mercoledì 30 aprile 2008

Analogico VS Digitale

Sono uscito dai miei problemi di connessione in modo del tutto parziale. Tornando alla vecchia linea analogica a 56K, visto che ancora l'ADSL non funziona. La cosa mi ha fatto fare una serie di riflessioni come sempre del tutto inutili. Ma quando ci si abitua a certi standard tecnologici tornare indietro è davvero uno shock. Avete mai provato a usare vecchi sistemi operativi ad esempio? Oppure ad armeggiare con elettrodomestici antiquati?
Eppure, se in effetti le vecchie connessioni paiono di una lentezza esorbitante, in alcuni settori devo ammettere di subire il fascino dell'analogico. Dell'analogico in senso lato. Del vintage, del decaduto, del superato, del passato. Un caso emblematico è la mia passione di ritorno per il vinile, per i vecchi LP. Non arriverò mai a dire che si sentono meglio delle migliori registrazioni digitali (sebbene siano sempre meglio di certi merdosi MP3). Ma il suono è decisamente più ampio, onesto e caldo; certi difetti mi paiono bellissimi; per non parlare delle copertine, dell'odore, del rito della puntina che si posa sul vinile.
Le emozioni sono vibrazioni strane, sotterranee, indecifrabili. Di rado sono direttamente legate alla perfezione. Molto più spesso sono legate, al contrario, alle imperfezioni, ai ricordi, alle dissonanze, ai contrasti. Ad una immaterialità fatta di nessi non causali ma lirici e psichedelici. Come il modo di suonare di Danny Phantom Federici, il mio unico riferimento come tastierista quando strimpellavo, da giovane, sui palchi di mezza Milano e Provincia. Se ne è andato, Danny, da un paio di settimane. Non era il migliore. Non aveva la classe e la precisione di Roy Bittan, per intenderci. Ma era un musicista dalla straordinaria sensibilità, dalla incredibile capacità di colorire i pezzi e costruire riff o forgiare assoli dal gusto unico. Di intuire il senso e la profondità delle canzoni. Un grande del rock.
E quella stessa magia "analogica" si trova in certi vini naturali, autentici, fatti da vignaioli. Dove la perfezione stilistica e tecnica lascia spazio all'immaginazione, alla evoluzione continua, al genio umano che sempre è fallibile ed imperfetto. Analogico, appunto.
Il digitale lo lascio volentieri al mondo dei computer, con la speranza che mi si risolvano al più presto i problemi di connessione.

sabato 26 aprile 2008

Problemi di linea

La nostra linea ADSL fa le bizze da giorni. Impossibile ogni connessione. Ne ho approfittato per una salutare disintossicazione da blog, siti, e-mail e tutto ciò che ha a che fare con questa nuova forma di dipendenza che è il mondo virtuale di internet. Oggi, poi, mentre lavoravo nell'orto, c'era una luce talmente bella, accecante e pervasiva che risultava evidente la superiorità definitiva del mondo reale. Godiamo, quindi, di queste giornate, di questa stagione di crescita ed esplosione di energia, di questa nostra terra/Terra che ancora resiste alle nefandezze umane.

giovedì 17 aprile 2008

Bruce and Obama

Dear Friends and Fans:
Like most of you, I've been following the campaign and I have now seen and heard enough to know where I stand. Senator Obama, in my view, is head and shoulders above the rest.
He has the depth, the reflectiveness, and the resilience to be our next President. He speaks to the America I've envisioned in my music for the past 35 years, a generous nation with a citizenry willing to tackle nuanced and complex problems, a country that's interested in its collective destiny and in the potential of its gathered spirit. A place where "...nobody crowds you, and nobody goes it alone."
At the moment, critics have tried to diminish Senator Obama through the exaggeration of certain of his comments and relationships. While these matters are worthy of some discussion, they have been ripped out of the context and fabric of the man's life and vision, so well described in his excellent book, Dreams From My Father, often in order to distract us from discussing the real issues: war and peace, the fight for economic and racial justice, reaffirming our Constitution, and the protection and enhancement of our environment.
After the terrible damage done over the past eight years, a great American reclamation project needs to be undertaken. I believe that Senator Obama is the best candidate to lead that project and to lead us into the 21st Century with a renewed sense of moral purpose and of ourselves as Americans.
Over here on E Street, we're proud to support Obama for President.

lunedì 14 aprile 2008

La maratona

Ieri ho corso la mia seconda maratona, a Torino. Nonostante l'allenamento scarso e il non perfetto stato di forma è andata bene, ho chiuso sotto il mio personale in 3 ore e 56 minuti, secondo più, secondo meno. Rispetto alla prima esperienza, a Roma due anni fa, ho distribuito meglio lo sforzo. Non che non sia stata dura, anzi. L'esperienza mistica, psichedelica, degli ultimi chilometri di una maratona credo sia sempre la stessa, nonostante l'esperienza, nonostante l'allenamento, nonostante l'età. Perché la sofferenza è parte del gioco.
In molti mi hanno chiesto e mi chiedono quale sia la ragione per questa sofferenza. La risposta è complessa. La maratona è greca, come la storia dell'uomo occidentale. La maratona è una sfida ai propri limiti, è un viaggio alla conoscenza di se stessi e della propria forza interiore. Riassume in sé molte delle caratteristiche che accomunano le grandi avventure, dall'alpinismo alle traversate dell'oceano. La costanza nell'allenamento, la volontà nel superare i momenti difficili, la paura di non farcela, tutto è parte di un lungo viaggio verso il limite: c'entra Ulisse, c'entra la volontà di potenza, c'entrano la tragedia greca e la catarsi, c'entra la competizione e c'entra la soliderietà coi tuoi simili, sofferenti come te. La maratona è una grande, stupenda esperienza spirituale prima che fisica. Chi l'ha corsa sa cosa intendo. Sa cosa si prova negli ultimi chilometri e a quali energie si deve fare affidamento. Sa cosa si prova dopo che tagli il traguardo, le contraddizioni che ti si scatenano dentro. Che giuri di smettere di correre e già pensi alla prossima.
Dopodiché, proprio perché parte della storia occidentale, la maratona è anche sponsor, affari, starlettes, deejays, gara, e tutto ciò che fa spettacolo. Ed anche questo è parte del gioco, con buona pace di Filippide.

