi tornammo in campagna e fermò il furgone in cima a una collinetta sabbiosa in un pascolo. (Kent Haruf - Vincoli)

Affittai una camera in un albergo a breve distanza dalla strada dei locali notturni. Per due dollari mi rifilarono una stanza a piano terra con vista sull'oceano, un letto con un materasso sottile, un lavandino e la chiave del cesso sul corridoio. Misi i miei ricambi nel cassettone e, uscendo, mi strappai due capelli dalla testa. (James Ellroy - Dalia Nera)

A ovest, per tutta la notte, lampi ramificati scaturiti dal nulla tremarono dietro i cumulonembi di mezzanotte, illuminando a giorno il deserto lontano di una luce bluastra, e contro l'orizzonte balenante le montagne si stagliavano dure e nere e livide, distanti e aliene come terre la cui vera geologia non era la pietra ma la paura. (Meridiano di sangue - Cormac McCarthy)

Al lavoro era dura. Di pomeriggio svaniva la nebbia e il sole picchiava. I raggi si spostavano dall'azzurro della baia verso quella specie di vassoio formato dalle colline di Palos Verdes, ed era come una fornace. Nel conservificio era peggio. Non c'era aria fresca, neanche quanto bastava a riempire una sola narice. (La strada per Los Angeles - John Fante)

Per capire Western Stars bisogna partire da qui.
E forse da un pugno di film. Crazy Heart, con uno straordinario Jeff Bridges nei panni di un musicista country in declino; I Cowboys con un vecchio John Wayne e le musiche di John Williams; Il Lungo addio di Robert Altman (sempre con le musiche di John Williams); The Wrestler con Mickey Rourke (e la bellissima omonima canzone dello stesso Springsteen); Verso il sole ovvero l'ultimo film di Michal Cimino.
Cose diversissime fra loro ma accomunate dal senso della fine, da personaggi che vivono sul limitare dell'ultimo giro di giostra.
Springsteen ha fatto il suo disco più bello degli ultimi vent'anni. Un disco molto diverso da quel che aspettavamo. Un disco che nasce dentro alle pieghe più nascoste e oscure della sua autobiografia e come coerente prosecuzione dell'incredibile spettacolo teatrale di Broadway.
Western Stars è al tempo stesso la cosa più vicina a Nebraska e la più lontana. Dove la musica di Nebraska era scarna e poco prodotta in Western Stars ci sono arrangiamenti e orchestrazioni ricchissimi, una produzione magnifica e a volte lussuriosa. Il disco del 1982 andava alle radici del folk tradizionale americano, anche se in fondo era permeato di una patina proto-punk e new wave (si pensi ai Suicide). Western Stars è invece un disco in cui la matrice folk vira verso un certo pop cantautorale, verso la California delle grandi colonne sonore hollywoodiane più che della psichedelia.
Eppure questa scelta si rivela, lentamente, ascolto dopo ascolto, come coerente alle storie raccontate. Perché qui le stelle dell'ovest sono sì quelle del deserto ma anche le stelle che non ce l'hanno fatta, attori di serie B, cantanti dimenticati, anti-eroi che hanno perso pure l'ultimo treno. Ma sia chiaro: bollare i personaggi dell'ultimo Springsteen come i "soliti" perdenti di Darkness o di The River non ci aiuta a capire che qui siamo oltre.  
Western Stars è infatti un disco che parla di vecchiaia e di depressione, di una quotidianità molto lontana dagli omicidi di Charles Starkweather o dalle pistole di Johnny99.
È un disco di una verità e di una urgenza dolorose: Bruce ha 70 anni, non c'è più traccia in lui dell'icona pop degli anni ottanta, ma nemmeno del workin' class hero dei settanta. Con Western Stars siamo tornati a Tunnel of love, per certi versi, non a caso un altro disco meraviglioso ma fortemente incompreso: ci sono i dubbi, le incertezze, le ombre di un uomo solo in un momento di svolta. Là era un amore finito, qui è che siamo proprio al tramonto.
Tornerà la E-street, torneranno gli stadi, tornerà il dovere di portare in giro ancora una volta la fiaccola del rock'n'roll: sempre più pesante e sempre meno lucente. Ma il viaggio del Bruce scrittore di canzoni ha senso invece oggi fra le strade desertiche di Western Stars, mentre si perde lungo questi binari, quando se non è il capolinea poco ci manca.
Non è un caso, non può esserlo, che il disco sia cantato da dio. Non ha forse mai cantato così bene Bruce Springsteen, e questo ha semplicemente dell'incredibile.
I woke up this morning è un verso che ritorna spesso nel disco, ma sbaglia chi lo associa ad uno stanco cliché blues, ad un'assenza di idee: alzarsi dal letto è un impresa titanica per chi soffre di depressione, e di questo si sta parlando; chi ha letto la sua potente autobiografia sa quale sia il demone che accompagna la vita di Springsteen.
Bruce è invecchiato e non lo nasconde più, anzi ce lo sbatte in faccia. Siamo invecchiati anche noi con lui. Le storie, bellissime e cinematografiche, raccontate in questo disco ci ricordano - ancora una volta! - a che punto siamo della strada, dove sono arrivati Wild Billy, Mary, Terry, e noi con loro. Con una coerenza ed una verità disarmanti queste storie, che sarebbero da far studiare ai tanti finti songwriters di oggi, ci ricordano che là dove un tempo c'erano auto in corsa verso la libertà oggi ci sono pillole e whiskey nascosti dentro sacchetti di carta.
C'è un altro libro che Western Stars mi ha ricordato, un altro libro che parla di deserti e persone sole che lottano contro demoni interiori o ricordi del passato. Si chiama Lullaby Road di James Anderson. È la storia del camionista Ben Jones che fa il postino privato lungo la statale 117 in mezzo a chilometri e chilometri di deserto nello Utah. A Ben Jones succedono cose, finisce col ritrovarsi per caso dentro a una brutta brutta storia. Ma nella quotidianità del fare il proprio lavoro al meglio, nel fronteggiare con dignità un destino che ha sempre qualcosa di inesorabile, Ben Jones troverà la forza per andare avanti, proprio come gli eroi blue collar del boss, proprio come le ex-stelle di un west che non esiste più. Un'altra piccola pagina del grande romanzo americano.

