martedì 30 ottobre 2007

Vini di vignaioli

Domenica e Lunedì, 4 e 5 novembre, sarò nuovamente in quel di Fornovo Taro per la fiera "Vini di vignaioli/Vins de vignerons". E' una bella manifestazione, ideata ed organizzata da Marie Christine Cogez oramai da 5 anni. Una fiera viva, piena di bravi vignaioli e di vini veri, frequentata da appassionati e professionisti. Una occasione divenuta importante per capire lo stato dell'arte per quanto concerne i vini "artigianali", direi anche contadini, vini che - senza cadere nella retorica dei disciplinari ad ogni costo - vengono fatti nel modo più naturale possibile.
Posso dire di esserci stato fin dall'inizio, sebbene non abbia partecipato alla prima edizione, e fin da subito, quando la fiera era solo una piccola esposizione di vini in uno stanzone nemmeno troppo bello, avevo colto la ricchezza di relazioni e di emozioni che si era venuta a creare fra vignaioli italiani e francesi che condividevano lo stesso approccio al vino.
Non posso fare altro, quindi, che invitare il maggior numero di appassionati a visitarci per conoscere una fiera certamente di grande valore. Per chi desiderasse maggiori informazioni è possibile visitare il sito: http://www.vinidivignaioli.com/

giovedì 18 ottobre 2007

Vendemmia 2007 - Parte terza

Le fermentazioni stanno rallentando. E' possibile cominciare ad avere un'idea più precisa di quali vini posso aspettarmi dalla vendemmia 2007. Innanzitutto la produzione. Mai così scarsa da quando produco vino. Fortunatamente sono riuscito a raccogliere un pò di uva da un nuovo vigneto in affitto che era stato abbandonato dal proprietario. E ho un piccolo conferitore certificato bio dove ho potuto gestire personalmente la vendemmia. Altrimenti erano cazzi.
Ho usato pressioni davvero bassissime per avere un mosto fiore dal colore accettabile. E' l'unica via per chi fa vini naturali, in annate come queste in cui la buccia spesse volte era marrone per le scottaure, per ottenere mosti fiore decenti, non marroni e non amari. Il che ha provocato, oltre alla bassa resa in vigna, una bassa resa in mosto. Il 2008 non potrà che vedere, quindi, un aumento dei prezzi.
A inizio fermentazione c'era da mettersi le mani nei capelli, perché i mosti erano assolutamente neutri, privi di carica aromatica, scarichi. Poi man mano si sono dischiusi i primi profumi. Nulla di trascendentale pensando agli agrumi, all'anice ed alla menta fresca dei mosti 2006. Però sono usciti dei sentori interessanti di arancia candita, di mandarino, di albicocca. Rispetto al balsamico dell'anno scorso predomina una sensazione di frutta matura e secca. Attendo che l'evoluzione porti con sé naturalmente quella vena minerale classica dei miei vigneti, in modo da ottenere vini un pò più dritti e scattanti. Le acidità sono ancora buone, grazie al grande anticipo nella vendemmia. Soprattutto, mi soddisfano i PH, più bassi anche dello scorso anno e del 2005, mi ricordano quelli del 2004. Tutto questo per quanto riguarda i bianchi. Per quanto concerne il rosso credo che, vista la scarsità di produzione, il Nocenzio 2007 non vedrà proprio la luce. Il Montepulciano ha reso la metà dello scorso anno, come del resto il Sangiovese. E' un peccato perché il poco vino prodotto è di una potenza e di una eleganza incredibili.
Sono molto soddisfatto sinora delle operazioni di vinificazione che, per la prima volta, sono avvenute - per tutti e tre i vini - col solo uso di qualche grammo di solforosa, cioé senza lieviti selezionati, prodotti azotati, enzimi, chiarificanti, tannini enologici. E' arrivato a compimento, quindi, quel progetto di vinificazione naturale iniziato nel 2004 e progressivamente sviluppatosi passo dopo passo, eliminazione dopo eliminazione. Con l'obiettivo di restituire nel bicchiere esclusivamente il territorio e la stagione. Certamente resto dell'opinione che preferisco fare vini buoni che siano i più naturali possibili (ciòé non rifiuto a-priori alcuni limitatissimi interventi, se necessario) piuttosto che fare vini naturali e basta. Perché mi è capitato di assaggiarne alcuni al limite della potabilità. La qual cosa, se non altro per una idea di rispetto per il consumatore, mi lascia un pò interdetto.
In ogni caso mi pare una annata di medio livello, ma da valutare attentamente con l'evoluzione nel tempo.

