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domenica 27 giugno 2021

Socialismo o barbarie: i dubbi di un anarchico di fronte al futuro

Ci ho messo un anno a scrivere questo post "sulla pandemia".
Stava lì nelle "bozze". Cancellato e ricominciato mille volte. Ad ogni chiusura e a ogni riapertura. A ogni nuova notizia o polemica. A ogni commento di Tizio o di Caio che mi parevano aver torto o ragione. 
Ora nelle Marche siamo in una situazione di siccità estrema e ci sono temperature che in giugno non si erano quasi mai viste. E penso che tutto si tiene, che tutto è correlato. E allora ci riprovo.
Da dove posso cominciare?
Forse dal riso amaro che mi ritrovo stampato in faccia da mesi scorrendo i social media e i giornali on-line, alla ricerca di opinioni che mi aiutino a capire e ad approfondire i temi di questa pandemia. 
Il riso amaro di fronte allo stato di questo paese e di questo nostro occidente.
Siamo bombardati da opinioni e informazioni di ogni tipo. E la pioggia torrenziale di questa inesauribile comunicazione si fa subito fango, pantano dove è impossibile trovare una via percorribile verso una qualche forma di conoscenza stabile, sicura, definita.
Vorrei allora provare un ragionamento differente. Che abbracci uno sguardo da lontano. Che metta da parte l'informazione singolare e immediata cui ci stiamo abituando sempre più, e provi a collocare questi giorni nella loro complessità plurale.
Stiamo assistendo ad una violentissima accelerazione della Storia.
Parlando coi miei figli ho provato a spiegarglielo. Tutte le generazioni vivono almeno un momento storico fondamentale, decisivo. Per la mia generazione - ad esempio - è stato il crollo del muro di Berlino, nella sua dimensione ideologica prima che fisica. Per la generazione precedente certamente il ciclo di movimenti sessantotto/settantasette. 
Questa pandemia sarà molto probabilmente il "loro" evento: qualcosa che sposta i destini e muta le dinamiche sociali e politiche. Non fraintendetemi. Non sono così naif da pensare al singolo evento (la scoperta dell'America, l'invenzione della macchina a vapore...) come unica determinante della Storia: la storiografia moderna, marxista e non, ha da tempo mostrato l'importanza delle "derive", dei tempi lunghi, delle accumulazioni, dei movimenti sotto-traccia, delle dialettiche sociali ed economiche, spesso invisibili, che incidono sui grandi fatti.
È incontestabile, però, che l'arrivo di questo virus - uno shock esogeno direbbero gli economisti - sta mettendo sotto pressione tutte le delicate strutture con cui le moderne democrazie occidentali più o meno liberali avevano provato a mantenere un fragile equilibrio: quello tra benessere economico, coesione sociale e libertà personali. Non solo. L'arrivo del virus ha rimesso di colpo in discussione paradigmi che sembravano inscalfibili.
Si pensi, ed è l'esempio più clamoroso, all'Europa: nel giro di pochi mesi il COVID-19 ha raso al suolo decenni di pensiero ordo-liberale basato sull'austerità. Nemmeno la crisi finanziaria ci era riuscita: solo il governo italiano negli ultimi mesi ha speso decine e decine di miliardi di euro in deficit, qualcosa di inimmaginabile anche solo un anno fa. 
E ovviamente ci sarà un prezzo da pagare. Ma non è questo davvero il punto... 
Si tratta di una sensazione prima che di una ragionamento limpido.
Come posso spiegarlo?


Avete presente "Una poltrona per due"?
Ecco, è successo proprio quel che succede a Dan Aycroyd quando da ricco diviene povero: una certa parte del mondo (Principalmente nell'emisfero nord, principalmente in occidente, principalmente di pelle bianca) non era più abituata, da tempo, da almeno tre generazioni, a vivere in certe condizioni di estrema precarietà e insicurezza. E quando all'improvviso la propria Comfort Zone ha iniziato a vacillare si è trovata di colpo senza riferimenti. (Perché vaglielo a dire all'abitante di una favela brasiliana, al residente di una bidonville africana, al ragazzo di un paesino di campagna dell'India, che il Coronavirus sta intaccando il loro stile di vita!)Quello che non è ben chiaro alle classi medie occidentali è che, se è vero che da anni esiste un effetto trascinamento verso il basso della propria condizione, è però altrettanto vero che esse sperimentano ancora livelli di vita molto superiori a quelle delle generazioni precedenti oltre che dei miliardi di altri abitanti del pianeta che in occidente non vivono.
Lo dimostrano in modo incontestabile alcune delle reazioni più assurde al virus, tipo le lacrime per le mancate vacanze sugli sci in piena seconda ondata: pensiamo per un istante all'Europa del 1918 e pensiamo agli effetti combinati di una orribile guerra mondiale e di una epidemia come la spagnola e proviamo a sovrapporre queste immagini alle fotografie di certe corse all'aperitivo o allo shopping natalizio. L'effetto è di puro straniamento. 
Per questo motivo trovo insopportabile questa ipocrisia diffusa per cui intere masse di individui che hanno per decenni vissuto sopra le proprie possibilità - a danno degli altri abitanti del globo e delle risorse naturali del pianeta - negli ultimi mesi si siano fondamentalmente lamentati per la limitazioni di alcune del tutto prescindibili libertà borghesi.
Una ipocrisia che si sostanzia poi in un altro modo: milioni e milioni di cittadini che negli ultimi decenni hanno voluto meno Stato e più Mercato, che hanno votato in modo coerente e convinto per partiti di destra e/o di sinistra tutti quanti in modo trasversale favorevoli alla riduzione delle tasse (e dunque alla riduzione di stato sociale), alla riduzione del debito, alle privatizzazioni, ecco questi stessi cittadini si sono messi a pretendere all'improvviso l'assunzione di medici e infermieri, la ri-apertura di ospedali, la garanzia di tracciamenti su larga scala, la sistemazione dei trasporti pubblici e l'erogazione di sussidi a pioggia. Così, di colpo.
Certo, la povertà sta aumentando a dismisura. E certo, ci sono intere fasce di popolazione che soffrono pesantemente: ma c'erano anche prima e a chi interessavano? Questa è l'ipocrisia di Dan Aycroyd: si accorge della povertà solo quando diventa povero, che è esattamente ciò che sta succedendo.


Così mi ritrovo a confrontare la gestione della pandemia di tutti i paesi del Sud-America con quella di Cuba e penso Cazzo, compagni, forse quella Rivoluzione non ha avuto tutti i torti a privare il popolo di qualche libertà civile se poi è riuscita a costruire e mantenere sistemi sanitari ed educativi di qualità per tutti! (che poi in realtà ci sarebbe da discutere - e molto - sui diritti garantiti a Cuba, chiedere ad esempio agli omosessuali). 
Ma non era questo, in fondo, quel che sognavano i comunisti? Uno scambio fruttuoso e sostenibile tra libertà personale e diffusione dei diritti? Ed è - me ne rendo conto - un ragionamento orribile perché da anarchico ho sempre sofferto questa scelta. Non dovremmo proprio arrivarci a uno scambio del genere. Ma nel guardarmi intorno non posso non notare come la stragrande maggioranza dei comportamenti individuali - sui quali volenti o nolenti poggia l'idea di autogestione - abbia in questi ultimi mesi delineato in occidente una inequivocabile scelta valoriale: mettere in conto la convivenza con il virus e la sua diffusione, e dunque un certo numero di vittime, per mantenere in piedi, anche se zoppicante, il nostro "stile-di-vita". 
Si dirà, come sempre, TINA: There Was No Alternative. 
Ma ne siamo proprio sicuri?
La domanda non è oziosa. E sì! Sottende un certo moralismo. Ma non c'è nulla di male nel moralismo: dipende dai valori cui si fa riferimento. Anche il privilegiare l'economia ad ogni costo è una scelta morale. Si tratta di privilegiare l'utilitarismo e, questo, come ben sappiamo, è la base di Homo oeconomicus: un attore razionale teso alla massimizzazione della propria utilità personale. È un cazzo di valore. Ed è, in definitiva, il valore che fonda il capitalismo. 
La domanda non è oziosa per il semplice fatto che questa pandemia può essere vista in qualche modo come una "prova generale": il cambiamento climatico ci obbligherà a rinunciare per sempre ad alcune libertà personali in cambio della sopravvivenza della specie. Passato questo virus, che prima o poi passerà, ce ne saranno forse altri più gravi - o forse no - ma in ogni caso dovremo fronteggiare un paio di verità incontestabili: 
1) il caos climatico che ci attende produrrà effetti profondi e strutturali sulle nostre vite sociali
2) non saremo mai in grado di vivere in dieci/undici miliardi di essere umani sul pianeta Terra e ottenere contemporaneamente benessere economico, salute ecologica e libertà personale.
È una visione troppo pessimista? Troppo Malthusiana? Forse.
Ma non dobbiamo sprecare l'unica nota positiva che la pandemia ci ha consegnato: la sperimentazione del mondo che verrà se non cambiamo rotta. Perché ciò che stiamo vedendo in larga parte non è altro che un mondo vecchio che prova a resistere nell'unico modo che conosce: garantire un livello di consumismo che possa salvaguardare la sopravvivenza del sistema. 
È questo che davvero vogliamo?
O forse è urgente mettere in conto un'alternativa sapendo fin d'ora ch'essa non potrà essere il migliore dei mondi, l'utopia degli anarchici? Che nella società dell'Antropocene dovremo tutti rinunciare a qualcosa (un po' di benessere economico? qualcuna delle tante libertà che gli ultimi decenni ci avevano regalato?) purché queste rinunce siano nel senso della sobrietà e, soprattutto, della eguaglianza? 
Non è socialismo questo?
E non appare come l'unica soluzione alla barbarie?