sabato 12 aprile 2008

Tempo di elezioni

Ci siamo quasi. Dopo lunghe riflessioni ho deciso che voterò. Non so ancora dire chi e non sono ancora nemmeno troppo convinto. Troppo evidente è la crisi della nostra politica per avere entusiasmi. Crisi politica che è la crisi di un intero paese ma che è anche la crisi in qualche modo di un intero modello di sviluppo globale. Noi italiani tendiamo, infatti, a concentrarci sui nostri difetti che sono tanti. Ed è vero che la nostra classe politica è insopportabilmente peggiore di quelle degli altri paesi europei. Eppure molti dei problemi che attanagliano le nostre società sono problemi globali, e non mi pare di vedere all'orizzonte soluzioni innovative o rivoluzionarie, né dall'amico Zapatero, né dalla brava Merkel, né dal simpatico Sarkozy. Si sopravvive. Ci si barcamena. Si resiste.
Andiamo oltre, quindi. Degli scandali vinosi nostrani non ho più gran voglia di parlare. Vi racconto, allora, un gran vino. Il Carso Malvazija Istriana 2005 di Skerk. Vino da lunga macerazione sulle bucce, non filtrato, che presenta elegantissimi sentori di pasticceria secca, di crema e di erbe aromatiche. Poi la camomilla, un finissimo sentore floreale di rosa. In bocca è acido, salato, molto lungo in chiusura. Con un tannino che avvolge la bocca, non aggressivo ma anzi molto piacevole, grazie ai ritorni di erbe aromatiche e di sensazioni balsamiche di cui è il protagonista indiscusso.
Poi un libro: Il Vento contro di Stefano Tassinari, edizioni Marco Tropea. E' la storia di Pietro Tresso, trotskista, fondatore del PCI, amico di Gramsci, ucciso dagli stalinisti durante la Resistenza. E' un libro scritto benissimo, a metà strada fra ricostruzione storica e narrativa. Non so perché ma mi ha ricordato Terra e Libertà di Ken Loach.
E infine un disco, per non far torto a nessuno: American IV di Johnny Cash. Mi ha regalato il vinile mio fratello e devo dire che sono rimasto basito dalla grandezza del disco. Un concentrato di musica popolare americana, di folk, di rock, di country, di grande canzone pop. Una sorta di testamento di una delle più grandi personalità della musica americana, fra testi biblici e chitarre vintage.

lunedì 7 aprile 2008

L'Espresso ed il Brunello

Sono tornato da Verona con un misto di angoscia e di eccitazione. Eccitazione per il fatto che i miei vini continuino ad avere un riscontro importante. Angoscia per le notizie che circolavano, per lo scandalo del brunello, per la prima pagina de L'Espresso (vedi).
Tutto si può dire tranne che si vivesse una atmosfera gioiosa. Eppure quello che mi ha datto fastidio davvero è stato l'atteggiamento medio, tipicamente italiano, per cui tutto questo rumore non fa del "bene" al mondo del vino. Mi sono accorto di non essere d'accordo con i tanti che in qusti giorni hanno scritto e riflettuto, sui blog, nei corridoi della fiera, nei bar e negli stands.
Sono spaesato, dubbioso, frastornato. Perché è tutto vero: un giornalismo forse eccessivo, un tempismo sospetto, metodi in qualche modo pericolosi. Ma al tempo stesso io in questi giorni di fiera mi sono vergognato. Vergognato per il paese in cui vivo, per i commenti che sentivo in continuazione, per l’incapacità di capire la gravità di quello che sta succedendo nel mondo del vino. E allora mi chiedo: lasciamo stare la forma, per un attimo. Lasciamo stare ovvie e basilari distinzioni legali e penali fra un liquido capace di uccidere e una frode in commercio. Ma è mai possibile che non si capisca che si è passato il limite? Che non si capisca che in questi anni di crescita sfrenata si è instaurato un meccanismo mentale per cui tutto è considerato lecito? Che almeno una cosa accumuna le differenti inchieste citate da L’Espresso, e cioé il superamento di una soglia etica per cui non importa la salute del consumatore, non importa il rispetto dei disciplinari, non importa l’origine, non importa più nulla salvo la vendita, i numeri, i bilanci, il successo?Questo è il paese dei furbi. Che si uccidano le persone o le denominazioni di origine poco conta, l’importante è farla franca, è non parlare perché ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio, è attaccare i giornalisti, sia quando tacciono sia quando denunciano. Quando tacciono sono omertosi e reticenti e quando denunciano è perché vogliono tirare la volata ai vini francesi o australiani. No, io non ci sto. Omertoso è il mondo del vino. Omertoso è un mondo che certamente è fatto per la maggior parte di persone serie e oneste ma che ha in sé una enorme serie di contraddizioni, una quantità enorme di mele marce, una quantità enorme di interessi poco limpidi e che davvero poco hanno a che fare con il mondo dell’agricoltura. I cattivi maestri, come li ha giustamente definiti Franco Ziliani, hanno seminato tanto e bene in questi anni, forse più di quel che immaginiamo. E la realtà vera è che sappiamo sempre meno che cosa ci sia nel bicchiere e a quali manipolazioni venga sottoposto il vino, in modo legale o illegale. Acidificazioni e arricchimenti come pratiche non eccezionali ma normali, concentratori, prodotti chimici di ogni natura usati ben al di là delle dosi consentite. Non sono mai stato un taliban del vino naturale ma è evidente a tutti che si è passato il segno, e lo dimostra il successo negli anni passati di chi ha intrapreso strade diffenti, che si chiamino viniveri o vininaturali o tripleA o criticalwine o come dir si voglia. Certo, si poteva dare la notizia in modo diverso, si poteva evitare una copertina eccessiva. Ma il problema non è la notizia, è la realtà. E la realtà è che molti, troppi, non hanno più chiara la distinzione fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato perché guardano solo a ciò che gli fa vendere una bottiglia in più. Purtroppo gli interessi in gioco per un radicale cambio di rotta sono troppo grandi e, passata la tempesta, i sofisticatori continueranno a fare i vini per i poveri, i disciplinari verranno adattati per consentire di fare vini più vendibili ai ricchi e le aziende legate all’enologia continueranno ad incrementare i propri utili con la garanzia dei tanti santoni delle cantine e delle loro ricette.
Per quanto mi riguarda sabato mattina mi sono fatto una bella sgambata in alta Valpolicella. Quindici chilometri di corsa in mezzo a stupendi cigliegi in fiore, terrazze fatte da muretti a secco, ulivi e vigneti. Respirando un'aria pulita, fresca, lontana da quella trita e ritrita che si respirava venti chilometri più in basso, nella piana veronese.
E poi mi sono sentito meglio.