venerdì 12 ottobre 2007

Magic

Fra i tanti difetti che ho, uno dei peggiori è che sono uno sfegatato springsteeniano. Se vi chiedete perché questo sarebbe un difetto vi consiglio la lettura di "Accecati dalla luce" edito da Gianluca Morozzi per Fernandel. Oppure chiedete a mia madre.
Non poteva mancare, quindi, una mia opinione sul suo ultimo lavoro, Magic. Innanzitutto confesso che, come promesso al mio amico Daniele questa estate, per ascoltare il disco ho aspettato l'uscita del vinile. Da qualche mese sono tornato, infatti, ad acquistare quasi solo vinili. Non sto qui a spiegare perché, magari ne scriverò prossimamente.
A scanso di equivoci dico subito che aspettavo questo disco da più di vent'anni. Questo disco nel senso di un disco come questo. Un disco che Bruce non è stato in grado di, o non ha voluto, pubblicare per più di due decenni. E lo dico ben sapendo che la sua voce non è più quella di vent'anni fa, che Brendan 'O Brien non è forse il produttore giusto per la E street Band, che la copertina non è granché, che certi suoni sono bruttini... Però di fronte ad un pugno di canzoni bellissime e suonate in modo splendido alcune critiche circolate in rete mi hanno davvero stupito. Perché questo è un grande disco, cosa che non erano né The RisingDevil and Dust. Ma soprattutto questo è un disco di grandi canzoni rock, pure, semplici, dirette, mainstream, springsteeniane. Ed è perlomeno da Born in the USA che non sentivamo nulla di simile. Ho letto critiche che parlano di un disco "di mestiere", di "mancanza di ispirazione", di un disco pensato solo per il live. Ognuno certamente avrà i suoi gusti e le sue preferenze. Quello che a me sembra, è che questo sia un disco che cresce incredibilmente ascolto dopo ascolto. Che ci sia più buona melodia in una singola canzone di questo disco che in tutto The Rising. Che sia un pò come il maiale nelle campagne di una volta, non si butta vi niente; non c'è una sola canzone debole o scarsa. La qualità media della scrittura (melodie e testi) è alta. Ed in più ci sono canzoni davvero bellissime: Long walk home sarà un classico, Radio Nowhere è il più bel singolo di Springsteen dai tempi di Hungry Heart, Girls in their summer clothes è una melodia straordinaria, degna del miglior Brian Wilson, I'll work for your love è puro Springsteen style rock'n'roll, Gypsy biker sembra un pezzo di Lucky Town suonato dalla E street (il che è quasi un sogno), Last to die è una botta come lo era Roulette ai tempi belli. La band è di nuovo la band, con la sua potenza e i suoi ricami, e non è quell'insieme di buoni turnisti che pareva su The Rising. Si sente di nuovo Danny, vivaddio, con i suoi discreti tweeeee tweeee, si sente un muro di chitarre e c'è materia finalmente per il grande Max, grandissimo davvero per tutto il disco. Mi spiace per i tanti falsi web giornalisti e per i neo-springsteeniani sboroni ma a riascoltare The Rising dopo questo disco si percepisce quanto loffio fosse.
Vengo ai testi. Certo non siamo di fronte a Jungleland o Darkness. Ma se pensiamo che ci siamo dovuti sorbire Secret Garden e Sad eyes, ragazzi non scherziamo! Le liriche sono molto buone e raccontano personaggi vaganti alla ricerca di qualcosa, spiriti fraintesi fra ciò che è vero e ciò che non lo è, con una cifra generale che è quella dello smarrimento, della paura, di nuove fughe, di movimento senza quiete, lontano da un mondo dominato da relazioni sociali disgreganti, alienanti, sfasciate, da città che sono in rovina o in fiamme. E sullo sfondo, costantemente, fra metafore ed accuse evidenti, quella guerra che sta ricacciando l'america indietro nel tempo. Alla faccia di chi ci ha detto, casa discografica in primis, che questo non era un disco "politico": è il disco più politico di Springsteen da Born in the USA, se si considera Tom Joad un disco di denuncia sociale. Qui la magia non è quella di Born to run, qui si intendono i giochi di prestigio di un governo che fa credere quello che non è, che falsa il gioco, che cambia il significato stesso delle parole libertà, democrazia, pace. "The freedom that you sought's driftin' like a ghost amongst the trees, this is what will be" oppure "You said heroes are needed, so heroes get made. Somebody made a bet, somebody paid". E poi ci sono le bare del cimitero dove verrà seppellito il motociclista gitano: "You slipped into your darkness, now all that remains is my love for you brother lying still and unchanged to them that threw you away... Now I'm counting white lines, countin' white lines and getting stoned my gypsy biker's coming home". E ancora gli errori di Last to die: "Who'll last to die for a mistake, whosw blodd will spill, whose heart will break...". Persino in un pezzo spensierato come Livin' in a future, nel contesto di una crisi di coppia si fa riferimento alla delusione per le elezioni con una emblematica nave chiamata "Liberty" che se ne naviga lontano verso un orizzonte rosso sangue.
Ma in questo sfacelo ecco apparire una strada, un sentiero, quello che Bruce indicava ai tempi del Vote for Change, quel concetto di comunità locale che può rendere l'individuo meno solo, che costituisce a sua volta comunità più grandi e complesse. E' una lunga strada verso casa, a Long walk home, questo muoversi senza una meta apparente, fuggendo l'oscurità. Una casa che non sono solo quattro mura dove rinchiudere le proprie incertezze, ma una casa che è invece una comunità che ti abbraccia, dove non sei affollato ma nemmeno solo, dove c'è una bandiera, che in fondo è quella stessa bandiera che stava sulla copertina di Born in the USA. "You know that flag flying over the courthouse, means certain things are set in stone. Who we are, what we'll do and what we won't". Springsteen riparte dai padri fondatori, come sempre. Da quella Costituzione calpestata dall'attuale amministrazione. E dà una direzione ai suoi nuovi spiriti vaganti. "Everybody has a neighbor, everybody has a friend, everybody has a reason to begin again". Questo è Bruce. Questo è il rock con cui sono cresciuto e che mi fa battere il cuore.
Tutto bene? Ovviamente no. La voce certamente non è più quella di un tempo, appesantita anche da una produzione forse eccessiva. I suoni non sono indimenticabili e certi arrangiamenti sono ridondanti. Forse una produzione alla Steve Van Zandt vecchi tempi avrebbe arricchito ulteriormente i pezzi facendo di Magic il capolavoro della maturità di Springsteen. Invece ci tocca ancora una volta avere dei rimpianti.
Ma quando il pianoforte annuncia l'inizio di Terry's song non posso che pensare a quando urlavamo "Terry!" da sotto il palco a Genova o a Nizza, con Massi e il Lello, e ascoltare in silenzio una ballata meravigliosa, sicuro che erano vent'anni che aspettavo un disco come questo. Semplicemente un disco di Bruce e della E street band.