mercoledì 5 agosto 2020

Nuovi mondi e vecchie politiche

Faccio politica da quando mi ricordo.
Già 9 o 10 anni, nei prati del Parco Ravizza a Milano, quando si giocavano infinite partite a pallone, mi mettevo in mezzo ai litiganti - c'era sempre qualcuno che la voleva risolvere a botte - per tentare un approccio assembleare, democratico e pacifista ai problemi generati da un calcio di rigore o da una punizione. 
Negli anni della giovinezza ho attraversato la Milano da bere, la caduta del muro di Berlino, la prima guerra del golfo, Mani pulite, l'avvento di Berlusconi, la globalizzazione sempre con la convinzione che la Politica fosse una azione necessaria e in qualche modo anche sufficiente all'organizzazione della vita umana sulla Terra (e forse anche nello Spazio). Ho re-incontrato Valeria, per poi non lasciarla più, durante una campagna elettorale. Insieme abbiamo creato La Distesa che è in qualche modo un luogo estremamente intriso di Politica. Ci siamo candidati in varie elezioni, abbiamo frequentato circoli e sezioni, abbiamo discusso e litigato più o meno con tutto l'arco costituzionale dei partiti locali. Non abbiamo mai preso una tessera: io - figuriamoci - sono ancora l'anarchico che ero a diciassette anni, e Vale la comunista eretica espulsa dalla federazione dei giovani comunisti... Insomma un mezzo disastro...
La nostra generazione ha prodotto mostri come Matteo Renzi e Matteo Salvini.
Il che basterebbe a negare ai 40/50enni di oggi il diritto a fare Politica. 
La realtà è che si avvicinano le elezioni regionali nelle Marche - ma non solo - e molto semplicemente monta la totale disperazione sul "che fare?".
Siamo cresciuti con la narrazione del "meno-peggio", del "voto-utile", del "sennò-vince-tizio". Una storia figlia della fine delle ideologie e che ha radicalmente svuotato di contenuti ogni contenitore della ormai presunta sinistra, sia quella di lotta che quella di governo. Qualche volta si è votato, qualche volta no. Qualche volta più convintamente, qualche volta meno. Ma sempre con la certezza di essere minoranza di una minoranza, senza alcuna reale capacità di incisione sulla tela della storia. Piccola o grande che fosse.
Con gli amici dei centri sociali tante volte ci siamo amichevolmente scontrati sulla necessità - o meno - di un confronto istituzionale, di una "politica politicante" e non solo conflittuale, di una qualche forma organizzata di "rappresentanza". 
La sensazione sempre più netta, più cogente, più dolorosa, è che il quadro odierno (che sì! È anche figlio di COVID ma è soprattutto il frutto di una dinamica storica che viene da lontano) sia del tutto mutato. 
Ci troviamo di fronte a mondi totalmente nuovi e sconosciuti e la sensazione è quella di affrontarli, viverli, utilizzando strumenti vecchi e superati. 
Come se navigassimo in Internet oggi ma con la connessione di venti anni fa.
Come se affrontassimo un esercito perfettamente equipaggiato con archi e frecce.
Il dibattito internazionale sui Fondi Europei, il dibattito nazionale (ma anche globale) sull'immigrazione, la reazione internazionale alla Pandemia... Tutto appare ridicolo, fuori luogo, stonato.
Abbiamo istituzioni e regole pensate in un novecento che non esiste più. Che è stato semplicemente spazzato via. A partire dal feticcio "Stato-Nazione".
Ci troviamo a parlare di liste, listini e listarelle per una Regione che non ha ancora minimamente superato i problemi della crisi 2008/2012, che non ha saputo affrontare il terremoto, che ha fatto fallire attività produttive e aeroporti, che ha tagliato la sanità in lungo e in largo salvo poi chiedere fondi per aprire un ospedale COVID da dodici milioni di euro rimasto vuoto, che non ha alcun tipo di visione per il futuro che non sia la Sagra del Prodotto Tipico di 'staminchia.
Sono oramai trent'anni che la politica non è altro che l'affannato tentativo di gestire vecchi centri di potere - di destra e di sinistra - nel tentativo di mantenere un instabile consenso elettorale. Un consenso il cui unico fine è la gestione delle infinite emergenze cui gli amministratori di ogni livello sono tenuti a rispondere. La questione della "casta" si è risolta semplicemente nel tentativo di sostituzione di ceti politici ed il populismo altro non è se non il cavallo di Troia di chi vuole affrontare il tema della globalizzazione attraverso la costruzione di nuovi rifugi indentitari. Ci siamo già passati e non è finita bene.          
Per questo ci sembra assurdo parlare di candidature, alleanze, accordi, dialoghi col territorio, e tutto l'armamentario di una retorica politichese fuori tempo massimo. Ci sono dinamiche là fuori che stanno sgretolando il nostro vecchio mondo e l'unica risposta sensata sarebbe quella di una rinnovata carica utopista. Perché quando la distanza tra istituzioni e mondo reale si fa incolmabile, quello è il momento che precede le rivoluzioni.

lunedì 27 gennaio 2020

Cupramontana, di nuovo capitale

Uno dei regali più belli per il ventesimo anniversario de La Distesa è certamente quel che sta succedendo a Cupra.
Entrando in paese in automobile da sempre si viene accolti da un cartello che recita "Benvenuti a Cupramontana, capitale del Verdicchio". Il riferimento è a una dicitura "ufficiale" risalente al 1939 che - ben prima dell'avvento della DOC - formalizzava la centralità del Comune nel contesto della produzione vitivinicola marchigiana.
Qui d'altronde ebbe sede una delle cattedre ambulanti di enologia (fine ottocento), qui nacque la famosa Fazi-Battaglia, qui venne istituita una delle più storiche cooperative vinicole (la Colonnara).
Negli anni sessanta si contavano una trentina di imbottigliatori (le cantina Aurora di mio nonno era fra queste).
Poi cominciò la crisi. Complici la fine della mezzadria, e la conseguente emigrazione, e una qualità media dei vini decisamente in caduta libera.
Quando nel 2000 cominciammo a imbottigliare come La Distesa in paese erano rimasti solo la cantina sociale, l'azienda Bonci e un paio di piccole realtà principalmente legate al commercio di vino sfuso.
C'era un solo produttore bio, ovviamente bistrattato da tutti, che imbottigliava pochissime bottiglie.
Dopo venti anni il panorama è completamente cambiato. Tanto che la guida "L'Italia di vino in vino" edita da AltraEconomia a firma di Luca Martinelli, Sonia Ricci e Diletta Sereni (con la prefazione di Armando Castagno) dedica a Cupra un intero capitolo. È una scelta rilevante dato che gli altri capitoli sono dedicati a interi distretti vinicoli (le Langhe, il Collio, l'Etna, la Valpolicella, ecc.) e a realtà ben più conosciute ed estese (il Carso, il Chianti senese, ecc.)