mercoledì 2 aprile 2008

Vinitaly e altro

Venerdì e sabato prossimi sarò a Verona. Chi volesse venire a trovarmi e ad assaggiare qualche nuova o vecchia annata mi troverà presso il padiglione della Regione Marche nello stand della Azienda Agricola Malacari che, come sempre, molto gentilmente mi ospita e mi sopporta.
Non amo particolarmente la kermesse veronese, è banale dirlo. Ma quest'anno ci vado ancora meno volentieri visto che non potrò nemmeno partecipare a Critical Wine. Dopo cinque anni questo evento, infatti, non si terrà a causa dell'avvenuto sgombero del Centro Sociale La Chimica. Vorrà dire che mi aggirerò per Vinitaly con la maglietta di Terra e libertà/Critical wine, giusto per sentire meno la nostalgia. E sempre in tema di nostalgia qui si trova un filmato su La Terra Trema di novembre al Leonkavallo,
Per il resto mi aspettano il solito albergo in Valpolicella, i più o meno soliti appuntamenti di lavoro, i soliti giri per stands vari a bere vini immaturi, una cena con i clienti del nord Europa ed una con gli amici e importatori americani.
Infine annoto alcuni Riesling tedeschi che mi sono piaciuti a Dusseldorf: Weingut Becker Landgraf (Rheinessen) Herrgott Spfad 2006 (in botte grande); Heinz Schmidt (Mosel) Schweicher Annaberg Spatlese trocken 2007; Dr. Loosen (Mosel) Alte Reben trocken 2006; Georg Breur (Rheingau) Terra Montosa 2006.