Tutti hanno una buona stella. Anche se continuavo a ripetermi quanto fossi sveglio ed esperto per guidare nel deserto, sapevo che era solo la fortuna a fare la differenza.
A un cero punto, durante la notte, la strada si era confusa con il deserto proprio come sapevo che sarebbe successo. È opinione comune che in caso di guida a visibilità zero il conducente debba stare  
nella scia del veicolo di fronte a lui, o seguirne i fanali, se riesce a vederli. Sulla 117 era raro avere qualcuno da seguire, e comunque non ero uno a cui piaceva star dietro agli altri. Un paio di volte, in passato, al valico di Soldier Pass, una fila di veicoli aveva seguito il capogruppo fino a cadere da uno strapiombo. Se dovevo finire in un burrone, non avevo certo bisogno di qualcuno che mi indicasse la strada. Preferivo essere stupido da solo. Si fa prima.
(Lullaby Road - James Anderson)

domenica 3 febbraio 2019

25 anni dopo

Se c'è un disco che ha segnato per me gli anni novanta, questo è August and everything after dei Counting Crows. Più ancora del grunge, più ancora del southern rock, molto più del brit pop. Nel suo assoluto conservatorismo musicale, nel suo rifarsi molto semplicemente alla grande tradizione del folk-rock americano, quel disco di Adam Duritz e compagni ha accompagnato i vent'anni di un'intera generazione "solo" per il fatto di essere fatto di grandissime canzoni: testi meravigliosi e melodie gigantesche. Non serve molto altro, no?
Quello che non si sapeva era che il titolo dell'album veniva da una canzone, la tittle track, che sull'album non finì mai perché Adam non terminò il testo. 
Dopo circa venticinque anni, e dopo che il pezzo era circolato in bootlegs come nella migliore tradizione del rock del secolo scorso, i Countin' Crows si sono decisi a farne una versione definitiva, con arrangiamento orchestrale. La loro New York City Serenade, la loro chiusura del cerchio, un altro tassello del grande romanzo americano (per chi volesse approfondire il testo che è un piccolo gioiello). 
Nove minuti di poesia per ricordarci da dove veniamo.


giovedì 24 maggio 2018

Il senso di Musica Distesa, se c'è

Mia madre aveva sperato che passati i quaranta mi sarei dato una sistemata.
Ed anche io.
Ora vado per i quarantasei e sono ancora qui a organizzare una specie di festival post-hippy. Complici   una famiglia che è più rock di me ed un gruppo di ragazzi giovani e meno giovani che - uniti in associazione - sta prendendo il testimone.
Ma quando la tensione per la nuova edizione inizia a salire, quando sei alle prese con piani di sicurezza, permessi sanitari, presidi antincendio, siae, rooming per gli artisti, budgets che non quadrano mai, gestione dei volontari, logistica varia, cazzi e mannelli... inevitabile come la morte arriva la domanda fondamentale: chi cazzo ce lo fa fare?
E non c'è in realtà una risposta.
Se non che abbiamo bisogno sempre più, dentro questo mondo impazzito, di spazi autentici di poesia e di libertà.



Eccoci ancora quindi!
Come sempre l'ultimo weekend di giugno (29, 30 giugno e 1 luglio 2018) e come sempre nella dolce campagna di Cupramontana, nei Castelli di Jesi. Con alcune novità: la prima è l’aggiunta di una data di anteprima giovedì 28 giugno presso il MIG – Musei In Grotta di Cupramontana, con una performance live nel cuore del centro storico della Capitale del Verdicchio.
La seconda è la riflessione tematica che vestirà ogni giornata con un abito differente: dalle donne in musica del venerdì al ritmo meticcio del sabato fino al relax e al buon bere della domenica.
Terza e ultima novità è la presenza di un secondo palco, più piccolo ma più immerso nella natura. Come sempre sarà possibile campeggiare presso l’Agriturismo (www.musicadistesa.org/faq), prenotare una stanza in una delle strutture convenzionate col Festival (www.musicadistesa.org/alloggi-convenzionati), accedere con l’abbonamento per i tre giorni o acquistare i biglietti per le singole giornate, tutto sempre in prevendita attraverso il circuito Ciaotickets (www.ciaotickets.com/organizzatore/festivalmusicadistesa).


Giovedì 28 giugno presso il MIG – Musei In Grotta di Cupramontana si esibirà il giovane cantautore cremasco Nicola Savi Ferrari, che proporrà il suo originale mix di canzoni in italiano, francese e inglese. A seguire una selezione musicale animerà la prima serata de La Distesa, il tutto a ingresso gratuito.

Venerdì 29 giugno sarà la giornata dedicata all'universo femminile, con Cristina Donà, cantautrice che non ha bisogno di presentazioni per il ruolo che ha ricoperto nella storia della musica indipendente degli anni '90 e 2000; Mèsa, giovanissima artista romana entrata a far parte del magico roster di Bomba Dischi; Eleviole?, progetto solista di debutto di Eleonora Tosca degli Ariadineve; il duo electro I'm Not a blonde, che sta avendo incredibili riscontri anche fuori dall'Italia.

Sabato 30 giugno Musica Distesa sarà animata dal tema del ritmo e del meticciato. Sul palco ci sarà Balera Favela, trio di elettronica composto dai tre fuoriclasse Go Dugong, Ckrono e prp che incendierà il Festival con il suo mix di cumbia, kuduro, baile funk; poi i belgi Phoenician Drive, capaci di mescolare suoni del Maghreb con la classica psichedelia della West Coast americana; i milanesi Les Enfants, dal suono rock compatto ed epico; gli Hit-Kunle, capitanati dall'italo-nigeriana Folake Oladun che propongono un esplosivo mix di afro funk e tropical rock; Franco e La Repubblica dei Mostri, una band dalle sonorità new acoustic e post rock; in chiusura il duo di elettronica Deux Alpes ci farà rivivere la celebre quindicesima tappa del Tour de France 1998 con protagonista Marco Pantani. Nel pomeriggio invece ci sarà il filosofo del gusto Gaetano Saccoccio con “John Coltrane e l’arte della fermentazione: a love supreme”, una chiacchierata alcolica e informale fra vino, birra, sake e qualche buon disco. L’intera giornata di sabato sarà infine animata da Mitoka Samba, orchestra di percussioni e prima scuola di samba in Italia, che farà risuonare l’aia di Musica Distesa di ritmi brasiliani.

Domenica 1 luglio infine, La Distesa diventerà il tempio del relax, del buon cibo e del bere naturale. Tre sono i laboratori previsti (per i quali è necessario prenotarsi scrivendo una mail a lab@musicadistesa.org): “VinYoga – Un viaggio per scoprire l’essenza del vino”, un percorso di Yoga e meditazione creato dalla yogini e sommelier Amy Wadman per aprire i Chakra e i sensi a essi collegati. Poi, che Festival sarebbe senza la birra? Il laboratorio “Acid Trips – Dal Lambic alle Italian grape ales”, tenuto dal titolare del Jack Rabbit di Jesi Marco Tombini e dal giudice BJCP Cristiano Spadoni, sarà un viaggio nel poliedrico mondo delle birre acide, dalla tradizione belga al movimento “sour” italiano. Infine “Just Like a Woman – Quando il vino parla al femminile” chiuderà idealmente la nona edizione del Festival Musica Distesa, unendo in un’unica grande degustazione Bob Dylan, le donne e il vino naturale: quattro storie di vignaiole, la Sicilia di Arianna Occhipinti, il Piemonte di Bruna Ferro e di Nadia Verrua, l’Emilia di Elena Pantaleoni, quattro storie di vigne e vini raccontate dal toscanaccio Stefano Amerighi.

www.musicadistesa.org
www.facebook.com/festivalmusicadistesa
Info generiche: info@musicadistesa.org
Contatti stampa: stampa@musicadistesa.org
Laboratori: lab@musicadistesa.org

Direzione Artistica: Giuliano Dottori: cantautore, chitarrista e produttore, ha al suo attivo tre dischi solisti e svariate collaborazioni con alcuni dei nomi più interessanti della scena musicale italiana, come gli Amor Fou, Raphael Gualazzi, Niccolò Agliardi, Andrea Biagioni, David Ragghianti e moltissimi altri.
www.giulianodottori.it
direzioneartistica@musicadistesa.org

Artwork: Fortuna Todisco www.fortunatodisco.it

Foto e Video: Claudio Del Monte www.frammentisimili.it

Progetto Grafico: Daniela De Santis https://danieladesantis.portfoliobox.net

lunedì 19 febbraio 2018

La Musica Vuota on tour

Qualche presentazione del mio romanzo è in cantiere.
Macerata, Ancona e Bologna con format differenziati e in luoghi del cuore.