Quello che è stato colto è probabilmente la vitalità di una scena che negli ultimi anni è letteralmente esplosa. "La piccola comunità di vignaioli artigiani-naturali" recita il sottotitolo. Ed è così. Capita spesso, quando giro per fiere o chiacchiero con colleghi, che mi venga chiesto: "ma cosa succede a Cupra?" con un misto di ammirazione e stupore, soprattutto considerando il resto dei Castelli di Jesi o Matelica.
Oggi le cantine che imbottigliano a Cupra hanno abbondantemente superato la decina ma, soprattutto, va notato come le nuove realtà operino quasi tutte in regime biologico e/o in naturale. 
A fianco a noi c'è l'oramai storica Marca di San Michele con i suoi vini sempre di altissimo profilo; sempre a San Michele da qualche anno si è affermata Ca'Liptra che arricchisce il catalogo supernatural di Les Caves de Pyrene; non lontano la brava Giulia Fiorentini, i cui vini sono da poco entrati nel catalogo di Velier/Triple A. Senza dimenticare che, nel comune di Staffolo ma sul lato che guarda Cupra, e in linea d'aria davvero vicinissimi, ci sono aziende di grande valore di ispirazione naturale come La Staffa di Riccardo Baldi o biologiche come Antonio Failoni.
Ma è tutto il territorio a muoversi in questa direzione se si considerano anche i conferitori di uve: realtà di altissimo spessore come Pievalta (che ha appena impiantato vigne a cupra, lato monte Follonica) o Andrea Felici acquistano uva bio in contrada San Michele; la stessa Colonnara ha molti soci in regime biologico e da poco una linea bio. 
Nuovissime realtà artigiane e bio con vigneti a Cupra hanno iniziato da pochissimo: Colle Jano, Oppeddentro, mentre a breve sarà possibile assaggiare la prima annata di una nuovissima azienda completamente naturale con vecchie vigne nella zona di Manciano.
Inutile dire che tutto ciò ci riempie di gioia e anche - un pochino - di orgoglio per un effetto "trascinamento" che certamente abbiamo contribuito a scatenare. Così come è molto probabile che il lavoro di zonazione delle vigne cuprensi assieme all'apertura del complesso dei Musei In Grotta e agli annuali laboratori de Il Grande Verdicchio siano state iniziative importanti per il rilancio di questo territorio.
Se a questo si aggiungono un attivissimo Gruppo di Acquisto Solidale ed il progetto della Fornace del Gusto, gli spazi comunali a disposizione degli agricoltori per la trasformazione e il confezionamento a norma di prodotti locali, si capisce quanto questo paese sia in realtà cambiato a dispetto delle apparenze.     
Insomma, Cupramontana è di nuovo Capitale. Se non del Verdicchio perlomeno di una bella e sostenibile economia locale.

martedì 26 settembre 2017

I nazisti dell'Illinois

Qualcuno di voi aveva veramente creduto alla rimonta di Martin Schultz che i vari giornali portavoce della ormai ex sinistra avevano paventato (qui uno dei pezzi più ridicoli)?

In questi giorni quegli stessi giornali non fanno che parlare di fascismo, xenofobia, razzismo. Uniche categorie per poter spiegare - dal loro punto di vista - come sia possibile che anche nella ricca, europeista e competitiva Germania le "masse" siano incazzate e i socialisti vengano sconfitti. Il problema sono ovviamente l'immigrazione - soprattutto i rifugiati siriani in questo caso - e il populismo. Lo stesso mantra ripetuto fino alla noia per #brexit #trump #lepen. Lo stesso mantra che Renzi ripete per convincere gli italiani a non votare M5S o Salvini: o me o i populisti. Chiaramente, di questo passo, gli italiani voteranno proprio per i populisti.
E la ragione è di una semplicità disarmante, chiara perfino ai miei figli di 9 e 11 anni: se per trent'anni fai politiche di destra alla fine favorisci la destra. Strano no?

Ora, lo so che gli italiani hanno nel loro DNA il fascismo ed una certa allergia per gli stranieri; e so altrettanto bene che in Germania i nazisti esistono ancora; e sono anche assolutamente consapevole che ingenti flussi migratori possano generare dei problemi di coesistenza.
Ma non è questo il punto.
La dinamica per cui la sinistra istituzionale sta perdendo e scomparendo in tutta europa (ma anche in USA non sta benissimo dopo il tracollo di Clinton) è essenzialmente legata al tradimento nei confronti dei propri elettori storici, all'assoluto fraintendimento della situazione storica attuale, ad errori clamorosi nelle politiche economiche. Provocando - ma neanche tanto - si può dire che la Brexit è figlia di Tony Blair, Trump del brusco risveglio dal sogno di Obama, Salvini e i 5S di una sinistra italiana che per vent'anni ci diceva "o noi o Berlusconi", salvo alla prima occasione utile farci un governo assieme. E si potrebbe continuare.

La realtà è invece ben rappresentata da questi due grafici, che raccontano cosa è capitato nel mondo negli ultimi sessanta anni (i grafici ritraggono la situazione americana ma non sarebbero molto diversi  in Europa).

Ed è una verità che fa male soprattutto a chi dalla fine del Muro di Berlino ha raccontato che la lotta di classe era finita e bisognava rifondare il socialismo (Che poi ha significato svenderlo). I due grafici, complementari, dicono una cosa semplice semplice: che dall'avvento del neoliberismo - segnata con la fine di Bretton Woods nel 1971 - i profitti delle aziende sono esplosi e i salari degli operai sono crollati.
Cosa c'entra questo con le elezioni tedesche? Se nelle vene delle classi dirigenti della sinistra scorresse ancora un briciolo di buon marxismo, capirebbe l'ovvio: le riforme strutturali tedesche, prese ad esempio in tutta l'Europa dell'austerità, Mario Monti in primis, hanno generato una macchina economica perfetta (il primo esportatore di merci al mondo) ma al prezzo di un aumento della precarietà, di lavori malpagati (i minijobs), di disuguaglianze mai sanate fra ovest ed est del paese. Una strisciante rabbia sociale cui i socialdemocratici hanno risposto con la grande coalizione, cioè con l'alleanza durata anni con la Merkel. Alleanza risultata ora fatale a Schulz.
Una workin' class che si sposta a destra è difficile da digerire ma questo è ciò che sta succedendo nel mondo occidentale: lo scrive bene Alberto Bagnai nel suo blog dove il grafico qui sotto vale più di mille peripezie verbali su quanto siano xenofobi i tedeschi: sono in grandissima parte le più povere aree della Germania Est ad avere votato l'estrema destra.

Ma questa "classe operaia allargata", questo neo-proletariato diffuso in tutti i paesi ad economie avanzate, non odia l'immigrato perché naturalmente portato a farlo: odia l'immigrato perché da trenta anni a questa parte gli è stato raccontato dai politici, dai media, dalle classi dominanti che il suo "nemico" non era più l'industriale (quello che a guardare il grafico sopra si prende la fetta più grande della torta) ma il suo omologo nei paesi emergenti, il suo pari grado in catena di montaggio o lo studente brillante arrivato da un altro posto a "rubargli il lavoro". Perché se non c'è "lotta di classe", cioè scontro fra capitale e lavoro, resta una cosa sola: la guerra fra poveri. Comprensibile che - per chi ha tradito - sia più facile dar la colpa ai barconi di migranti piuttosto che allo sfascio di un sistema economico che ha nell'Europa dell'Euro il suo basamento principale, ed aggrapparsi a Minniti invece che a Keynes.

Insomma, in questi anni che sembrano sempre più vicini agli anni trenta del secolo scorso, sembra davvero oramai troppo tardi per costruire una narrazione differente, che prescinda la contempo da questa Europa e da un nazionalismo fuori tempo massimo.
Ma intanto avere chiare le cause e gli effetti potrà servire, in qualche modo. Che quelli che arrivano non saranno i nazisti dell'Illinois. E li avrà generati l'Europa di cui ancora blaterano Scalfari e Prodi.