giovedì 27 marzo 2008

Brunello e consorzi

E' di questi giorni la notizia, data per primo da Franco Ziliani (leggi qui), e poi rimbalzata su blog e siti italiani e stranieri, di una importante inchiesta della Procura di Siena riguardante alcuni produttori di Brunello di Montalcino. Pare che questi produttori abbiano utilizzato uve differenti dal Sangiovese, che per il disciplinare è l'unica uva ammessa. Ancora è da capire se questi Brunello venissero tagliati con vini del Sud, in particolare pugliesi, o se venissero impiegati vitigni differenti dal Sangiovese ma piantati a Montalcino. In ogni caso trattasi di frode in commercio. Frode grave, vista l'importanza della Denominazione in questione, forse la più blasonata all'estero.
Questa notizia mi porta a ricordare una battaglia condotta insieme all'amico Alessandro Starrabba della Cantina Malacari contro i decreti ministeriali che fin dal 2001 hanno delegato ai Consorzi di Tutela i poteri di controllo sulle denominazioni di origine. Estendendo tali poteri "erga omnes", ovvero sia nei confronti degli associati al Consorzio sia dei non associati. (Ricordo che per effettuare tali controlli viene anche richiesta la consueta italiana gabella che, ovviamente, non è sostitutiva di quanto già dovuto alle Camere di Commercio per i prelievi destinati alle commissioni di degustazione, bensì aggiuntiva).
Con Alessandro ed altri produttori marchigiani denunciammo al TAR del Lazio quello che a noi sembrava e tuttora sembra un sistema assurdo, ovviamente perdendo la causa perché questo è un paese civile e liberale... Quanto accade a Montalcino in questi giorni, e che potrebbe accadere ovunque e per qualunque denominazione (si pensi alla analoga questione che riguarda la Frascobaldi ), dimostra invece che avevamo ragione.
Le denominazioni di origine sono un bene comune. Esse sono infatti l'insieme di un territorio, dei vitigni autorizzati ad essere coltivati sul quel territorio per produrre il vino a denominazione e di regole che i produttori si sono date in base alla tradizione. Affidare il controllo a un ente privato, quale un Consorzio di tutela, altro non significa se non privatizzare un bene collettivo. Questa dinamica è rafforzata dal fatto che nei Consorzi i voti non sono tutti uguali: il grande produttore pesa di più, poiché i voti vanno di pari passo con gli ettari rivendicati a DOC. Cioé si mette in mano la denominazione di origine ai grandi industriali.
Vi chiederete: tutto qui? No, perché molto spesso i Consorzi nominano Presidenti o Direttori enologi legati alle grosse aziende che fanno consulenze per molte delle aziende associate. Dunque affidare il Controllo sulla denominazione di origine a queste persone significa sostanzialmente far coincidere il controllore con il controllato, venendo meno ogni ipotesi di terzietà che è basilare in ogni certificazione (chi fa il biologico ne sa qualcosa...). Tutto qui? No. Perché in nome della "tracciabilità" spesso si propongono sistemi informatici per le cantine che, guarda caso, sono prodotti da aziende vicine ai consorzi stessi. Ma non voglio farla lunga.
Il risultato di questo sistema è che i grandi industriali del vino (coloro che hanno interesse a barare) controllano i piccoli vignaioli (coloro che lavorano con serietà e rispetto dell'origine); che spesso il potere di controllo si trasforma, non si sa bene perché, in potere coercitivo: moltissimi produttori hanno paura di contestare questo sistema perché temono che poi i loro vini abbiano problemi nell'ottenere le autorizzazioni all'imbottigliamento; che i consumatori non hanno sufficienti garanzie sul fatto che ciò che bevono corrisponda a quanto stampato in etichetta.
Stupirsi di fronte a quanto sta accadendo a Montalcino è da ingenui. Ciò che si dovrebbe fare non è tanto scandalizzarsi quanto muoversi per riuscire a costruire un movimento che veda uniti i produttori onesti, i consumatori, i giornalisti seri e indipendenti. Un movimento che si ponga l'obiettivo di ridare alla collettività le denominazioni di origine, di riformare questo sistema sbagliato che trova consensi bi-partisan (da Pecoraro ad Alemanno a De Castro, per intenderci), di costruire un nuovo impianto al contempo meno burocratico (autocertificazione dell'origine) e più certo (controlli severissimi sul prodotto imbottigliato). Magari ripartendo dalle intuizioni veronelliane sulle Denominazioni Comunali.

venerdì 21 marzo 2008

La degustazione perfetta

Per il secondo anno consecutivo sono stato invitato ad una serata davvero speciale. Si svolge durante la Pro-wein a casa di Ulf Nilsson, grande appassionato di vini, nonché neo enotecario nella zona di Colonia. La sua cantina è davvero una chiesa pagana dedicata alla cultura del vino. Quello che accade in questa serata è un gioco affascinante e difficile. Mangiando dell'ottimo cibo Ulf serve ai commensali una serie di vini provenienti dalla sua cantina, rigorosamente alla cieca. E da lì parte un confronto collettivo, una prolungata ricerca fatta di discussioni, illuminazioni, castronerie e calcoli che dovrebbe portare, e a volte porta, alla scoperta del vino servito nel bicchiere. Vitigno, zona, età presunta. Un incubo. O un sogno meraviglioso. A seconda della compagnia e dell'approccio alla cultura del vino. Già lo scorso anno si era tornati in albergo col ricordo di una serata indimenticabile. Ma quest'anno siamo anche oltre. Questi i vini degustati nella sequenza originale (purtroppo spesso non ho segnato i produttori):
Cremant de Loire 2000, Riesling Sekt Mosel Franz Kern 2000, Dom Perignon 1990, Riesling 2005 Maastcht Olanda, Albarino Rias Baixas 2006, Pouilly Fumé 1998, Borgogna Pinot Noir 1999, Pinot Noir Alsazia 2000, Castellao Portogallo 2005, Shiraz Australia 1992, Brunello di Montalcino Lisini 1982, Chateau Palmer Margaux 1985, Volnay 1964, Barolo Borgogno 1958.
Potrei per molti di questi vini azzardare una descrizione ma mi pare noioso e superfluo. Quello che posso dire è che al ritorno, ore 4 della mattina, c'era in noi davvero la sensazione di avere aperto bottiglie indimenticabili e uniche. Per la cronaca, a fronte di grossi problemi col vino olandese, con i portoghesi, col Brunello e con il Pinot nero alsaziano, devo dire che mi sono mosso abbastanza bene, nonostante un fastidioso raffredore, arrivando spesso nei dintorni del vino giusto e, soprattutto azzeccando i tre vini che costituiscono il mio podio ideale: per il Dom Perignon avevo ipotizzato uno champagne a preponderanza di Pinot Noir di dieci anni (ne aveva quasi il doppio e sembrava ancora un bambino!); per il Margaux avevo detto un grande Bordeaux della zona del Medoc con preponderanza di Cabernet Sauvignon; per il Borgogno avevo candidamente dato come risposta unica un barolo degli anni cinquanta/sessanta. Mi pare che questo denoti in modo inequivocabile una volta di più la grandezza di quei vini: tutti e tre avevano una incredibile identità territoriale, una incredibile e irripetibile unicità nel rapporto vitigno/territorio/annata. Amen.