Nel frattempo grazie a "LaFeltrinelli" per la bella sinossi/recensione.

"Edoardo Alessi è un broker o “private banker”, come recita la targhetta nel suo ufficio, diviso tra carriera e affetti (la compagna Raffaella e l’amante Maria). Una passione sfrenata per la musica – ascoltata e suonata – ormai messa da parte da una carriera nel settore finanziario, il rifiuto della sua provenienza contadina, la vita vuota milanese, domande che a tratti lo attanagliano del tipo “Chi sei diventato?”. Se lo chiede spesso e non sa darsi risposta. Forse la può trovare tra gli appunti, i ritagli di giornale e gli scritti di una vita, suoi e del padre, che di tanto in tanto rilegge e che sono dispersi per tutto il romanzo. Una digressione continua (o forse, meglio, un flusso di coscienza), alternando ricordi e presente, tra viaggi per lavoro – anche in California e Messico – sempre a cavallo e in bilico tra la presenza di Maria e Raffaella, l’amico Ceska e, nel finale, lo zio di Edoardo. Corrado Dottori, qui alla sua prima prova narrativa, ci racconta una storia di vita, come tante, ma sicuramente con il pregio, e non è poco, di evitare facili rassicurazioni e autoindulgenze, in una ricerca di senso che tenta, questo sì, di evitare, o magari soltanto dimenticare, che a un certo punto (di non ritorno), se non si accettano compromessi, la nostra “musica” diventa vuota, quasi sempre. (forse)".


lunedì 22 luglio 2013

Springsteen&I

Esce oggi nelle sale di tutto il mondo Springsteen&I, un documentario prodotto da Riddley Scott che parla dei fans di Bruce Springsteen. Da quel che ho sentito in giro per la rete il film prova a spiegare ciò che non è spiegabile. Per esempio cosa porti due quarantenni padri di famiglia a prendere un aereo per Cork, cittadina semisconosciuta dell'Irlanda, per vedere il Boss per la ennesima volta (29? 30? ho perso il conto...) festeggiando i venticinque anni dal loro primo concerto.
Che sembra stupido, ma non lo è affatto.
Ha a che fare col salvarsi la vita, quando sei adolescente e non sai veramente chi sei e cosa vuoi. Ha a che fare col sentirsi parte di una comunità, quando invece il mondo parla altri linguaggi. Ha a che fare con la voglia di riscatto e di autenticità, in un mondo sempre più falso e preconfezionato.
Retorica? In qualche modo certamente sì.
Ma anche epica. Il racconto springsteeniano ha in sé la potenza della grande epica, quella che prende la vita e la rimodella per dargli un senso che vada oltre la realtà quotidiana.
Questa cifra "epica" è ciò che si respira in ogni concerto di Springsteen, che si sia nel piccolo teatro dove le canzoni vengono scarnificate e suonate acustiche, o nel grande stadio dove le canzoni si trasformano in momento di festa e di baldoria collettiva, o nel piccolo stadio irlandese dimenticato dal signore dove si possono vedere a occhio nudo gli effetti della crisi economica globale.
Sta qui l'unicità di Bruce. Che non sapeva suonare la chitarra come Hendrix, non sapeva cantare come Elvis, non sapeva scrivere come Dylan, ma ha preso i suoi talenti e li ha mischiati e frullati e intagliati in modo da costruire il più straordinario monumento della storia del rock'n'roll. Ma che, soprattutto, se ne va in giro per il mondo da più di quarant'anni come un aedo, come un menestrello, come un messaggero a diffondere l'epica del rock.
E allora capita che sei sotto al palco a ragionare di quel disco 2 di "The River" che hai letteralmente consumato e pensi che ci sono un sacco di canzoni che vengono suonate raramente. E poi c'è un ragazzo, Derek, che gira da tempo per tutta l'Europa con un cartello con su scritto "The price you pay". E succede che Bruce lo guarda, va in transenna e prende quel cartello. Risale sul palco e suona per la prima volta in Europa dal 1981 quella che è - per me - una delle sue più incredibili canzoni e soprattutto uno dei suoi testi più belli.
La magia si compie. Ed un'altra volta ancora ne è valsa la pena.

You make up your mind, you choose the chance you take
You ride to where the highway ends and the desert breaks
Out on to an open road you ride until the day
You learn to sleep at night with the price you pay

Now with their hands held high, they reached out for the open skies
And in one last breath they built the roads they’d ride to their death
Driving on through the night, unable to break away
From the restless pull of the price you pay

Oh, the price you pay, oh, the price you pay
Now you can’t walk away from the price you pay

Now they’d come so far and they’d waited so long
Just to end up caught in a dream where everything goes wrong
Where the dark of night holds back the light of day
And you’ve gotta stand and fight for the price you pay

Oh, the price you pay, oh, the price you pay
Now you can’t walk away from the price you pay

Little girl down on the strand
With that pretty little baby in your hands
Do you remember the story of the promised land
How he crossed the desert sands
And could not enter the chosen land
On the banks of the river he stayed
To face the price you pay

So let the games start, you better run you little wild heart
You can run through all the nights and all the days
But just across the county line, a stranger passing through put up a sign
That counts the men fallen away to the price you pay,
and girl before the end of the day,
I’m gonna tear it down and throw it away 

giovedì 20 giugno 2013

giovedì 26 gennaio 2012

Cinquant'anni di Amnesty International

Nel 1962 veniva fondata Amnesty International, nel 1962 usciva il primo disco di Dylan. Chimes of freedom è il disco che li festeggia entrambi.