lunedì 19 maggio 2014

L'Euro: il nuovo muro di Berlino che divide l'Europa


I nodi vengono al pettine.
Il calo del PIL nel primo trimestre del 2014, certificato dall’ISTAT, si è abbattuto come una mannaia sugli ultimi scampoli di campagna elettorale per le Europee. Il dato stupisce solo chi ha creduto nella “ripresa”, nella definitiva “uscita dalla crisi”, nella famigerata “inversione del ciclo”. Tutte parole più o meno vuote che parlano il linguaggio di un mondo economico che non c’è più.
Ciò che appare agghiacciante è l’insistenza con la quale i potentati economici, i partiti politici delle “larghe intese” e certi economisti che un tempo erano “mainstream” e oggi sono semplicemente fuoritempo, continuano a perseverare nell’errore: considerare la crisi europea come passeggera, invocare le riforme come panacea a tutti mali, eludere totalmente il problema del tasso di cambio e degli squilibri commerciali dell’area Euro.
Tutto nasce, ovviamente, dal modello economico di riferimento.
L’idea dell’Euro come moneta unica nasceva con la fondata pretesa di creare un’area economica comune che avrebbe avuto una domanda interna di più di 400 milioni di persone. Il problema è che questa buona idea nelle mani dei guardiani dell’economia dell’offerta, dei soloni del monetarismo, dei giganti del pensiero neo-liberista si è trasformata nel peggior esperimento teorico di economia monetaria-finanziaria della storia dell’uomo. Ce lo dicono le parole stesse: un tempo avevamo la Comunità Economica Europea, oggi parliamo di Unione Bancaria, di Fondo Salvastati (dotato di rating!), di Fiscal Compact.
Ma cosa ci dice in realtà questo lieve calo del PIL italiano? Comunica esattamente quello che oramai tutti sanno ma nessuno può dire (a parte Tsipras, Grillo e Le Pen/Salvini tutti e tre con grandi differenze di approccio e linguaggio): molto semplicemente ci dice che non è possibile per l’Italia con questo livello di tasso di cambio (troppo alto) e questa rigidità dal lato della spesa (austherity) uscire dalla crisi e ricominciare a crescere.
Quello che si dovrebbe fare sta nei manuali di buona economia politica. Due semplici cose: svalutare un po’ l’Euro e abolire il 3% di limite deficit/PIL. Ma sono esattamente le due cose che la Germania non vuole che si facciano.
La realtà è sotto gli occhi di tutti: abbiamo distrutto, sull’altare dell’idea liberista per cui vale solo la competizione nei mercati globali, la domanda interna. La deflazione europea ne è la prova provata: l’enorme disoccupazione nei paesi della “periferia”, unita alle cosiddette “riforme”, cioè alla deflazione interna, ovvero la compressione dei salari e la generalizzazione del precariato su scala europea, hanno fatto sì che quell’enorme Mercato Unico di 400 milioni di persone venisse depotenziato. Depotenziato a tal punto che l’unica fonte di crescita può venire solo da un export che alla fine premia oramai solamente la Germania, non tanto o non solo in virtù della qualità intrinseca delle merci prodotte, ma soprattutto perché unica area a non dover soffrire un tasso di cambio troppo elevato.
Il fatto che paesi come Olanda e Finlandia, che da sempre gravitano nell’area tedesca, non se la passino poi così bene, quasi venissero risucchiati nelle periferie dei PIIGS, è un ulteriore dimostrazione di questo buonsenso “keynesiano” che non pare trovare più adepti nell’area del  Partito Socialista Europeo e delle sue ramificazioni nazionali; parte politica per la quale dovrebbe essere il naturale riferimento ideologico.
Perché? … Verrebbe da chiedersi? E la risposta è semplice semplice: perché si dovrebbe ammettere davanti a centinaia di milioni di elettori di centrosinistra europei che i vari Prodi, Shroeder, Zapatero, Blair sono caduti – coscientemente o meno poco importa – nel trappolone del Capitale e che, nei tempi lunghi della storia, non in quelli brevi di un ciclo di crescita decennale, questi signori hanno molto semplicemente affossato il sogno europeo di una Comunità sovranazionale.
Ma ora che fare?
A parte immettere miliardi di euro di liquidità in un sistema economico già in deflazione nel quale coi tassi prossimi allo 0% comunque gli imprenditori non investono e i consumatori non consumano (esempio quasi da manuale di “trappola della liquidità” e di “sindrome giapponese”)?
A parte attendere un altro starnuto che faccia risalire gli spread facendo ripartire la spirale che lega la spesa per interessi al deficit e dunque a nuovi tagli che poi non possono che frenare ulteriormente la crescita?
L’uscita dall’euro non è una soluzione politicamente sostenibile. Credo che dal punto di vista economico sarebbe una soluzione accettabile nel breve periodo e in grado di risolvere alcuni equilibri nei disavanzi commerciali. Il problema è che avendo trasformato, volutamente, l’Europa e l’Euro nel nuovo feticcio ideologico, il risultato politico di un’uscita italiana dall’euro sarebbe il ritorno del nazionalismo identitario e la fine della costruzione dello spazio comune europeo (su questo punto persino intellettuali di estrema sinistra come Toni Negri sono stati chiari).
In tempi non sospetti, esattamente a Firenze nel 2002, un vasto movimento di cittadini chiedeva “Un’altra Europa possibile”: non erano grillini incazzati, non erano piddini delusi, non erano neo-fascisti nazionalisti. Era un vasto movimento di persone che vedeva già allora il rischio insito nell’Europa dei governi e delle banche e chiedeva l’Europa dei cittadini. Avevamo ragione ma ha fatto comodo a tutti eludere il problema allora.
In definitiva, alla luce della situazione attuale, una soluzione facile non c’è. Certamente non può esserlo questo appuntamento delle elezioni europee dove l’Europa sembra divisa da un nuovo muro di Berlino.
L’unico orizzonte, allora, resta quello della critica serrata, di una resistenza attiva a questo modello economico che è il vero artefice di questa Europa. Piano piano. Giorno dopo giorno. Dal piccolo dei nostri Comuni ai grandi appuntamenti com l’Expo 2015.
Sempre in movimento.    

lunedì 21 aprile 2014

Salvare il pianeta

Il novecento è stato dominato dalla contraddizione Capitale/Lavoro. Economia, Tecnica, Socialismo, Capitalismo sono state alcune delle parole chiave del "secolo breve".
La Storia di questo secolo appena iniziato (e forse dei prossimi) sarà la storia della lotta fra Capitale e Natura: Ecologia, Cultura, Decrescita e Cosmopolitismo possono diventarne le parole chiave, se lo vogliamo.
L'uomo deve capire e scegliere con chi stare; se essere parte integrante dell'apparato tecnoscientifico di un'idea ormai metafisica di Capitale, onnivoro e onnisciente; oppure se restare biologicamente agganciato alla sua natura di abitante/cittadino di un pianeta Terra in pericolo di estinzione.
Non è una battaglia da poco, se pensiamo all'ultimo rapporto dell'IPPC:
http://www.greenreport.it/news/clima/clima-nuovo-rapporto-ipcc-rischi-che-potrebbero-far-cambiare-le-societa-umane/ 
L'impatto dell'attività economica umana sul pianeta riguarda oramai tutte le sfere del vivere associato. Certamente, però, le questioni del cibo, dell'agricoltura, della gestione delle terre e dei beni comuni, sono questioni fra le più importanti e rilevanti.
Nel suo piccolo, "Resistenza Naturale" di Jonathan Nossiter è un potente atto culturale e politico che lancia un nuovo allarme: non abbiamo più tempo! Nelle sale in Italia dal 29 maggio e in Francia dal 18 giugno.


lunedì 12 agosto 2013

Quello che non ci dicono

Sono stato un europeista euro-scettico fin dall'inizio.
Ho seguito dai banchi dell'università la fase finale della costruzione della moneta unica, da Maastricht fino all'entrata nella zona Euro. E Lavoravo in banca nelle giornate in cui venne fissato il tasso di cambio Euro/Lira, sotto il Governo Prodi. Ero nei miei vent'anni.
Già allora, però, il segno monetarista e neo-mercantilista di quegli accordi mi pareva inequivocabile, così come mi appariva strettissimo il sentiero che l'Italia aveva da compiere per restare nei parametri imposti da quegli accordi europei.
Con i "se" ed i "ma" la Storia non si può fare. Nessuno può avere la certezza di come sarebbe andata senza quei governi Berlusconi che nel primo decennio del duemila hanno deragliato dal percorso, giusto o sbagliato che fosse, di convergenza e risanamento che aveva in Carlo Azeglio Ciampi la sua guida.
La sensazione è che ormai sia tardi. La convergenza dell'area Euro - che era la condizione per la sopravvivenza dell'Euro - è ormai devastata dalla politica della Germania. A settembre, in caso di una vittoria di Angela Merkel, il percorso subirà un ulteriore tracollo.
In questo ottimo paper si possono ritrovare molti dei ragionamenti che gli economisti mainstream non fanno: http://memmt.info/site/wp-content/uploads/2012/08/bilancia-dei-pagamenti-italiana.pdf

Il punto fondamentale è che l'austerità e la politica di svalutazione interna richieste dalla Troika ai paesi "periferici" stanno uccidendo questi paesi sulla base di una premessa sostanzialmente errata: cioé che i problemi di sostenibilità dell'Euro siano i debiti pubblici e i deficits. In realtà gli squilibri stanno nelle bilance dei pagamenti dell'Eurozona: si assiste ad un vero e proprio flusso di capitali dai paesi periferici alla Germania in virtù dell'enorme avanzo commerciale tedesco legato alla rigidità del cambio da un lato  e alla impossibilità di una politica monetaria autonoma dei singoli paesi (tale da consentire una monetizzazione del debito) da parte dei paesi "in crisi" (che oramai - visto dove sta andando l'Olanda - stanno divenendo tutti i paesi europei salvo la Germania!)
Ecco alcune lucide considerazioni del paper, che nasce all'interno della riflessione teorica della Modern Money Theory:

"L’attenzione dei policymaker europei, in questi mesi, è stata però tutta rivolta ai debiti pubblici dei Paesi meridionali, noti anche con l’acronimo di PIIGS (Portogallo-Italia-Irlanda-Grecia-Spagna).
Le politiche condotte in Italia e negli altri Paesi mediterranei sono state tutte improntate all’austerità, alla riduzione forzata dei disavanzi pubblici mediante il ricorso a tagli alla spesa pubblica.
Tuttavia, è necessario riconoscere che se il vero problema dei Paesi europei fosse il rapporto debito/PIL, e se fosse davvero questo l’elemento considerato rilevante dai mercati finanziari, non si comprenderebbe perché Paesi come Gran Bretagna e Germania, il cui rapporto debito/PIL sfiora l’80% ed è quindi ben superiore al 68,5% spagnolo, non siano stati messi sotto attacco da parte degli investitori internazionali. È chiaro, quindi, che i veri problemi dell’Eurozona siano principalmente due: innanzitutto, gli squilibri strutturali delle bilance dei pagamenti, analizzate in precedenza, e in secondo luogo l’avversione delle strutture politiche europee a far sì che la BCE possa monetizzare i debiti sovrani dei Paesi membri, affinché essi possano reagire adeguatamente agli squilibri esistenti nei tassi di cambio reali all’interno dell’Eurozona. Senza politiche di riassestamento dei tassi di cambio reali dentro l’Eurozona, l’unione monetaria non ha alcuna speranza di continuare ad esistere".