mercoledì 19 marzo 2008

Prowein 2008

Aereo per Dusseldorf. Un grosso industriale del vino spiega la sua filosofia ad un suo simile.
"In momenti come questi è bene non avere troppi vigneti. Sono costi fissi... Invece vai in Puglia o in Abruzzo compri tutto quelle che ti serve... Sangiovese, tac! Al limite sistemi con due chips quello che non funziona, e sei a posto. Abbatti i costi". L'altro annuisce. Con buona pace dei consumatori, delle etichette e dei Consorzi di Tutela.
Sono appena rientrato dalla ProWein. Il bilancio è positivo. I vini sono piaciuti. Gli ordini arrivano. C'è grande attenzione, mi pare, per vini con una spiccata identità. E poi il Reno è meraviglioso, la birreria Urege è un pezzo di storia e la compagnia di Alessandro (Cantina Malacari) e degli altri Piccoli Produttori (Grandi Vini) è sempre molto divertente. Ovviamente ci sarebbero parecchie cose da raccontare, in particolare una memorabile serata enologica, alcuni Riesling tedeschi, un ristorante da evitare con cura. Ne parlerò con calma... La domanda stasera è un'altra. Retorica, ovviamente. Perché alla ProWein non si fanno code, si parcheggia in 30 secondi, tutto è perfettamente organizzato, i bagni sono puliti, il biglietto della fiera vale per tutti i mezzi pubblici dell'intera renania, ferrovia compresa? Forse per la stessa ragione per cui le autostrade in Germania non si pagano e sono in condizioni ottime, i giardini pubblici sono belli e curatissimi e dall'alto di un aereo non si fa altro che vedere pannelli solari sui tetti e grandi mulini a vento sparsi per la campagna? Forse per la stessa ragione per cui la gente è civile, gentile e rispettosa del "bene comune"? Considerando che fra poco invece ci toccherà ritornare a Vinitaly, che è esattamente l'opposto di tutto ciò, c'è ben poco da stare allegri. Ovviamente è solo una opinione personale perché tanto noi continuiamo a ripeterci che siamo italiani, brava gente, pizza e mandolino, creativi, e anche campioni del mondo. Dunque va bene così.