sabato 24 settembre 2011

24 settembre 1991

                                                            Fonte: Corriere della Sera

Sono passati vent'anni.
Io lo ascoltai per la prima volta nel gennaio del 1992, qualche mese dopo l'uscita in america, in una serata universitaria decisamente alcolica. Mi furono presentati come la rinascita rock, da gente "che ne sapeva". Non ci feci molto caso. Poi, però, MTV e Videomusic non smisero di mettere in rotazione il video di Smells like teen spirit per tutti i mesi successivi e chiunque dovette farci i conti. All'epoca, e in parte ancora oggi, preferivo altra musica. Per restare all'ambito grunge, certamente preferivo i Pearl Jam. Ma Nevermind fu un disco devastante e seminale, l'ultimo vero disco che ha cambiato la storia del rock. La grandezza del gruppo la scoprii dopo la morte di Cobain, ascoltando l'MTV Unplugged in New York dove i pezzi della band, spogliati della furia elettrica, mi apparvero nella loro cristallina grandezza pop.
Ma non è questo il punto.
Il vero punto sono quegli anni. Qunado le majors decidevano di investire per lanciare gruppi dell'underground diversissimi tra loro come Nirvana, come Countin' Crows, come Spin Doctors, come Smashing Pumpkins. Quando l'ambiente musicale faceva il paio con un ambiente sociale e culturale; quando la musica era vissuta ancora in relazione ad una idea di comunità reale e non virtuale; quando la politica era parte del discorso, non a caso esplodendo proprio a Seattle nel 1999 quella gioventù globale/locale che Nirvana e Pearl Jam avevano cristallizzato da tempo nelle loro canzoni.
Il rapporto fra controcultura e grandi mezzi economici, fra rock alternativo e mainstream musicale, fra ribellismo e istituzioni, fra tutto ciò che bolle nel mondo underground e ciò che appare in superficie: io credo che sia uno dei grandi problemi dell'oggi. Almeno per quanto concerne l'arte, la cultura, la politica. E ci metto anche il vino, tié!

giovedì 22 luglio 2010

Crosby,Stills&Nash

Ci sono band che davvero hanno fatto la Storia della musica. CS&N è sicuramente una di queste, a maggior ragione con l'aggiunta di Young. Il primo "supergruppo" della storia del rock con elementi provenienti dai Byrds (Crosby), Buffalo Springfield (Stills) e Hollies (Nash), per fare una summa degli anni sessanta e dirigersi verso il decennio post Woodstock.
Lunedì scorso mi son fatto lo sbattone per andare a Roma, nello splendido Auditorium Parco della Musica, per ascoltarli. Un concerto davvero strano, contraddittorio. Eppure bisognava esserci. Assolutamente.
Crosby Stills Nash in Italia a luglio: Milano, Roma, LuccaPerché strano? Perché non siamo più abituati ad un certo modo di suonare e di porsi sul palcoscenico. Ho avuto davvero in certi momenti la sensazione netta, davvero paradossale per chi ha sentito dal vivo quasi tutti i mostri sacri del rock, di essere catapultato in un'altra epoca. Mi spiego: non è che Dylan o Springsteen o i Rolling Stones suonino così "moderni". Ma certamente il loro sound, il loro modo di stare sul palco, il timing di certi pezzi, il repertorio, l'immagine complessiva che viene dal palco, hanno avuto un'evoluzione nel tempo. Nel concerto dell'altra sera, invece, è stato come se ci avessero fatto viaggiare con la macchina del tempo per arrivare lì, negli anni sessanta. Con l'unica differenza di uno Stills in pessime condizioni fisiche e di un Crosby totalmente immobile, pareva davvero d'essere nella west coast in quegli anni, nel bene e nel male.
Un batterista che suona costantemente dopo il beat (a differenza di oggi dove suonano tutti ben prima); suoni analogici bellissimi e nitidi ma un un modo di suonare tremendamente sporco; una sezione ritmica appena presente e sempre in appoggio; armonie vocali davvero extra-terrestri e psichedeliche; un approccio sul palco easy e lontanissimo da ogni divismo del rock anni '70 e '80 o dalle pose di qualunque ragazzetto indie di oggi; un volume della chitarra solista davvero spaventoso. 
Tutto quanto lontano anni luce da un live odierno.

Bene. Il fatto è che dopo essersi abituati, e dopo qualche minuto di riscaldamento, ma l'età è quella che è, è arrivata anche la magia. Gemme come Long time gone, Marrakesh Express, Long may you run, Deja vù. E poi, soprattutto, il set acustico con le rivisitazioni di Norwegian Wood (Beatles), Girl from the North country (Dylan) e Ruby Tuesday (Stones in versione da brividi). Giusto, così, a ribadire il tono della serata.
Stills fa davvero fatica e qua e là piazza qualche sbavatura, però il suono delle sue chitarre è magnifico ed è il vero collante del gruppo. Nash è in forma smagliante, a piedi nudi su tappeti freak, è l'unico a parlare ed a muoversi sul palco. Crosby è sostanzialmente immobile, in postura da grande saggio, ma ha una voce pazzesca che il tempo non ha né scalfito né indebolito.
Così quando arrivano Behind blue eyes (Who) e Almost cut my hair (capolavoro totale di Deja vù) capisco definitivamente cosa cazzo sono stati quegli anni per la cultura pop.

sabato 7 novembre 2009

Temporali e rivoluzioni

Questo post necessita di una premessa: il disco di cui sto per parlare lo ha inciso mio fratello. E’ normale, quindi, che io non sia in grado di poter dare un giudizio distaccato. Se ne scrivo, però, non è per nepotismo (non sono in grado, infatti, di fargli vendere più dischi) ma semplicemente perché è un bel disco. Cosa rara, di questi tempi.
Non è un disco “facile”, questo Temporali e rivoluzioni. Fin dal titolo. E’ un disco complesso, fatto più di parole che di note. Cantautorale, si sarebbe detto trent’anni fa. Un disco che cresce costantemente con gli ascolti. Ossessivamente. Progressivamente.
E’ un disco che parla dei nostri tempi. Che racconta di smarrimenti, di perdite, di sconfitte, di emergenze, di precarietà, di crisi, di resistenze. Individuali e sociali. Particolari e globali. Personali e collettive.
Questa è già una prima grandezza del disco: una intimità che si veste di sensibilità più generali e, in qualche modo, condivise. Chi non si è mai chiesto, nel pieno della tempesta, se il temporale passerà? O se i cambiamenti che investono le nostre vite sono rivoluzioni o sono solo modi diversi di nominare le stesse cose?
Sono domande che si ripetono, in forme diverse, lungo tutto il disco. Quanto è difficile uscire dalle campane di vetro in cui ci vogliono e ci vogliamo chiusi? Quanto è difficile scegliere di tagliare la siepe che ci separa dal mondo? (Ed a vent’anni esatti dalla caduta del muro la siepe di Inno nazionale del mio isolato non può non rimandare al muro di Roger Waters). E che succede se ti sporgi oltre la siepe e trovi solo catene e gioie fragili?
Nel percorso del disco ci sono alcuni momenti fondamentali. Catene e gioie fragili è uno di questi: hai lasciato la tua casa, cammini in un bosco scuro e c’è una luce fioca, e lasci briciole di pane per non smarrire la strada. Ma quella luce sembra quella che hai appena lasciato. Giriamo in tondo, in un labirinto. Non c’è via di uscita. Siamo in scacco. Siamo in trappola. E ci chiediamo se la verità sia ancora possibile, proprio quella verità che crediamo non faccia mai male.
E' il tempo di esplorare ogni delusione, scegliere con cura come uscirne. Chiudi l'emergenza nello specchio e l'indifferenza nel tuo cuore. Lucida le cose che non tieni più con te (Chiudi l'emergenza nello specchio)
Intanto cadono le luci sulle nostre ali (angeli che ricordano Wim Wenders?). Col tempo si spengono. Si chiude l’orizzonte, precipita con te (Non fa mai male la verità). E non scordarti di precipitare e di atterrare come sempre, che tutto il senso in fondo, in fondo lo ritrovi lì (Tenerti stretto un ricordo). 
Un altro momento centrale del disco pare La tua casa è piena. Dove la descrizione di una quotidianità intima, personale e disperata dipinge al contempo la situazione di una intera generazione, alle prese con case piene di cose inutili, abbandonata a se stessa senza più tempo, voce, voglia per ribellarsi. Alla decadenza, alla disgregazione, al fraintendimento. Fino a non ritrovarsi e in fondo in fondo non sperarlo più. Fino alla disillusione, che è cifra distintiva di questo nostro tempo instabile e che non ci mette molto a diventare cinismo, indifferenza.
Partenze e coincidenze è il piccolo capolavoro che racchiude tutti questi temi e queste sensazioni nella “canzone perfetta”. Che è poi quell’approdo misterioso dove testo e musica si fondono perfettamente in una forma d’arte che è quella della musica popolare.