mercoledì 10 ottobre 2007

Domanda banale

La domanda più banale cui mi tocca di rispondere da sette anni a questa parte, e cioé da quando Valeria ed io ci siamo trasferiti a Cupra, è se mi manca Milano. Poiché ottobre era per me il mese più bello a Milano, ci provo a sentire una specie di nostalgia per quella che tuttora considero la "mia città". Mi ci metto di impegno.
E allora posso dire che mi mancano le zingarate a qualche festa fighetta insieme agli amici di sempre, le birre al Nidaba con Massi, magari ascoltando Joe Valeriano, mi manca pisciare sotto il ponte della Darsena alle tre del mattino, sedermi sul letto di camera mia a improvvisare per ore schifosi pedaloni psichedelici con mio fratello, mi manca il sabato pomeriggio al Jungle col Tenca e magari fedrone, l'alba di certe domeniche insieme a Ivano e Claudio quando si andava ad arrampicare, mi mancano le gite a Piacenza a mangiare lo gnocco fritto col Bianco e Izio e JointVanni, che se poi ci facevano il palloncino altro che patente a punti, mi mancano il rubare vestiti alla Rinascente con Paola o il parlare di politica con Riquiz nel bar dietro il Manzoni, le peregrinazioni notturne al Leonkavallo, quello vecchio, mi mancano le corse alla cavallina in Piazza Sraffa col Mala, Daniele, Pedro e Fede, scavalcare la vecchia recinzione del Meazza per vedere concerti o partite del Milan, le prime degustazioni di vino nei primi wine bar della prima rivoluzione enoica milanese, e potrei continuare per ore con un noiosissimo elenco. E alla fine dell'elenco scoprirei che non è Milano a mancarmi, ma certe persone e forse anche un pò i miei vent'anni.
Dunque si fa molto più presto, per rispondere alla domanda banale, a dire che no, Milano non mi manca per niente. E poi perché dovrebbe?

venerdì 5 ottobre 2007

Lungo il Grande Fiume - Parte prima

In attesa della prossima consueta visita in terra francese in novembre, con la solita banda di degustatori-beoni-gaudenti-fintiesperti-enologi-da-strapazzo, posto il racconto dell'uscita dello scorso anno lungo il Rodano.