giovedì 13 marzo 2008

Dalla terra per la Terra: Contadini Critici

L’agricoltura contadina è stata, da sempre, custode dei saperi e sapori della terra. Con l’avvento della società dei consumi, imperniata sull’industria e sullo sviluppo urbano, essa è rimasta un presidio fondamentale del territorio e del gusto, l’ultimo baluardo per la salvaguardia di antichi saperi, di tradizioni eno-gastronomiche, di varietà e specie locali, di beni collettivi, di territori e paesaggi agricoli.
Questo mondo, nonostante la dilagante retorica dei "prodotti tipici", è oggi fortemente attaccato da ogni parte e paga una profonda subalternità nei confronti della società urbanizzata.
In primo luogo, infatti, vi è un esproprio di valore che la distribuzione commerciale compie quotidianamente nei confronti del lavoro agricolo, grazie a consumatori oramai sempre più addomesticati dai messaggi del marketing.
In secondo luogo vi è il tentativo dell’agro-industria di modificare i prodotti stessi della terra, attraverso l’omologazione del gusto, la selezione e modificazione delle sementi e delle specie (fino agli OGM), la rottura del legame col territorio attraverso la negazione dell’origine e la preferenza per il concetto di "ultima trasformazione sostanziale".
Infine, come ultimo atto di questo accerchiamento, l’industria e lo Stato approfittano della dissoluzione delle comunità agricole per sferrare l’attacco al territorio in termini di sfruttamento dei suoli e devastazione ambientale a fini urbanistici, industriali e speculativi.
In Europa ogni tre minuti scompare un’azienda agricola, circa 600 ogni giorno, 250.000 ogni anno. Nel nostro Paese, i dati dell’ultimo censimento ISTAT, mostrano come siano in diminuzione il numero totale delle aziende a vantaggio delle dimensioni delle aziende superstiti. Si va sempre di più verso un’agricoltura industrializzata, con pochi addetti occupati e un enorme uso di mezzi tecnici e chimici, macchinari, energia; quindi enormemente più inquinante e dissipatrice di energia della tradizionale azienda contadina.
Oggi l’agricoltura industriale non produce per nutrire le popolazioni, ma per alimentare l’industria ed il commercio connesso. Il maggior profitto dell’industria agro-alimentare avviene nel processo di trasformazione, confezionamento e commercializzazione del prodotto.
Le quotazioni all’origine della frutta sono calate, nel 2005 rispetto al 2004, del 7,9%, mentre quelle di verdure ed ortaggi del 6,8%; complessivamente i listini dei prodotti agricoli sono scesi negli ultimi dodici mesi del 4%. In una regione ad agricoltura "ricca" come l’Emilia Romagna, si è calcolato che il reddito delle aziende agricole si è dimezzato negli ultimi 5 anni, ossia diminuisce del 10% l’anno. Per ogni euro di spesa in consumi alimentari, più della metà è assorbito dalla distribuzione finale.
In questo contesto si collocano le politiche di stampo corporativo e neo-liberista sviluppate dall’Unione Europea in questi ultimi anni. La legislazione europea in fatto di PAC, leggi igienico-sanitarie, certificazioni BIO, marchi e disciplinari di qualità, ha rafforzato le dinamiche di dissoluzione dell’organizzazione sociale contadina a vantaggio delle grandi industrie agro-alimentari (si ricorda che l’80% dei sussidi comunitari è andato al solo 20% delle aziende più grandi). Questo è avvenuto con il benestare di tutte le associazioni di categoria cui è interessato semplicemente che arrivassero finanziamenti da gestire, indipendentemente da ogni ragionamento sull’agricoltura di tipo sociale, culturale, ambientale.
Il risultato di queste dinamiche è oggi sotto gli occhi di tutti: i casi della mucca pazza e di Parmalat dimostrano che non sappiamo cosa mangiamo e che cosa ci sia dietro i bilanci delle grandi aziende; DOP, IGP, Presidi, marchi di qualità servono fondamentalmente alla vorace agro-industria ad occupare ogni pur piccola nicchia di mercato; l’omologazione dei gusti imposta dal grande commercio porta all’omologazione dei modi di produrre e delle varietà utilizzate; l’industrializzazione delle campagne ha creato un legame perverso con l’industria chimica producendo una incredibile perdita di fertilità dei suoli, oltre all’inquinamento dei terreni e delle acque; la proposta di riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato, per quanto riguarda il settore vinicolo, sostanzialmente ha l’obiettivo di ridurre il vino a mera bevanda industriale, in nome della competizione (di prezzo) sui mercati globali.
Ogni realtà contadina vive oggi sulla sua pelle le contraddizioni di legislazioni fatte su misura per l'agro-industria: HACCP, tracciabilità, controlli per le DOC, certificazioni Bio, PAC, tutto quanto si tiene insieme per coalizzare le grandi industrie, raccogliere sussidi, creare problemi di natura burocratica, fiscale e sanitaria di ogni genere. Per quanto riguarda specificatamente il mondo del vino, ad esempio, la creazione dei Consorzi di tutela con compiti di controllo erga omnes (decreti attuativi della legge 164 del 1992) è l’ultimo esempio di questa politica perversa e corporativa. Consorzi di Tutela divenuti strumenti di coercizione in mano alle lobby dell’industria vinicola.
Vi sono una serie di rivendicazioni che vengono oggi dal mondo agricolo che coinvolgono il sistema dei prezzi e della distribuzione commerciale ma che si caricano di valenze sociali e culturali molto più vaste e che devono in qualche modo farsi resistenza. Tale resistenza implica un nuovo protagonismo contadino, oggi molto più attivo nei paesi del terzo mondo che in Europa.
In questi ultimi anni alcuni semi sono stati lanciati, ad esempio dal progetto Terra e Libertà/Critical Wine, dalla Associazione Contadinicritici o dal Foro Contadino. Ma anche dalle associazioni di produttori naturali o biologici, da gruppi di contadini impegnati per un’altra agricoltura, da progetti per la costruzione di filiere corte, dai numerosi gruppi di acquisto solidale nati in questi anni. Si tratta ora di tirare le fila, di riunire le istanze e le rivendicazioni intorno a una piattaforma condivisa.
Vi sono alcuni punti irrinunciabili: l’origine; l’autocertificazione; il prezzo sorgente; i mercati contadini, intesi come immediata realizzazione della “filiera corta”.
In primo luogo bisogna affermare con forza che i prodotti agro-alimentari non sono merci come le altre. Per questo non è possibile accettare la logica delle certificazioni di qualità applicate ai prodotti industriali ma, viceversa, va invocato il principio dell’origine, cioè del legame assoluto col territorio. Questo è il solo principio valido nell’identificare un prodotto agricolo poiché ne valorizza il territorio e le genti che vi abitano e che hanno contribuito alla evoluzione di una determinata qualità/specie.
In secondo luogo va ricostruito un rapporto diretto fra produttori e consumatori, un rapporto completamente sconvolto dalla logica dei “centri commerciali”: vanno proposti e creati Mercati Contadini autonomi ed auto-gestiti, ove non vi siano spazi fissi assegnati, ma dove ad ognuno sia consentito anche saltuariamente o stagionalmente proporre le proprie produzioni. Vanno incentivate tutte le forme possibili di distribuzione diretta, come i Gruppi di Acquisto Solidali o la produzione per famiglie su prenotazione.
In terzo luogo il rapporto fra produttori e consumatori oltre che diretto deve essere trasparente. Ma nessuna certificazione è più utile e responsabile di una auto-certificazione in cui venga dichiarato come si lavora la terra, quali sono i rapporti con il lavoro ed il capitale, come vengono trasformati i prodotti. Pensiamo a una bottiglia di vino: è sottoposta a una miriade di controlli ma nessun consumatore può davvero sapere, ad oggi, che cosa sia contenuto nel vino. L’auto-certificazione implica una assunzione di responsabilità. Ed obbliga i controllori a verificare il prodotto piuttosto che a controllare le carte e a moltiplicare la burocrazia.
Infine, il prezzo sorgente. O prezzo alla fonte. Il consumatore deve poter conoscere i prezzi medi cui l’agricoltore vende i propri prodotti. Immediatamente sarebbero visibili i ricarichi e l’estrazione del plusvalore da parte della filiera distributiva nei suoi passaggi. Il prezzo sorgente non è contro il mercato. E’ per un mercato più trasparente ed equo.
Su questi punti essenziali si gioca la partita per la costruzione dell’agricoltura del futuro: una agricoltura sana, naturale, sostenibile. Praticata da contadini che presidiano il territorio, ne difendono le specificità, ne custodiscono la storia e le tradizioni. Una agricoltura opposta da quella immaginata a Bruxelles o nelle stanze dell’attuale Ministero dell’Agricoltura.