"La linea politica seguita dall’establishment europeo è però quanto di più lontano si possa immaginare da simili interventi. Con riferimento all’Italia, l’introduzione del vincolo di pareggio di bilancio in Costituzione e la ratifica del Fiscal Compact, lo spazio di manovra del settore pubblico è totalmente neutralizzato.
Il trattato, infatti, impone un rigidissimo vincolo ai disavanzi dei Paesi membri, limitandone forzatamente l’entità allo 0,5% del PIL, e richiede il raggiungimento di un obiettivo che avrà senza ombra di dubbio natura recessiva, ovvero la convergenza nel tempo verso un rapporto debito/PIL del 60%. Il provvedimento, perciò, non centra minimamente l’origine delle divergenze esistenti fra i Paesi dell’Eurozona, ovvero gli squilibri della bilancia dei pagamenti dell’Eurozona, non opportunamente coperti da una Banca Centrale sovrana. Essa sarebbe in grado di monetizzare i disavanzi pubblici dei Paesi membri, ed operare al fine di stabilizzare i tassi d’interesse dei titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Questa linea politica perciò neutralizza anche le uniche possibilità di soluzione, che devono passare necessariamente per il settore pubblico".

"Le politiche implementate in questi mesi dai governi dei Paesi europei, fra cui quello italiano, sono
state tutte improntate alla progettazione di riforme del mercato del lavoro volte a ridurre i salari per aumentare la competitività delle esportazioni. Anche ove fosse possibile recuperare in tal modo un gap di competitività quasi insanabile con le economie dell’Europa centrale, ad esempio quella tedesca, questa linea soffre di una grave fallacia di composizione: pensare di applicare con successo una politica di deflazione competitiva di stampo tedesco a tutti i Paesi dell’Eurozona è errato, poiché non si tiene conto delle caratteristiche della struttura produttiva dei singoli Paesi. Come sostiene infatti Sergio Cesaratto in un articolo per Sbilanciamoci.info, “una banca centrale volta al controllo dei salari e il coinvolgimento dei sindacati nel modello mercantilista conducono a disciplina sociale e moderazione salariale necessari a conservare i vantaggi competitivi”: ed è su questo modello, adottato in primis dalla Bundesbank, che è stata progettata la Banca Centrale Europea. Inoltre, è pressoché impossibile che ogni Paese membro dell’Eurozona possa usufruire di surplus commerciali, ed è perciò controproducente sperare che ogni Paese adotti simili politiche di tipo neomercantilista".

"L’utilizzo intelligente della spesa pubblica è, alla luce della congiuntura in cui versa l’Eurozona,
l’unico possibile fattore di ripresa dell’economia interna, e l’unico modo per evitare una catastrofe
altrimenti certa. Le strade percorribili sono diverse, sia che si parli di ritorno alle monete nazionali,
con la possibilità di gestire autonomamente la politica fiscale e la politica monetaria (che sono ora rigidamente separate, nell’assetto istituzionale europeo), sia nel caso di un New Deal europeo, che passi necessariamente per un radicale abbattimento delle politiche deflazionistiche e recessive sinora praticate dalla Banca Centrale. In entrambi i casi, tutto ciò passa necessariamente per la pianificazione di disavanzi “buoni”, come ci ricordano la Modern Money Theory ed il Circuitismo: un sostegno sia al lato della domanda che a quello dell’offerta che si traduce nell’orientamento alla piena occupazione, alla costituzione di stock di risorse utili e produttive".

"In fondo, per parafrasare uno dei mantra più ricorrenti nei media europei (capovolgendolo), si può
perciò affermare che non esiste crescita per mezzo del rigore, e che con il rigore non vi è alcuna
possibilità di crescita".

Quello che la pseudo-sinistra europea non capisce, perché fondamentalmente non è più "sinistra" in senso storico, è che la costruzione europea ha sbagliato totalmente strada. L'Euro sta devastando il modello sociale europeo. Precariato, disoccupazione giovanile, squilibri finanziari, nuovi nazionalismi. Forse è giunto il momento di dire basta.

PS Come il mainstream economico MontiStyle racconta balle: ieri titoli a nove colonne "Lo spread ai minimi, risale la fiducia nell'Italia". Lo spread è effettivamente sceso negli ultimi tempi ma anche perché i tassi tedeschi sono risaliti a causa dell'instabilità relativa alle prossime elezioni e ad una economia tedesca che per qualcuno sta iniziando a frenare...

mercoledì 12 giugno 2013

sabato 15 dicembre 2012

Cade il velo

D'improvviso, con un anno di ritardo, il Partito Democratico capisce cosa sta accadendo in Europa. Complimenti. Ora, chiedono a Mario Monti di fare un passo indietro e di non candidarsi (salvo a parole difenderne l'agenda politica).
Cade il velo del "governo tecnico". Il governo più politico degli ultimi anni, in realtà: quello che è riuscito là dove anche Berlusconi era fallito. Sterzare a destra il timone della politica economica italiana.
Cade il velo su di un partito diviso in due, fra liberisti e socialisti. Gente che ovunque nel mondo starebbe in due partiti differenti...
Cade il velo sulle manovre "salva Italia": in realtà finora hanno salvato solo gli interessi di un blocco sociale ed economico, il 10% che in Italia possiede il 50% della ricchezza, e le azioni delle banche piene fino al collo di debito pubblico italiano.
Ciò che andava fatto un anno fa, oggi non non si può più fare: mettere l'Europa di fronte alle responsabilità di Silvio Berlusconi, andare a elezioni immediate, trattare condizioni di rientro dal debito consci di essere "troppo grandi per fallire" e rifiutare l'austerità "alla greca" che in una fase di economia depressa è esattamente la politica opposta a quella necessaria. Questa doveva essere la linea un anno fa.
Il PD, no. Ha preferito salvare i ricchi. Salvare Berlusconi, ancora una volta. Creare un nuovo "mostro", il tecnocrate Mario Monti, elevare nuovamente l'Europa non a orizzonte destinale e a comunità di riferimento ma a deus-ex-macchina che decide per noi cosa è giusto e cosa è sbagliato. Si chiami TAV, rientro dal debito, privatizzazione dei servizi pubblici: si fa perché lo vuole l'Europa, non perché sia giusto o sbagliato.
Tristezza.
Tristezza vedere Vendola inseguire i pazzi scriteriati di una sinistra salottiera che insegue Monti. Tristezza osservare lo spaesamento di chi ha capito che comunque vadano le elezioni ci sono forze gigantesche e fortissime che premono per un proseguimento della macelleria sociale degli ultimi anni. E così ci si affretta a rassicurare i mercati... Non gli operai in cassa integrazione, non i giovani precari, non gli insegnati sottopagati o i Comuni che non riescono a chiudere i bilanci.
Qualcuno lo dovrebbe dire in modo chiaro: l'Italia sta peggio di un anno fa. La disoccupazione è aumentata, il reddito è calato. E i conti non sono migliorati. Col rischio di dar ragione al Berluska, lo spread è un indicatore assurdo per misurare i progressi economici di una nazione. La realtà è che non raggiungeremo il pareggio di bilancio e che il rapporto debito pubblico/PIL è ulteriormente peggiorato.
Per chi ancora non ci credesse, basta leggere un bel libro: "La cura letale" di Mario Seminerio. Rizzoli. Ma non c'è da preoccuparsi, il 2013 sarà peggio.