E quel gusto di sconfitta svanirà
quando penserai ad una partenza
e quel senso di tepore se ne va
quando credi sia un successo
e invece è solo coincidenza.

Partire per tornare al punto di partenza. Guardare il mondo scomparire in mezzo al temporale. Mentre è solo il caso a guidare gli eventi. Partenze e coincidenze. Temporali e rivoluzioni. Sirene e vampiri. Dicotomie. Perché ogni cosa ha il suo doppio. E per ogni persona che viene ce n’è una che ci lascia. Ed è così che Tutto resta uguale mentre

ogni giorno il tuo vicino
succhia il sangue al suo nemico
e vive la mediocrità
come una onesta condizione.

Ogni rivoluzione appare lontanissima. E vien voglia davvero di appendere i fucili. Per non violare il coprifuoco dentro una società immobile, ferma, eppure precaria. Dentro rapporti personali in stallo, sfilacciati, consumati dalla quotidianità.
E se ricominciassimo dalle cose semplici? E se imparassimo a non ripetere gli errori? E se riuscissimo a perderci davvero ed a perdere del tempo?
Le cose semplici chiude un disco meraviglioso, ed è il tassello mancante, la chiave di volta. Perché lento è il ritorno a casa. Ma la casa, stavolta, sa essere piena davvero. Di cose troppo spesso dimenticate. Valori. Convizioni. Affetti. Qualche sogno, forse. Speranze taciute. Che forse risolvono, per un attimo appena, il caos rumorista, i rumori bianchi, le distorsioni di un mondo senza bussola. Prima del silenzio.
Ci ho messo molto tempo a entrare dentro questo disco (anche se è uscito ufficialmente il 6 novembre lo ascolto da molto tempo). Ma una volta dentro è difficile uscirne. Sono dieci canzoni bellissime, pennellate, legate una all’altra da sottili legami che creano un percorso affascinante, un panorama spesso desolato, dai toni chiaroscurali.
Gli arrangiamenti sono curatissimi e molto più “rock” di quello che può apparire al primo ascolto. Le chitarre, che suonano da paura, i cori, l’hammond, l’elettronica, il pianoforte, sono sempre funzionali al testo ed alla voce. I riferimenti non sono così importanti, si intuiscono sullo sfondo di una produzione (Giovanni Ferrario) di approccio inglese, che strizza l’occhio agli anni sessanta ma ha i piedi ben saldi nel terzo millennio. Non sono importanti, quei riferimenti, perché Giuliano ha trovato definitivamente il suo stile, la sua voce, il suo approdo. Ed un posto fra i migliori nuovi cantautori italiani.
Per info sul tour e per acquistare il disco visitate il sito: www.viaaudio.it/giulianodottori/index.htm

lunedì 6 luglio 2009

Ancora su Musica Distesa

Così è finita anche stavolta. Rapidamente, dopo mesi di preparativi. La manifestazione è riuscita, nonostante il cattivo tempo ed i conseguenti problemi tecnici ed organizzativi. Nonostante la proposta di quest'anno, certamente ancora più difficile e di nicchia.
La mostra di Alessandro Grazian, inaugurata il 22 giugno, è stata frequentata da quasi 300 persone lungo tutta la settimana. I quadri sono davvero d'impatto e l'allestimento, molto originale ha rafforzato l'effetto scenico. 
La serata degli emergenti è stata rovinata dalla pioggia incessante che non ha mai smesso di cadere, e pure si è creato presso il circolo ARCI Cs di Angeli di Rosora un bell'ambiente, intimo e raccolto.
Grande successo, invece, per la serata in ricordo di De André, alla Fornace di Moie. Più di 150 persone, molte in piedi, per uno spettacolo scritto per l'occasione da me e mio fratello e recitato dagli attori Gioia Tangherlini e Massimiliano Bedetti (oltre, ovviamente, alle canzoni ed alle musiche suonate da Giuliano). Davvero una bella serata, di grandi e vere emozioni.
Poi il consueto valzer di concerti, tuffi in piscina, salsicce notturne, birre gelate, emozioni musicali, vini buoni. Il tutto un pò rovinato dalla pioggia caduta fino alle 18.00 del venerdì e del sabato, e causa inevitabile di ritardi e nervosismi vari. Però è andata, con una stima di circa 500/600 persone nell'arco delle tre giornate/nottate. 
Da sottolineare: venerdi il bel concerto dei Silvia's magic hands, cocktail di blues e psichedelia e fango e simpatia.

Sabato l'ottimo e caldissimo set dei due pazzi siciliani Il pan del diavolo, seguiti da un grande concerto di Ettore Giuradei, ispirato e tirato. 