giovedì 6 marzo 2008

Varie ed eventuali

Stasera, come già detto, sarò a Pratovecchio nella tana degli orsi, sabato sera invece a Perugia presso il circolo ARCI "Island" in via Magno Magnini , angolo via Gallenga. Inizio della degustazione alle ore 20.00. Il 15 marzo partirò per Dusseldorf dove si tiene la fiera Pro-Wein. Mi sembra di essere in tourneé, come una rockstar. Peccato che non ci siano groupies assatanate in circolazione... Nel frattempo siamo passati dai 25 gradi di lunedì ai 2 gradi di ieri. La Primavera è già qui. E poi dicono che non esistono più le mezze stagioni. Sto orecchiando via internet al nuovo dei Black Crowes che è uscito il 4 marzo. Credo che prenoterò il vinile, se esiste, e poi ve lo racconterò. Nel frattempo (numero 2) le date americane sono sold-out e in Europa per ora vengono solo ad Amsterdam (guardacaso!) e a Londra. Nel frattempo (numero 3) proseguo a correre, che la maratona si avvicina, 30 marzo, indeciso fra Treviso e Montecarlo, la prima fa molto Prosecco di Valdobbiadene, la seconda - ça va sans dire - Champagne millesimato. Chissà. Nel frattempo (numero 4) vi segnalo un produttore fra quelli incontrati nel giro in borgogna: Hubert Chavy Chouet. Il Mersault 2006 è acidissimo con sentori nitidi di crema pasticcera, scorza di limone, zucchero a velo. Un vino che terrà la schiena dritta per anni e anni. Il Pommard 2006 ha un naso pulitissimo, fresco, fragrante. Sentori di fragolina di bosco e lampone conducono a un ingresso in bocca che racconta di una acidità fissa micidiale e di tannini potenti e ancora astringenti che necessiteranno di molto tempo per esprimersi al meglio. Ma c'è un grande potenziale.

venerdì 29 febbraio 2008

Giovedì 6 marzo

Giovedì prossimo sarò ospite del Ristorante "La tana degli orsi" di Pratovecchio (Arezzo) per una degustazione di vini marchigiani. Sarà per me la prima visita nel locale di Caterina e Simone che in molti mi dicono sia un luogo di riferimento del mangiare e bere bene nel casentino.
Questo è ciò che hanno scritto per pubblicizzare l'evento, meglio non saprei fare:
Giovedì 6 Marzo 2008 “La Distesa , Malacari , Collestefano …. Le Marche nel bicchiere !!!” Una serata speciale in compagnia di Alessandro Starrabba dell’azienda Malacari, Corrado Dottori de La Distesa e Fabio Marchionni di Collestefano. Un’occasione unica per fotografare in maniera precisa il quadro dell’enologia marchigiana. Il Verdicchio di Matelica di Collestefano rispecchia fedelmente la tipicità del proprio territorio con una vitalità che a noi lo ha fatto amare da subito. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi de La Distesa è un vino che ben si identifica con Corrado, con la sua forte personalità e trasmette in maniera netta il territorio e la naturalità con cui è prodotto. Il Rosso Conero di Malacari è vino di riferimento, è da sempre nella nostra carta e Alessandro è certamente tra i vignaioli del nostro cuore, appassionato e fedele interprete della sua terra. Un appuntamento dalle mille sfumature!

Ristorante Cantineria “La Tana degli Orsi”
Via Roma 1 , Pratovecchio AR
Tel. e Fax 0575 583377 Cell. 329.8981473
E.mail tana.orsi@aruba.it

lunedì 25 febbraio 2008

Global warming e Verdicchio

Lo scorso anno ci fu un pò di polemica fra il sottoscritto e alcuni bloggers enoici, primo fra tutti Franco Ziliani di Vinoalvino. La materia del contendere era l'eccessiva gradazione alcolica dei vini, da imputare - secondo alcuni - alla ricerca di concentrazione da parte dei viticoltori, dalla volontà, cioé, di seguire una certa moda impostasi negli anni passati. Io cercai di argomentare che vi è anche questo aspetto da tenere presente ma che ben più rilevante è, a mio avviso, il vero e proprio susseguirsi di annate sempre più anormali dal punto di vista metereologico. Ovviamente mi diedero del "catastrofista" e dell'ingenuo perché, si sa, per controllare le gradazioni alcoliche basta vendemmiare in anticipo... E chissenefrega dei tannini verdi, degli squilibri nelle acidità, della mancanza di armonia. Insomma se Gli Eremi riporta sempre 14° in etichetta, anche in annate fresche come il 2002 e il 2004, sarebbe perché voglio avere un vino alla moda, concentrato e marmellatoso...
Ho fatto questa introduzione perché vorrei condividere con voi i dati, scientifici in questo caso, del Centro Operativo di Agrometereologia della Regione Marche. Questi dati dicono chiaramente che, perlomeno nelle Marche, vi è stato nell'ultimo mezzo secolo un impressionante cambio di clima. Con temperature medie estive nettamente crescenti lungo tutto il periodo 1961-2007. Non solo. Se l'ultima estate può essere considerata come la terza più calda della storia, dopo l'inarrivabile 2003 e il 1994, nelle dieci più calde ci sono 1998, 2000, 2001, 2003 e 2007. Inoltre le dieci più calde vengono tutte dopo il 1985 e le annate 2002, 2004 e 2005 considerate "fresche" risultano comunque più calde della media del periodo 1961-2007. A questo va aggiunto il quasi costante deficit idrico, per cui ad esempio nella scorsa estate, a fronte di una media storica di 60,4 mm di pioggia nei mesi di giugno, luglio e agosto, sono caduti nella nostra regione 32,2 mm cioé quasi la metà. Così si spiega anche il forte calo delle rese. Perlomeno per i viticoltori onesti. Poiché a guardare le dichiarazioni di produzione si scopre che alcuni produttori hanno prodotto la stessa quantità di uva e sempre vicino ai massimi del disciplinare. Il che può avere solo due spiegazioni: o di solito queste aziende producono molto più del disciplinare (ovviamente senza dichiararlo) oppure esistono fenomeni microclimatici tipo vigna di Fantozzi che si sposta solo su certi produttori fortunati...
Inutile dire che questi dati confermano i trends presentati da Al Gore nel suo film documentario Una scomoda verità. Un film che, pur con alcuni limiti, denuncia una situazione-limite verso la quale si sta facendo ancora troppo poco, sia da parte del mondo politico, sia da parte dei normali cittadini.
Quanto alla gradazione alcolica dei vini, è evidente che con questi dati se si vogliono produrre vini equilibrati e strutturati da uve giunte a maturazione armonica, lo scotto da pagare sarà sempre una gradazione alcolica medio-alta. Con buona pace delle mode e degli stili aziendali.