Raggiungiamo il gite rural da noi prenotato che sono le tre e mezzo di notte. L’aria è calda, considerando che siamo prossimi all’inverno. Svegliamo la proprietaria, che ci mostra le stanze e ci ricorda l’ora della colazione. E’ gentilissima, nonostante il nostro imperdonabile ritardo. L’accoglienza gentile e professionale di tutti gli operatori, nelle chambres d’hotes come nelle cantine e nei ristoranti, sarà una caratteristica piacevole e apprezzata durante tutto il nostro soggiorno.
Il Rodano ci accoglie con il suo immenso alveo, solcato da raffiche di vento che ne increspano la corrente rendendolo ancora più impressionante. La collina dell’Hermitage vista dal ponte che collega Tournon a Tain è uno spettacolo imperdibile anche per chi non è un appassionato di vino. Gli enormi cartelloni “pubblicitari” delle cantine poste sui crus aziendali, più che infastidire lo sguardo, paiono quasi far parte del paesaggio con la loro veste vecchia e decadente.
La denominazione madre, AOC Cotes du Rhone, si estende su una zona molto ampia dal sud di Lione fino ad Avignone. Si tratta di una geografia molto complessa dal punto di vista geologico, climatico, agronomico, enologico. Tanto che i vini che ne risultano sono spesso completamente differenti. La qualità media di questa denominazione appare molto buona e i prezzi sono corretti, per non dire accessibili. Non si può dire che sia una AOC di “ricaduta”; semplicemente vengono orientati a questa denominazione i vini provenienti dai territori più fertili, meno complessi, e con rese un po’ più alte.
La Cote du Rhone settentrionale coi suoi famosi Crus è la patria della sirah. Un vitigno che proprio a questi luoghi deve la sua fama mondiale. Qui la vite, importata dai romani dopo la sottomissione delle fiere tribù galliche, ha trovato un habitat fantastico, dove il duro lavoro dei vignaioli per la coltivazione su pendenze spesso durissime e su suoli aridi, per il mantenimento dei terrazzamenti, per la costruzione e manutenzione dei muretti a secco, è stato ripagato dal raggiungimento di una combinazione fra vitigno, suolo e tradizione riscontrabile davvero in poche altre realtà viticole.
Da subito assaggiamo vini magnifici dove, in generale, risulta preponderante la ricerca della finezza sulla concentrazione. In cui, spesso, il terroir vince sul vitigno, regalando sempre eleganze, armonie e complessità.
Il poco tempo a disposizione ci fa compiere scelte spesso difficili nella selezione dei produttori; altre volte, come nella caso della rinomata Maison Guigal non ci è possibile essere accolti. Ma il quadro risulta comunque chiaro. Ed è il quadro raffigurante una situazione produttiva e commerciale per nulla in crisi, dove le scelte compiute da viticoltori e grandi maison è quella di produrre vini senza grandi compromessi con il mercato e con una fortissima identità. Quando accade che si voglia strizzare l’occhio ad un consumatore globale in cerca di vini “più facili”, ciò avviene su fasce di prezzo elevate, ma per vini in cui la sostanza è sempre davvero importante.
Ciò che ci colpisce subito, in particolare, sono la semplicità delle vinificazioni e la non eccessiva tecnologia presente nelle cantine. Qui appare davvero evidente come buoni contadini con grandi terroirs possano produrre vini importanti senza una chimica invadente o una tecnologia soffocante.
I rossi sono giocati tutti sulla finezza di una sirah che non risulta mai banale, grezza o stancante. La mineralità dei Cote Rotie si alterna al caldo frutto degli Hermitage, la grazia dei Saint Joseph alla potenza delicata dei Cornas. Sono i bianchi a fare più fatica. L’incredibile pulizia olfattiva lascia spesso il posto ad una generale mancanza di acidità che impedisce al palato di uscire rinfrescato. Sono bianchi caldi, morbidi, dominati da toni mielati. Diventano intriganti con l’evoluzione ma sempre senza entusiasmi clamorosi.
Fra la parte settentrionale e quella meridionale della Cotes du Rhone ci sono più di cento chilometri. In mezzo non vi è viticoltura. Questa cesura geografica si rivela tale anche per quanto concerne la tipologia di vino prodotta, e non poteva essere diversamente.
La Cotes du Rhone meridionale è dominata dalla Grenache, sebbene quasi mai usata in purezza. Dominano vini concentrati, potenti, dalla trama tannica fittissima. E’ una zona più eterogenea, fondamentalmente perché la valle del Rodano è in questa parte larga, si apre su una pianura che arriverà in breve fino al mare. Siamo sostanzialmente in Provenza, dunque anche le temperature si fanno molto più elevate.
Scegliamo di iniziare i nostri assaggi dalla zona dei Cotes du Rhone Villages, una zona in grande crescita e con notevoli potenzialità. In particolare i Cairanne e i Rasteau destano in noi un certo interesse, accanto ai più blasonati Gigondas e Vaqueyras.
Sono vini moderni, con concentrazioni importanti, a partire dal colore, frutto di vitigni come la mourvedre, dalla grande potenza tannica, e di una sirah più mascolina che al nord. I suoli vedono argille, sabbie e limo fondersi con residui alluvionali ricchi di pietre e scheletro di roccia madre, principalmente il calcare dominante tutta la Provenza.
Viaggiando sulla strada del vino ci accorgiamo che il territorio è stupendo, con colpi d’occhio maestosi su vigneti, ulivi e cipressi che arriva sino alla piana del Rodano da una parte e fino alle pendici del Mont Ventoux dall’altra. E’ una terra dove la calura estiva è davvero incredibile e costantemente battuta da venti importanti. Proprio il vento e una certa elettricità dell’aria sembrano confermare la tesi di un magnetismo strano proveniente dal Mont Ventoux, il Monte calvo, famoso per alcune mitiche tappe del Tour de France.
Lasciateci alle spalle le falde del Mont Ventoux arriviamo a Chateauneuf du pape. La più famosa delle denominazioni del sud ci accoglie con vigneti che paiono cave per la quantità di sassi e ciotoli presenti. Spesso non esiste proprio terra, se non negli strati inferiori. E allora più che di terra bisogna parlare di strati limosi completamente sciolti. Le basse colline altro non sono, infatti, se non i depositi alluvionali del Rodano che qui inizia la sua ultima corsa cominciando ad allargarsi in quel delta che pochi chilometri più a sud diventerà la Camargue. E’ una viticoltura che deve combattere contro il grande caldo della pianura provenzale circostante e che la pietra non fa altro che rimbalzare sulle viti. Unico aiuto è il Mistral, vento da nord secco e fresco, che asciuga l’umidità del grande fiume e tende a mitigare la canicola estiva. Il mix di queste condizioni regala vini sempre molto potenti ma che non mancano di una certa finezza.
La grande concentrazione tannica dei vitigni del sud viene affrontata cercando di vendemmiare seguendo la maturità fenolica, il che produce inevitabilmente gradazioni alcoliche impetuose. L’arte del taglio si eleva quindi a vera dominate enologica dovendo i produttori confrontarsi con 13 vitigni differenti ammessi, fra bianco e rosso, e differenti scelte vendemmiali.
Prima di un’ottima cena visitiamo le rovine della antica residenza papale, battute da un instancabile vento. Proprio alla presenza della corte papale deve la fama il vino di questi luoghi. E’ l’ennesimo esempio di come la grande Storia umana si svolga nel tempo seguendo strade affascinanti.
Quando ripartiamo per l’Italia c’è ancora lo strano caldo che ci ha accompagnato per tutta la nostra permanenza. Ci segue fino al tunnel del Frejus, insieme al magnetismo del Mont Ventoux e al ricordo della vista sul Rodano dalla cappella dell’Hermitage. Dopo, è tutta un’altra storia.

Per dormire:

CHANOS CURSON
Gite de France: LA FARELLA.
Les Champs Ratiers
Tel. +33 (0)4 75073544
http://www.lafarella.com/

COURTHEZON
Maison d’hotes ANNONCIADE
M.me PASSCHIER
1185 chemin St Dominique
Tel. +33 (0)4 90708722
http://annonciade.chez.tiscali.fr

Per mangiare:

TOURNON SUR RHONE
Restaurant et Hotel LA CHAUMIERE
Quai Farconnet

CHATEAUNEUF DU PAPE
Restaurant et Hotel LA MERE GERMAINE
3 Rue du cdt Lemaitre

giovedì 27 settembre 2007

La riforma OCM vino


Mi è arrivata di recente una mail dalla rivista Merum di Andreas Marz che sviluppa una critica importante al progetto della Commissione Europea sul settore vitivinicolo. E' un tema importante. Cito direttamente la fonte: "La nuova Organizzazione Comune dei Mercati nel settore vitivinicolo (OCM) vuole drasticamente cambiare il mondo del vino europeo. Il fatto più grave è sicuramente l’intenzione di distruggere 200.000 ettari di vigna tramite un programma di estirpazione nel quale i "produttori meno competitivi sarebbero fortemente incentivati a vendere i loro diritti". Tutti sappiamo che spesso i vigneti meno competitivi sono non solo qualitativamente, ma anche culturalmente, socialmente ed ecologicamente i più preziosi. Basta pensare ai vigneti in zone di collina poco fertili o quelli situati in zone montane, costiere ed insulari. Secondo Merum il legislatore NON dovrebbe occuparsi della regolamentazione del mercato del vino. La Commissione Europea dovrebbe quindi abbandonare ogni iniziativa che mira alla regolamentazione del potenziale di produzione ed ogni forma di sostegno del mercato. La Commissione si dovrebbe invece far carico della tutela e del sostegno dell’agricoltura socialmente, culturalmente ed ambientalmente utile e delle denominazioni di origine. Tra altre novità inquietanti, la nuova OCM porterà anche ad una liberalizzazione delle pratiche enologiche. Le regole che disciplinano il lavoro del cantiniere presto saranno le stesse in tutto il mondo. I trucioli sono solo il simbolo per una enologia intesa come un processo industriale qualsiasi. I legislatori intendono il "vino" sempre più come bevanda industriale e sempre meno come prodotto agri-culturale. Con queste innovazioni il legislatore vuole assicurare competitività ai prodotti europei sul mercato globale. Sarà forse così per i vini di massa, ma per i vini tradizionali, delle zone storiche e per i piccoli e medi produttori, questa apertura a metodi finora illegali è un disastro. I vini classici non si rendono competitivi abbassando i costi di produzione, ma incrementando la loro qualità intesa come tipicità ed autenticità. Ed è proprio l’immagine dell’autenticità e della genuinità che per colpa della liberalizzazione dei metodi enologici viene danneggiata". E' una posizione che era stata sviluppata anche all'interno della Associazione Agricoltori Critici e, dunque, del circuito di aziende aderenti a Critical Wine: in proposito vi era stata anche una manifestazione in Marzo di fronte a Montecitorio e da tempo circola un appello che si può trovare qui.
Merum propone una strada: "La redazione di Merum è convinta che il processo della globalizzazione-banalizzazione del vino di massa sia irreversibile. Lo sì può forse rallentare, ma non è possibile fermarlo. Per salvare la cultura tradizionale europea del vino e per difendere i produttori artigianali servono quindi delle distinzioni, un confine tra "vino" e VINO, tra bevanda industriale e vino nel senso tradizionale della parola".
Il problema, a mio avviso, nasce quando si deve tracciare la linea di questo confine. L'idea della Charta Merum, un patto tra i produttori artigianali e i consumatori critici ed attenti, è molto interessante e va nella direzione già tracciata in qualche modo anni fa da Luigi Veronelli e da Critical Wine. "Per colpa del fatto che oggi quasi tutto è permesso, ma quasi niente deve essere dichiarato in etichetta, il consumatore non ha una vera possibilità di scelta. Perché non ha mezzi a disposizione che gli permettono di distinguere una bottiglia di vino nel più nobile senso della parola da una "bevanda a base di uva". La Charta Merum vuole essere un rimedio per la crescente mancanza di trasparenza e rinforzare la fiducia del consumatore nel vino".
Ma il fatto è che, nel proporre tale carta, altro non si fa se non creare un nuovo disciplinare, introdurre nuove regole, fissare limiti che lo stesso Andreas Marz definisce "arbitrari", soggettivi. In questo modo il consumatore da una parte trova la mancanza di trasparenza dei vini industriali, dall'altra una selva di regole o metodi diversi per vini naturali (si pensi alla tripla AAA dei biodinamici) che non possono che nuovamente confondere le acque.
E se l'unica strada, invece, fossero le autocertificazioni? La comunicazione, cioé, diretta del vignaiolo al consumatore dei metodi, delle pratiche e dei prodotti chimici utilizzati? La costruzione di un patto fiduciario senza l'obbligo di dover rientrare entro limiti predefiniti e arbitrari? Insomma, non avevano ragione Veronelli e le teste pensanti di Critical Wine nel proporre qualcosa di realmente libertario in grado di promuovere la responsabilità diretta e l'auto-gestione più che la solita sfilza di regolamenti e discipline?

mercoledì 19 settembre 2007

WWoofers

Quando un mio collega vignaiolo mi aveva parlato della associazione WOOF mi ero subito incuriosito. E' una associazione internazionale che mette in contatto aziende biologiche di tutto il mondo con persone appassionate di agricoltura ed ambiente. I turisti soggiornano nelle aziende, danno una mano attivamente per un certo ammontare di ore concordato, imparano tecniche di coltivazione e di trasformazione e ricevono, in cambio, vitto, alloggio e un supporto logistico per visitare i territori circostanti e conoscere un pò la vita locale. Mi era piaciuta l'idea di coniugare le esigenze delle piccole aziende agricole, sempre in cerca di un aiuto ma impossibilitate per dimensioni ad assumere dipendenti, e quelle di turisti e viaggiatori interessati alla sostenibilità, all'ecologia, all'agricoltura. Mi sono iscritto. E subito sono arrivate molte richieste di ospitalità. Questa vendemmia, quindi, sarà anche nel segno di Krista e Lauri, dalla Finlandia, Jenny e Elliot, dagli Stati Uniti, che mi stanno aiutando cercando di districarsi fra selezioni, vitigni, lieviti indigeni, cicli di pressatura, travasi e rimontaggi. Così, è stato molto bello ieri sera cenare a base di cucina messicana preparata da ragazzi finlandesi e americani nel centro delle Marche: è una idea di globalizzazione che mi piace, quella del confronto culturale, dello scambio di esperienze, del confronto di idee. Di risorse umane in movimento, di cittadinanza universale, di relazioni sociali che fuoriescono dal semplice scambio economico. Una idea che contrasta la globalizzazione delle multinazionali e delle finanziarie. Ma questa è un'altra storia. O forse no.