Per chiudere, alla domenica, l'ottima atmosfera creata da Thony, voce davvero interessante ed emozionante, ha introdotto il reading di Emidio "mimì" Clementi, accompagnato alla chitarra dal bravissimo Stefano Pilia. Grande pathos, parole che arrivavano nel silenzio totale de La Distesa, poche luci ad illuminare il palco immerso nella natura, alcune foto a raccontare, insieme a voce e musica, la storia di Matilde e dei suoi tre padri. 




martedì 20 gennaio 2009

La Storia

Ci sono dei momenti in cui si percepisce la Storia. 
Ora sto guardando il giuramento di Barack Obama e capisco immediatamente che questo è uno di quei momenti. Da qualunque angolazione lo si guardi. Incredibile la partecipazione della folla; altissima l'attenzione del mondo; intenso il suo discorso, pieno di quella retorica e di quella cadenza da predicatore che lo hanno reso celebre.   
E poi capita che sul palco presidenziale salga Aretha Franklin a cantare e capisci che una cosa del genere può capitare solo in America.
Poi capita che una poetessa venga chiamata a declamare versi sul palco dove un minuto prima il Presidente ha tenuto il discorso di insediamento e capisci perché gli Stati Uniti d'America sono ancora un grande paese.
Poi capita che guardi su youtube il video di Bruce che canta This land is your land con Pete Seeger nel concerto per l'insediamento. E scopri che i due hanno cantato anche questa strofa: 
“There was a big high wall there that tried to stop me
Sign was painted, it said private property
But on the back side it didn’t say nothing
That side was made for you and me”
Hanno cantato la strofa "socialista" della canzone più famosa di uno, Woody Guthrie, sulla cui chitarra c'era scritto "Questa macchina uccide i fascisti". E l'hanno fatto sotto la statua di Lincoln, a Washngton, nel paese più capitalista del mondo. Per l'insediamento del primo presidente nero della storia. Ed allora ti viene da pensare che quel percorso accidentato verso un mondo più giusto, quel percorso che spesso si interrompe, che a volte sembra una strada senza uscita, che troppe volte perdiamo di vista, proprio quel percorso vale sempre la pena. E che è l'unico possibile, se pensi ai tuoi figli ed al mondo che vuoi lasciargli.

martedì 1 luglio 2008

Summer's here and the time is right...

Ecco l'estate. Tempo di mietitura del grano, sfalci di erba medica, potature verdi nei vigneti. Tempo di zolfo in polvere e sieste pomeridiane. Zanzare, grigliate, birre ghiacciate. Canti di grilli alla notte, raccolta di prugne asprigne e dolcissimi fichi. Tempo di salsa di pomodoro.
Intanto Zapatero continua a vincere, anche nel calcio. Oggi guardavo Lippi e pensavo: e se in Germania nel 2006 non ci regalavano il rigore con l'Australia? E se in finale avessimo giocato senza Gattuso e Pirlo? E se De Rossi avesse sbagliato il rigore come quest'anno con la Spagna? Negli ultimi europei non abbiamo certamente giocato un gran calcio. Ma siamo stati gli unici a impedire alla Spagna di dare spettacolo, peraltro producendo due occasionissime con Camoranesi e Di Natale. Vinto un mondiale ai rigori, perso un europeo nello stesso modo. Contro la squadra dominatrice del torneo e reduci da quello che era, a detta di tutti, il "girone di ferro". Eppure Lippi è il salvatore della patria e Donadoni, grandissimo signore, un allenatore deludente. Mah... Chi ci capisce qualcosa nel pallone di oggi è davvero bravo...
La prossima settimana mi aspetta il taglio del Nocenzio 2006, che si prospetta grande, e la preparazione di un nuovo e ultimo lotto di Terre Silvate 2007 (i primi due sono andati esauriti in due mesi). La stagione turistica sta andando abbastanza bene. Tutto a posto quindi... Sì, a parte quella stramaledetta "canzonetta". Summer's here and the time is right for goin' racing in the streets... Il bastardo l'ha fatta e non riesco proprio a digerirlo. Dopo vent'anni e ventidue concerti di attesa. Proprio quando mancavo. La cura disintossicante non ha funzionato e la voglia di inseguire quel sogno non smette mai. E poi dicono che il rock è morto...
Per consolarmi ho stappato un Franciacorta realatomi dall'amico Roldano. Cavalleri Collezione 2002, sboccatura 2008. Un classicone, lievitoso, morbido il giusto, perlage un pò grosso all'inizio ma persistente. Sentori fini di crosta di pane, nocciola ed erbe, manca, come quasi tutti i Franciacorta, di quella vena sapida e tagliente che rende grandi le bolle.

venerdì 20 giugno 2008

Troppe cose da raccontare...

...E poco tempo per scrivere. Sono reduce da una gita ad Amsterdam di un paio di giorni. Città splendida, ottima atmosfera, e concerto di Springsteen all'ArenA, il nuovo stadio dell'Ajax. Gran concerto, con una Because the night epica. A vent'anni dal mio primo concerto springsteeniano (Torino, 11 giugno 1988) l'emozione è sempre forte. La mia prima live di Spirit in the night, una Backstreets eccezionale ed una improvvisata Summertime Blues che la E street non suonava da 27 anni direi che strameritavano gli sbattimenti (ritorno a casa alle due di notte da Orio al serio). Detto questo continuo ad avere l'impressione che la band e lo Springsteen di oggi siano più adatti ai palazzetti che agli stadi, ma forse sono io che non reggo più gli stadi, chissà...
Fra poco report e foto di Musica Distesa. Tre giorni all'insegna della pioggia e del freddo, ma che bello! Che divertimento! Che musica! Si narra di stralunate jam sessions notturne, fame chimica all'alba placata da salsicce fumanti e deliranti danze notturne...
Per ora ne approfitto per ringraziare tutti quelli che si sono impegnati per realizzare Musica Distesa, a cominciare dal presidente di Cupramontana Accoglie, Erik Wempe. E poi, in ordine casuale, grazie a Marco ed Elisa, a Serena, ad Alessio, a Franz, a Giacomo, a Danny e Sacha, a Jane e marito del Cantinone, a Beatrice coi suoi woofers. Un grazie a Bianca, Marco, Giulia e Giorgia, a Gianni e Rosaria, a Marco il Bolis, a Elena, a Ivana ed Alberto, insomma alle colonne portanti di CLC. Un grazie a Oddino Giampaoletti ed a Simone Torelli, per la disponibilità. A Valeria, per tutto ma soprattutto per la pazienza. Un grazie a tutti gli sponsor. Se dimentico qualcuno, perdonatemi... Un abbraccio a quelli che hanno suonato, nonostante il freddo e l'umido e i problemi; a mio fratello, per gli sbattimenti e per la jam session finale; al Noce, mitico come sempre; a Cooper per i suoni magnifici; a Roberta per il manifesto e il myspace. A tutti quelli che sono venuti, tanti, perché venire con questo tempo è stata anche una dimostrazione di affetto. Cercare di fare qualità, nella musica come in altri settori, è sempre più difficile. Ci siamo riusciti ancora.

martedì 6 maggio 2008

Musica Distesa

Ci siamo. Il cast di Musica Distesa 2008 è ufficiale. Rispetto allo scorso anno proviamo ad aggiungere una serata. Musicalmente abbiamo preventivato più varietà, con contaminazioni afro, cantautorato raffinato, folk-rock sperimentale e jazz progressivo. Sempre all'insegna della "distensione". Buoni vini, buona birra, grigliate, massaggi e tuffi in piscina. Una figata simile merita una visita. Per partecipare al meglio alla rassegna è possibile acquistare il pacchetto completo MUSICA DISTESA a 130 euro a persona: include tre notti con prima colazione in una delle strutture ricettive locali e le cene del 13, 14 e 15 giugno. Per info scrivete a: distesa@libero.it. Visitate il sito http://www.cupramontana-accoglie.it/ per avere maggiori informazioni sulle strutture di accoglienza. A breve on-line anche il myspace della rassegna: www.myspace.com/musicadistesa
Ecco il programma completo:
Venerdì 13 giugno
Ore 17.00 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 18.00 Inaugurazione Rassegna
Ore 19.00 Degustazione guidata di Verdicchio dei Castelli di Jesi.
Ore 20.00 Cena.
Ore 22.00 ANIMA EQUAL (Cingoli) in concerto.
Ore 23.30 DJ set

Sabato 14 giugno
Ore 14.00 Piscina, calcetto, relax
Ore 16.00 Seduta di massaggi.
Ore 17.00 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 18.00 Aperitivo
Ore 20.00 Cena.
Ore 21.00 ALESSANDRO GRAZIAN (Padova) in concerto.
Ore 22.30 GNUT (Napoli) in concerto.
Ore 24.00 DJ set.