lunedì 18 febbraio 2008

Sui lieviti indigeni

Ho già scritto che il 2007 è stata la prima annata in cui l'intero processo di vinificazione di tutti i vini da me prodotti è stato condotto con metodi naturali, ovvero con basse dosi di anidride solforosa, assenza di coadiuvanti di fermentazione, di tannini, enzimi, lieviti selezionati.
E' però già la quarta vendemmia che per i vini da "invecchiamento", cioé Gli Eremi e Nocenzio, utilizzo solo lieviti indigeni. Posso, quindi, iniziare a fare un bilancio provvisorio di questa esperienza, basato su prove dirette e non sulle esperienze e raccomandazioni altrui.
Inizio col dire che quest'anno ho avuto, e ho tuttora, seri problemi di fermentazione, con vini ancora dolci e acidità volatili mediamente più elevate rispetto al solito. Se l'ultimo aspetto, preoccupante, appare come tipico di questa annata, ed è legato probabilmente ad un uso troppo limitato di solforosa nella fase iniziale di selezione dei lieviti indigeni, la difficoltà nel portare a termine le fermentazioni non sono una novità per il vino bianco (situazione differente rispetto alle vinificazioni in rosso, sia di uve bianche che di uve rosse). Mai, però, era accaduto di avere a febbraio un residuo zuccherino come quello di quest'anno.
Una spiegazione plausibile è, a mio avviso, lo stress sopportato dalle piante durante le due ondate di caldo africano con temperature fino a 40° e mancanza di acqua. E' probabile che sia la flora batterica sia la carica di azoto in grado di nutrire i lieviti siano state in qualche modo stressate da una situazione simile. Ma è ovviamente solo una sensazione.
La domanda è: qual è la ragione per l'utilizzo di lieviti indigeni, posto che a livello di salute per il consumatore l'inoculo di lieviti selezionati è assolutamente senza problemi? Genericamente si sostiene che i lieviti indigeni esprimano meglio il terroir. Questa interpretazione è controversa. I sostenitori della moderna tecnica enologica sostengono che non è dimostrabile che le fermentazioni avvengano naturalmente grazie a lieviti propri della vigna, ma che avvengano invece in seguito ad una serie di contaminazioni microbiche pre-esistenti (nell'aria, in cantina, negli attrezzi, nelle botti, ecc.).
Gli studi di Jules Chauvet, grande enologo francese padre della viticoltura naturale, chiariscono come i lieviti indigeni, purché ben selezionati e gestiti, esprimano davvero qualcosa in più. In particolare, sostiene Chauvet, mentre la scelta dei lieviti non incide sul "carattere fondamentale del vino", cha nasce dall'interazione fra vitigno, suolo e condizioni meteo, essa risulta importante nella modulazione di "tonalità differenti", cioé di armonie e timbri che ampliano la qualità di un vino. Si potrebbe dire, cioé, che i diversi lieviti incidano nella creazione di una maggiore complessità.
Se, quindi, seguendo Chauvet, si può affermare che l'espressione del terroir non dipende direttamente dai lieviti indigeni, i quali semmai danno qualcosa in più alla complessità di un vino, dovrebbe apparire evidente come il loro uso ha senso nel momento in cui tale qualità aggiuntiva non viene compromessa da problematiche come l'acidità volatile alta o forme di inquinamenti batterici. I quali, giocoforza, deviano il vino dalle caratteristiche fondamentali tipiche dell'origine.
Applicando questo ragionamento alle mie esperienze, ciò significherebbe utilizzare i lieviti indigeni sempre e comunque sui vini macerati (bianchi e rossi); mentre solo nelle annate migliori per quanto concerne i bianchi a pressatura soffice, e solo dopo una accurata gestione del pied de cuveè con dosi adeguate di solforosa.
Questo approccio è certamente molto poco integralista, rispetto al mondo del vino naturale, ma certamente più coerente rispetto all'obiettivo di fare vini che esprimano al meglio il suolo e l'annata, senza distorsioni. Che siano esse correzioni di cantina o difetti più o meno evidenti.
Sono riflessioni da tenere ben presenti, soprattutto considerando come molti studi dimostrino che vi siano differenze notevoli, dipendenti da clima e geografie, nello sviluppo, nella diffusione e nella selezione della flora batterica (si pensi solo alla varianza dei pH) e che, quindi, ogni vignaiolo dovrebbe muoversi in base alle proprie esperienze e problematiche e non secondo rigidi dettami ideologici.