lunedì 9 luglio 2012

Il professor Monti e la nuova manovra

Qualche tempo fa, mentre discutevo sul decreto Salva Italia con alcuni amici cui il governo Monti non dispiaceva, ho sostenuto che comunque sarebbe servita una nuova manovra. L'ho pure scritto qui: la data è quella del 16 dicembre 2011. Monti ha sempre smentito in questi mesi che dopo il "Salva Italia" servisse una nuova manovra.
In questi giorni si parla di "Spending review", di tagli a giustizia e sanità, di accorpamenti di province. In linea di principio ci sono anche alcune misure corrette. Ma come la vogliamo chiamare questa "Spending review" se non "manovra aggiuntiva"? Il professor Monti è pure furbo. Questa è di fatto una piccola finanziaria che trova in alcuni tagli le risorse per evitare l'aumento dell'Iva al 23% (che sarebbe un disastro). Ma cos'è questa se non una manovra aggiuntiva di finanza pubblica? E quante ne serviranno ancora per salvare quest'Italia?
La realtà è che il gettito fiscale non sta andando bene causa recessione, dunque lo sbandierato pareggio di bilancio del 2013 si allontana. Non pareggiare il bilancio nel 2013 - dopo averlo annunciato - sarebbe un segnale pessimo, specie con lo spread che veleggia anche oggi a 480. Dunque, ancora tagli. Lasciare a casa qualche migliaia di esuberi in Pubblica Amministrazione fa risparmiare soldi ma deprime ulteriormente la domanda aggregata... Ma, oops! questo è Keynes, troppo fuori dal paradigma che ci ha portato al disastro...
Ribadisco quanto già scritto: l'unica strada per l'Italia sono misure straordinarie che riducano considerevolmente lo stock di debito (patrimoniale sui grandi patrimoni, contributo una tantum - tassa di scopo, tassazione rendite, vendita parte del patrimonio pubblico inefficiente, ritiro da tutte le "missioni di pace", taglio delle spese militari); con il forte risparmio di interessi sul debito lancio di un grande piano per lo sviluppo (non la crescita!), con investimenti in formazione, green economy, piccole opere, turismo e cultura, oltre a politiche di progressiva riduzione delle imposte (a cominciare dall'IRAP).
Ovvio: tutto ciò Monti non lo può fare, data la maggioranza vigente in Parlamento. E allora? Allora si cambi in fretta la legge elettorale e si vada a votare al più presto.
Il problema sarà chi cazzo votare.

sabato 28 aprile 2012

La fabbrica dell'uomo indebitato


Ho appena finito uno di quei libri che ti lasciano col fiato sospeso. No, non è un thriller. Meglio: è un thriller ma non è finzione. Riguarda l'attuale crisi economica, letta con un respiro un pò più ampio rispetto al consueto "serve la crescita!" che ormai risuona a destra come a sinistra.
La fabbrica dell'uomo indebitato (sottotitolo: saggio sulla condizione neoliberista) è un pamphlet filosofico edito da DeriveApprodi che rilegge Marx e Nietzsche, Deleuze/Guattari e Foucault alla luce della nuova grande depressione, analizzando in modo spietato ed eterodosso gli ultimi trent'anni di costruzione del modello economico neoliberista. 
Ne esce un processo di distruzione di alcuni capisaldi della sinistra riformista, così come una interessante indagine sociologica sul debito, sul precariato, sui working poors: in definitiva su un nuovo soggetto sociale tipico della post-mosernità, l'uomo indebitato appunto.
Qualche forzatura c'è, eppure l'analisi nel suo complesso ha una forza notevole, specie nella parte relativa alla moneta ed al ruolo centrale di certo monetarismo nella creazione della economia del debito e di un sistema economico dove, contrariamente al bla bla bla imperante, speculazione finanziaria ed economia reale sono inscindibili e strettamente connessi. Col risultato dirompente di negare il futuro, di riprodurre un eterno status quo, di impedire la libera espressione delle scelte individuali e collettive.

L'economia del debito riconfigura anzitutto il potere sovrano dello Stato, neutralizzando e facendo concorrenza a una delle sue regie prerogative, la sovranità monetaria ovvero il potere di creazione e distruzione della moneta. Negli anni settanta, la finanza ha avviato un processo di privatizzazione della moneta, che si è sviluppato in un secondo tempo e che è, per altro verso, la madre di tutte le privatizzazioni... La moneta scritturale, moneta che si esprime con semplici giochi di scrittura, viene emessa dalle banche private a partire da un debito - debito che in tal modo ne diventa l'intrinseca natura, così da prendere il nome di "moneta debito" o ancora di "moneta credito". Essa non è ricondotta ad alcun parametro materiale, non rimanda ad alcuna sostanza se non alla relazione col debito stesso. Così, con la moneta scritturale, non solo si produce il debito, ma la stessa moneta è "debito" e nient'altro che una relazione di potere tra creditore e debitore. All'interno della zona euro, l'emissione di moneta/debito privato rappresenta il 92,1% del totale della moneta in circolazione nell'aggregato monetario più importante (pag. 110)

Nella sua genealogia e nel suo sviluppo, la crisi dei subprime mostra il funzionamento di un blocco di potere, in cui l'economia "reale", la finanza e lo Stato costituiscono gli ingranaggi di uno stesso dispositivo e di uno stesso progetto politico, che abbiamo chiamato economia del debito. Anche qui, l'economia reale e la speculazione finanziaria sono indivisibili... Il dipendente e l'utente della previdenza sociale devono rispettivamente guadagnare e spendere il meno possibile per ridurre il costo del lavoro e il costo della previdenza sociale, mentre i consumatori devono spendere il più possibile per smaltire la produzione. Ma, nel capitalismo contemporaneo, il dipendente, l'utente e il consumatore finale coincidono. Ed è la finanza a pretendere di risolvere questo paradosso. La crescita economica neoliberista determina differenziali di reddito e di potere sempre più importanti, impoverendo i salariati, gli utenti e una parte della classe media, mentre pretende, dall'altro, di arricchirli, con un meccanismo molto ben esemplificato dai crediti subprime: ridistribuire redditi senza intaccare i profitti, ridistribuire redditi riducendo le imposte (soprattutto ai ricchi e alle imprese), ridistribuire redditi tagliando i salari e le spese sociali. In questa condizione di deflazione salariale e di distruzione di Stato sociale, per arricchire tutti non resta altro che il ricorso al credito. Come funziona questa politica? "Hai un salario basso, non c'è problema! Indebitati per comprare una casa, il suo valore aumenterà e diventerà la garanzia per altri prestiti". Ma non appena aumentano i tassi di interesse, questo meccanismo di "distribuzione" dei redditi - attraverso il debito e la finanza - crolla. (pagg. 122-123) 

Sono solo alcuni brani di un libro del quale consiglio una lettura attenta e approfondita, nonché libera da filtri ideologici. Letto accanto all'ultimo Latouche (Per un'abbondanza frugale - Malintesi e controversie sulla decrescita) è un ulteriore tassello alla riflessione oramai sempre più necessaria sul tramonto del capitalismo (almeno per come lo abbiamo conosciuto).

mercoledì 11 aprile 2012

Facile profeta

Non è mai bello sapere di avere ragione quando in ballo c'è la salute pubblica.
In tempi non sospetti avevo scritto alcuni pezzi: la fine di un mondo, fuori dalla crisi? e ancora il default morale. Anche in questo post, Economisti, brutta razza, avevo inserito qualche riferimento alla realtà degli ultimi anni.
Ieri la borsa ha registrato l'ennesimo crollo ed il famigerato spread negli ultimi giorni è risalito. La disoccupazione è a livelli spaventosi, non passa giorno senza che qualche azienda chiuda, la situazione dei giovani è disperata. In questo contesto, tremendo in Italia ma non certo roseo in Spagna e Francia o Stati Uniti d'America, le politiche economiche nazionali in tutto il mondo vanno verso una direzione opposta a quella che sarebbe richiesta dalla ragione ovvero suggerita da un pizzico di verità storica.
L'esempio del tira e molla sul mercato del lavoro è emblematico: tutti i guru dell'economia a blaterare sulla necessità di una maggiore flessibilità. Nessuno che ricordi, anche solo per onestà intellettuale, che la rigidezza del contratto indeterminato era stata pensata esattamente in termini anti-ciclici, per impedire cioé che durante le crisi i licenziamenti "facili" aumentassero la disoccupazione deprimendo ulteriormente la domanda aggregata. Perché ogni lavoratore è anche un consumatore, no?
Ma Keynes è fuori moda dal 1971. Da quando, cioé, i potenti del mondo hanno iniziato la "grande rapina": le politiche neoliberiste che hanno prodotto i guasti della globalizzazione selvaggia della finanza. Quella per cui continuiamo a regalare soldi alle banche e a quel 1% della popolazione mondiale che detiene il monopolio di una oramai fragilissima pseudo-democrazia globale.
Mario Monti è un onesto professore. Credo che lui e la Fornero siano anche profondamente in buona fede. Hanno ereditato macerie da gente come Bossi, e non c'è da aggiungere altro. Il problema è che questo governo è un protettorato della finanza europea. Semplicemente non si può agire con strumenti che fanno riferimento ad un mondo che non c'è più. Pensando alle società del benessere degli anni passati, ad un "mondo occidentale" sviluppato che vive una crisi passeggera...
Cosa aspettano le sinistre globali a prendere posizione? E' davvero tutto finito? Non ci si accorge che è necessaria una gigantesca ristrutturazione dei debiti sovrani? Che dobbiamo cambiare il modo di pensare l'economia stessa? 

venerdì 16 dicembre 2011

Il default morale

Devo alcune risposte a Giampaolo Paglia che ha subito commentato il mio ultimo post con un paio di interventi sferzanti che riporto qui sotto:

“diritto a fare default? E il diritto dei risparmiatori, pensionati, famiglie, un po in tutto il mondo, di non perdere i soldi investiti nel debito pubblico italiano?
Questo vuol dire essere di sinistra? Scaricare sugli altri i propri problemi, non assumersi le proprie responsabilita' collettive e private?”