Domenica 15 giugno
Ore 14.00 Piscina, calcetto, relax
Ore 14.30 Seduta di massaggi.
Ore 15.30 Apertura stands eno-gastronomici.
Ore 16.30 Tavola rotonda: Turismo in Vallesina.
Ore 18.00 Reading di poesia.
Ore 19.00 INSTABILE JAZZ QUARTET (Ascoli) in concerto.
Ore 20.00 Cena.
Ore 21.00 JAM SESSION DI CHIUSURA.

lunedì 11 febbraio 2008

American movies

Due grandi film americani: al cinema ho visto Into the wild di Sean Penn; in DVD, invece, Reign over me di Mike Binder.
Il primo, forse fin troppo osannato da certa critica, è un film di immagini e visioni, con una fotografia meravigliosa. E' un film forse difficile da capire per chi non conosce o non ama l'america, i miti della frontiera, della libertà assoluta, del grande Nord, di un "West" interiore prima ancora che geografico. E' un film estremo, come la storia del protagonista, lungo, difficile per certi versi. Con una colonna sonora esaltante a firma Eddie Vedder. Un film in cui libertà si declina come solitudine e rifiuto della società, con una serie notevole di riferimenti letterari (Thoureau e London, su tutti), musicali (tutto il rock americano), cinematografici (in qualche modo Easy rider, Il mucchio selvaggio, Balla coi lupi).
Il secondo è un film basato, invece, sulla sceneggiatura e gli attori. Un grande Adam Sandler nel ruolo di un vedovo dell'11 settembre incapace di metabolizzare il dolore. Un ottimo Don Cheadle nel ruolo dell'amico, a sua volta in crisi. Un cameo pazzesco di Donald Sutherland. Il tutto a servizio di una storia coerente e bella che si svolge attraverso dialoghi riusciti e toccanti sullo sfondo di una New York affascinante e reale. Cigliegina sulla torta la musica: unico rifugio del protagonista per sfuggire al dolore della perdita, il film è segnato dal rock più classico, come il titolo stesso, un pezzo degli Who, lasciava presagire. Stupenda la scena dei due amici che jammano su Out in the street di Springsteen, così come la scena madre del racconto catartico della perdita che si dissolve in modo straziante su Drive all night, sempre da The River, che appare quasi riferimento epico e generazionale dell'America di oggi.

giovedì 29 novembre 2007

Il fuoco sacro del rock'n'roll

Aspettavo Adam raised a Cain dopo quasi vent'anni ed è arrivata. Aspettavo Incident on 57th street ed è arrivata, con tanto di infinito e bollente assolo di chitarra finale. I pezzi del nuovo disco dal vivo spaccano. Ma soprattutto ieri c'era di nuovo il fuoco sacro, la luce accecante del rock'n'roll. Non aggiungo altro, perché è inutile. Chi c'era sa di cosa sto parlando. E chi non c'era forse non potrebbe capire.