domenica 9 settembre 2007

Vendemmia 2007 - Parte seconda

Mettetevi nei panni di vigneti che non hanno avuto acqua per tutto l'inverno e la primavera. Che hanno avuto temperature con punte di 42° gradi nel mese di Luglio e 38° a fine agosto. Con shock termici per cui la prima settimana di settembre si sono toccati i 10°. Sareste un pò incazzati? Io sì. Infatti non me la prendo per questa vendemmia strana. Difficile. Squilibrata. L'uva è sanissima, ovviamente, guardando a muffe e marciumi. Questo, generalmente è uno dei problemi del Verdicchio. Ma all'interno dello stesso vigneto la variabilità nella qualità dei grappoli è altissima, perché in alcuni punti l'uva è scottata e quasi appassita, in altri punti la buccia è spessa e il vinaciolo enorme e ancora verdastro, in altri punti è strepitosa. Questo costringe a fare selezioni ancora più estreme del solito, ma anche a dover riprogrammare continuamente la raccolta. Si pensi che fra un vigneto con esposizione sud e terreno molto duro e calcareo ed un vigneto con esposizione est e terreno più sciolto ci passano almeno 3° babo di differenza. In generale il colore dei mosti è molto scuro e ciò sarà un problema per chi vinifica in modo naturale, ne risulteranno forzatamente vini molto dorati. Per ora le analisi sulla prima parte di uva destinata a Gli Eremi recitano 20,25° gradi babo e 7,50 di acidità totale. Non è male. Incrociamo le dita. Si prosegue a oltranza.

venerdì 31 agosto 2007

Vendemmia 2007

Il sangiovese mi era capitato di vendemmiarlo d'agosto solo nel 2003. Quest'anno è già in fermentazione da quasi una settimana. La vendemmia 2007 può dirsi ufficialmente iniziata anche per il sottoscritto. Lunedì credo che si comincerà a togliere qualche grappolo di Verdicchio. Le acidità si stanno abbassando parecchio, il che non mi piace affatto. In particolare, le varie ondate di calore estremo hanno bruciato parecchio acido malico, motivo in più per anticipare ulteriormente un primo passaggio in vigneto.
Nel frattempo non posso che sottolineare la scarsissima produzione di Sangiovese (circa la metà rispetto alla media), un pò a causa della vendemmia effettuata da simpatici stormi di uccelli predatori, un pò per una potatura diciamo "aggressiva" da parte mia, un pò per la stagione secca che ha prodotto grappoli quasi sempre sottopeso, quasi anoressici. Il colore, però sembra molto bello e stabile, così come i tannini che non mi sembrano verdi come temevo. Ma è ancora presto per qualunque valutazione.

venerdì 24 agosto 2007

Alcuni vini che mi sono piaciuti

Ricordo con piacere alcuni vini bevuti ultimamente, in allegra compagnia. Ve li presento così come me li ricordo, perché non è che mi metta spesso seduto di fronte a un vino con Moleskine e penna. Il più delle volte, di fronte, ho una tavola apparecchiata e in testa ben poche pippe mentali.
Fra i molti bianchi bevuti quest'estate ricordo il Riesling Trocken Quarzit 2005 di Peter Jakob Kuhn, regalatomi da un gentile visitatore tedesco amante dei vini naturali. E' un riesling stupendo per la sua acidità diretta e senza compromessi, per quella pietra che ti si deposita sulla lingua quando deglutisci, per quella sensazione di pulizia e freschezza che ti lascia come dissetato, dopo che hai attraversato il deserto. Io amo questi bianchi che profumano di gioia e non ti annoiano mai. Mentre ascolti Hallelujah di Jeff Buckley.
E poi il Franciacorta Rosé di Barone Pizzini è stata una piacevole sorpresa, fin dal colore, fin dal perlage. Un vino non troppo complicato ma fine, una bella canzone pop, dalla melodia intrigante. Tipo James Taylor.
Altrettanto fresco e fine il Tavel Beaurevoir rosé di Chapoutier, da questa denominazione del sud del Francia unicamente deputata al vino rosato. Qui, però, ricordo anche una notevole struttura ed una cremosità da vitigno rosso importante. Lievi sfumature di fiori appassiti e di umido sottobosco. Da abbinare a un pezzo dei Coldplay, tipo The scientist.
Stupendo il Morgon 2006 di Marcel Lapierre, scambiato alla fiera dei vini naturali di Asti e che spero di ritrovare a Fornovo. Valeria se n'è bevuto mezza bottiglia, il che non succede spesso. E depone a favore di questo capolavoro di naturalezza proveniente dal Beaujoulais, dai fragranti sentori di rosa, lavanda, prati bagnati. Che ti fanno pensare all'inizio dell'estate, già lontana, e a un disco qualunque di Stefano Bollani.
Due giorni fa, invece, ho stappato il Pinot nero del mio amico Kurt Rottensteiner nella versione 2002. Assolutamente perfetto. Pulito, minerale, quasi salato e al tempo stesso godibilissimo per i profumi netti di fragola di bosco e ribes e mora. Sebbene, ben nascosta, si sentisse anche una nota complessa, quasi affumicata, che ritrovo spesso nei Pinot nero di Kurt e me li fanno amare. Un che di psichedelico. Diciamo Lucy in the sky with diamonds dei Beatles così festeggio anch'io il quarantesimo di Sgt. Peppers.
Concludo con la migliore grigliate dell'estate. Con Alessandro Fenino, di cui ho proditoriamente sfruttato l'immagine nel post sui vini naturali, ci siamo grigliati due belle bisteccone di pura razza marchigiana in una bella, scintillante, serata di giugno. Abbiamo bevuto il Chianti Riserva 2004 di Pietro Majnoni Giucciardini. A parte che l'abbinamento non poteva azzecarlo migliore nemmeno il migliore dei sommeliers professionisti, ma quel vino lì ci ha proprio fatto godere. Sapeva semplicemente di Toscana, di Sangiovese, di classicità, di autenticità. Che cosa aggiungere? Gimme shelter nella versione fatta da Patti Smith al San Severino Blues Festival: inutile dire che Alessandro ed io c'eravamo ed abbiamo goduto.