“ah, mi sono dimenticato, le liberalizzazioni. Gia', perche' in questo paese sciagurato purtroppo e' la sinistra che deve chiedere le liberalizzazioni, mentre la destra liberale non esiste proprio. Mentre il popolo della sinistra e' tutto li' invece ad applaudire alle lobbies del farmaceutico, dei tassisti, degli ordini professionali, ecc. Ecco la radiografia di un paese nello sprofondo”.

Nel mio post “La sinistra non c’è più” ho condensato in poche righe alcune considerazioni molto generali sul clima economico-sociale che si respira nel nostro paese. Un blog – per definizione – non è il luogo ideale per discussioni sui massimi sistemi. La sollecitazione di Paglia, però, mi costringe a chiarire meglio alcuni concetti su cui già mi ero soffermato qui, qui e soprattutto qui.
La crisi è crisi di sistema. La crisi è la crisi del capitalismo su scale globale. La finanza di rapina sta semplicemente svelando il fallimento di un modello “nato” nel 1971 con la fine di Bretton Woods e che ha avuto nella globalizzazione dei mercati finanziari negli anni novanta la sua spinta finale (definitivamente con lo sciagurato Gramm-Leach-Billey Act della amministrazione Clinton del 1999, vera causa "ultima" della crisi dei mutui sub-prime).
Ma non voglio farla lunga. Entro nel merito.

1) Il diritto dei risparmiatori di tutto il mondo. Ciò che l’economia del debito non ha mai raccontato in modo chiaro è che qualunque titolo di credtio una persona comperi presenta un “rischio”. Tale rischio è – per farla molto breve – ripagato dal tasso di interesse. Che l’Italia di per sé fosse a rischio lo racconta la storia del suo debito. Che avesse la tripla AAA fino a poco fa è un problema degli scandalosi istituti di rating e delle banche compiacenti.
2) Non assumersi le proprie responsabilità. E’ dal 1992, megafinanziaria Amato, che i cittadini italiani onesti si assumono le proprie responsabilità. Abbiamo avuto in questi anni decine di manovre e manovrine a senso unico: precarizzazioni, privatizzazioni, tagli a scuola e sanità, tre riforme delle pensioni, aumento di ogni tipo di tassa. Il risultato è che il nostro debito è rimasto sostanzialmente invariato (a parte un certo calo a cavallo fra gli anni novanta e duemila).
3) Il risultato di questa “assunzione di responsabilità”, che ha aumentato la diseguaglianza e devastato la classe media, è che siamo in avanzo primario di bilancio. Cioé al netto degli interessi sul debito il nostro budget è a posto. A parte la sciagurata gestione Berlusconi questo accadeva già coi governi di centrosinistra degli anni novanta (motivo per cui il debito è per un certo periodo sceso). Era la strategia “Ciampi”: ridurre il debito con l’accumularsi negli anni di molti avanzi primari.
4) C’è un “ma” grande come una casa: tale strategia dipende fortemente dalla crescita del PIL. Se non c’è crescita è quasi impossibile realizzare duraturi avanzi primari. Ora, da che mondo è mondo, la strategia per crescere necessita di interventi pubblici. Se non in termini di interventi diretti perlomeno in termini di incentivi, fiscali o meno. Oggi – come è evidente a chiunque – non abbiamo spazi di bilancio per veri interventi di crescita.
5) Siamo in recessione. Cioé scende il PIL. La revisione 2012 parla di un ulteriore -1,6%. Cioé cala l’occupazione. Cioé cala il potere d’acquisto (la domanda aggregata). La manovra è obiettivamente recessiva (ogni manovra lo è, questa di più). Ciò significa che  stabilizziamo il deficit ma riducendosi il denominatore del rapporto deficit/PIL a breve avremo bisogno di una nuova manovra. E’ un circolo vizioso che non è possibile spezzare stante questa situazione globale. Non solo: è una situazione oggettivamente mai capitata dal dopoguerra; siamo stati in recessione nel 2008, nel 2009 e ci siamo ora. Non è mai capitata una serie storica simile.
6) Arrivo al “dunque”: non esiste in storia economica un esempio di paese che è uscito da livelli elevatissimi di debito pubblico quale quello italiano senza una di queste due opzioni: iperinflazione oppure ristrutturazione del debito. Noi non possiamo stampare moneta stando nell’area euro, dunque la prima alternativa (che in ogni caso è a mio avviso peggiore ancora) non è percorribile.
7) Liberalizzazioni: è presto detto che sono favorevole a liberalizzare i taxi e le farmacie. Mi fa incazzare che una grande forza di “sinistra” le proponga come soluzione ad una situazione macroeconomica totalmente compromessa. L’impatto sulla crescita ci sarebbe ma molto limitato e molto spostato in avanti nel tempo. Non è una panacea ai mali italiani semmai uno specchio per le allodole. Peraltro stiamo ancora aspettando le riduzioni nelle assicurazioni RCauto promesse dalla “lenzuolata” di Bersani – governo Prodi – nel 2007.

In conclusione: pensare che questa manovra lacrime e sangue “salvi l’Italia” è illusorio. Stimo Monti e so che lo sa. Poteva osare ma l’avrebbero fatto cadere. Ha preferito impaludarsi ed ora purtroppo è ostaggio non solo di lobbies ma di partiti ridotti a bande di peones. La situazione è drammatica perché non manca solo una destra liberale ma anche una sinistra socialista. Manca tutto, insomma. Il default italiano è un fallimento morale e culturale prima che economico. E’ il default di una intera classe dirigente. E’ il default della politica e della sua rappresentazione. Non c’è via di uscita se non ce ne liberiamo. Se non ripartiamo da zero. Dalle fondamenta.
- La ristrutturazione del debito si può fare in mille modi. Non chiamiamola default, chiamiamola ristrutturazione controllata (si allungano i tempi di rimborso su ogni scadenza o si decurta di una percentuale il valore dei titoli), magari escludendo i piccolissimi risparmiatori e/o i fondi pensione.
- L'alternativa è fare una patrimoniale seria chiedendo un ultimo enorme sforzo ai cittadini –in modo progressivo – con una tassa di scopo una tantum (circa 10.000 euro a cittadino in media), destinata alla riduzione del debito (proposta Amato di qualche mese fa).
Nel primo caso le perdite graverebbero principalmente sui paesi esteri che hanno acquistato il nostro debito e ci sarebbero ripercussioni serie in Europa. Ma se fosse una via "concertata" potrebbe dare il via ad una nuova stagione. Nel secondo caso il peso ricadrebbe principalmente sui cittadini italiani. Ma se è vero come è vero che l'intero stock di ricchezza italiana vale molte volte il suo PIL le risorse potrebbero esserci.
In ogni caso la strada è solo una: ridure ORA il debito ben al di sotto del 100% del PIL (Roubini suggerisce di stabilizzare al 90% il rapporto): significa trovare o consolidare 450 miliardi di euro.
Questo è essere responsabili per me: raccontare per la prima volta la verità ai cittadini, cioé che la situazione economica italiana non è più sostenibile. Ripartire, liberando miliardi di euro di interessi che pagheremmo sul debito per fare investimenti, ricerca, incentivi alle aziende, riduzione mirata del carico fiscale, stabilizzazione dell’occupazione.
Questo io mi aspetto dalla sinistra. Che, però, non esiste più.

mercoledì 14 dicembre 2011

La sinistra non c'è più.