venerdì 12 ottobre 2007

Magic

Fra i tanti difetti che ho, uno dei peggiori è che sono uno sfegatato springsteeniano. Se vi chiedete perché questo sarebbe un difetto vi consiglio la lettura di "Accecati dalla luce" edito da Gianluca Morozzi per Fernandel. Oppure chiedete a mia madre.
Non poteva mancare, quindi, una mia opinione sul suo ultimo lavoro, Magic. Innanzitutto confesso che, come promesso al mio amico Daniele questa estate, per ascoltare il disco ho aspettato l'uscita del vinile. Da qualche mese sono tornato, infatti, ad acquistare quasi solo vinili. Non sto qui a spiegare perché, magari ne scriverò prossimamente.
A scanso di equivoci dico subito che aspettavo questo disco da più di vent'anni. Questo disco nel senso di un disco come questo. Un disco che Bruce non è stato in grado di, o non ha voluto, pubblicare per più di due decenni. E lo dico ben sapendo che la sua voce non è più quella di vent'anni fa, che Brendan 'O Brien non è forse il produttore giusto per la E street Band, che la copertina non è granché, che certi suoni sono bruttini... Però di fronte ad un pugno di canzoni bellissime e suonate in modo splendido alcune critiche circolate in rete mi hanno davvero stupito. Perché questo è un grande disco, cosa che non erano né The RisingDevil and Dust. Ma soprattutto questo è un disco di grandi canzoni rock, pure, semplici, dirette, mainstream, springsteeniane. Ed è perlomeno da Born in the USA che non sentivamo nulla di simile. Ho letto critiche che parlano di un disco "di mestiere", di "mancanza di ispirazione", di un disco pensato solo per il live. Ognuno certamente avrà i suoi gusti e le sue preferenze. Quello che a me sembra, è che questo sia un disco che cresce incredibilmente ascolto dopo ascolto. Che ci sia più buona melodia in una singola canzone di questo disco che in tutto The Rising. Che sia un pò come il maiale nelle campagne di una volta, non si butta vi niente; non c'è una sola canzone debole o scarsa. La qualità media della scrittura (melodie e testi) è alta. Ed in più ci sono canzoni davvero bellissime: Long walk home sarà un classico, Radio Nowhere è il più bel singolo di Springsteen dai tempi di Hungry Heart, Girls in their summer clothes è una melodia straordinaria, degna del miglior Brian Wilson, I'll work for your love è puro Springsteen style rock'n'roll, Gypsy biker sembra un pezzo di Lucky Town suonato dalla E street (il che è quasi un sogno), Last to die è una botta come lo era Roulette ai tempi belli. La band è di nuovo la band, con la sua potenza e i suoi ricami, e non è quell'insieme di buoni turnisti che pareva su The Rising. Si sente di nuovo Danny, vivaddio, con i suoi discreti tweeeee tweeee, si sente un muro di chitarre e c'è materia finalmente per il grande Max, grandissimo davvero per tutto il disco. Mi spiace per i tanti falsi web giornalisti e per i neo-springsteeniani sboroni ma a riascoltare The Rising dopo questo disco si percepisce quanto loffio fosse.
Vengo ai testi. Certo non siamo di fronte a Jungleland o Darkness. Ma se pensiamo che ci siamo dovuti sorbire Secret Garden e Sad eyes, ragazzi non scherziamo! Le liriche sono molto buone e raccontano personaggi vaganti alla ricerca di qualcosa, spiriti fraintesi fra ciò che è vero e ciò che non lo è, con una cifra generale che è quella dello smarrimento, della paura, di nuove fughe, di movimento senza quiete, lontano da un mondo dominato da relazioni sociali disgreganti, alienanti, sfasciate, da città che sono in rovina o in fiamme. E sullo sfondo, costantemente, fra metafore ed accuse evidenti, quella guerra che sta ricacciando l'america indietro nel tempo. Alla faccia di chi ci ha detto, casa discografica in primis, che questo non era un disco "politico": è il disco più politico di Springsteen da Born in the USA, se si considera Tom Joad un disco di denuncia sociale. Qui la magia non è quella di Born to run, qui si intendono i giochi di prestigio di un governo che fa credere quello che non è, che falsa il gioco, che cambia il significato stesso delle parole libertà, democrazia, pace. "The freedom that you sought's driftin' like a ghost amongst the trees, this is what will be" oppure "You said heroes are needed, so heroes get made. Somebody made a bet, somebody paid". E poi ci sono le bare del cimitero dove verrà seppellito il motociclista gitano: "You slipped into your darkness, now all that remains is my love for you brother lying still and unchanged to them that threw you away... Now I'm counting white lines, countin' white lines and getting stoned my gypsy biker's coming home". E ancora gli errori di Last to die: "Who'll last to die for a mistake, whosw blodd will spill, whose heart will break...". Persino in un pezzo spensierato come Livin' in a future, nel contesto di una crisi di coppia si fa riferimento alla delusione per le elezioni con una emblematica nave chiamata "Liberty" che se ne naviga lontano verso un orizzonte rosso sangue.
Ma in questo sfacelo ecco apparire una strada, un sentiero, quello che Bruce indicava ai tempi del Vote for Change, quel concetto di comunità locale che può rendere l'individuo meno solo, che costituisce a sua volta comunità più grandi e complesse. E' una lunga strada verso casa, a Long walk home, questo muoversi senza una meta apparente, fuggendo l'oscurità. Una casa che non sono solo quattro mura dove rinchiudere le proprie incertezze, ma una casa che è invece una comunità che ti abbraccia, dove non sei affollato ma nemmeno solo, dove c'è una bandiera, che in fondo è quella stessa bandiera che stava sulla copertina di Born in the USA. "You know that flag flying over the courthouse, means certain things are set in stone. Who we are, what we'll do and what we won't". Springsteen riparte dai padri fondatori, come sempre. Da quella Costituzione calpestata dall'attuale amministrazione. E dà una direzione ai suoi nuovi spiriti vaganti. "Everybody has a neighbor, everybody has a friend, everybody has a reason to begin again". Questo è Bruce. Questo è il rock con cui sono cresciuto e che mi fa battere il cuore.
Tutto bene? Ovviamente no. La voce certamente non è più quella di un tempo, appesantita anche da una produzione forse eccessiva. I suoni non sono indimenticabili e certi arrangiamenti sono ridondanti. Forse una produzione alla Steve Van Zandt vecchi tempi avrebbe arricchito ulteriormente i pezzi facendo di Magic il capolavoro della maturità di Springsteen. Invece ci tocca ancora una volta avere dei rimpianti.
Ma quando il pianoforte annuncia l'inizio di Terry's song non posso che pensare a quando urlavamo "Terry!" da sotto il palco a Genova o a Nizza, con Massi e il Lello, e ascoltare in silenzio una ballata meravigliosa, sicuro che erano vent'anni che aspettavo un disco come questo. Semplicemente un disco di Bruce e della E street band.

venerdì 24 agosto 2007

Alcuni vini che mi sono piaciuti

Ricordo con piacere alcuni vini bevuti ultimamente, in allegra compagnia. Ve li presento così come me li ricordo, perché non è che mi metta spesso seduto di fronte a un vino con Moleskine e penna. Il più delle volte, di fronte, ho una tavola apparecchiata e in testa ben poche pippe mentali.
Fra i molti bianchi bevuti quest'estate ricordo il Riesling Trocken Quarzit 2005 di Peter Jakob Kuhn, regalatomi da un gentile visitatore tedesco amante dei vini naturali. E' un riesling stupendo per la sua acidità diretta e senza compromessi, per quella pietra che ti si deposita sulla lingua quando deglutisci, per quella sensazione di pulizia e freschezza che ti lascia come dissetato, dopo che hai attraversato il deserto. Io amo questi bianchi che profumano di gioia e non ti annoiano mai. Mentre ascolti Hallelujah di Jeff Buckley.
E poi il Franciacorta Rosé di Barone Pizzini è stata una piacevole sorpresa, fin dal colore, fin dal perlage. Un vino non troppo complicato ma fine, una bella canzone pop, dalla melodia intrigante. Tipo James Taylor.
Altrettanto fresco e fine il Tavel Beaurevoir rosé di Chapoutier, da questa denominazione del sud del Francia unicamente deputata al vino rosato. Qui, però, ricordo anche una notevole struttura ed una cremosità da vitigno rosso importante. Lievi sfumature di fiori appassiti e di umido sottobosco. Da abbinare a un pezzo dei Coldplay, tipo The scientist.
Stupendo il Morgon 2006 di Marcel Lapierre, scambiato alla fiera dei vini naturali di Asti e che spero di ritrovare a Fornovo. Valeria se n'è bevuto mezza bottiglia, il che non succede spesso. E depone a favore di questo capolavoro di naturalezza proveniente dal Beaujoulais, dai fragranti sentori di rosa, lavanda, prati bagnati. Che ti fanno pensare all'inizio dell'estate, già lontana, e a un disco qualunque di Stefano Bollani.
Due giorni fa, invece, ho stappato il Pinot nero del mio amico Kurt Rottensteiner nella versione 2002. Assolutamente perfetto. Pulito, minerale, quasi salato e al tempo stesso godibilissimo per i profumi netti di fragola di bosco e ribes e mora. Sebbene, ben nascosta, si sentisse anche una nota complessa, quasi affumicata, che ritrovo spesso nei Pinot nero di Kurt e me li fanno amare. Un che di psichedelico. Diciamo Lucy in the sky with diamonds dei Beatles così festeggio anch'io il quarantesimo di Sgt. Peppers.
Concludo con la migliore grigliate dell'estate. Con Alessandro Fenino, di cui ho proditoriamente sfruttato l'immagine nel post sui vini naturali, ci siamo grigliati due belle bisteccone di pura razza marchigiana in una bella, scintillante, serata di giugno. Abbiamo bevuto il Chianti Riserva 2004 di Pietro Majnoni Giucciardini. A parte che l'abbinamento non poteva azzecarlo migliore nemmeno il migliore dei sommeliers professionisti, ma quel vino lì ci ha proprio fatto godere. Sapeva semplicemente di Toscana, di Sangiovese, di classicità, di autenticità. Che cosa aggiungere? Gimme shelter nella versione fatta da Patti Smith al San Severino Blues Festival: inutile dire che Alessandro ed io c'eravamo ed abbiamo goduto.