domenica 19 agosto 2007

Rassegna Musica Distesa


Sono passati due mesi. E già mi mancano il casino, l'adrenalina, la buona musica, il vino bevuto a larghe sorsate in ottima compagnia, i tuffi in piscina in piena notte, gli abbracci, la luna che tramontava lenta sulle note dei musicisti illuminati dalle candele, i balli e le grida e le salamelle finite anzitempo.
Mi è sempre piaciuto pensare che produrre della buona musica e fare un buon vino siano operazioni che hanno molto in comune. Allo stesso modo credo che il mondo "discografico" e il mondo dell'"enogastronomia" abbiano molte somiglianze. A partire da un mercato sempre più difficile, da una divisione insanabile fra industria mainstream e artigianato indipendente, da una critica sempre meno veritiera e sempre più piegata alle mode ed alle convenzioni. Una delle idee di Musica Distesa, quindi, è quella di mettere in relazione queste due realtà similari. La cultura materiale rappresentata dal vino e dal cibo con la spiritualità della musica. Tutto nel contesto di una forma calda di ospitalità rurale, tipica dell'agriturismo. Spero che nel tempo si sappia crescere e migliorare per arrivare a presentare una rassegna che abbia una identità unica e irripetibile. Spero che l'associazione Cupramontana Accoglie abbia ancora voglia di organizzare l'evento, che mio fratello riesca a trovare il tempo di selezionare artisti bravi e poco conosciuti, che si riescano a trovare finanziamenti in grado di sostenere questa iniziativa.
Per ora posso solo ricordare che sabato 23 giugno, sdraiato sul prato mentre i bravissimi Annie Hall da Brescia riempivano l'aria di psichedelia dilatata e leggera, sorseggiavo del buon Verdicchio ghiacciato e pensavo che c'era proprio una bella atmosfera, quell'atmosfera che avevo in mente quando ancora sognavo La Distesa, agli inizi di questa avventura. E' stato anche un bel modo - per Valeria e per me - di festeggiare il nostro sesto anniversario di matrimonio.

martedì 14 agosto 2007

Sul vino naturale

«Colgo l’occasione per mettere in guardia i consumatori dal bere vini senza solforosa, perché il vino potrebbe non avere tenuta microbiologica o, ancora peggio, contenere elementi sostitutivi, non ammessi dalla legge e nocivi». Riccardo Cotarella (da un’intervista radiofonica).
E' una breve citazione dall'ultimo numero di Porthos. L'uomo la cui firma vale il successo sui mercati USA, il Michell Rolland de' noantri, l'uomo che ha inondato l'Italia di Merlot, si schiera apertamente contro il vino naturale. E non poteva essere altrimenti. Dopotutto difende una categoria. Ma il fatto che Cotarella si sia esposto pubblicamente significa che "l'enologia italiana" si è accorta che qualcosa sta cambiando, sulla scia di una domanda sempre più diffusa: l'enologia deve essere per forza solo ed esclusivamente utilizzo smodato di prodotti chimici? O può essere, invece, come molti grandi vini dimostrano, ottimizzazione di variabili e sostanze naturalmente presenti nell'uva e incentivo a pratiche agronomiche e di cantina sempre migliori ed efficienti?
Io sono arrivato al vino naturale lentamente. Per sottrazione. Eliminando anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, quasi tutti quei coadiuvanti più o meno invasivi che stanno ormai alla base della totalità dei vini in commercio. E' stata una scelta coerente con l'idea di praticare una agricoltura biologica e naturale. Solo in seguito ho scoperto il "mondo del vino naturale". Un mondo alternativo, indipendente, di nicchia. Un mondo fatto di splendidi vignaioli, di consumatori attenti, di giornalisti appassionati, di fiere interessanti e ben fatte.
Questo mondo si sta espandendo. E qualsiasi cosa ne pensino i detrattori, è un bene. Per la Terra e per i consumatori. Ma era ovvio che l'Industria se ne accorgesse. Lo Stato - dunque, la Legge - se n'era già accorto da tempo: le grande parte della legislazione alimentare dell'Unione Europea e delle nostre ASL vogliono dimostrare che è sano ciò che è industriale e microbiologicamente stabile (ovvero morto). Dai formaggi ai vini, dal latte al miele tutto ciò che mangiamo dovrà essere, nelle intenzioni delle lobbies industriali e dello Stato, "organoletticamente morto".
Il mondo del vino naturale, e del cibo naturale, altro non è, quindi, che uno dei campi della battaglia mondiale per una agricoltura naturale e sostenibile. E' importante, a mio avviso, che non si chiuda in se stesso, che non cada nell'errore di voler restare "nicchia", che non si piaccia a tal punto da diventare "radical chic". In questo senso alcune dinamiche che coinvolgono in particolare una parte di questo mondo, e principalmente chi fa agricoltura biodinamica, non possono che preoccupare. Mi riferisco alla volontà di dividere questo movimento anziché di unirlo. Di estraniarsi col fine di attirare i riflettori e l'interesse. Di moltiplicare le fiere e i disciplinari. Di privilegiare i personalismi e le diffidenze. Col risultato di seminare confusione nei consumatori e di far prevalere, in fondo, considerazioni di natura commerciale.
Si dirà che è necessario porre dei limiti per impedire che tutti salgano sul "carro dei vincitori", per seguire la moda, per fuggire dalla crisi, per sfruttare l'onda. Ma la storia dei disciplinari e delle certificazioni insegna che chi ha barato con le DOC o con il BIO potrà agevolmente barare con altre limitazioni, pubbliche o private che siano.
Come uscirne? Io credo che il vino naturale, e più in generale la lotta per un'altra agricoltura, possa avere un futuro se andrà nella direzione di una unità di intenti su alcune semplici idee forti, condivise e diffuse fra tutti gli agricoltori "naturali". E se questa unione si saldasse in un patto sociale con le esigenze e le aspettative dei consumatori "critici", sulla base di due criteri fondamentali: l'origine e la trasparenza. In questo senso l'autocertificazione, dunque l'assunzione di responsabilità diretta del produttore di fronte al consumatore, rappresenterebbe il cardine di questo patto. Non un dettagliato disciplinare che impone in modo integralista dei limiti (quantità di solforosa, tipologia di lieviti, ecc.), ma una comunicazione trasparente sui metodi di coltivazione e trasformazione utilizzati, all'insegna del "dico quel che faccio, faccio quel che dico". Il consumatore sceglierà di conseguenza. Se il giorno dopo si ritroverà col mal di testa, state certi che dal furbo di turno in pochi torneranno.
Quel che trovo importante, però, è prepararsi alla controffensiva industriale. L'uscita di Cotarella sarà il primo di una serie di attacchi: legislativi, di marketing, commerciali. Divisi non si potrà che perdere.