Io - che sono rimasto nel novecento - leggo i giornali e penso che sì, è vero, i nuovi ministri sono meglio di quelli vecchi. E sì, perlomeno il vecchio Monti non ci fa fare figure di merda quando va all'estero. Non è molto, ma è qualcosa.
Poi penso che sto invecchiando. E che una situazione tipo quella che stiamo vivendo è paradossale. Che si dovrebbe circondare il Parlamento coi forconi per quello che sta succedendo. E invece no, a parte quattro leghisti che sfogano gli istinti repressi da anni di rospi ingoiati, tutto fila in modo relativamente tranquillo. Che grande popolo che siamo... Quasi orgogliosi dei debiti accumulati dagli Andreotti e dai Craxi ci accingiamo all'ennesima manovra correttiva. Che io mi ricordi, è vent'anni che facciamo manovre correttive per tagliare il debito.
Rendersi conto che forse così non si può più andare avanti? Che i giovani non possono essere costretti a pagare un debito che hanno fatto i loro padri ed i loro nonni, spesso evadendo le tasse o intascando pensioni immeritate quando non fraudolente? Che se il paese sta fallendo la prima cosa da fare sarebbe chiudere tutte le missioni "di pace" ed azzerare le spese per la difesa, tanto nessuno invade un paese in bancarotta? Che esiste un diritto al default? Che bisognerebbe ristrutturare ORA il nostro debito con una riduzione concordata del 25% (450 miliardi circa di manovra) come dice Nouriel Roubini?
Ecco l'unico modo per ripartire (se non si vuole fare una patrimoniale feroce da 10.000 euro pro capite in media).
Dove cazzo sta la sinistra?
Ah, sì chiede le liberalizzazioni. Me l'ero quasi dimenticato.

sabato 13 agosto 2011

Credibilità

Quarantacinque miliardi di euro perché non siamo credibili. Perché il tempo della fiducia nell'Italia è finito.
Nel capitalismo finanziario odierno non conta quello che produci e come lo produci. Oggi l'economia reale vale zero. Quello che conta è che ogni mese vai sul mercato e cerchi di collocare quei titoli pubblici che ti servono per andare avanti, per galleggiare, per non chiudere baracca e burattini. Per venderli devi pagare un prezzo e questo prezzo è il tasso di interesse. Più sale questo prezzo e più ti costa finanziare i tuoi vizi, si chiamino Province inutili, menù agevolati, spese eccessive per la gestione del consenso politico e chi più ne ha più ne metta.
Siamo come una famiglia in cui c'è qualcuno che gioca d'azzardo, qualcuno che beve, qualcuno che va a puttane. Non siamo credibili. A questa famiglia chi concederebbe un mutuo? Siccome la famiglia tutto sommato è stata importante si fa un'eccezione e magari il mutuo glielo si dà. A tasso variabile. Questa famiglia ha un figlio perbene: si chiama classe media - lavoro dipendente. Ogni volta che la rata del mutuo sale si chiede un contributo al figlio perbene. Poi si continua ad andare a puttane e a giocare d'azzardo. Al figlio perbene piacerebbe che tutti i suoi contributi andassero per investire in questo paese, in questa famiglia. Per fare ricerca, per assumere giovani, per comprare macchinari. Invece no. I suoi contributi servono solo a pagare gli interessi del mutuo che salgono sempre più perché c'è qualcuno che va a puttane e gioca d'azzardo.
Quarantacinque miliardi di euro dagli italiani, sempre gli stessi, perché siamo un paese sull'orlo del fallimento. E tutto perché non siamo credibili.
E se la classe media diventasse alla fine povera?
E se il figlio perbene alla fine s'incazzasse davvero?
E se fosse giunto il momento di ritornare semplicemente ad essere "credibili"?

PS Aggiornamento del 17 agosto: dopo il vertice franco-tedesco pare tornata di moda la cosiddetta "Tobin tax", roba da no-global di una volta. Qui un bel pezzo di Repubblica sulla questione: http://www.repubblica.it/economia/2011/08/17/news/serve_la_sabbia_negli_ingranaggi_il_ritorno_benedetto_della_tobin_tax-20537968/?ref=HREA-1 

sabato 14 maggio 2011

La chiarezza dei numeri

I numeri si possono certamente interpretare. Il grafico successivo, però, è così chiaro da non ammettere discussioni: l'economia italiana è in questo momento quella peggiore fra le grandi economie europee. L'andamento del PIL trimestrale nel periodo della crisi mostra come questa sia stata globale (cioé simile per tutti) ma anche che gli effetti e le soluzioni sono stati molto diversi. La caduta delle economie di Spagna e, soprattutto, Francia è stata inferiore a quella di Italia e Germania. Al tempo stesso la risalita dell'economia tedesca è impressionante. Comunque la si guardi il mix italiano di scarsa protezione sociale e debolissime politiche di crescita hanno prodotto la performance peggiore. Con buona pace di Tremonti.





Fonte: Lavoce.info

venerdì 4 febbraio 2011

Pane, amore e fantasia

Le recenti rivolte in Algeria e Tunisia, che sono all'origine anche dei moti in Egitto, sono nate inizialmente a causa dell'aumento dei prezzi del pane.
La Fao (Food and agriculture organization) avverte che i prezzi degli agroalimentari nel mondo non sono mai stati così alti. Secondo il "Food price index 2010" dell'organizzazione dell'Onu, generi alimentari fondamentali, come grano, cereali, zucchero e carni, hanno superato i record storici del 2008 quando l'impennata dei prezzi aveva causato violente proteste in America Latina, Africa ed Asia. L'indice Fao è aumentato del 32% nella sola seconda metà del 2010 e il trend non accenna a diminuire nel 2011.
Questa la notizia.
Poi c'è la realtà. Qualunque agricoltore sa che i prezzi pagati all'origine sono bassissimi e comunque molto raramente in grado di coprire i costi di produzione e di garantire un reddito decente. Questo è più o meno vero in tutto il globo e per molte produzioni agricole.
Ovviamente la colpa è del clima, della crisi, dell'aumento della domanda, della mancanza di liberalizzazioni, della scarsa diffusione di Ogm e così via... Mai nessuno che dica una parte della verità: esattamente come il petrolio oramai i prezzi delle "materie prime" agricole rispondono a meccanismi solo finanziari: i futures e i derivati le cui quotazioni dipendono dalle borse merci mondiali e dalle dinamiche imposte delle grandi catene di distribuzione alimentare multinazionali. Ecco perché i contadini guadagnano poco e i consumatori pagano tanto.
E' la globalizzazione, baby. Alla faccia della sovranità alimentare.

domenica 7 novembre 2010

L'olio d'oliva e l'invenzione dell'economia

Dunque siamo alle olive. Le giornate sono brevi, si alternano giorni di luce e giornate dominate dall'elemento acqua: gialli Van Gogh e nebbie grigio esistenzialista. Ore e ore passate sugli alberi. Si parla. Si scherza. Si riflette. C'è, nel lavoro agricolo, un qualcosa che favorisce immediatamente la socializzazione. E' bello, questo fatto. Storicamente nelle campagne ci si aiutava, fra contadini. Scambio manodopera, cooperazione, mutuo soccorso. Tutto scomparso, o quasi, con l'avvento dei "coltivatori diretti", degli "imprenditori agricoli", delle "aziende". E' la modernità, bellezza.

C'entra forse nulla, ma mi ci ha fatto anche pensare la lettura di un libro che ho trovato illuminante e fondamentale: L'invenzione dell'economia di Serge Latouche. In questo libro c'è una tesi forte: l'assurdità di considerare l'economia una "scienza" che si muove secondo leggi naturali. E' un dibattito vecchio eppure nessuno, nemmeno i marxisti più intransigenti, aveva mai portato una critica così serrata e costitutiva al mondo degli economisti. La scienza economica per Latouche altro non è se una scienza necessaria a un determinato modo di produrre e scambiare merci, quello capitalistico. Modo che non è nato con l'uomo e che non morirà con esso.
Ecco, per l'agricoltura è un pò la stessa cosa. Non è sempre stato che i contadini comprassero il seme sul mercato. Per migliaia di anni i contadini hanno selezionato ed usato i propri semi. E nemmeno è sempre stato che gli agricoltori vendessero i loro prodotti sul mercato. Per quasi tutta la storia dell'umanità le merci dell'agricoltura erano destinate in gran parte all'autoconsumo oppure, spesso, prodotti e venduti "su prenotazione" (a famiglie più abbienti e cittadine). Un altro mondo. E però non è detto che sia meglio oggi, che il prezzo del grano lo fa la borsa di Chicago.

Quel che è certo è che la nostra civiltà mediterranea è caratterizzata dall'olivo forse ancor più che dal vino. L'olio extra-vergine di qualità è davvero uno dei beni agricoli più affascinanti, importanti, basilari. E certamente il "mercato", totem della moderna economia, non è oggi in grado di valorizzarlo adeguatamente.

PS L'extra vergine Pantarei di Arianna Occhipinti è veramente mostruosamente buono.