domenica 12 agosto 2007

Letture

Fra le molte letture che sono riuscito a concedermi quest'estate voglio segnalare due libri molto diversi.
Il primo è di uno scrittore che ha il dono della magia letteraria, Jay McInerney, newyorchese, autore di "Le mille luci di New York", libro-capolavoro degli anni ottanta. Ho divorato il suo "Good Life", un romanzo scintillante, amaro, decadente sulla New York post 11 settembre. La storia di due coppie dell'altissima borghesia della grande mela, il racconto di personaggi reali immersi in un mondo irreale, svegliatosi d'improvviso a causa di qualcosa di inconcepibile, la lucida descrizione di una civiltà sotto assedio che ha perso la bussola.
Il secondo è un libro strano e avvicente: il titolo è una citazione dal Cantico dei Cantici, "Confortatemi con le mele". L'autrice, Ruth Reichl, è una famosa critica gastronomica americana (New York Times e Los Angeles Times). Il libro è una sorta di autobiografia ma con il passo del romanzo. Non solo. E' costantemente inframmezzato da ricette di cucina particolarmente importanti per l'autrice, con riferimento alle storie narrate. La lettura procede, così, fra descrizioni di ristoranti e vini, di amori e comuni hippies, di cene luculliane e dialoghi con chefs stellati, in un continuo girotondo di viaggi, separazioni, deliziose descrizioni culinarie, interviste. A parte qualche "americanata" di troppo, è un libro molto acuto e divertente.

giovedì 9 agosto 2007

Ci siamo quasi.

Sono reduce da un lungo giro per vigneti. Ho fatto una campionatura alla mia maniera, cioé senza alcuna misurazione. Assaggiando gli acini qua e là. L'impressione è che anche qui nei Castelli di Jesi la vendemmia si inizierà a breve. Soprattutto le varietà rosse sono a un livello di maturazione avanzatissimo. Eppure non mi sembra una stagione paragonabile al 2003. Gli acini paiono avere ancora un ottima aromaticità, una buona fragranza, una giusta turgidità. Tutte qualità che nel 2003 si potevano solo sognare. Allora il problema fu quello della incredibile lunghezza del periodo di "caldo africano" (da maggio a settembre senza soluzione di continuità) con una costanza mai vista delle temperature fra il giorno e la notte. Quest'anno, a parte la terza settimana di luglio dove si sono raggiunti i 42 gradi a Matelica e i 40 a Jesi, il caldo è stato più sopportabile e le notti sono state piuttosto fresche.
Come mai, dunque, una vendemmia così anticipata? Credo che la causa sia stata il caldo davvero anomalo del periodo fra gennaio e maggio, con il conseguente anticipo vegetativo che l'ondata di caldo di luglio ha semplicemente rafforzato. Vedremo le prossime due settimane cosa ci riserveranno. Il problema, ora, è la completa sfasatura fra la maturità "tecnica" (zuccheri/acidità) e la maturità dei tannini, che sono tuttora verdissimi.
Nel frattempo si cominciano a preparare le vasche e la cantina.

sabato 4 agosto 2007

Pensieri, sogni e visioni...



Semplicemente questo. Un cammino attraverso i miei pensieri, i miei sogni, le mie visioni. Racconti da un territorio fisico e metafisico; storie di vigne e di vini; incontri e scontri di un vignaiolo viandante fra le tante assurdità del mondo attuale; degustazioni, concerti e letture.
Nella enorme confusione dello spazio virtuale, sempre più affollato di naviganti, illusionisti, musici, stregoni e geni definitivi, queste pagine vogliono solo essere un luogo dove La Distesa s'incontra con altri: amici, appasionati di vino, agrituristi, i molti e diversi destini incontrati in questi anni. Un modo per superare la fredda incomunicabilità del sito internet tradizionale (http://www.ladistesa.it/), per dare la possibilità di un confronto continuativo e informazioni più chiare ed aggiornate sul mio lavoro, sul mio mondo.